Da anni nereggiavano sul cielo d’Europa i nembi precursori d’una
nuova tempesta. L’arca della Santa Alleanza tenevasi a stento sul mare
fortunoso che aveva presunto dominare, e perdeva ogni giorno un tronco
d’ormeggio e un brano di vela. La monarchia de’ Borboni di Francia
era stata travolta dal torrente di luglio; quella di Spagna, già
imbavagliata dalla costituzione del 12 e scrollata dalla rivoluzione
del 20, salvata soltanto dall’invasione straniera, non era più che una
larva di principato in preda a tutti i venti delle pretese dinastiche
e delle discordie civili. La Grecia di Temistocle e di Milziade,
rediviva un istante nell’anima di Botzaris e di Canaris, insegnava
sotto le mura di Suli e nelle acque di Ipsara come si conquista una
patria, e sfuggiva mutila, ma gloriosa, dalle ugne dell’Infedele. La
Polonia di Kosciusko sempre agonizzante, sempre combattente, ripigliava
per la terza volta l’ineguale duello contro il suo colossale nemico
e aggiungeva una pagina di più al suo secolare martirio. Il Belgio
strappava un altro foglio dai protocolli del 1815, rivendicando la
propria indipendenza. L’Inghilterra sorda ad ogni politica che non
fosse quella di Bentham, partigiana della pace ad ogni costo, quindi
complice all’esterno d’ogni fatto compiuto, gettava tuttavia sui
tappeti diplomatici la questione della Tratta dei Negri, agitava dalla
tribuna, consacrava nelle leggi i principii della libertà religiosa,
della libertà politica, della libertà commerciale, sommoveva colla
parola la terra, che colla mano comprimeva.
L’Italia infine, sebbene la più oppressa, quindi la più temuta e
vigilata di tutte, lungi dal deporre la speranza di ricomporre le
sparse sue membra e di risorgere una e grande nella famiglia delle
nazioni, si cacciava anzi per la prima in quella mischia di popoli e
di tiranni; ed ora aspettando la salute dalle sommosse popolari e dalle
sedizioni soldatesche, ora chiedendo la vendetta alle congiure ed alle
sètte; oggi combattendo all’aperto colla voce de’ suoi poeti e la penna
de’ suoi scrittori, domani affilando nei sotterranei delle sue loggie
e delle sue vendite il pugnale dei carbonari; fidente nel 21 alle
promesse dei Principi e vinta; credula nel 31 alle lusinghe del non
intervento straniero e vinta: ma da ogni disinganno e da ogni disfatta
rialzandosi più credente, più ostinata, più indomita di prima, questa
povera Italia, dico, turbava, se altro non poteva, colla ostinazione
del martirio i sonni de’ suoi sette oppressori, ed attestava almeno
all’Europa che la carta geografica del principe di Metternich era
abitata da un popolo di vivi, poichè egli li uccideva. Eccettuato la
Germania, obesa di metafisica e di cervogia, troppo satolla di libertà
di coscienza per sentire bisogno della libertà d’azione; affaccendata
a ballare nelle quaranta corti de’ suoi principini, ed a pipare nelle
mille birrerie delle sue metropoline, quando non era assorta a cercare
nell’azzurro le incarnazioni dell’idea; eccettuato, ripeto, codesta
Germania effigiata sul vivo dall’ironia immortale di Heine, rimasta
per cinquant’anni in mezzo al fiottar dell’Oceano europeo come un’isola
caliginosa popolata da spettri di sognatori e d’illuminati, non angolo,
può dirsi, della terra in cui non fumasse un vulcano e non serpeggiasse
una mina; da cui non partisse un gemito d’oppressi, un grido di
libertà, un tumulto di congiure e di sommosse.
Quale impressione dovessero produrre quei fatti sullo spirito di
Giuseppe Garibaldi, non è veramente scritto in nessun luogo, ma è
facile indovinarlo. Tempra d’animo gagliarda come di corpo; posseduto
fin da’ primi anni dalla passione dell’eroico e del meraviglioso; già
invasa la mente dai fantasmi d’una Roma che portava nella grandezza
delle sue rovine i presagi della sua risurrezione; educato nella
libertà dei mari a quel fiero sentimento d’indipendenza che nella
gente dell’arte sua è seconda natura; nato e cresciuto in quella
regione d’Italia che prima aveva dato il segnale della riscossa, ed
echeggiante tuttora delle maledizioni dei vinti di Novara e dei martiri
d’Alessandria a Carlo Alberto «traditore,» pochi uomini dei viventi
nella Penisola potevano offrire alle tante scintille di quell’incendio,
che avvolgeva mezza Europa, una materia più pronta ed infiammabile.
Tuttavia se poteva dirsi che in fondo all’anima del Nizzardo covassero
fin d’allora tutte le collere dell’Italiano, tutte le passioni del
patriotta e tutti i propositi dell’eroe, la favilla decisiva, che
da quel braciere sprigionasse la fiamma, non v’era peranco piovuta.
Infatti fino a quel giorno egli aveva bensì prestato ascolto a tutte
le voci che la patria lontana martire o combattente mandava a’ suoi
figli: seguiva bensì ne’ pochi libri e giornali che gli cadevano tra
mano tutte le vicende di quella multiforme battaglia che non l’italiano
solo, ma tutti i popoli d’Europa pugnavano contro i loro oppressori; ma
i lontani viaggi, le prolungate assenze, le molteplici cure dell’arte
sua gli avevano impedito di penetrare più addentro in quel mondo
politico, ancora in gran parte sotterraneo, che fremeva intorno a lui;
e nell’impossibilità di conoscere davvicino le idee, gli attori, i
mezzi della vasta impresa che si preparava, spiava attento l’occasione
e temporeggiava.
E non è qui tutto. Garibaldi a quei giorni non pensava solo all’Italia:
un sogno più splendido aveva attraversato la sua mente; una passione
più magnanima faceva battere il suo cuore. Un giorno del 1832 sua madre
fu udita esclamare: «I Sansimoniani mi hanno guastato mio figlio;[23]»
e la brava donna, che probabilmente confondeva nella sua mente coi
«Sansimoniani» ogni specie di rivoluzionari, diceva il vero più che non
pensasse.
Quando sulla fine del 1832 i Sansimoniani della seconda generazione
furono scacciati dal tempio di Ménilmontant e sbanditi dalla Francia,
taluni di loro, come il Rodriguez, il Chevalier, il Duveyrier,
restarono in patria a cercare altre occupazioni ed altra sorte; altri
invece, come l’Enfantin e il Barrault, emigrarono per l’Oriente, il
quale, dice Luigi Blanc, «già era sommosso da audaci tentativi di
riforme e sembrava allettare alle conquiste dell’intelletto, e offrire
terreno più propizio alle loro dottrine.»
Ora il caso volle che Garibaldi rifacendo nello scorcio di quell’anno
uno de’ suoi consueti viaggi in Levante, incontrasse, non sappiamo in
che porto, appunto la comitiva di quei proscritti, di cui il Barrault
era in certa guisa la guida, e come sospinto subitamente verso di essi
da un’arcana simpatia, li accogliesse al suo bordo e continuasse il
viaggio con loro.
Ora quali potessero essere su quel bastimento i discorsi di quegli
uomini esaltati dalla passione della loro fede proscritta e di quel
marinaio ingenuo e fantasioso; quale fáscino dovessero esercitar sul
suo spirito le splendide utopie di quei profeti sacrati a’ suoi occhi
dalla sventura e dall’esilio, e annunzianti sotto la vôlta stellata del
cielo, sulla stesa del mare infinito, nel silenzio delle notti luminose
d’Oriente il prossimo avvento della Pace e dell’Amore sulla terra, la
esclamazione della signora Rosa ce l’ha in parte svelato, e l’avvenire
lo chiarirà.
Certo Garibaldi non avrà nè tutto capito, nè tutto creduto.
Probabilmente il senso intimo di tutte quelle mistiche formole,
e di quegli economici filosofemi, onde componevasi il verbo del
_Nuovo Cristianesimo_, gli sarà sfuggito; probabilmente l’ufficio
dell’«Uomo-coppia,» il dogma della «Donna-Messia,» la missione del
«Tempio-teologico-industriale» del padre supremo Enfantin, e del suo
diacono Bazard, l’avranno lasciato incredulo o insensibile; ma intanto
tutte quelle dottrine di fratellanza universale, di estinzione del
proletariato, di livellamento di tutte le classi sociali, s’insinuavano
ad una ad una nella sua mente più atta ad innamorarsene che capace di
giudicarne, e vi deponevano i primi semi di quelle larve socialistiche
e umanitarie, che, covate poscia dai nativi istinti del suo carattere e
invigorite nella solitudine dei Pampas e dell’Oceano, gli nasconderanno
un giorno il senso pratico delle cose, ombreggeranno di contradizioni,
di controsensi, di eccentricità la sua eroica figura, e gli daranno
quel proteiforme aspetto di patriotta arrabbiato, di umanitario
fanatico, di apostolo della pace universale, e di soldato cosmopolita
di tutte le guerre, che confonde tuttora i giudizi della storia, e
stanca talvolta l’ammirazione de’ suoi più devoti interpreti.