XI.

Il leone, il popolo, si scosse e ruggì. Ruggì spontaneo, fidando nella

propria potenza. E il ruggito fu tale che gli Austriaci impauriti,

tremanti, s'appiattarono nelle fortezze. La vittoria era consumata,

quando Carlo Alberto, per non balzare dal trono, varcò il Ticino. E

dietro a lui, per non perdere l'utopia, lo sciame dei _moderati_.

Ricordo il dolore ch'io m'ebbi quando, palpitante ancora per entusiasmo

e per gioja sui fatti lombardi, lessi in un giornale il proclama

all'esercito del re Carlo Alberto. E quel dolore non era, io lo giuro

sull'anima mia, dolore di repubblicano tenace o d'uomo che non

dimentica: io non pensava in quei giorni che alla questione vitale

dell'indipendenza e avrei abbracciato il mio più mortale nemico purchè

avesse ajutato l'Italia a ricacciar l'Austriaco oltre l'Alpi: era dolore

d'uomo educato dalla sventura che presentiva la delusione, la guerra

regia sostituita alla guerra del popolo, l'ambizione irrequieta,

impotente d'un individuo all'impeto di sagrificio dei millioni,

l'inettezza d'una decrepita aristocrazia ai nobili fecondi impulsi dei

giovani popolani, la diffidenza, la briga--tutto, fuorchè il

tradimento--alla fratellanza santissima nell'intento, alla semplice

diritta logica dell'insurrezione. E quel fiero presentimento non mi

lasciò mai; onde io m'ebbi a provare l'estremo e il più forte fra tutti

i dolori, quello di sentirmi, dopo diciassette anni d'esilio, esule

sulla terra materna. E nondimeno io giurai allora tacermi e mantenermi,

finchè vivesse speranza di buona fede, neutro fra la parte regia e

quella dei miei fratelli repubblicani, per non meritarmi

rimprovero,--non dagli uomini che non curo--ma dalla coscienza, d'aver

nociuto per credenze e antiveggenze mie individuali alla concordia e

alla patria. Io attenni il mio giuramento, e mi seguirono--forse fu

danno--su quella via i più fra i repubblicani.

Oh se Carlo Alberto avesse avuto, se non virtù, l'ingegno almeno

dell'ambizione! Se gli inetti che lo seguirono o lo precedevano avessero

potuto intendere che la miglior via per ottenere una corona era

quella--non di carpirla--ma di vincere e meritarla! Se i _moderati_

chiamati a reggere in Milano le sorti dell'insurrezione avessero amato,

se non la libertà, merce arcana per l'anime loro, l'indipendenza almeno

e la gloria delle terre lombarde, e inteso che la riconoscenza dei

generosi si conquista mostrando e ispirando fiducia, e cercato il

trionfo del loro signore per le sole vie dell'onore! Mantenendo

inviolato sino al finir della guerra quel programma di neutralità

politica ch'essi avevano più volte solennemente giurato--stringendosi

intorno con vera sentita fede gli uomini di parte diversa--suscitando

più sempre, in appoggio e d'ogni intorno all'esercito sardo, la guerra

del popolo--trattando il re come alleato e non come arbitro supremo

della rivoluzione lombarda--sollecitando l'ajuto, non dei principi, ma

dei popoli di tutta Italia--promovendo con tutti i mezzi la formazione

di legioni di volontarî scelti--accogliendo, invitando, ad emulazione e

pegno di fratellanza, volontarî pur dalla Svizzera, dalla Francia, da

tutte parti--chiamando con rapidi messi, e collocando giusta il merito

quei molti fra gli esuli nostri che avevano militato con onore del nome

italiano nella Spagna, in Grecia, in America--spingendo, sollecitamente

armata e guidata da essi, la gioventù fin oltre il Tirolo italiano, a

rompere in urto le stolte pretese della Confederazione Germanica, e

creare la necessità della presto o tardi inevitabile guerra europea,

procacciandosi gli ajuti fraterni di Francia, non al di qua dell'Alpi,

ma al di là del Reno--essi avrebbero salvato il paese dagli orrori e

dalla vergogna d'una seconda invasione, meritato, quand'anche per le

intenzioni non la meritassero, fama tra i posteri d'uomini liberi, e

fondato sulla cieca immemore riconoscenza del popolo--non dirò la

dinastia, perchè a nessuna forza è dato oggimai fondar dinastie,--ma il

trono del vagheggiato loro padrone. A noi, se fosse spiaciuto il vivere

sotto un governo ineguale ai fati italiani, non sarebbe incresciuto il

ripigliar la via dell'esilio, ma non com'ora, col dolore di non aver

potuto, nè parlando, nè tacendo, giovare alla causa della nazione.

Non eran da tanto; e forse meglio così: il popolo d'Italia dovrà quando

che sia la propria salute a sè stesso. Erette ancora le barricate del

marzo, davanti al fremito di tutta Italia, davanti al plauso e

all'incitamento di tutta Europa, i _moderati_ inventarono... il regno

italico settentrionale e la _fusione_ per via di muti registri!

Il dire come, conseguenza di quel meschino raggiro sostituito al grande,

splendido concetto italiano che viveva nell'anima dei giovani in

Lombardia, per inettezza dapprima, per tradimento dettato dalla paura

dappoi, rovinassero le cose lombardo-venete, non è qui mio istituto.

Dirò bensì che per oscena sfrontatezza di piccole mene adoperate a

carpire i voti per la fusione, per accanimento di calunnie e vilissime

personalità seminate, parlate, stampate pei muri contro chi anche

tacendo non assentiva, per incapacità portentosa, per imprevidenza da un

lato e raggiro astuto dall'altro, io non so di partito che siasi sceso

mai così in fondo. A ritrarne le fattezze in quel breve periodo del

maggio, converrebbe allo storico intinger la penna nel fango; se non che

la storia tacerà di quelli uomiciattoli. I buoni erano; ma i più

sprovveduti di forti credenze e d'energia per combattere: taluni

dispettosi per altezza d'animo e spronati dalla natura a ravvolgersi,

come Peto Trasea, quando uscì dal corrotto senato colla testa nel manto,

anzichè contendere di palmo in palmo il terreno. I repubblicani, anche

quei tra loro che s'erano subito dopo l'insurrezione costituiti in

associazione, fino al 12 maggio tacevano. Il 13 protestarono dignitosi

dichiarando a ogni modo non volersi fare promotori di risse civili; poi

disperando per allora d'ogni rimedio e convinti che bisognava lasciare

si consumasse l'esperimento, si contentavano di registrare nell'_Italia

del Popolo_ le promesse tradite e i vaticinî dell'imminente futuro di

linea in linea avverati. La è storia questa che nè calunnia di

giornalisti, nè altro, potrà cancellare.

E la Lombardia era nuovamente serva. Gli Austriaci passeggiavano le vie

di Milano. Il re di Napoli s'era rifatto tiranno; Pio IX, papa non

dell'avvenire, ma del passato. Carlo Alberto mendicava alla Francia

ajuti che non potevano ottenere, all'Austria armistizî disonorevoli e

peggio. Il sogno dei _moderati_ sfumava: il regno dell'alta Italia

moriva nella nullità dei portafogli della consulta. _Scusate le ciarle._

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 110 / 125 题