VIII.

Però conviene dir tutto. Anche allora, a ventisette anni, nel caos di

quel cervello, nel tumulto di quel cuore c’era un’idea chiara, fissa,

imperiosa, che ad un dato punto pacificava tutte le contradizioni,

vinceva tutte le incertezze e imponeva silenzio a tutte le utopie:

l’Italia.

Bellissima la fratellanza dei popoli, ma al patto antico: «Ripassin

l’Alpi e tornerem fratelli;» stupenda la pace universale, ma colla

riserva d’una guerra, d’una sola; implacabile se farà di bisogno,

al coltello se occorresse, la guerra santa contro lo straniero, che

profanava il suolo della patria e proteggeva con la sua ombra tutte le

minori tirannidi che la dilaniavano.

Che se questi sentimenti, nati da tempo, come dicemmo, nell’animo

del nostro eroe, vi erano rimasti fino a quel giorno assopiti ed

incerti, venga una voce che li susciti, si presenti un’occasione che

li sprigioni, ed essi romperanno in tutta la lor nativa fierezza, e

guideranno la sua vita. Per ventura sua, la voce parlò, l’occasione

venne, e fu decisiva.

Un giorno del 1833 Garibaldi, navigando nel Mar Nero, entrava in una

locanda di Taganrok, dove intorno ad una tavola stavano seduti in

animati colloqui alcuni marinai e mercanti italiani. In sulle prime il

nostro Capitano, il quale aveva preso posto in disparte, non pose mente

a quei discorsi. Ma ad un tratto alcune parole uscite dalla bocca d’uno

di que’ suoi compatrioti ferirono il suo orecchio, e gli fecero voltar

la testa verso il giovane che le pronunziava. Infatti l’argomento,

di cui questi intratteneva i suoi interlocutori, era importantissimo,

il più importante certamente di quanti potessero fermare l’attenzione

di Garibaldi: parlava d’Italia. Parlava d’Italia, e ne ricordava con

accento appassionato la passata grandezza e la presente vergogna,

ne dipingeva gli errori e i martirii, i disinganni e le speranze.

La diceva vinta, ma pronta a ripigliare la lotta; svelava che una

vasta associazione creata dalla fede amorosa di un apostolo ligure,

consacrata dal nome auguroso di _Giovine Italia_, non più legata

ai morti simboli delle vecchie sètte, non più avvinta alle promesse

dei Principi, ma credente soltanto nell’aiuto di Dio e nel braccio

del popolo (Dio e Popolo), raccoglieva in un fascio tutti _i buoni_,

apparecchiava i cuori ed affilava le armi per una suprema e non lontana

battaglia. Esclamava infine ch’era dovere di tutti entrare in quella

società, seguir quell’apostolo, serrarsi intorno al sacro vessillo da

lui inalberato, e dar la vita e gli averi per esso. Ed altre cose forse

egli soggiunse ed altre ne voleva soggiungere, quando Garibaldi più non

sapendo dominare la tempesta d’affetti che durante tutto quel discorso

gli si era scatenata nel petto, si slancia verso quello sconosciuto che

gli aveva irraggiata l’anima di una luce sì inattesa e discoperto il

nuovo mondo de’ suoi sogni e delle sue speranze, e stringendoselo al

cuore gli giura che da quel giorno egli è suo per sempre.

Giuramento d’Annibale, ripetuto, forse la notte medesima nell’impeto

della prima emozione, nei tronchi versi d’una strofa:

Nell’età giovanil.....

Là sui ghiacci del Ponto giurava

Per la terra natale morir;

suggellato coll’intera sua vita nella storia.

Chi fosse quel credente che, per usare le parole stesse di Garibaldi,

«lo iniziò ai sublimi misteri della patria,» è oggi notissimo.

Era lo stesso Cuneo narratore dell’episodio.[24] Quel Giovanni Battista

Cuneo di Oneglia che in gioventù aveva esercitata l’arte del mare e

navigava appunto in quell’anno nel Mar Nero; ascritto fin d’allora

fra i più ardenti seguaci della _Giovine Italia_; divenuto da quel

giorno uno de’ più fidi e devoti amici di Garibaldi, come lo era già

di Mazzini; caro più tardi a tutti gl’Italiani emigrati al Plata,

siccome uno de’ loro più infaticabili ed utili protettori; eletto dalla

Repubblica Argentina suo rappresentante nel nuovo regno d’Italia, e

dopo una vita lunga, tutta spesa in pro della patria e dell’umanità,

morto in Firenze nel compianto universale sulla fine del 1875.[25]

La inattesa rivelazione del Cuneo fu a Garibaldi il «terra, terra»

dei seguaci di Colombo. «Certo (egli scriveva) non provò Colombo

maggior contento alla scoperta d’un mondo, di quel che ne provavo io al

trovare chi s’occupasse della redenzione italiana.[26]» Epperò da quel

momento egli non ebbe più che un pensiero: correre in Italia, cercare

di quell’associazione che raccoglieva in una trama tutte le fila dei

più ardenti patriotti; trovare quell’uomo che n’era l’anima e il duce;

offrire il suo braccio, chiedere il suo posto di combattimento, agire;

agire soprattutto e presto, poichè la sola parola che egli intendeva

fin d’allora, il solo modo con cui egli concepisse il cospirare e il

servire la patria, era l’azione.

Ed eccolo infatti verso la fine di luglio arrivare a Marsiglia,

presentarsi a Mazzini, che da parecchi mesi aveva piantato colà il

focolare della sua propaganda, rinnovargli il giuramento di Taganrok,

dargli il proprio nome e prenderne un altro di guerra giusta il rito

sociale, scriversi nel gran ruolo degli affigliati, e ricevere la sua

parola d’ordine per l’impresa creduta imminente.

«Da quel giorno (scrive Mazzini in una nota delle sue _Memorie_)

data la mia conoscenza con lui: il suo nome nell’associazione era

Borel.[27]»

Parole, a dir vero, un po’ troppo brevi e asciutte per indurre la

credenza che fino da quel giorno il già celebre profeta presentisse lo

straordinario destino, a cui quel suo nuovo «fratello» era chiamato.

E poichè nemmeno il discepolo si curò di dirci quale impressione

producesse sull’animo suo il primo contatto con quel maestro, a cui

nessuno poteva accostarsi senza grande emozione, così spunta nella

mente un dubbio. Che anche il marinaio nizzardo abbia subito il

fáscino dell’agitatore genovese, e che questi l’abbia accolto con

quell’affettuoso abbandono e quella famigliare benevolenza, con cui

egli soleva festeggiare tutti i giovani che andavano a lui, non è

a dubitarne; ma che sia corsa fra di loro quell’elettrica scintilla

che accende nell’anima la fiamma dell’amore reciproco, accomuna in un

istante e identifica i pensieri e gli affetti di due vite, e muta le

effimere fratellanze politiche in vera e durevole amicizia, questo, a

dir vero, non ci sembra bastevolmente accertato; e il laconico cenno

fatto da entrambi del primo incontro, le gare, i dissidi, le gelosie

scoppiate più tardi fra di loro e infine la profonda disformità e quasi

opposizione dei loro caratteri mi sembra giustifichino sufficentemente

il sospetto che nel ritrovo di Marsiglia l’eroe abbia promesso

all’apostolo il suo braccio, e l’apostolo abbia svelato all’eroe il suo

verbo, ma che nessuno dei due abbia dato interamente il suo cuore.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 19 / 168 题