In mano dell'Austria! È parola questa, o giovani, che suona insulto a
noi tutti, e non dovrebbe lasciar nell'anima vostra campo a pensieri
fuorchè di guerra nè a me conceder parole fuorchè di guerra. La terra
lombarda è schiava. Il croato ride stolidamente feroce in Milano dei
nostri libri, dei nostri circoli, del nostro cinguettìo di sofisti.
Libertà! Noi non possiamo, non che applicare, intendere, proferir
degnamente la santa parola col marchio dell'impotenza e della schiavitù
sulla fronte. Noi non possiamo avere, non meritiamo costituente, nè
patria, nè diritti, nè nome d'uomini, finchè la nostra bandiera non
sventoli, terrore ai nemici e pegno di salute pei figli alle nostre
madri, sull'Alpi.
Io non so se il lungo esilio testè ricominciato, la vita non confortata
fuorchè d'affetti lontani o contesi, e la speranza lungamente protratta
e il desiderio che incomincia a farmisi supremo di dormire finalmente in
pace, dacchè non ho potuto vivere, in terra mia, m'irritino, e nol
credo, l'anima nata ad amare e per lunga prova incapacissima d'odio; ma
so che, perchè noi potessimo dirci degni di libertà, questo grido di
_guerra all'Austria!_ dovrebbe essere oggimai la giaculatoria del
credente nella patria, la voce per la quale, dentro e fuori del paese,
l'italiano si riconoscesse d'una terra coll'italiano, il motto di
comunione che corresse da un capo all'altro della penisola ed oltre,
potente e rapido come il fluido che alimenta sotterraneo i nostri
vulcani, sì che ne escisse tremoto, e le passioni sobbollissero come
lava, e l'Etna in eruzione rimanesse simbolo convenevole agli sdegni e
al levarsi d'Italia. Vorrei che come i leggendarî dei secoli cristiani
cominciavano e finivano tutti colla formola: «Nel nome del Padre, del
Figlio e del santo Spirito,» così nessun scrittore toccasse la penna in
Italia se non cominciando e finendo colla formola: _In nome della patria
e dei nostri martiri, sia guerra all'Austria_. Vorrei che le fanciulle
italiane, comprese dell'onta sofferta per mano dei barbari dalla _donna_
italiana, rammentassero col bacio di fidanzata ai loro promessi:
_ricordate e vendicate le fanciulle di Monza_. Vorrei che, come i romiti
della Trappa non s'incontrano senza dirsi l'un l'altro: _fratello,
bisogna morire_, i giovani d'Italia non s'incontrassero per le vie, nei
teatri, nei circoli, senza dirsi: _fratello, bisogna combattere; tu ed
io viviamo disonorati_.
Perchè, è forza il dirlo, noi _viviamo_ disonorati: disonorati, o
giovani, in faccia a noi stessi, in faccia all'Austria, in faccia
all'Europa. Nessun popolo in Europa, dalla Polonia in fuori, soffre gli
oltraggi che noi soffriamo; nessun popolo sopporta che una gente
straniera, inferiore di numero, d'intelletto, di civiltà, rubi,
saccheggi, arda, manometta ferocemente a capriccio un terreno non suo;
trascini altrove, colla coscrizione, a farsi complici di delitti e
stromenti di tirannide, giovani non suoi; contamini di violenze, di
battiture donne non sue: uccida per sospetto o disonori col bastone
cittadini di patria non sua. E nessun popolo--io lo dirò comechè suoni
ingratissimo a me che scrivo e a quanti mi leggono--nessun popolo ha più
di noi millantato odio al barbaro, valore italiano, potenza di
desiderio, e furore d'indipendenza. Da noi uscirono bandi grandiloqui,
discorsi pomposi di memorie del Campidoglio, d'aquile romane e di
conquiste mondiali, tanti da incendiarne gli accampamenti nemici, e
centinaja di gazzette, libri e libercoli a tritare lo stesso tema di
minaccia impotente, e migliaja d'inni di guerra e milioni d'urli e grida
di _Viva Italia_ e di _morte agli Austriaci_, nei banchetti, su pe'
teatri, in convegni di piazza. Tra noi escì, acclamata, commentata,
messa in cima ai giornali, come guanto cacciato solennemente all'Austria
in faccia all'Europa, la parola: l'_Italia farà da sè_: parola santa fin
dove si tratti d'indipendenza, perchè ogni popolo deve conquistare con
forze proprie il proprio nome, il proprio titolo a rappresentare una
parte pel bene comune nella grande associazione delle nazioni; ma
volgente al ridicolo quando quei che l'hanno proferita non _fanno_, per
conto d'Italia, che armistizî, capitolazioni e raggiri di mediazione. E
la Polonia, ch'io citai dianzi, affranta da lunghe battaglie e da
sagrificî senza esempio, priva d'ogni libertà di parola, di convegni, di
stampa, vuota d'armi e senza un palmo di terreno sul quale essa possa
riprepararsi a combattere, non può finora che ordinar congiure e lo fa;
ma noi fummo in armi: siamo in armi; e la nostra parola, accetta o
invisa ai governi, guizza da un capo all'altro d'Italia, il nostro
pensiero s'esprime con nessuno o con poco pericolo in piazze gremite di
popolo, tumultua alle porte di parlamenti dove si parla--tranne da
qualche ministro--la nostra favella, splende a programma sulle coccarde
dei nostri cappelli. E nondimeno quel programma, programma
d'indipendenza e di guerra all'Austria, si consuma in suoni vuoti di
senso, e giace, lettera morta, alle porte di quei parlamenti, al
limitare delle anticamere ministeriali; nondimeno, quella parola
l'_Italia farà da sé_ suona parola meritamente schernitrice sulla bocca
dei ministri di Francia nei loro colloquî cogli inviati italiani:
meritamente, dico, perchè tra quegli inviati che chieser ajuto fraterno
e si rassegnano umiliati alla _mediazione_ sono gli inviati di quel
governo, or rimpicciolito a consulta, che ricusò, sprezzando, le
profferte dei volontari francesi dicendo non averne bisogno; sono gli
inviati del re che primo proferiva l'orgogliosa parola. Intanto, a ogni
lagno, a ogni annunzio di protocolli futuri, ci giunge dal suolo
lombardo, risposta dell'Austria, l'eco di qualche fucilazione!
«I Francesi fucilano in Madrid i nostri fratelli.» Io ricordo che queste
parole, firmate e diffuse dall'alcade di Mosteles furono, nel 1808, il
segnale di quella guerra di popolo che consunse il fiore degli eserciti
di Napoleone, emancipò la Spagna e segnò la curva discendente
all'impero.