III.

Come crescesse in quella casa, da quei parenti, sotto quel cielo, lungo

quel mare, il secondogenito dei Garibaldi, è facile l’immaginarselo.

Il nostro eroe si studiò a tratteggiare in alcuni tocchi, a dir vero

troppo scarsi e fuggitivi, la propria infanzia; ma se egli ne avesse

anche interamente taciuto, chi ha visto l’albero può assai di leggeri

indovinarne il germoglio.

Un bel ragazzo dai capelli biondi, dalle gote incarnate, dallo sguardo

azzurro e profondo, dalle membra snelle e tarchiate, che cresce libero

e selvaggio ai venti e al sole della sua costiera natía, che passa le

sue giornate ad arrampicarsi su per le sartie dei bastimenti paterni,

a sguazzare e tuffarsi nell’acqua, a ruzzare e fare alle braccia coi

monelli del Porto, a correre la montagna alla caccia d’uccelli e di

grilli, ed a frugare la scogliera alla pesca di ricci e di granchi;

ecco quale doveva essere in sull’alba de’ suoi dieci anni il futuro

capo dei Mille.

Suo padre, ce l’assicura egli stesso, non pensò a dargli alcuna

«lezione nè di ginnastica, nè di scherma, nè d’altri esercizi

corporei,» e noi gli crediamo facilmente.[14] Con quell’indole e quella

tempra il ragazzo era maestro a sè stesso. «Imparai (egli soggiunge) la

ginnastica arrampicandomi su per le sartie o lasciandomi sdrucciolar

giù pei cordami: la scherma tentando di difendere da me la mia testa

e di spaccare quella de’ miei avversari; l’equitazione prendendo a

modello i migliori cavalcatori del mondo e studiandomi di far come

loro. Quanto al nuoto, dove e quando l’imparassi non mi sovviene; mi

sembra d’averlo sempre saputo e d’essere nato anfibio. Però quantunque

tutti quelli che mi conoscono sappiano che sono sempre stato restío a

fare il mio elogio, dirò molto schiettamente e senza crederlo un vanto,

che io sono uno dei più gagliardi nuotatori che esistano. Non bisogna

dunque attribuirmi merito alcuno, se, mercè questa gran fiducia che ho

sempre avuto in me, non ho mai esitato a buttarmi all’acqua per salvare

la vita d’uno de’ miei simili.[15]»

Ed a queste mirabili disposizioni del corpo rispondevano, già adeguate

e conformi, le qualità dell’animo; non tutte forse le qualità; ma

quelle due principalmente che più gli erano necessarie per sollevarsi

dal volgo e drizzare la nativa gagliardia delle membra a nobile mèta:

il coraggio e la bontà. Il coraggio gli veniva dalla natura che fin da

bambino gli aveva cinti i nervi d’una corazza impenetrabile a tutte

le impressioni della paura e radicato nell’animo quella, non saprei

dire se provvida o improvvida, inconsapevolezza del pericolo, che pare

talvolta colpevole follía ed è l’inconscia virtù dei fanciulli e degli

eroi.

Della bontà poi, egli stesso, ripeteva il dono da Dio e da sua madre, e

non ne pretendeva per sè merito alcuno.

Sino da primi anni tutto ciò che era piccino, debole, disgraziato, lo

toccava e lo impietosiva. E non di una pietà inerte, passiva, quasi

femminea; ma sì di quella virile, operosa, pugnace, che si sdegna

dell’ingiustizia, si ribella alle prepotenze, fa sua risolutamente la

causa degli afflitti e degli oppressi, e dà lietamente il sangue e la

vita per essi.

A otto anni aveva già tratto dalle acque d’un fosso una lavandaia

che vi annegava. A tredici salvava, gettandosi a nuoto, una barca

di compagni prossimi a naufragare. Non poteva veder soffrire nè gli

uomini nè gli animali, e l’uomo strano che nel bel mezzo d’una marcia

contro il nemico s’arrestava ad ascoltare il canto d’un usignuolo; che

balzava di letto prima dell’alba per correre a cercare tra gli scogli

di Caprera un agnello smarrito, e recarselo sulle spalle alla madre;

che s’accendeva di sdegno tutte le volte che sorprendeva un soldato a

maltrattare senza ragione il suo cavallo: era quello stesso fanciullo

che a sette anni, fatto prigioniero un grillo e strappategli le ali

fu preso poi da tanta pietà del povero animaluccio, e da tale rimorso

della propria crudeltà, che ne pianse amaramente.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 14 / 168 题