Come crescesse in quella casa, da quei parenti, sotto quel cielo, lungo
quel mare, il secondogenito dei Garibaldi, è facile l’immaginarselo.
Il nostro eroe si studiò a tratteggiare in alcuni tocchi, a dir vero
troppo scarsi e fuggitivi, la propria infanzia; ma se egli ne avesse
anche interamente taciuto, chi ha visto l’albero può assai di leggeri
indovinarne il germoglio.
Un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo
azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero
e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera natía, che passa le
sue giornate ad arrampicarsi su per le sartie dei bastimenti paterni,
a sguazzare e tuffarsi nell’acqua, a ruzzare e fare alle braccia coi
monelli del Porto, a correre la montagna alla caccia d’uccelli e di
grilli, ed a frugare la scogliera alla pesca di ricci e di granchi;
ecco quale doveva essere in sull’alba de’ suoi dieci anni il futuro
capo dei Mille.
Suo padre, ce l’assicura egli stesso, non pensò a dargli alcuna
«lezione nè di ginnastica, nè di scherma, nè d’altri esercizi
corporei,» e noi gli crediamo facilmente.[14] Con quell’indole e quella
tempra il ragazzo era maestro a sè stesso. «Imparai (egli soggiunge) la
ginnastica arrampicandomi su per le sartie o lasciandomi sdrucciolar
giù pei cordami: la scherma tentando di difendere da me la mia testa
e di spaccare quella de’ miei avversari; l’equitazione prendendo a
modello i migliori cavalcatori del mondo e studiandomi di far come
loro. Quanto al nuoto, dove e quando l’imparassi non mi sovviene; mi
sembra d’averlo sempre saputo e d’essere nato anfibio. Però quantunque
tutti quelli che mi conoscono sappiano che sono sempre stato restío a
fare il mio elogio, dirò molto schiettamente e senza crederlo un vanto,
che io sono uno dei più gagliardi nuotatori che esistano. Non bisogna
dunque attribuirmi merito alcuno, se, mercè questa gran fiducia che ho
sempre avuto in me, non ho mai esitato a buttarmi all’acqua per salvare
la vita d’uno de’ miei simili.[15]»
Ed a queste mirabili disposizioni del corpo rispondevano, già adeguate
e conformi, le qualità dell’animo; non tutte forse le qualità; ma
quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi
dal volgo e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile mèta:
il coraggio e la bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura che fin da
bambino gli aveva cinti i nervi d’una corazza impenetrabile a tutte
le impressioni della paura e radicato nell’animo quella, non saprei
dire se provvida o improvvida, inconsapevolezza del pericolo, che pare
talvolta colpevole follía ed è l’inconscia virtù dei fanciulli e degli
eroi.
Della bontà poi, egli stesso, ripeteva il dono da Dio e da sua madre, e
non ne pretendeva per sè merito alcuno.
Sino da primi anni tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato, lo
toccava e lo impietosiva. E non di una pietà inerte, passiva, quasi
femminea; ma sì di quella virile, operosa, pugnace, che si sdegna
dell’ingiustizia, si ribella alle prepotenze, fa sua risolutamente la
causa degli afflitti e degli oppressi, e dà lietamente il sangue e la
vita per essi.
A otto anni aveva già tratto dalle acque d’un fosso una lavandaia
che vi annegava. A tredici salvava, gettandosi a nuoto, una barca
di compagni prossimi a naufragare. Non poteva veder soffrire nè gli
uomini nè gli animali, e l’uomo strano che nel bel mezzo d’una marcia
contro il nemico s’arrestava ad ascoltare il canto d’un usignuolo; che
balzava di letto prima dell’alba per correre a cercare tra gli scogli
di Caprera un agnello smarrito, e recarselo sulle spalle alla madre;
che s’accendeva di sdegno tutte le volte che sorprendeva un soldato a
maltrattare senza ragione il suo cavallo: era quello stesso fanciullo
che a sette anni, fatto prigioniero un grillo e strappategli le ali
fu preso poi da tanta pietà del povero animaluccio, e da tale rimorso
della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.