Non vuol però lasciare le coste dell’Uruguay, e la notte stessa, messa
la prua sul Rio della Plata, lo risale dirigendosi alla Punta di Gesù,
poche miglia al di sopra di Montevideo. Ma quale non fu la sua sorpresa
nel trovarsi di lì a poche ore in mezzo ai frangenti del Las Pedras,
attorniato da scogli che gli precludono da ogni parte il cammino e
minacciano ad ogni moto della nave di sfracellarla e sommergerla.
Che cosa era accaduto? La più naturale cosa del mondo, non infrequente
ai navigatori. Garibaldi, nel sospetto di dover presto combattere,
aveva fatto portar sopra coperta le armi; i marinai, a sua insaputa, le
avevan gettate spensieratamente presso l’abitacolo; per la vicinanza
d’una massa sì grande di ferro l’ago aveva deviato e il pilota, non
avendo nel buio pesto di quella notte altra guida che la bussola, vi
si era sviato dietro. Intanto però il pericolo era urgente e molti
de’ marinai, perduta la testa, piangevano. Non la perdette Garibaldi.
Lanciatosi alla verga di trinchetto, traccia la rotta egli stesso al
timoniere, scivola tramezzo a scogli da inorridire, e quando Dio volle
tocca Jesus-Maria.
Ma colà nuovo incidente. Il bastimento era in salvo, ma i viveri
mancavano; il pericolo del naufragio era cansato, sorgeva la minaccia
della fame. Anche qui apparve la mente sempre ricca d’arditi espedienti
del nostro corsaro. Bordeggiando lungo la costa in cerca di qualche
abituro, egli scopre, a quattro miglia dentro terra, una fattoria; non
può nè approdare a cagione dei venti _pamperi_ (soffianti dalla Pampa)
che lo battono di traverso, nè staccare alcuna barca, poichè la lancia
della _Luisa_, come è noto, l’aveva ceduta ai suoi primi padroni.
Conviene dunque immaginare un ripiego ed eccolo. Ormeggia a due áncore
il bastimento; improvvisa, con una tavola legata sopra due botti
e una pertica piantata nel centro, una specie di zattera; vi balza
sopra accompagnato da un solo marinaio (che si nomina, vedi il caso,
senza alcun vincolo di parentela, col nome di suo fratello, Maurizio
Garibaldi), e rotolando più che navigando fra i marosi; mulinato dalle
correnti e allagato a ogni tratto dalla raffica; facendo miracoli
d’equilibrio sulla zattera, e la zattera prodigi di nautica sulle
acque, riesce ad afferrare la sponda, e di là, affidata la zattera al
compagno, s’incammina verso la fattoria.
Fu allora che vide per la prima volta, sebbene possa dirsi in iscorcio,
la Pampa. Il quadro però che egli ne fa è un po’ di fantasia, e più che
una pittura esatta del tratto di paese che aveva davanti, si potrebbe
dire un compendio poetico dei ricordi e delle sensazioni che l’aspetto
della contrada, in cui era vissuto per dodici anni, aveva lasciato
nell’animo suo.
Egli scrive: «Lo spettacolo che si offrì alla mia vista per la prima
volta, è veramente degno di menzione. Gl’immensi ed ondulati campi
orientali[35] presentano una natura affatto nuova ad un Europeo, e
massime ad un Italiano assuefatto e cresciuto ove palmo di terra non
si presenta vuoto di case, o di altra opera qualunque di mano d’uomo.
Là nulla di questo! Il Creolo conserva la superficie di quel suolo
come gliela lasciarono gl’indigeni dallo Spagnuolo distrutti. I campi
sono coperti di fieno, e non variano che nelle valli e sulle sponde
dell’Arroyo,[36] ove s’innalzano, più o meno alti, bellissimi boschi.
Il cavallo, il bue, il venado,[37] lo struzzo sono gli abitatori di
quella terra. L’uomo, rarissimo, vero centauro, la passeggia soltanto
per annunziare un padrone agl’innumerevoli e selvaggi suoi servi. Non
di rado il bellicoso stallone e l’indomito toro si avventano sul suo
passaggio, disprezzandone l’alterigia con vigorosi e non equivoci segni
d’indipendenza. Io ho veduto sulla misera terra ove nacqui un Tedesco
solcante e calpestante le moltitudini; e i servi aprivano un varco ed
abbassavano lo sguardo per paura di compromettersi.
»Dio mio, sin a quando permetterai tanto vilipendio della tua creatura!
Quanto bello è lo stallone de’ campi orientali! Le sue labbra non
sentiranno giammai il freddo ribrezzo del freno, e la lucida sua
schiena, battuta da bellissima criniera, non sarà mai calcata dal
fetido sedere dell’uomo!... Il superbo, raccogliendo le sparse giumente
e fuggendo la persecuzione dell’uomo, avanza la velocità del vento.
Vero sultano del deserto si sceglie la più vaga delle sue odalische
senza il servile ministero della più vile e schifosa delle creature,
l’eunuco! Come esprimere le emozioni del corsaro di venticinque anni in
mezzo a quella fiera natura, vista per la prima volta.»
Non c’è pagina forse in tutto il voluminoso archivio degli scritti
di Garibaldi, in cui egli abbia confessato l’intimo suo pensiero più
di questa. L’uomo allo stato di natura, libero, indomito come il toro
selvaggio, incontaminato dal freno e dalla sella come lo stallone della
Pampa, signore de’ suoi pascoli, sultano delle sue donne, re pel solo
diritto della forza e della bellezza della sua torma, ecco, scrutato in
fondo, l’ideale umano verso cui Garibaldi, senza forse confessarlo a sè
stesso, si sentiva trasportato ed a cui conformerà tanti atti e costumi
della sua vita.