Il moto che segretamente dal 1815 in poi, e palesemente da tre anni,
agita la nostra contrada, è moto _nazionale_ anzi tutto. E dicendo
_nazionale_ io non intendo moto puramente d'indipendenza, riazione cieca
e senza nobile intento di razza oppressa contro una razza straniera che
opprime. Nel XIX secolo, la voce _nazione_ suona ben altro che una
emancipazione di razza. Il grido di _Viva Italia!_ che i Bandiera e i
loro fratelli di martirio in Cosenza cacciarono lietamente morendo, era
grido di libertà: grido religioso d'unione, di nuova vita, di
affratellamento fra quanti popolano questa terra divisa e fatta
impotente da tirannidi straniere e domestiche. Quel grido fu raccolto
dai milioni, e le agitazioni degli ultimi tre anni ne sono il commento.
Il popolo vuol essere una famiglia: famiglia potente di vita collettiva,
di bandiera propria, di leggi comuni, di nome, di gloria, di missione
riconosciuta in Europa. Idoli suoi, meritamente o no, sono tutti coloro
che dovrebbero o potrebbero più facilmente dargli una patria: nemici
suoi quanti ei considera, a torto o a ragione, avversi a questo
pensiero, a questo suo supremo bisogno. Tutte le parole, tutti i
programmi che i falsi profeti gli han messo da tre anni innanzi ebbero
il suo plauso perchè gli dissero che dovevano fruttargli la patria; poi
passarono rapidi come speranze deluse; e la sola parola, il solo eterno
programma ch'ei va ripetendo, è quello di ITALIA; chi non intende questo
ch'io dico non intende popolo, nè storia, nè provvidenza. L'ITALIA VUOL
ESSERE.--Noi siamo in aperta rivoluzione; e questa rivoluzione, che si
compirà checchè avvenga, e muterà la carta e le sorti d'Europa, è
innanzi tutto una rivoluzione NAZIONALE.
Ogni rivoluzione ha un elemento nuovo, una forza propria, una leva
speciale corrispondente allo scopo che deve raggiungersi. Una
rivoluzione nazionale può iniziarsi da chicchesia; ma non può compirsi
che da un'ASSEMBLEA NAZIONALE.
E quest'Assemblea non può escire legittima ed efficace che dall'elezione
popolare: eletta da governi o da Stati, non potrebbe rappresentare che
il vecchio principio, più o meno modificato, di smembramento contro il
quale il paese s'agita e s'agiterà:--non può aver limite il mandato,
perchè ogni mandato chiamerebbe, più o meno, i _vecchi_ poteri, contro i
quali il paese è commosso, a decidere le condizioni della _nuova_ vita
cercata.
L'Assemblea nazionale non può dunque essere che COSTITUENTE. Dove nol
fosse, l'agitazione non soddisfatta ricomincerebbe il dì dopo.
Non v'è che UNA ITALIA. L'Italia del nord, le tre Italie, le cinque
Italie, sono bestemmie di sofisti o trovati di politica cortigianesca
condannati dal nascere all'impotenza.
Il popolo d'Italia intende costituirsi in nazione: cerca una forma di
nazionalità che più convenga ai suoi futuri destini in Europa; e questa
forma non può escire che dal voto di tutti, non può sancirsi accettata
da tutti e durevole fuorchè da una ASSEMBLEA COSTITUENTE ITALIANA. La
parola proferita, con autorità di potere, da Montanelli e Guerrazzi avrà
presto o tardi adesione, non dai principi, ma dai popoli di tutta
Italia. La scienza politica d'un popolo che si rigenera è semplice; i
sofismi e i trovati cortigianeschi non prevarranno lung'ora.
E s'anche la costituente italiana decreterà monarcato e federalismo,
noi, repubblicani unitarî, non rinegheremo ciò ch'oggi diciamo.
Deploreremo immaturi i tempi e ineguali gl'intelletti al concetto che
solo può svolgere la terza Italia, l'ITALIA DEL POPOLO; rivendicheremo,
come s'addice a uomini liberi, diritto di pacifica espressione alle
nostre dottrine; ma rispetteremo la monarchia ringiovanita per battesimo
popolare e la federazione escita dal libero voto della nazione. Avremo
almeno una patria. Oggi non abbiamo che cadaveri di monarchie,
governucci inetti o tirannici, e gran parte della nostra terra in mano
dell'Austria.