Ma Peppino entrava già nel suo dodicesimo anno, ed era tempo che si
mettesse di proposito agli studi. Questo capitolo però della prima
educazione intellettuale di Garibaldi è pieno per noi, e non crediamo
sia diverso per altri, di grande oscurità e di molte lacune. Che padron
Domenico non abbia trascurato nè cure nè dispendi per dare al suo
secondogenito una istruzione anche superiore alle sue forze ed al suo
stato, ce ne assicurò con parole di viva riconoscenza il figlio stesso
e non è lecito dubitarne. Ma in che quella educazione sia propriamente
consistita, a quale carriera quel padre destinasse quel figliuolo,
e però a quale ordine di studi lo volesse incamminare, ciò non è da
alcun documento attestato, e il biografo che non voglia dare per fatti
le ipotesi non dev’essere restío a confessare la propria ignoranza.
Che tanto padron Domenico, quanto la signora Rosa ripugnassero ad
avventurare su quell’arena fortunosa e infida del mare un figliuolo
così temerario e spericolato, e n’avessero perciò fin dai primi anni
combattuto con ogni possa l’aperta vocazione, vagheggiando per lui
uno stato più sicuro e tranquillo, è indubitabile, e trapela, a dir
così, dalle stesse parole onde Garibaldi dipinge lo sgomento, quando lo
videro imbarcarsi e salpar da Nizza la prima volta.
Ma che poi essi, il padre principalmente, avessero nell’animo, siccome
fantastica il vecchio Dumas, di fare addiritura di quel figliuolo un
medico, un avvocato e persino un prete, nè Garibaldi lo scrisse, nè
altri lo affermò, ed è manifestamente una delle tante fiabe, di cui il
romanziere francese infarcì il suo racconto. E non la diremmo nemmeno
una ragionevole ipotesi; chè il fatto solo del silenzio di Garibaldi
intorno a quegli studi classici, che pur sono necessario avviamento a
quella carriera, anticipatamente la smentisce. La smentisce, ma non
le surroga per questo un fatto più certo; poichè, se è da tenersi
per indubitato che il nostro eroe non vide mai neppure da lontano un
cartone di libro latino o greco o d’altro classico qualsiasi, non c’è
poi modo di discernere a quale ordine debbano andare ascritti tutti
quegli altri studi che pur egli ammette d’aver fatti e fece certamente.
Garibaldi stesso è, su questo punto, d’un laconismo sconfortante per
chi pur vorrebbe scoprir la traccia della prima coltura che dirozzò la
sua mente. Tutto quello che egli sa dircene in proposito è racchiuso in
questo breve periodo:
«Tra i maestri conservo cara rimembranza del padre Giaccone[16] e
del signor Arena. Col primo trattai pochissimo, più intento allora a
divertirmi che ad imparare, e mi rimane quindi il rimorso di non aver
studiato l’inglese, rimorso risuscitato in ogni circostanza della mia
vita in cui mi sono trovato con Inglesi. Poi essendo il padre Giaccone
di casa nocevami la troppa famigliarità. Al secondo, eccellente
militare, io devo il poco che so, soprattutto riconoscenza d’avermi
avviato nella lingua patria colla lettura della storia romana.»
Ora ognun vede che queste parole sono più fatte per moltiplicare i
quesiti che per diradarli, più per invogliare alla curiosità che per
sodisfarla.
Infatti se il padre Giaccone non riuscì nemmeno a insegnargli
l’inglese, che cosa gl’insegnò egli? Se il signor Arena non l’istruì
che nella lingua italiana e nella storia romana, dove e da chi apprese
egli tutte quelle altre nozioni, chiare od oscure, superficiali o
profonde, digeste o indigeste, che pure balenano, come lampi, tramezzo
a fitte nebbie, dalle parole e dagli scritti della intera sua vita?
Noi udimmo narrare da un suo amico e commilitone che Garibaldi,
giovane, sapeva a memoria teorema per teorema tutti gli elementi di
geometria; ora non vogliamo attribuire a questa felicità di memoria
maggiore importanza che si meriti; ma insomma egli fu capitano
marittimo, e per conseguirne la patente dovette possedere almeno nella
scarsa misura degli elementi non poche cognizioni di matematica,
d’astronomia, di geografia fisica, di diritto commerciale, e via
dicendo; e il fatto delle sue lunghe e difficili e felici navigazioni
provano che le possedette.
Ora come, quando, dove apprese tutto ciò?
Così noi leggeremo più tardi che egli fu per due volte costretto a
guadagnarsi il pane dell’esiglio insegnando qui la matematica, altrove
la storia e la letteratura e simili.
Ed anche qui per quanto la voce _maestro_ non sia mai stata sinonimo
di _dotto_, pure una certa infarinatura delle cose che si fan mostra
d’insegnare altrui sappiamo tutti che ci vuole, e il sapere dove
e quando un siffatto maestro se la sia procacciata, resterà sempre
curioso e interessante.
E non basta. Una tal quale coltura letteraria, confusa, balzana,
indigerita, incondita, nessuno potrà mai negargliela. A ventisette anni
sulla tolda del suo bastimento faceva dei versi, che non erano tali
certamente da promettere un nuovo alunno all’italo Parnasso, ma che pur
camminavano su tutti i loro piedi; e nella passione dei versi sappiamo
tutti che invecchiò, sicchè più d’uno fu ammesso ad udire lunghi brani
d’un suo poema endecasillabo che doveva celebrare l’epopea della sua
vita. Più tardi, noi stessi, ospiti suoi a Caprera, l’abbiamo sentito
declamare a memoria tutti i _Sepolcri_ di Foscolo e squarci interi in
francese della _Zaïre_ di Voltaire, e ricordarsi poi come uomo che li
ha letti nei testi, non pochi episodi dell’_Iliade_, della _Commedia_,
della _Gerusalemme_. Infine fanno ormai quarant’anni ch’egli innonda,
può dirsi, l’Europa de’ suoi manifesti, de’ suoi appelli, delle sue
lettere (ahimè! la fiumana delle lettere), finchè verrà il giorno, in
cui il mondo lo vedrà darsi «per vivere» (parola che troncherebbe il
sorriso ai più beffardi) all’arte del romanziere, e aggiungere alla
mole delle cose, che la storia deve dimenticare di lui, tre romanzi.
Ora per leggere una carta idrografica, per levar un punto di stima,
osservare un barometro, tenere un Libro di bordo, governare un
bastimento dal Pacifico al mar delle Indie; per misurare de’ versi
anche mediocri, ma che pur rompono qua e là in accenti di fiera
armonia; per gustare Ugo Foscolo, per intendere Voltaire, per sapere
che esistessero Dante, Tasso ed Omero, per cucire assieme de’ romanzi
anche pessimi, per gettare sulla terra una piena di lettere come
le sue, rozze e bizzarre fin che si voglia, ma nelle quali pur vedi
sormontare tramezzo al denso limo delle stramberie e degli spropositi
qualche fiore di selvatica bellezza; per sapere, dicevamo, per
intendere, e per fare tutto ciò, qualche cosa qui e colà bisogna aver
letto e studiato, e la conseguenza naturale a cui si è tratti, è di
chiedersi dove e quando l’abbia potuto leggere e studiare.
Altro però è sentire la necessità di un quesito, altro la possibilità
di risolverlo. Chi presumesse di cercare i principii dell’istruzione
intellettuale di Garibaldi (quale che sia stata) nella sua giovinezza
piuttosto che nella sua virilità, in un periodo piuttosto che in un
altro della sua vita, fallirebbe. Garibaldi s’è fatto tutto da sè,
per via, camminando, navigando, combattendo. Come una landa fertile
da natura, ma abbandonata dall’incuriosa mano dell’uomo, e che il
seme portato dal vento feconda di qualche erba e qualche arbusto,
così la mente di Garibaldi. Il vento delle sue fortune fu il suo
primo educatore e maestro, ma la mente restò come la landa una vasta
sodaglia, interrotta da qualche oasi fiorita e da alcune rare piante
salvatiche.
E non vorremmo per questo sminuire la gratitudine dovuta a’ suoi primi
maestri; consentiamo anzi che qualche buon seme l’abbiano sparso essi
pure, e che ad essi principalmente torni il merito d’avere per i primi
dissodato e aperto il vivace ingegno del fanciullo. Ma o perchè questi
fosse reluttante agli studi e più amico dei _banchi di quarto_ che
dei banchi di scuola, o perchè ne’ suoi precettori non andassero di
pari passo lo zelo ed il sapere, o perchè infine non apparendo chiaro
nella mente de’ genitori la mèta a cui dovevano dirigerlo, anche gli
studi si risentissero di questa incertezza e difettassero di ordine
e d’indirizzo, il fatto certo è questo che Peppin Garibaldi ebbe dei
maestri, sedette ad una scuola, scartabellò e scarabocchiò anch’esso
dei quaderni come tutti i fanciulli suoi pari, sfiorò anche, se si
vuole, gli elementi di molte cose utili per fermo a sapersi; ma un vero
e proprio e regolare corso di studi anche elementari, che gli potesse
servire di fondamento all’istruzione futura, non lo fece, nè lo potè
fare; aggiungiamo anzi, per la verità, che allora non lo volle.
E non lo volle, perchè nel momento in cui padre Giaccone e il capitano
Arena erano più affaccendati intorno a lui, e padron Domenico e la
signora Rosa più si allegravano nel pensiero di vederlo attendere
con profitto agli studi, e già vagheggiavano la speranza che l’amore
dei libri l’avrebbe a poco a poco guarito dalla passione del mare,
in quel punto stesso, diciamo, il ragazzo ordita con altri tre amici
una congiura di rompere quella fastidiosa disciplina della scuola e
di correre sul libero mare la ventura, rapito, non sappiamo nè a chi
nè come, un battello di pesca, s’imbarcava furtivo con tre compagni,
Cesare Parodi, Raffaello Deandreis e Celestino Berman, prendeva
arditamente il largo e navigava per Genova.
Un prete scopriva e denunziava la trama, il padre, affannato, mandava
ad inseguirlo, ed era fermato all’altezza di Monaco, e ricondotto, più
indispettito che contrito, sotto il tetto paterno: ma la vocazione del
figliuolo era decisa; non valevano ormai nè persuasioni nè rimproveri;
egli sarebbe stato marinaio come i suoi avi; e forse una segreta voce
mormorava già nel cuore del fanciullo: non marinaio soltanto!