XII.

Il concettuccio dell'_Italia del nord_, anti-italiano perchè violando

l'indivisibilità della sacra bandiera italiana, e sopprimendo l'ipotesi

dell'unità, pregiudicava coi voti d'una frazione questioni che spettano

all'intera nazione:--meschino perchè a fronte d'un fermento

provvidenzialmente universale dall'Alpi al mar di Sicilia, non mirava

che a ordinare una parte e all'impianto d'una specie di Prussia

italiana:--impolitico perchè creava sospetti e ripugnanze insormontabili

nella Francia senza creare tanta forza che bastasse a non darsene

cura:--illiberale perchè fidava lo sviluppo della giovine vita lombarda

e d'una civiltà stampata di democrazia all'aristocrazia

torinese:--stolto, perchè, mentre si voleva contro l'Austria una guerra

di principî, esigeva che tutti ajutassero l'ingrandimento d'un solo e

spargessero sangue e tesori per inalzare un trono destinato, come gli

uomini del partito dicevano, a dominarli e rovinarli tutti un dì o

l'altro!--riescì funestissimo in questo, che suscitando da un lato

l'orgogliuzzo della conquista, costringendo dall'altro i raggiratori

politici a giovarsi, per carpire l'intento, d'arti inoneste e di

promesse deluse, ha generato ciò che prima non esisteva, un lievito di

discordia e di gelosia tra piemontesi e lombardi. Quella tristissima

conseguenza della precipitata _fusione_ noi l'avevamo predetta; poi a

sovrapporre gare alle gare, venne il tradimento compito in Milano; e

fremono tuttavia, nè altro oggimai potrà spegnerle che il fatto d'una

insurrezione nazionale davvero, e la grande voce del popolo di tutta

Italia. Le unioni non si fanno a quel modo. Escono spontanee da una

fratellanza di popoli che hanno insieme patito e vinto, inviolabili per

solenne e liberamente discussa espressione di rappresentanze legali; mal

si fondano su calcoli di paure, mal si chiedono come prezzo d'ajuto, mal

si votano sotto la spada di Damocle della minaccia d'un abbandono sì che

somigli il fatto nefando di quel chirurgo che sospendeva, a mezzo

l'operazione, il coltello per pattuire coll'infermo doppia mercede.

Bensì a chi allora affacciava siffatte considerazioni e scongiurava in

nome d'Italia che si vincesse prima, poi si lasciasse libero il corso

alle intenzioni dei popoli, i maneggiatori rispondevano chiamandolo

_assoldato dell'Austria_.

E questo malumore creato tra due popolazioni italiane nate ad amarsi e

ajutarsi è l'unico risultato _pratico_ ch'io mi sappia delle trienni

agitazioni di quel partito: partito senza radice, senza tradizione,

senza genio, senza possibilità di vita nell'avvenire. I partiti

_moderati_ s'intendono ne' paesi già fatti nazione e retti da lunghi

anni o secoli a sistema costituzionale, dove, illusi spesso ma razionali

a ogni modo, s'oppongono a chi tenta rifar di pianta la società,

ordinandola al trionfo d'un nuovo elemento non contemplato fino a quel

giorno nelle istituzioni, e contendono dovere il meglio escire dallo

sviluppo progressivo delle libertà già esistenti; ma in Italia? Dove

nazione non è e si tratta di conquistarla? Dove istituzioni libere non

sono o furono ottenute per via di sommosse o popolari minacce e sono

tuttavia combattute dalle fazioni retrograde sedenti a governo? Dove non

si tratta di miglioramenti amministrativi o di riforme parlamentarie, ma

di essere o non essere? Copiatori meschini d'un passato che non è

nostro, cinguettano d'autonomia e di libero genio italiano per poi

dirci--che? La teorica d'equilibrio dei tre poteri, l'istituzione,

provata menzognera e fatta cadavere dall'esperienza d'ormai trent'anni,

monarchico-costituzionale! Dimentichi che ci accusavano un anno addietro

di esortare a repubblica mentre la Francia reggevasi a monarchia,

accusano noi, noi che predicammo repubblica or sono diciassette anni, e

cominciammo dopo il febbrajo a invocare unicamente la sovranità del

paese, d'imitare servilmente la Francia: imitare la Francia qui dove la

monarchia straniera, o entrata collo straniero, non ha per sè vestigio

di tradizione nazionale, nè gloria d'utili imprese, nè puntello

d'elementi inviscerati nella società, nè amore da' sudditi, nè credenza

sincera da que' medesimi che ne sostengon la causa! qui dove ogni grande

memoria, ogni gloria, ogni ricordo di potenza è di popolo! qui d'onde

insegnammo la vita democratica di comune e la repubblica senza schiavi

all'Europa! e l'accusa move da uomini che ricopiano fin nei vocaboli

(democrazia regia, _monarchie citoyenne_) la Francia di Luigi Filippo;

da uomini che nel generale maraviglioso commovimento dei popoli volgenti

a democrazia non sanno trovare altra missione all'Italia ridesta che

quella di cibarsi degli ultimi rifiuti e ricominciare la prova che

l'Europa sta concludendo. E riescissero! Ma come? Non proclamano essi da

ormai tre anni federazione di principi che non vogliono collegarsi? Non

annunziano ai popoli una dieta, mentre dei tre governi che dovrebbero

attuarla un si tace, l'altro avversa, il terzo promove invece la

costituente? Non evangelizzano ogni settimana la guerra con un ministero

che intima pace? Non hanno essi scritto libri di 500 pagine fondati

sull'ipotesi d'una lega liberalissima tra Napoli e Piemonte, e non ha

egli il re di Napoli risposto abbandonando il campo italiano e

trasmutando i soldati in carnefici de' loro fratelli? I mezzi per

verificare anche quel meschino concetto di federalismo monarchico non

sono nelle loro mani. Noi possiamo con lunghe fatiche educare il popolo,

essi non possono educare, non che cinque, un sol re. Le loro teoriche,

le loro speranze posano tutte sopra un _forse_, sopra un _se_: dietro un

se in forma di papa o di principe essi hanno trascinato per tre anni la

povera Italia d'illusione in illusione, d'utopia in utopia, alla

condizione di prima: e quando si rassegneranno un giorno a rinsavire e

morire, il fatto da loro potrà rappresentarsi mirabilmente da quei due

versi che un principe di Toscana rispondeva ai sudditi petizionanti:

Talor, qualor, quinci, sovente e guari:

Rifate il ponte co' vostri danari

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 111 / 125 题