Passato quel rimanente di notte fra i bicchieri ed il chiasso
(avventura poco abituale, come si vedrà, nella vita del Nostro), si
rimette in cammino per Marsiglia; il ventesimo giorno dacchè aveva
dato le spalle a Genova (25 febbraio) vi arriva; appena in città entra
per ristorarsi in un caffeuccio, prende in mano il primo giornale che
gli capita, _Le peuple souvrain de Marseille_, e che cosa vi legge? La
sentenza che lo condanna a morte come «bandito di primo catalogo» e lo
espone alla pubblica vendetta; la sentenza che abbiamo pubblicata nella
prima pagina di questo libro.
Non dovette essere un’improvvisata piacevole! Garibaldi, come vedemmo,
notò con un tal quale accento di compiacenza che fu quella la prima
volta in cui lesse il suo nome sui giornali; e noi concediamo che il
sentirsi in un tratto divenuto uomo celebre e importante, il vedersi
onorato da una sentenza capitale, l’occupare un posto in quel libro
nero dei perseguitati, che era pure il libro d’oro dei patriotti,
dovesse a primo tratto far correre una vampata d’orgoglio alla fronte
del giovine proscritto. Però si può essere Garibaldi fin che si vuole,
ma non si legge una sentenza di morte, che anco ineseguita rizza tra la
patria e la terra d’esiglio una barriera insormontabile, e vi condanna
ad una vita lunga se non perpetua di patimenti, di sacrificio e di
guerra, senza una forte commozione, senza pensare per lo meno molto
seriamente a’ casi suoi.
E Garibaldi mostrò di pensarci, cambiando issofatto il suo nome,
ormai troppo pericoloso, in quello di Giuseppe Pane. Era così, oltre
il suo, il terzo nome che barattava in quell’anno: _Borel_ per la
Giovine Italia: _Cleombroto_ per la marina di Carlo Alberto: _Pane_ per
Marsiglia e il Governo francese.
Bisognava però pensare a vivere; laonde, patito un mese d’ozio
forzato nella casa ospitale del suo amico Giuseppe Paris, riuscì ad
accaparrarsi un posto di secondo sul brigantino _Unione_, capitano
Bazan, che doveva far vela per il Mar Nero. Intanto però, così per
non perder l’abitudine, salva, buttandosi all’acqua, un giovanetto
che annegava nel Porto, e sottrattosi alle lagrime di gratitudine
della madre del salvato, la quale se vivesse continuerebbe ancora a
ringraziare il marinaio Pane, salpa indi a pochi giorni per Odessa.
Ma tornato di là sul finire del 1834, e già tocco dai primi assalti di
scontento della vita prosaica e monotona del marinaio mercantile, gli
frulla di assoldarsi nella flottiglia di Hussein, bey di Tunisi, che
era stato preso dal frugolo di riformare all’europea il suo esercitino
e la sua armatetta; poi uggito e fors’anche vergognato da quella assisa
d’ufficiale barbaresco, pianta anche il Bey, e fa ritorno verso la metà
del 1836 a Marsiglia. Trovatala sotto il flagello del colèra, udito che
negli ospedali si cercavano volonterosi, e come dicevano _benevoli_ ad
assistere gl’infermi, pare bella alla sua fantasia di eroe filantropo
anche quella parte; passa quindici giorni e quindici notti al letto di
quegli ammalati, che uccidono il più delle volte i loro infermieri, e
scampato da quel pericolo, e calmata la moría, si mette di nuovo alla
cerca d’un imbarco; e la fortuna lo favorisce, quella volta, oltre le
sue speranze. Scopre che un certo brick, il _Nautonier_,[30] capitano
Beauregard, allestisce per Rio Janeiro; la vaghezza di vedere nuove
terre lo seduce; l’Oceano non mai solcato, ambito cimento de’ forti
navigatori, lo attira; dovunque volga lo sguardo non vede per tutta
Italia alcun segno di prossima riscossa; laonde, chiesto ed ottenuto
il comando in secondo di quel bastimento, dà un lungo addio a quella
vecchia Europa, che non aveva più per lui nè promesse nè inganni, e fa
vela per il Nuovo Mondo.
E qui si chiude la sua prima giovinezza. L’America diviene per
dodici anni la sua seconda patria, la culla della sua vita nuova, il
terreno in cui tutte le native energie del suo animo vigoreggiano e
fruttificano; la forma insomma in cui si gettano tutti i moltiformi
lineamenti della sua figura, fino allora sbozzati, e si plasma
definitivamente il carattere dell’uomo.
Là in quell’America meridionale, posta tra le Amazzoni e la Plata, al
cospetto di quella possente e pittoresca natura, lungo le oceaniche
correnti dei fiumi smisurati, traverso le deserte praterie dei
_pampas_, in mezzo alle nomadi scorribande dei _gauchos_, nella
consuetudine quotidiana d’un popolo diverso e variopinto, miscuglio
secolare di barbarie indiana, di fierezza spagnuola, di ardimento
portoghese, di superstizione cattolica, impastato col sangue degli
avventurieri, dei banditi e degli eroi di tutto il mondo; là dove la
guerra è un trastullo, il getto della vita una voluttà, l’ospitalità
all’inoffensivo pellegrino un culto, ma l’odio allo straniero
dominatore una religione; là in quell’America, dico, degli eroismi
favolosi, delle fazioni feroci, delle rivoluzioni subitanee, delle
dittature sanguinarie, dei governi d’un giorno, si svelò l’eroe,
s’iniziò il capitano, si educò, quale che egli sia, il politico; e chi
vorrà conoscere un giorno il Garibaldi vero, e salire alle origini
della sua celebrità e della sua fortuna e spiegarsi nelle loro più
riposte cagioni, così le sue virtù come i suoi errori, e possedere
insomma tutto l’intimo segreto di codesta leggendaria esistenza,
apparente tuttora alla nostra civiltà come un enigma ed un anacronismo,
o deve seguirlo passo per passo, di pensiero in pensiero, d’avventura
in avventura di là dall’Oceano, o rinunciare a comprenderlo.