X.

In una vita seminata d’avventure straordinarie tralasceremo le comuni.

Raccolto all’imboccatura dell’Ibiqui (affluente del Parana) da un

bastimento brasiliano,[39] viene sbarcato a Gualeguaj, capoluogo d’un

distretto dell’Entre-Rios: accolto benignamente dal governatore della

provincia, Don Pedro Echague, che troveremo un giorno fra i partigiani

di Rosas. Ivi un bravo chirurgo, il dottor Rammon, gli estrae la

palla; un altro dottore, Giacinto Andreus, gli offre in casa sua

un’ospitalità quasi fraterna; il Governo stesso gli somministra per il

suo sostentamento un _duro_ al giorno (fr. 5), ricchezza in quei paesi,

ponendogli unica condizione di non allontanarsi da Gualeguaj e di

restar prigioniero sulla parola fino a che il dittatore di Buenos-Ayres

(Rosas) abbia deciso della sua sorte.

In sulle prime Garibaldi, sostenuto dalla speranza d’un pronto

mutamento di sorte, sopportò rassegnato, se non contento, la non dura

cattività, tentando ingannare le lunghe ore del forzato riposo ora

colla lettura di libri che l’ospite gli prestava; ora col versare in

copiose lettere agli amici gl’intimi pensieri del suo cuore;[40] ora

finalmente coll’inviare alla patria lontana, creduta più ignava che

infelice, canti d’amore indignato, in cui senti tutte le passioni

dell’uomo e del patriotta gorgogliare in mezzo agl’ingenui falli del

ritmo ed all’insospettata scorrettezza della parola, simile a flutto di

lava che sgorghi tra le scorie ed il fango.

È dei giorni di Gualeguaj quella, non sapremmo dire se ode o ruggito

di selvaggio ferito, le cui strofe abbiamo udito noi stessi tornare

più volte sulle sue labbra, e che riportiamo qui per intero, non tanto

come saggio delle facoltà poetiche del nostro eroe (quistione che vorrà

essere esaminata a parte), quanto come testimonio dei sentimenti che

ribollivano allora nell’anima sua e della forma con cui ne erompevano:

Non fra pomposi ed aurei

Vaghi giardin simmetrici,

Non sotto immensi aerei

Archi e portenti artefici,

Ma tra l’ombrose selve

Piacesi il mio pensier.

Non quando il Ciel sereno

E dei Zeffiri il lambito

All’ente fausto in seno

Diffondan dolce palpito,

Ma quando rugge il nembo

E scuote l’orbe intier.

Non quando Teti argentei

I flutti suoi mi estolle;

Non quando ardenti agl’ignei

Monti il bitume bolle,

Ma tempestuose l’onde,

Sconquassato il crater.

E che m’importa il gaudio

E de’ popoli la pace?

Che m’importa del Sabaudio

Il prosperar mendace,

E del Samnita immemore

Il codardo giacer?

Che m’importa d’Italia

I lirici concenti,

Se di Germania e Gallia

I bellici istrumenti

Nel sen di quell’imbelle

L’onta fan rimbombar?

Io la vorrei deserta,

I suoi palagi infranti;

Ed io, dell’Alpi allerta,

Le sue città fumanti

Scorger, e con sardonico

Sorriso contemplar.

Pria di vederla trepida

Sotto il baston d’un Vandalo.

Già prostituta e squalida

Delle nazioni scandalo,

Il suo destin cospicuo

Stolida rinnegar.

Però che un uomo come Garibaldi potesse reggere a lungo a quella vita

che non era nè la libertà nè la servitù, nessuno vorrà pensarlo.

Oltredichè avendogli taluno susurrato, forse per vile agguato, che

la sua evasione sarebbe stata non interamente sgradita al Governo

argentino, a cui probabilmente non spiaceva di liberarsi da un’incomoda

e costosa custodia, egli, facilmente credulo a ciò che più desiderava,

si stimò come prosciolto dalla data parola, e si decise a fuggire.

Colta infatti una sera d’uragano, esce non visto da Gualeguaj,

raggiunge a passi di lupo l’_estancia_ più vicina, vi trova una guida e

un cavallo e si dirige a gran galoppo verso il Parana colla speranza di

poterlo tragittare. Ma, tradito dalla guida, sorpreso da una pattuglia

di cavalleria, toltagli ogni possibilità così di fuga come di difesa, è

ripreso, e colle mani legate alle reni e i piedi cinghiati alla sella

viene ricondotto a Gualeguaj e tradotto davanti al governatore della

città.

Era costui un cotal Millan, il quale, non sospettando certamente che

stampa d’uomo gli stesse dinanzi, gl’intimò senz’altro di palesare

i suoi complici. Garibaldi, naturalmente, rispose con uno sdegnoso

rifiuto; allora il degno magistrato di Rosas, traendo sicuramente

coraggio dalle ritorte che rendevano impotente il prigioniero, brandì

una sua frusta e si diede a flagellarlo furiosamente. Non ottenne per

questo una parola di più; sicchè, vedute oramai riuscir vane così le

minaccie come le percosse, comandò, procedura non insolita in quella

Repubblica, che fosse inflitta al testardo Italiano la tortura.

Lo presero quindi, gli girarono attorno ai polsi sempre legati al dorso

un’altra fune, lo sospesero con questa ad una trave, e ve lo lasciarono

due ore.

«Il mio corpo (urla ancora più che non scriva Garibaldi) ardeva come

una fornace, e lo stomaco mio disseccava l’acqua che io trangugiavo

continuamente come una rovente lamina.... Tali patimenti non si ponno

esprimere! Quando mi sciolsero, io più non mi lamentavo.... ero

diventato un cadavere, e così mi incepparono. Io avevo traversato

cinquantaquattro miglia di paese paludoso, legato mani e piedi. Le

zanzare, moltissime in quella stagione, avevano fatto strage di me.

Avevo sofferto molto. Ora mi trovavo in ceppi allato d’un assassino.

Andreus, il mio benefattore, era imprigionato. Gli abitanti tutti del

paese erano atterriti, e senza l’anima generosa d’una donna io sarei

morto. La signora Alleman, angelo virtuoso di bontà, calpestò ogni

timore e venne in soccorso del torturato. Io non mancai di nulla nella

prigione, grazie alla benefattrice mia.[41]»

Finalmente, stanco di martoriarlo invano, dopo averlo ridotto presso

all’agonia, e temendo forse di dover rispondere della sua vita, il

bestiale Millan fa tradurre il prigioniero da Gualeguaj alla Bajada,

capitale dell’Entre-Rios, dove, tenuto altri due mesi in custodia,

viene alla fine dal mite Echague liberato.

Che a Garibaldi dovesse tardare di togliersi a quella terra in cui anco

l’ospitalità era pericolosa, s’intende da sè; però imbarcatosi sopra

un brigantino italiano, capitano Ventura, scende con esso fino alla

Plata, e di là, raccolto da una barca da pesca (_balandra_), riafferra

felicemente Montevideo. Colà, è vero, durava la sua proscrizione; ma

il Cuneo, il Castellini, il Pesante, uno stuolo d’amici gli si fanno

d’attorno, lo ospitano, lo nascondono, lo proteggono; tra poco il

Rossetti stesso, reduce da Rio Grande, dove era stato a rinfocolare la

rivoluzione, viene a raggiungerlo ed a proporgli di condurlo seco al

campo dei sollevati.

E qui si chiude il primo periodo delle avventure di Garibaldi sulla

Plata. Della tortura di Gualeguaj egli serbò ricordo perenne sul suo

corpo, l’artritide alle mani che lo tormentò tutta la vita, ma non la

più lieve ombra di rancore nel suo animo.

Corsi appena dieci anni, guerreggiando egli per la Repubblica di

Montevideo contro l’Argentina, un caso, che poteva parere giustizia,

fece cadere nelle sue mani, tra gli altri prigionieri, anche il

Millan. E in un paese, dove l’intingere la lancia (_mocar_) nel corpo

del nemico ferito era buon dritto di guerra, s’intende che la vita

d’un prigioniero fosse legittima cosa del vincitore; pure Garibaldi,

quando seppe dal Sacchi che l’aguzzino di Gualeguaj era in sua mano:

«Non voglio vederlo, esclamò, lasciatelo libero!» e fu quella l’unica

vendetta ch’egli si tolse.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 34 / 168 题