X.

Almeno lo crede; anzi è tanto lontano dal pensare che la Francia

di luglio respinga o mandi a confino i profughi politici, che,

date appena le spalle al fiume, cammina diretto verso il posto dei

doganieri di custodia al passo, e si mette volontario nelle loro mani.

Mal glien’incolse, che i doganieri ubbidienti alla loro consegna lo

dichiarano in istato d’arresto, e se lo conducono in mezzo di là a

Grasse, e da Grasse a Draghignan, ove aspetteranno, dicevano, nuovi

ordini da Parigi.

Nè il prigioniero oppose resistenza di sorta. Soltanto avvistosi che

s’era un po’ troppo affrettato a fidare nella ospitalità del governo

di Luigi Filippo, ed essendo in ogni caso troppo uccello di bosco per

accomodarsi in una gabbia qualsiasi, delibera in cuor suo di ottenere

colla destrezza quello che sarebbe vano tentare colla forza; e come

un uomo sicuro che o prima o poi l’opportunità di schizzar dalle

mani di quegli inaspettati custodi non gli può fallire, si lascia

tranquillamente condurre. E non ebbe ad attendere molto. Giunto

infatti a Draghignan e condotto al primo piano di non so quale caserma,

Garibaldi s’affaccia alla finestra, coll’aria noncurante di uno che

contempli il paesaggio; s’assicura in un baleno che ogni dintorno è

deserto; misura d’un’occhiata la distanza dal suolo (una miseria di

quindici piedi, quanto basta, a dir vero, per fiaccarsi il collo); e

colto l’attimo in cui i doganieri voltano l’occhio, spicca il salto,

si trova in un giardino, ne scavalca la muraglia, è in un balzo nei

campi; e prima che quei valenti guardiani delle dogane francesi, non

abbastanza acrobati per seguitarlo per quella via aerea della finestra,

abbiano scossa la sorpresa, e poi presa la scala, girata la casa e

girato il giardino, egli è già una macchia confusa tra le giravolte

della montagna, e li saluta tanto.

La mira del nostro profugo è Marsiglia, e come aveva fatto da Genova

a Nizza, viaggiando la notte, guidandosi colle stelle, tenendo la

montagna, cansando i grossi paesi, mangiando come poteva, dormendo

dove capitava, s’avvicina a grandi giornate alla mèta. Sennonchè, più

a rompergli la monotonia del viaggio che a conturbarlo seriamente, ecco

un’altra avventura.

Giunto non sa nemmeno lui in quale villaggio, entrato per un po’

di cibo e di riposo in una locanduccia, incoraggito dall’affabile

accoglienza dell’oste e dell’ostessa, commette l’imprudenza di

raccontar loro tutta la storia della sua fuga. L’oste, al contrario,

tutt’altro che rassicurato dall’aspetto di quel cliente che aveva due

polizie alle calcagna, passava i fiumi a nuoto, aveva così in uggia le

strade maestre, saltava le finestre di quindici piedi e probabilmente

saldava allo stesso modo lo scotto delle osterie; l’oste, dico, gli

si volta con un viso tutto annuvolato, e gli annuncia, con grande suo

dispiacere, d’essere nella dura necessità di arrestarlo.

Arrestarlo? Un uomo solo arrestare un altro uomo, che aveva il pugno,

il garretto e il cuore di Giuseppe Garibaldi? Non era cosa da pigliarsi

sul serio. E la prima risposta che egli fece alla bizzarra uscita fu

una solenne risata; poi sempre in tuono di motteggio e colla maggior

calma del mondo continuò: «Se proprio vorrete arrestarmi, ci sarà

sempre tempo. Lasciate almeno che finisca questa buona cena, che

sarei anche capace di pagarvi il doppio;» e commentando coll’atto la

parola, fece saltellar nel taschino quei pochi che gli erano rimasti, e

continuò tranquillamente il suo pasto. Fosse la calma risolutezza della

risposta, fosse l’argomento persuasivo di quel suono argentino, l’oste

non trovò replica; ma poichè egli continuava a guatar di sottecchi il

nostro viaggiatore, questi non si sentì ancora del tutto rassicurato,

e, senza parere, si tenne in guardia.

Tanto più che da qualche minuto l’osteria si veniva riempiendo

dei soliti avventori del villaggio, i quali, sebbene si andassero

sparpagliando di qua e di là per le tavole a bere, a giuocare, a

pipare, senz’altra cura apparente che di darsi buon tempo, non era

però tra i casi improbabili che al primo appello dell’oste, amico e

compaesano, si mutassero tutti in suoi alleati, e si dichiarassero

pronti a dargli man forte contro il sospetto forestiero.

Conveniva dunque manovrare, e Garibaldi che andava facendo in quella

fuga le prime prove di quell’arte dei piccoli stratagemmi che sarà un

giorno tanta parte della sua scienza e della sua fortuna militare, ne

trovò per la circostanza uno felicissimo.

Attorno ad una delle tavole una brigata di giovanotti, più chiassona

delle altre, cantava allegramente, alternando le canzoni ed i cantori

con grande sollazzo di tutta la compagnia. Ora che fa Garibaldi? S’alza

di scatto, va diritto alla tavola dei cantori, impugna un bicchiere:

«Ed ora, esclama, permettete una canzone anche a me;» ed intuona il

_Dieu des bonnes gens_, la più popolare delle canzoni di Béranger.

L’aria gradita, la voce limpida, sonora, intuonatissima del cantore,

l’accento, il piglio, l’aspetto, tutto quell’assieme di gagliardia

fiorente, di franchezza marinaresca, di eleganza popolare che doveva

essere Garibaldi giovine, fanno montar talmente il buon umore della

gioiosa brigata, sprigionano tra i vecchi avventori e il nuovo

compagnone tale una magnetica corrente di viva simpatia, che questi

ormai non solo potrebbe burlarsi delle minaccie dell’oste, se mai erano

fatte sul serio, ma essere in grado di arrestare coll’aiuto di quei

suoi nuovi amiconi l’oste in persona e i gendarmi per giunta, se tanto

occorresse.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 21 / 168 题