VIII.

Non vuol però lasciare le coste dell’Uruguay, e la notte stessa, messa

la prua sul Rio della Plata, lo risale dirigendosi alla Punta di Gesù,

poche miglia al di sopra di Montevideo. Ma quale non fu la sua sorpresa

nel trovarsi di lì a poche ore in mezzo ai frangenti del Las Pedras,

attorniato da scogli che gli precludono da ogni parte il cammino e

minacciano ad ogni moto della nave di sfracellarla e sommergerla.

Che cosa era accaduto? La più naturale cosa del mondo, non infrequente

ai navigatori. Garibaldi, nel sospetto di dover presto combattere,

aveva fatto portar sopra coperta le armi; i marinai, a sua insaputa, le

avevan gettate spensieratamente presso l’abitacolo; per la vicinanza

d’una massa sì grande di ferro l’ago aveva deviato e il pilota, non

avendo nel buio pesto di quella notte altra guida che la bussola, vi

si era sviato dietro. Intanto però il pericolo era urgente e molti

de’ marinai, perduta la testa, piangevano. Non la perdette Garibaldi.

Lanciatosi alla verga di trinchetto, traccia la rotta egli stesso al

timoniere, scivola tramezzo a scogli da inorridire, e quando Dio volle

tocca Jesus-Maria.

Ma colà nuovo incidente. Il bastimento era in salvo, ma i viveri

mancavano; il pericolo del naufragio era cansato, sorgeva la minaccia

della fame. Anche qui apparve la mente sempre ricca d’arditi espedienti

del nostro corsaro. Bordeggiando lungo la costa in cerca di qualche

abituro, egli scopre, a quattro miglia dentro terra, una fattoria; non

può nè approdare a cagione dei venti _pamperi_ (soffianti dalla Pampa)

che lo battono di traverso, nè staccare alcuna barca, poichè la lancia

della _Luisa_, come è noto, l’aveva ceduta ai suoi primi padroni.

Conviene dunque immaginare un ripiego ed eccolo. Ormeggia a due áncore

il bastimento; improvvisa, con una tavola legata sopra due botti

e una pertica piantata nel centro, una specie di zattera; vi balza

sopra accompagnato da un solo marinaio (che si nomina, vedi il caso,

senza alcun vincolo di parentela, col nome di suo fratello, Maurizio

Garibaldi), e rotolando più che navigando fra i marosi; mulinato dalle

correnti e allagato a ogni tratto dalla raffica; facendo miracoli

d’equilibrio sulla zattera, e la zattera prodigi di nautica sulle

acque, riesce ad afferrare la sponda, e di là, affidata la zattera al

compagno, s’incammina verso la fattoria.

Fu allora che vide per la prima volta, sebbene possa dirsi in iscorcio,

la Pampa. Il quadro però che egli ne fa è un po’ di fantasia, e più che

una pittura esatta del tratto di paese che aveva davanti, si potrebbe

dire un compendio poetico dei ricordi e delle sensazioni che l’aspetto

della contrada, in cui era vissuto per dodici anni, aveva lasciato

nell’animo suo.

Egli scrive: «Lo spettacolo che si offrì alla mia vista per la prima

volta, è veramente degno di menzione. Gl’immensi ed ondulati campi

orientali[35] presentano una natura affatto nuova ad un Europeo, e

massime ad un Italiano assuefatto e cresciuto ove palmo di terra non

si presenta vuoto di case, o di altra opera qualunque di mano d’uomo.

Là nulla di questo! Il Creolo conserva la superficie di quel suolo

come gliela lasciarono gl’indigeni dallo Spagnuolo distrutti. I campi

sono coperti di fieno, e non variano che nelle valli e sulle sponde

dell’Arroyo,[36] ove s’innalzano, più o meno alti, bellissimi boschi.

Il cavallo, il bue, il venado,[37] lo struzzo sono gli abitatori di

quella terra. L’uomo, rarissimo, vero centauro, la passeggia soltanto

per annunziare un padrone agl’innumerevoli e selvaggi suoi servi. Non

di rado il bellicoso stallone e l’indomito toro si avventano sul suo

passaggio, disprezzandone l’alterigia con vigorosi e non equivoci segni

d’indipendenza. Io ho veduto sulla misera terra ove nacqui un Tedesco

solcante e calpestante le moltitudini; e i servi aprivano un varco ed

abbassavano lo sguardo per paura di compromettersi.

»Dio mio, sin a quando permetterai tanto vilipendio della tua creatura!

Quanto bello è lo stallone de’ campi orientali! Le sue labbra non

sentiranno giammai il freddo ribrezzo del freno, e la lucida sua

schiena, battuta da bellissima criniera, non sarà mai calcata dal

fetido sedere dell’uomo!... Il superbo, raccogliendo le sparse giumente

e fuggendo la persecuzione dell’uomo, avanza la velocità del vento.

Vero sultano del deserto si sceglie la più vaga delle sue odalische

senza il servile ministero della più vile e schifosa delle creature,

l’eunuco! Come esprimere le emozioni del corsaro di venticinque anni in

mezzo a quella fiera natura, vista per la prima volta.»

Non c’è pagina forse in tutto il voluminoso archivio degli scritti

di Garibaldi, in cui egli abbia confessato l’intimo suo pensiero più

di questa. L’uomo allo stato di natura, libero, indomito come il toro

selvaggio, incontaminato dal freno e dalla sella come lo stallone della

Pampa, signore de’ suoi pascoli, sultano delle sue donne, re pel solo

diritto della forza e della bellezza della sua torma, ecco, scrutato in

fondo, l’ideale umano verso cui Garibaldi, senza forse confessarlo a sè

stesso, si sentiva trasportato ed a cui conformerà tanti atti e costumi

della sua vita.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 32 / 168 题