Il concettuccio dell'_Italia del nord_, anti-italiano perchè violando
l'indivisibilità della sacra bandiera italiana, e sopprimendo l'ipotesi
dell'unità, pregiudicava coi voti d'una frazione questioni che spettano
all'intera nazione:--meschino perchè a fronte d'un fermento
provvidenzialmente universale dall'Alpi al mar di Sicilia, non mirava
che a ordinare una parte e all'impianto d'una specie di Prussia
italiana:--impolitico perchè creava sospetti e ripugnanze insormontabili
nella Francia senza creare tanta forza che bastasse a non darsene
cura:--illiberale perchè fidava lo sviluppo della giovine vita lombarda
e d'una civiltà stampata di democrazia all'aristocrazia
torinese:--stolto, perchè, mentre si voleva contro l'Austria una guerra
di principî, esigeva che tutti ajutassero l'ingrandimento d'un solo e
spargessero sangue e tesori per inalzare un trono destinato, come gli
uomini del partito dicevano, a dominarli e rovinarli tutti un dì o
l'altro!--riescì funestissimo in questo, che suscitando da un lato
l'orgogliuzzo della conquista, costringendo dall'altro i raggiratori
politici a giovarsi, per carpire l'intento, d'arti inoneste e di
promesse deluse, ha generato ciò che prima non esisteva, un lievito di
discordia e di gelosia tra piemontesi e lombardi. Quella tristissima
conseguenza della precipitata _fusione_ noi l'avevamo predetta; poi a
sovrapporre gare alle gare, venne il tradimento compito in Milano; e
fremono tuttavia, nè altro oggimai potrà spegnerle che il fatto d'una
insurrezione nazionale davvero, e la grande voce del popolo di tutta
Italia. Le unioni non si fanno a quel modo. Escono spontanee da una
fratellanza di popoli che hanno insieme patito e vinto, inviolabili per
solenne e liberamente discussa espressione di rappresentanze legali; mal
si fondano su calcoli di paure, mal si chiedono come prezzo d'ajuto, mal
si votano sotto la spada di Damocle della minaccia d'un abbandono sì che
somigli il fatto nefando di quel chirurgo che sospendeva, a mezzo
l'operazione, il coltello per pattuire coll'infermo doppia mercede.
Bensì a chi allora affacciava siffatte considerazioni e scongiurava in
nome d'Italia che si vincesse prima, poi si lasciasse libero il corso
alle intenzioni dei popoli, i maneggiatori rispondevano chiamandolo
_assoldato dell'Austria_.
E questo malumore creato tra due popolazioni italiane nate ad amarsi e
ajutarsi è l'unico risultato _pratico_ ch'io mi sappia delle trienni
agitazioni di quel partito: partito senza radice, senza tradizione,
senza genio, senza possibilità di vita nell'avvenire. I partiti
_moderati_ s'intendono ne' paesi già fatti nazione e retti da lunghi
anni o secoli a sistema costituzionale, dove, illusi spesso ma razionali
a ogni modo, s'oppongono a chi tenta rifar di pianta la società,
ordinandola al trionfo d'un nuovo elemento non contemplato fino a quel
giorno nelle istituzioni, e contendono dovere il meglio escire dallo
sviluppo progressivo delle libertà già esistenti; ma in Italia? Dove
nazione non è e si tratta di conquistarla? Dove istituzioni libere non
sono o furono ottenute per via di sommosse o popolari minacce e sono
tuttavia combattute dalle fazioni retrograde sedenti a governo? Dove non
si tratta di miglioramenti amministrativi o di riforme parlamentarie, ma
di essere o non essere? Copiatori meschini d'un passato che non è
nostro, cinguettano d'autonomia e di libero genio italiano per poi
dirci--che? La teorica d'equilibrio dei tre poteri, l'istituzione,
provata menzognera e fatta cadavere dall'esperienza d'ormai trent'anni,
monarchico-costituzionale! Dimentichi che ci accusavano un anno addietro
di esortare a repubblica mentre la Francia reggevasi a monarchia,
accusano noi, noi che predicammo repubblica or sono diciassette anni, e
cominciammo dopo il febbrajo a invocare unicamente la sovranità del
paese, d'imitare servilmente la Francia: imitare la Francia qui dove la
monarchia straniera, o entrata collo straniero, non ha per sè vestigio
di tradizione nazionale, nè gloria d'utili imprese, nè puntello
d'elementi inviscerati nella società, nè amore da' sudditi, nè credenza
sincera da que' medesimi che ne sostengon la causa! qui dove ogni grande
memoria, ogni gloria, ogni ricordo di potenza è di popolo! qui d'onde
insegnammo la vita democratica di comune e la repubblica senza schiavi
all'Europa! e l'accusa move da uomini che ricopiano fin nei vocaboli
(democrazia regia, _monarchie citoyenne_) la Francia di Luigi Filippo;
da uomini che nel generale maraviglioso commovimento dei popoli volgenti
a democrazia non sanno trovare altra missione all'Italia ridesta che
quella di cibarsi degli ultimi rifiuti e ricominciare la prova che
l'Europa sta concludendo. E riescissero! Ma come? Non proclamano essi da
ormai tre anni federazione di principi che non vogliono collegarsi? Non
annunziano ai popoli una dieta, mentre dei tre governi che dovrebbero
attuarla un si tace, l'altro avversa, il terzo promove invece la
costituente? Non evangelizzano ogni settimana la guerra con un ministero
che intima pace? Non hanno essi scritto libri di 500 pagine fondati
sull'ipotesi d'una lega liberalissima tra Napoli e Piemonte, e non ha
egli il re di Napoli risposto abbandonando il campo italiano e
trasmutando i soldati in carnefici de' loro fratelli? I mezzi per
verificare anche quel meschino concetto di federalismo monarchico non
sono nelle loro mani. Noi possiamo con lunghe fatiche educare il popolo,
essi non possono educare, non che cinque, un sol re. Le loro teoriche,
le loro speranze posano tutte sopra un _forse_, sopra un _se_: dietro un
se in forma di papa o di principe essi hanno trascinato per tre anni la
povera Italia d'illusione in illusione, d'utopia in utopia, alla
condizione di prima: e quando si rassegneranno un giorno a rinsavire e
morire, il fatto da loro potrà rappresentarsi mirabilmente da quei due
versi che un principe di Toscana rispondeva ai sudditi petizionanti:
Talor, qualor, quinci, sovente e guari:
Rifate il ponte co' vostri danari