Se non che quando Garibaldi sbarcava a Marsiglia la _Giovine Italia_
aveva ricevuto un fierissimo colpo. Spiata, traccheggiata da tempo da
tutte le polizie della Penisola, tradita da fanciullesche imprudenze
o da scellerate denunzie, sorpresi i suoi ritrovi, sgominate le sue
file, spento sui patiboli, sepolto nelle carceri, disperso nell’esiglio
il fiore de’ suoi adepti, sembrava venuta per essa l’ultima ora. In
Piemonte, soprattutto, il governo di Carlo Alberto aveva bandito contro
i Mazziniani una caccia sì feroce, che le vendette di Carlo Felice,
del Borbone e dell’Austria nel ventuno, le stragi dell’Estense e del
Papa nel trentuno, possono essere dette al paragone atti di moderata
e legittima difesa. Non più leggi nè magistrati, non più solennità di
giudizi nè regolarità di procedure: unici titoli d’accusa e mezzi di
prova le denunzie, la corruzione, i tormenti: unici giudici i Consigli
di guerra, unica legge l’arbitrio militare e poliziesco, ispirato
dal capriccio e dal terrore. Si voleva, dicevasi, che il giovine
Re «gustasse il sangue,» e il sangue infatti scorreva a fiotti. Il
militare che possedesse uno scritto della _Giovine Italia_, o lo desse
a leggere, o non denunciasse i lettori, o fosse creduto consapevole
d’una trama vera od immaginaria qualsiasi e non la rivelasse, fucilato
nella schiena; il civile accusato d’altrettanto, fucilato, somma
grazia, nel petto. Così perivano: a Chambéry il tenente Effisio Tola,
il sergente Angelo De Gubernatis, il caporale Giuseppe Tambarelli;
a Genova il maestro di scherma Gavotti e il sergente Biglia; in
Alessandria i sergenti Ferrari, Minardi, Rigasso, Costa, Marini,
l’avvocato Vochieri; mentre eran serbati alla medesima sorte gli
avvocati Scovassi e Berghini, il luogotenente Arduino, il sottotenente
Maccarezza, i sergenti Vernetta, Enrici, Giordano, Crina, il chirurgo
Scotti, il marchese Cattaneo, il marchese Rovereto, il possidente
Gentilini, lo scultore Giovanni Ruffini e lo stesso Giuseppe Mazzini,
se quelli non fossero fuggiti a tempo al supplizio che li attendeva,
e questi non l’avesse già prevenuto coll’esiglio in cui da due anni
errava.
Era il Terror bianco in tutta la sua ferocia. Chi sfuggiva al piombo
ed al capestro, se non aveva cercato in tempo salvezza nella fuga,
languiva nelle galere dei ladri e dei malfattori.
E la morte non era per molti il peggiore dei supplizi. Iacopo Ruffini
per fuggire agli agguati de’ suoi interrogatori, e tremante soltanto
che dal corpo affranto dai tormenti uscisse una parola denunziatrice
de’ compagni, si forava in prigione la gola.
Vochieri, neroniana raffinatezza di martirio, era trascinato alla
morte per la via stessa, in cui abitavano sua madre e le sorelle, e al
generale Galateri parve eroico d’assistere, seduto su un cannone, al
suo supplizio.
Orrenda pagina che Novara ed Oporto hanno espiato, ma che la storia non
può cancellare.
Questa catastrofe, che, fin dai primi anni, sperdeva le fila della
nascente associazione, resa anche più grave dai processi già aperti
in Lombardia e nei Ducati, avrebbe da sè sola dovuto bastare, se non
a levare di speranza, almeno a consigliare l’indugio e la prudenza a
qualsiasi anima più temeraria; non a Giuseppe Mazzini.
A lui parve invece che crescesse la necessità di rompere gl’indugi, di
rianimare gli spiriti abbattuti, e com’egli diceva, «moralizzare il
partito» con un fatto che ne attestasse la fede e la forza. E colla
subitaneità di quella fantasia che s’illuse sempre di potere con un
atto di volontà sollevare a giorno e ora fissa i popoli, e sommergere i
troni, ordiva la spedizione di Savoia e ne comunicava agli amici vicini
e lontani il disegno.
Il quale disegno, siccome è noto a tutti, compendiavasi ne’ suoi
concetti generali in questo: raccogliere tutti i fuorusciti italiani,
polacchi, tedeschi agglomerati in Svizzera nei cantoni di Berna,
Zurigo, Neufchâtel, Vaud e Ginevra; ordinarli militarmente; dividerli
in due colonne, le quali, movendo una da Ginevra e l’altra da Lione,
si congiungessero a Saint-Julien, e di là marciassero insieme
su Annecy, e per la Savoia, sollevando le popolazioni e contando
sull’affratellamento dell’esercito, penetrassero in Piemonte.
Questo movimento però non doveva essere isolato; all’invasione esterna
doveva rispondere simultanea l’insurrezione interna, e fra le città
destinate ad insorgere quella, su cui il Mazzini faceva maggiore
assegnamento, era la sua patria: Genova.
Veniva così la volta di Garibaldi.
Qual luogo e qual parte il maestro gli avesse assegnata nell’impresa,
non sapremmo affermare; certo è che prima della fine di luglio
Garibaldi scompare da Marsiglia, torna in Italia, entra al più presto
in intima corrispondenza con quanti patriotti di Liguria e di Genova
gli è dato incontrare, interviene alle loro serali conventicole,
partecipa alle loro trame; poi, a un tratto, si presenta al
Dipartimento marittimo, e s’arruola nella regia marina come marinaio di
3ª classe col nome di guerra di _Cleombroto_.[28]
Perchè? Come mai il capitano marittimo consentiva di ridiscendere
al grado di semplice marinaio, e il patriotta s’acconciava a servire
nella flotta di quel Re, a cui aveva giurata la guerra? Per qualcosa
la _Giovine Italia_ doveva entrare in quella risoluzione, e il motivo
doveva essere quell’unico e supremo che governava ormai tutti i
pensieri e tutte le azioni del novello iniziato: la patria. Infatti
l’arruolamento di Garibaldi si collega direttamente e alla spedizione
di Savoia e al moto di Genova che doveva secondarla. Nel concetto
dei rivoluzionari genovesi il moto della loro città doveva essere
fiancheggiato e sostenuto in mare da una rivolta della flotta, o
almeno da qualche legno di essa; e per questo era necessario che
qualche marinaio accorto e ardito s’insinuasse tra gli equipaggi, e
segretamente li catechizzasse e attirasse nella congiura.
Ora a questi uffici nessuno parve più idoneo di quel Garibaldi, che
già tra la gente di mare era popolarissimo; ed ecco come il cospiratore
_Borel_ divenne sui ruoli d’una marina regia il marinaio _Cleombroto_.
Intanto l’ora dell’azione s’avvicinava a gran passi. Mazzini, vinti
alla fine i temporeggiamenti del Ramorino, cui per un inconcepibile
acciecamento (fatale in quell’anno ai repubblicani come lo sarà
quindici anni dopo ai regi) era stato affidato il comando supremo
della spedizione di Savoia, la fissava immutabilmente per i primi di
febbraio, e ne rendeva edotti tutti i caporioni perchè si tenessero
pronti.
Ora come rispondesse a quell’appello il Piemonte, l’evento lo chiarì;
come vi rispondesse da parte sua Garibaldi, l’udimmo da lui stesso
narrare così.[29] Riuscito a farsi imbarcare il 3 febbraio sulla
fregata _Des Geneys_, la quale per essere ancorata nel porto a Genova
e servita da gran numero di marinai suoi amici sembrava una delle
prede più facili ai patriotti, vi stette aspettando tutto quel giorno,
deliberato e sicuro, l’ultimo cenno. E l’ultimo cenno venne; era di
agire per la sera del 4 febbraio; i marinai impadronirsi delle navi;
i cittadini assaltare la caserma di Piazza Sarzana e insignorirsi
della città. Sennonchè, poco prima del tramonto, Garibaldi, o perchè
disperato di non potere agire con buon successo sul _Des Geneys_, o
perchè all’ultimo istante gli fosse entrata nell’animo la ripugnanza
di voltar le armi contro i suoi camerati e ufficiali (i motivi per
cui lasciò il _Des Geneys_ restarono sempre un po’ oscuri), il fatto
è che intasca due pistole, diserta da bordo, scende in città e corre
alla Piazza Sarzana, pronto ad unirsi ai primi gruppi d’insorti che
certo non potranno tardare a comparire. Ah! Garibaldi non sapeva ancora
che cosa sieno le insurrezioni decretate dal fondo d’un gabinetto, a
ora fissa di cronometro, con battaglioni di combattenti scritti sulla
carta, affidate a giuramenti di segretezza che la storditaggine e la
perfidia avevano violati prima di pronunciarli. Noi lo sappiamo. Son
due ore infatti ch’egli aspetta: due lunghe ore ch’egli gira e rigira
per quella piazza, e palpa impaziente le sue pistole, e appiattato nei
canti interroga cogli occhi i rari viandanti nella speranza di trovare
in essi gli attesi compagni; che tende l’orecchio per udire se qualche
colpo di fucile, almen qualche eco lontana di sommossa gli arrivi
dall’altra parte della città. Indarno: non un uomo sulla piazza; non un
moto per le vie; non un amico dei tanti giurati; non un grido per tutta
Genova.
Già da ogni parte arriva fino a lui la voce che tutto è fallito, che
il corpo di Ramorino è disciolto, che l’altra banda di Chambéry è
dispersa, che nessuna città ha risposto all’appello, che il governo
consapevole della congiura ha già cominciato le persecuzioni e gli
arresti; pure egli non sa rassegnarsi a crederlo, esita ad abbandonare
il posto di battaglia che gli è assegnato; vorrebbe attendere ancora.
Che mai? Fitti pelottoni spuntano da tutti gli sbocchi della piazza
e cominciano ad asserragliarla: ancora pochi istanti, e Garibaldi
sarà chiuso in un cerchio di ferro senza uscita: l’indugiarsi più
oltre sarebbe stata follía. Allora, ormai convinto dalla innegabile
testimonianza de’ suoi occhi, si slancia fuori della piazza; si
rifugia nella bottega d’una fruttivendola e raccontatole il suo caso
la impietosisce; cambia nei panni d’un contadino la sua camicia di
marinaio; esce ardito dalla casa ospitale, s’avvia franco come andasse
alla passeggiata verso Porta Lanterna e la varca insospettato; fatti
pochi passi, lascia la via maestra, traversa campi e giardini, salta
muri e siepi e infila la montagna; marcia tutta la notte, guidandosi
colle stelle, nella direzione di Sestri Ponente; mangia e dorme alla
meglio nelle osterie fuori di mano, nelle capanne de’ contadini, sotto
le tettoie de’ campi; arriva il decimo giorno a Nizza; sta nascosto un
giorno nella casa di una sua zia, dove rivede ed abbraccia sua madre;
riprende nella notte seguente, accompagnato da due amici, il cammino
verso il Varo; trovatolo ingrossato dalle pioggie, lo traversa parte
a guado, parte a nuoto; dice addio a’ suoi compagni; tocca il suolo
francese; è in salvo.