Frattanto erano maturati i due più grandi avvenimenti del secolo XVIII:
la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti dell’America del Nord e la
rivoluzione francese. Quella accendendo il desiderio e dimostrando
la probabilità dell’indipendenza, e questa sollevando i popoli
alla speranza della libertà, mettevano in fermento anche le colonie
dell’America del Sud, e ne preparavano la non lontana emancipazione.
Quanto al Brasile, lo spirito d’indipendenza vi si era manifestato fino
dal 1789 con sommosse e congiure presto soffocate nel sangue; allorchè
Napoleone invadendo la penisola iberica precipitò la crisi. Nel 1808
il principe reggente di Portogallo, Don Giovanni, fuggendo innanzi al
Cesare francese, ripara nelle sue antiche colonie; pianta la sede della
monarchia a Rio Janeiro; favorisce la nuova capitale di privilegi; apre
tutti i porti brasiliani alla navigazione, e finalmente nel 1815 eleva
il Brasile alla dignità di regno. Questo fatto fu decisivo.
I Brasiliani non avevano ancora l’indipendenza, ma ne possedevano il
pegno più valido e il titolo più legittimo, e nessuno avrebbe potuto
ritoglier loro un dono, che era un riconoscimento indiretto della loro
autonomia nazionale.
Il reggente, divenuto re Giovanni VI, tutto assorto nel conquisto
della Banda Orientale (1815-1819), non lo comprese subito; ma quando
nel 1821 egli fu richiamato in patria da quella rivoluzione che aveva
tratto la sua principale ragione dai privilegi accordati al Brasile, il
dilemma gli si parò dinanzi inevitabile: o abbandonare il Portogallo
per conservare il Brasile, o perdere questo per salvar quello. Il Re
si decise saggiamente pel vecchio regno; ma si vuole che, nel partire,
al figlio Don Pedro, rimasto reggente del nuovo, pronosticasse la
rivoluzione imminente delle provincie brasiliane, e lo consigliasse a
farsene capo, ed a guidarla egli stesso per trarne profitto.
Provocato dalle esorbitanze della madre patria, in sul principio del
1822 il movimento brasiliano scoppiò; allora Don Pedro prima tentò
combatterlo, poi lo subì, prendendo il titolo di _Difensore perpetuo
del Brasile_; indi convocò in assemblea costituente i notabili del
paese; finalmente, rompendo gli ultimi legami col governo di suo
padre, ripetuto sulle rive dell’Ispirangua il grido nazionale di
_Indipendencia o morte!_, il 12 ottobre dell’anno stesso fu proclamato
Imperatore costituzionale del Brasile. Ebbe però quasi tosto paura
dell’opera sua; e disciolta la Costituente pensò gettare in offa al
malcontento pubblico una Costituzione di sua fattura, liberale, a vero
dire, ma che essendo stata preceduta da un atto di violenza e sottratta
alla discussione dei rappresentanti della nazione, anzichè assicurare
pace e stabilità al nuovo governo, lasciò un lievito di rancori ed uno
strascico di sommosse che fu mestieri soffocare nel sangue o antivenire
col terrore.
Che se a tutte queste cagioni di scontento s’aggiungano il disegno
più volte manifestato dall’Imperatore di togliere la Costituzione; il
conflitto rinascente tra i nuovi Portoghesi costituenti il partito
della Corte, e i vecchi Brasiliani onde componevasi in gran parte
il partito liberale; l’indebolita influenza dell’Imperatore per
l’assunzione del suo nemico Don Miguel alla corona di Portogallo;
infine la guerra disastrosa vanamente combattuta per la conservazione
della Banda Orientale e finita nel 1828 coll’indipendenza di quella
provincia, s’intenderà che il trono di Don Pedro dovesse essere
profondamente scrollato.
E invero, avendo il partito liberale reclamato il cambiamento di
Ministero, l’Imperatore sulle prime lo concede; poi,
Pentito sempre e non cangiato mai,
si libera dei nuovi ministri per sciogliere l’assemblea. Allora il
popolo in armi si raduna il 7 aprile 1831 nel campo di Sant’Anna,
e, spalleggiato dallo stesso esercito, costringe l’Imperatore ad
abdicare a favore di suo figlio minorenne, Don Pedro II, ed a partire
per l’Europa. La minorità del novello Imperatore richiese una nuova
Reggenza, e primo decreto di questa fu l’aggiunta alla Costituzione di
un _Atto addizionale_, che garantiva al popolo le più ampie libertà;
pure nemmeno questo bastò a placare le provincie ed a soddisfare i
partiti. I quali d’ora innanzi da due che erano divengono tre: il
conservatore o reazionario, dal nome del celebre colonizzatore, detto
_Caramuro_, che aspirava di tornare alla Costituzione di Don Pedro I e
a rafforzare il potere centrale dello Stato; il _moderato liberale_,
che voleva lo sviluppo progressivo della Costituzione novella; il
_repubblicano_, che sognava una federazione sul modello degli Stati
Uniti del Nord, e più veramente combatteva per una risurrezione
delle autonomie locali. Ma tutto ciò complicato da quell’intreccio di
passioni e di cupidigie personali, di gelosie di razze e di provincie,
di utopie moderne e di superstizioni antiche, che sono il naturale
portato d’ogni popolo nuovo od immaturo alla libertà, che lo erano
tanto più di quello che, non ancora intieramente redento dalla prisca
barbarie, si trovava quasi all’improvviso sbalzato ai primi onori della
civiltà.