Almeno lo crede; anzi è tanto lontano dal pensare che la Francia
di luglio respinga o mandi a confino i profughi politici, che,
date appena le spalle al fiume, cammina diretto verso il posto dei
doganieri di custodia al passo, e si mette volontario nelle loro mani.
Mal glien’incolse, che i doganieri ubbidienti alla loro consegna lo
dichiarano in istato d’arresto, e se lo conducono in mezzo di là a
Grasse, e da Grasse a Draghignan, ove aspetteranno, dicevano, nuovi
ordini da Parigi.
Nè il prigioniero oppose resistenza di sorta. Soltanto avvistosi che
s’era un po’ troppo affrettato a fidare nella ospitalità del governo
di Luigi Filippo, ed essendo in ogni caso troppo uccello di bosco per
accomodarsi in una gabbia qualsiasi, delibera in cuor suo di ottenere
colla destrezza quello che sarebbe vano tentare colla forza; e come
un uomo sicuro che o prima o poi l’opportunità di schizzar dalle
mani di quegli inaspettati custodi non gli può fallire, si lascia
tranquillamente condurre. E non ebbe ad attendere molto. Giunto
infatti a Draghignan e condotto al primo piano di non so quale caserma,
Garibaldi s’affaccia alla finestra, coll’aria noncurante di uno che
contempli il paesaggio; s’assicura in un baleno che ogni dintorno è
deserto; misura d’un’occhiata la distanza dal suolo (una miseria di
quindici piedi, quanto basta, a dir vero, per fiaccarsi il collo); e
colto l’attimo in cui i doganieri voltano l’occhio, spicca il salto,
si trova in un giardino, ne scavalca la muraglia, è in un balzo nei
campi; e prima che quei valenti guardiani delle dogane francesi, non
abbastanza acrobati per seguitarlo per quella via aerea della finestra,
abbiano scossa la sorpresa, e poi presa la scala, girata la casa e
girato il giardino, egli è già una macchia confusa tra le giravolte
della montagna, e li saluta tanto.
La mira del nostro profugo è Marsiglia, e come aveva fatto da Genova
a Nizza, viaggiando la notte, guidandosi colle stelle, tenendo la
montagna, cansando i grossi paesi, mangiando come poteva, dormendo
dove capitava, s’avvicina a grandi giornate alla mèta. Sennonchè, più
a rompergli la monotonia del viaggio che a conturbarlo seriamente, ecco
un’altra avventura.
Giunto non sa nemmeno lui in quale villaggio, entrato per un po’
di cibo e di riposo in una locanduccia, incoraggito dall’affabile
accoglienza dell’oste e dell’ostessa, commette l’imprudenza di
raccontar loro tutta la storia della sua fuga. L’oste, al contrario,
tutt’altro che rassicurato dall’aspetto di quel cliente che aveva due
polizie alle calcagna, passava i fiumi a nuoto, aveva così in uggia le
strade maestre, saltava le finestre di quindici piedi e probabilmente
saldava allo stesso modo lo scotto delle osterie; l’oste, dico, gli
si volta con un viso tutto annuvolato, e gli annuncia, con grande suo
dispiacere, d’essere nella dura necessità di arrestarlo.
Arrestarlo? Un uomo solo arrestare un altro uomo, che aveva il pugno,
il garretto e il cuore di Giuseppe Garibaldi? Non era cosa da pigliarsi
sul serio. E la prima risposta che egli fece alla bizzarra uscita fu
una solenne risata; poi sempre in tuono di motteggio e colla maggior
calma del mondo continuò: «Se proprio vorrete arrestarmi, ci sarà
sempre tempo. Lasciate almeno che finisca questa buona cena, che
sarei anche capace di pagarvi il doppio;» e commentando coll’atto la
parola, fece saltellar nel taschino quei pochi che gli erano rimasti, e
continuò tranquillamente il suo pasto. Fosse la calma risolutezza della
risposta, fosse l’argomento persuasivo di quel suono argentino, l’oste
non trovò replica; ma poichè egli continuava a guatar di sottecchi il
nostro viaggiatore, questi non si sentì ancora del tutto rassicurato,
e, senza parere, si tenne in guardia.
Tanto più che da qualche minuto l’osteria si veniva riempiendo
dei soliti avventori del villaggio, i quali, sebbene si andassero
sparpagliando di qua e di là per le tavole a bere, a giuocare, a
pipare, senz’altra cura apparente che di darsi buon tempo, non era
però tra i casi improbabili che al primo appello dell’oste, amico e
compaesano, si mutassero tutti in suoi alleati, e si dichiarassero
pronti a dargli man forte contro il sospetto forestiero.
Conveniva dunque manovrare, e Garibaldi che andava facendo in quella
fuga le prime prove di quell’arte dei piccoli stratagemmi che sarà un
giorno tanta parte della sua scienza e della sua fortuna militare, ne
trovò per la circostanza uno felicissimo.
Attorno ad una delle tavole una brigata di giovanotti, più chiassona
delle altre, cantava allegramente, alternando le canzoni ed i cantori
con grande sollazzo di tutta la compagnia. Ora che fa Garibaldi? S’alza
di scatto, va diritto alla tavola dei cantori, impugna un bicchiere:
«Ed ora, esclama, permettete una canzone anche a me;» ed intuona il
_Dieu des bonnes gens_, la più popolare delle canzoni di Béranger.
L’aria gradita, la voce limpida, sonora, intuonatissima del cantore,
l’accento, il piglio, l’aspetto, tutto quell’assieme di gagliardia
fiorente, di franchezza marinaresca, di eleganza popolare che doveva
essere Garibaldi giovine, fanno montar talmente il buon umore della
gioiosa brigata, sprigionano tra i vecchi avventori e il nuovo
compagnone tale una magnetica corrente di viva simpatia, che questi
ormai non solo potrebbe burlarsi delle minaccie dell’oste, se mai erano
fatte sul serio, ma essere in grado di arrestare coll’aiuto di quei
suoi nuovi amiconi l’oste in persona e i gendarmi per giunta, se tanto
occorresse.