Ed ecco Garibaldi corsaro!
«Con sedici uomini (egli esclama[33]) ed una fragile _garapera_[34] io
portavo la guerra ad un impero, e piantava al mio albero di maestra la
bandiera di una libera repubblica.»
Uscito dal porto, governa verso mezzogiorno; filati pochi nodi, avvista
all’altezza dell’Isola Grande una goletta brasiliana che se ne viene
inconscia e tranquilla verso di lui: l’abborda, le intima la resa e
senza battaglia nè sforzo veruno se ne impadronisce; e visto che la
nave predata si prestava alla corsa assai meglio della sua sconquassata
_garapera_, cola a fondo questa e trasborda con tutto il suo equipaggio
su quella.
Ma dice Garibaldi: «I miei compagni non erano tutti Rossetti;» val
quanto dire tutti fiori di gentilezza e d’onestà, sicchè quando la
banda pose il piede . sulla _Luisa_, tale era il nome della goletta,
e gli assaliti videro da vicino i ceffi sinistri degli assalitori,
da non so quali teatrali abbigliamenti resi ancora più spaventevoli,
furono così certi d’essere caduti nelle mani di veri ladroni, che un
di loro, un Brasiliano mercante di gioie, credendo ormai venuta la sua
ultima ora, trasse da una sua cassetta tre diamanti, e li offerse,
tremante, al feroce capo della masnada in riscatto della sua vita.
Ma quale sorpresa! Il «feroce capo» non solo rifiuta il dono del
gioielliere assicurandolo che la sua vita non corre alcun pericolo;
non solo intima ai suoi compagni di rispettare la vita e la roba delle
persone, ritenendo il solo carico di caffè, stimato, secondo tutte le
norme della guerra marittima, di buona presa; ma corse altre poche
miglia, giunto presso l’isola Santa Caterina dà la libertà ai negri
componenti la ciurma della goletta, che consentono poi a seguirlo come
marinai; piglia tutti gli altri passeggieri e le cose loro; li fornisce
di viveri; li cala nella lancia della _Luisa_ e li manda liberi a terra
regalandoli della lancia per giunta.
Garibaldi rammenta con altiera compiacenza le particolarità di quella
sua prima impresa, e n’ha ben d’onde. Egli vuole far ben capire ai
lettori della sua vita che era un corsaro, non un pirata; che la sua
era una guerra, non un brigantaggio: guerra rivoluzionaria finchè si
voglia, ma autenticata dalle patenti di un governo creduto legittimo;
intrapresa per una causa stimata buona: combattuta con tutte le armi
lecite dell’umanità e della cavalleria. Ed ha ragione; e chi non
vedesse nel corsaro del Rio Grande che un capobanda di Barbareschi
o d’Uscocchi, o per benigna concessione, uno di quegli avventurieri
del mare mezzo cavalieri erranti e mezzo masnadieri, di cui rimasero
fantastici tipi i _Pirati_ di Walter Scott e i _Corsari_ di Byron,
commetterebbe ingiustizia verso lui e verso la storia. Il paladino
eroico e disinteressato della libertà dei popoli non si smentirà nè
sulla terra nè sui mari.
Egli apparteneva alla grande famiglia dei Pizzarro, dei Guglielmi
Lamarck, dei Jean Barth, dei Duguay Trouin, dei Dundas, e se una
differenza esiste tra i più famosi corsari della storia e lui, è
tutta a vantaggio suo. Molti in eroismo lo uguagliarono; taluno
per grandiosità di fortune e vastità di conquiste lo superò; ma
per temperanza nelle pugne, per umanità nella vittoria, per altiero
disprezzo de’ lucri e degli onori, per virtù infine di disinteresse e
di sacrificio egli vinse tutti e non somiglia che a sè solo.
Continuato pertanto il suo viaggio verso il sud, tocca felicemente
le coste dell’Uruguay; getta l’áncora nel porto di Maldonado a poche
miglia da Montevideo, e accoltovi amichevolmente dalle popolazioni, per
la memoria della recente guerra d’indipendenza avverse al nuovo Impero
brasiliano, manda innanzi il Rossetti a Montevideo per convertirvi in
denaro il predato caffè e lo raggiunge di lì a poco egli stesso.
Se non che il generale Oribe, presidente a quei giorni della Repubblica
orientale, premuroso di non disgustare il potente Stato vicino, spicca
l’ordine d’arrestare l’incomodo corsaro e il suo legno; sicchè a
Garibaldi non resta che salpare in tutta fretta e prendere il largo.