Poichè contrastare a una sì manifesta e deliberata vocazione
sarebbe stato peggio che follía, a padron Domenico non restava più
che alleviare al figliuolo i disagi e i pericoli del noviziato,
procacciandogli un buon imbarco; e alla signora Rosa che preparargli,
piangendo in silenzio, il fardello di viaggio.
E l’imbarco fu presto trovato e migliore sarebbe stato difficile.
Allestiva nel porto di Nizza per Odessa il brigantino _Costanza_,
capitano Angelo Pesante: il brigantino aveva reputazione di solido e
svelto veliero; il capitano passava per uno dei più provetti e arditi
marinai della Riviera ligure; fu dunque deciso che Peppin farebbe con
essi la sua prima campagna di mozzo.
Con che cuore lo vedesse partire il suo vecchio padre, con che lagrime
l’abbracciasse la sua povera madre, è facile immaginarlo; quanto a
lui, li amava troppo per staccarsene senza dolore; ma l’idea di poter
slanciarsi finalmente su quel «regno ampio de’ venti» ch’era stato
l’anelito segreto e il sogno costante della sua anima giovanile, la
gioia di poter anche lui salire un gran bastimento, guizzar tra le
sue alte gabbie, imparare come si maneggi una mura, come si governi
un timone, come si legga una bussola, come si cansi o si domi un
fortunale; quell’idea e quella gioia suprema, staremmo per dire
dell’animale che si tuffa nell’elemento per cui è nato, dominavano in
quell’istante persino il dolore del distacco ed ogni altro suo affetto.
«Com’eri bella (esclama trent’anni dopo, caldo ancora dei ricordi
di quella sua prima navigazione) com’eri bella, o _Costanza_, su cui
dovevo solcare il mare per la prima volta! Gli ampi tuoi fianchi, la
snella tua alberatura, la spaziosa tua coperta e sino il tuo pettoruto
busto di donna rimarranno per sempre impressi nella mia immaginazione.
Come dondolavansi graziosamente que’ tuoi marinari sanremesi, vero tipo
de’ nostri intrepidi Liguri![17]»
E queste parole d’entusiasmo dopo tant’anni prorompenti ancora dal
cuore del marinaio già indurito dalle tempeste e dai perigli, ci
dicano quale grande fortuna sia stata per la patria nostra che padron
Domenico non si sia ostinato a negare il fondamento che natura aveva
posto nel suo figliuolo, e che cuore di marinaio avesse quel giovane
che parlava del suo primo viaggio di mare come d’un viaggio di nozze,
e tratteggiava le bellezze della nave su cui navigò la prima volta
coll’amore d’un fidanzato.
Malauguratamente di quel primo viaggio in Odessa, nè di altri che fece
poi, noi non sappiamo, nè egli volle dire di più. «Sono diventati sì
comuni, diceva, che superfluo sarebbe lo scriverne;» e aveva torto, e
io spero ancora che in quelle _Memorie_ che si assicura abbia lasciato
dietro di sè come un retaggio alla storia, vorrà dar compiuta la
descrizione di quel periodo, in cui il marinaio fece il suo tirocinio e
il giovine subì la prima tempera del suo carattere.
Reduce dall’Oriente, il padre, il quale, non potendo più pensare
a cambiare la carriera del figliuolo, andava cercando i mezzi per
rendergliela meno grave e meno perigliosa, lo pigliò seco sulla sua
tartana, e costa costa, come soleva, lo condusse fino a Fiumicino,
ch’era allora, pur troppo come oggi, il porto di Roma.
Roma! — Chi avrebbe detto che fra i milioni di pellegrini che da secoli
visitano la città eterna, e quali attratti dai ruderi di Roma pagana,
quali dalle feste di Roma cristiana, gli uni ispirati dalla scienza e
dalla poesia, gli altri guidati dalla pietà o dalla superstizione, la
contemplano, l’adorano, la scavano, la frugano, la glorificano; uno de’
più fervidamente innamorati, de’ più ingenuamente entusiasti, sarebbe
stato quell’incolto mozzo di bastimento che si chiamava Giuseppe
Garibaldi!
Eppure egli lo scrisse! e ci pare di vedere quel biondo ragazzotto di
diciassett’anni vagare per le vie di Roma e senz’altra scorta che quel
po’ di storia romana favolosa che gli aveva insegnato il buon Arena,
senz’altra guida che suo padre più indotto e più semplice di lui,
passare stupito e quasi trasognato in mezzo alle rovine ed ai monumenti
di quei due mondi confusi insieme, arrestarsi estatico innanzi ai fòri
ed ai circhi, alle terme ed alle basiliche; inoltrarsi trepidante fra
le arcate del Colosseo; piegare il capo sopraffatto sotto le vôlte di
San Pietro, ritentando invano colla sua povera scienza di ricomporre
quella storia, d’interpretare quelle pietre, ma sentendosi turbinare
nella mente legioni di eroi, di martiri, di santi fra un tumulto di
pugne, di baccanali, di tormenti; e in mezzo a questi giganteggiare
assopita sul letto di marmo delle sue glorie, ma vivente ancora fra la
polvere e le macerie, l’immagine della città fatale.
E non è questa poesia nostra. Garibaldi andò più innanzi di noi,
e riassumendo le impressioni di quel suo viaggio ne scriveva così:
«Roma allora mi diventava cara sopra tutte le esistenze mondane, ed io
l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia! non solo nei superbi
propugnacoli della grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue
cose, e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, l’amor mio
per Roma, non isvelandolo se non che per esaltare caldamente l’oggetto
del mio culto. Anzichè scemarsi, il mio amore per Roma s’ingagliardì
colla lontananza e coll’esiglio. Sovente, e ben sovente, io chiedevo
all’Onnipossente di poterla rivedere. Infine Roma è per me l’Italia,
poichè io non vedo l’Italia altrimenti che nell’unione delle sparte
membra, e Roma è il simbolo dell’unione d’Italia, comunque sia.[18]»
Ora si dica pure che qui non è il giovane che parla, ma l’uomo, e che
questi travestì senz’avvedersene gli arcani presentimenti e le vaghe
impressioni di quell’ora della sua giovinezza nei pensieri dell’età
matura; non è men vero che le emozioni, quali che fossero, provate dal
giovane, lasciarono un’impronta sì viva e incancellabile nello spirito
dell’uomo, che questi non potè più parlare nè scrivere di Roma senza
risalire colla memoria a quel lontano giorno, in cui ne calpestò per la
prima volta le sacre pietre, e più cogli istinti del cuore che colla
scienza dell’intelletto lesse nelle sue reliquie la storia della sua
passata grandezza e i vaticinii della sua redenzione futura.