E non fu quella la sola emozione che il giovine Garibaldi provò in quel
suo viaggio. Egli stesso, allorchè quasi settuagenario venne da Caprera
a Roma condotto da quella sua, non sapremmo dire se idea od utopia (ma
utopia certamente romana), di deviare e incanalare il Tevere, confidò
ad un amico suo e nostro[19] che il primo lampo di quel concetto gli
balenò nella mente appunto in quella sua prima visita all’eterna città.
E non è affatto incredibile che quel giovinotto, pieno il capo di
prodezze marinaresche e di fantasie romane, vedendo quella Roma così
prossima e pur così segregata dal mare, quel glorioso porto d’Anzio
ridotto ad una squallida rada di pescatori, e quella storica bocca
d’Ostia scomparsa sotto un’alluvione d’arene e di fango, e quel Tevere
divino tramutato in un melmoso e maligno torrentaccio, danno e vergogna
della città di cui era un tempo ricchezza e decoro; non è affatto
incredibile, diciamo, che egli farneticasse di poter mutare tutto ciò
in pochi tratti di penna e pochi colpi di mano, e sognasse fin d’allora
la risurrezione di Roma marittima, come sognava forse la ben più certa
risurrezione di Roma civile.
Gli è che i sogni de’ vecchi non sono il più delle volte che i sogni
dei fanciulli colla sola barba di più; e chi leggerà questa Vita vedrà
che nessun uomo fu più tenace de’ suoi sogni di Giuseppe Garibaldi.
Con quelle larve d’idee per il capo, con quei germi di affetti nel
cuore, ripigliò la via del mare e per sette anni continui, eccettuati
alcuni fugaci riposi, vi perdurò. Ingaggiato di nuovo per marinaio
sul brigantino Enea, capitano Giuseppe Gervino, che veleggiava
per Cagliari, gli toccò nel ritorno d’essere passivo ed impotente
spettatore del naufragio d’un bastimento che faceva rotta col suo; e
della scena straziante gli restò nell’animo incancellabile memoria.
«Ritornando da Cagliari,» poichè lo stile qui non è solo l’uomo, ma
il marinaio, lasceremo parlare lui stesso: «Ritornando da Cagliari
eravamo giunti sul capo di Noli e con noi altri bastimenti, fra’
quali un _felucio_ catalano. Da vari giorni minacciava il Libeccio e
grossissimo era il mare: quindi si scagliò il vento con tanta furia
da farci appoggiare in Vado sotto il trinchetto. Il _felucio_ dapprima
galleggiava mirabilmente e sostenevasi, da far dire ai marinari nostri,
essere preferibile trovarsi a bordo di quello. Ma dolorosissimo
spettacolo doveva presentarsi ben presto. Un orrendo maroso lo
rovesciò, e non vedemmo che alcuni infelici sul suo fianco stenderci le
braccia, e sparire travolti nel frangente d’un secondo più terribile
ancora. Aveva luogo la catastrofe verso il nostro giardino di destra;
impossibile soccorrere i miseri naufraghi. I barchi di dietro furono
nella stessa incapacità, e miseramente perivano alla nostra vista nove
individui d’una stessa famiglia. Alcune lacrime sgorgarono dagli occhi
de’ più sensibili al miserando spettacolo, esauste presto dall’idea
del proprio pericolo. Da Vado passai in Genova, quindi in Nizza, dove
principiai una serie di viaggi in Levante a bordo de’ bastimenti della
casa Gioan.[20]»
«Nel corso poi di que’ viaggi (aggiunge altrove[21] l’Autobiografo)
fummo (intende con lui la nave e l’equipaggio) tre volte sorpresi
e spogliati dai pirati; accadde anzi che, avendo ricevuto la stessa
visita per due volte durante il medesimo viaggio, gli ultimi pirati non
trovassero più su di noi cosa che valesse la pena d’essere predata,
e se n’andarono a mani vuote.» E del resto null’altro di noto e di
certo circa a quelle sue corse, che pure sarebbero di tanto interesse
per la storia del marinaio. Certissimo invece: che l’ultimo di quei
viaggi lo fece a bordo del brigantino _Cortese_, capitano Carlo
Semeria: che sbarcato a Costantinopoli v’infermò, ed ospitato nella
casa della signora Luigia Sauvaigo,[22] sua generosa concittadina, vi
trovò ogni maniera di cure e di conforti: che risanato, ma chiusi i
porti dell’Egeo e del Mar Nero dalla guerra guerreggiata tra Russia
e Turchia, toltogli perciò il navigare, fu costretto a prolungare
il suo soggiorno a Costantinopoli nella più angustiosa strettezza:
che finalmente costretto a cercar lavoro per vivere accettò come una
fortuna di dar lezioni di storia, geografia, francese e matematica
ai tre figliuoli d’una signora Timoni; risoluzione temeraria quando
si pensi al leggiero fardello con cui l’improvvisato precettore si
presentava in quella casa, ma quando si consideri l’onesto motivo che
la ispirava, altamente commendevole. Non confondiamo: si può sorridere
finchè si vuole della singolar figura di quel maestro, ma l’uomo in
quel caso impone rispetto.
Era infatti un sentimento virtuoso, era il nobile orgoglio di non
dovere il proprio pane che a sè stesso quello che spingeva quel giovane
tanto bisognoso d’aria e di moto, nato al tumulto de’ campi ed alla
libertà dell’Oceano, a serrarsi in una stanza, a configgersi ad uno
scrittoio, a vegliare forse per studiare la notte il poco che doveva
insegnare di giorno; ed egli ha il diritto di contare quella sua prima
vittoria sulla povertà guadagnata colle sole armi della dignità e del
lavoro fra le più gloriose della sua vita. Così gli fosse durato quel
coraggio della miseria, che fu la corazza splendidissima della sua
virilità, fino all’estrema vecchiezza!!
Finalmente i porti si riaprono; il maestro può buttare dalla
finestra la sua provvisoria giornea, il marinaio respirare ancora
dal lucido piano d’una tolda, fra il dolce cigolío delle sarchie e
la grata altalena del rollío e del beccheggio, la libera aria del
nativo elemento, e correre verso i lidi della patria. Infatti fa
vela per Nizza; appena a terra, abbracciati in fretta i suoi vecchi,
si mette alla cerca d’un nuovo imbarco e trovatolo di suo genio, e
con un nome gentile per giunta, _La Nostra Signora delle Grazie_,
e un vecchio capitano, Antonio Casabona, vi si arruola per secondo,
naviga qualche tempo con quel grado, finchè viene il giorno in cui
l’eccellente Casabona, rotto dagli anni e dai reumatismi e bisognoso
ormai di riposo, gliene cede il governo ed egli ne diventa il capitano
effettivo.
Ed era tempo: il giovinetto s’era fatto uomo, il mozzo era venuto
su per tutti i gradi della gerarchia marinaresca, navigando, cioè
combattendo; non s’era molto seduto sui banchi della scuola, ma aveva
la faccia arsa, le mani incallite, l’occhio esercitato da dodici anni
di manovre, di vigilie e di fortunali, ed era naturale ch’egli salisse
finalmente il ponte del comando, segnando lui al timoniere la rotta del
suo bastimento.
Infatti nel I vol., pag. 392, della _Matricola marittima del 1832_, si
legge:
Garibaldi Giuseppe Maria, figlio di Domenico e di Rosa Raimondi,
nato il 4 luglio 1807 a Nizza, Provincia di Nizza, iscritto alla
Matricola dei Capitani della Direzione di Nizza il 27 febbraio 1832
al Nº 289.
E chi fosse, che valore avesse, quale reputazione si fosse acquistata
qual capitano, lo dica meglio d’ogni documento il fatto che da
testimoni oculari ci venne attestato. Garibaldi non poteva più tornare
da uno de’ suoi viaggi, senza che una folla di marinai, di pescatori,
di popolo d’ogni fatta accorresse sul molo a dargli il benvenuto, a
mirarlo, a festeggiarlo, a interrogarlo, a commentare i suoi gesti,
a compiacersi insomma di quel compaesano che faceva suonar così
rispettato tra i marinai di Liguria e di Provenza il nome della sua
città. Il Capitano marittimo era già una piccola celebrità paesana,
in attesa che la fortuna gli apparecchiasse la scena e l’occasione di
divenire una celebrità mondiale. E la fortuna lavorava da tempo per
lui, più che egli non pensasse.