Il leone, il popolo, si scosse e ruggì. Ruggì spontaneo, fidando nella
propria potenza. E il ruggito fu tale che gli Austriaci impauriti,
tremanti, s'appiattarono nelle fortezze. La vittoria era consumata,
quando Carlo Alberto, per non balzare dal trono, varcò il Ticino. E
dietro a lui, per non perdere l'utopia, lo sciame dei _moderati_.
Ricordo il dolore ch'io m'ebbi quando, palpitante ancora per entusiasmo
e per gioja sui fatti lombardi, lessi in un giornale il proclama
all'esercito del re Carlo Alberto. E quel dolore non era, io lo giuro
sull'anima mia, dolore di repubblicano tenace o d'uomo che non
dimentica: io non pensava in quei giorni che alla questione vitale
dell'indipendenza e avrei abbracciato il mio più mortale nemico purchè
avesse ajutato l'Italia a ricacciar l'Austriaco oltre l'Alpi: era dolore
d'uomo educato dalla sventura che presentiva la delusione, la guerra
regia sostituita alla guerra del popolo, l'ambizione irrequieta,
impotente d'un individuo all'impeto di sagrificio dei millioni,
l'inettezza d'una decrepita aristocrazia ai nobili fecondi impulsi dei
giovani popolani, la diffidenza, la briga--tutto, fuorchè il
tradimento--alla fratellanza santissima nell'intento, alla semplice
diritta logica dell'insurrezione. E quel fiero presentimento non mi
lasciò mai; onde io m'ebbi a provare l'estremo e il più forte fra tutti
i dolori, quello di sentirmi, dopo diciassette anni d'esilio, esule
sulla terra materna. E nondimeno io giurai allora tacermi e mantenermi,
finchè vivesse speranza di buona fede, neutro fra la parte regia e
quella dei miei fratelli repubblicani, per non meritarmi
rimprovero,--non dagli uomini che non curo--ma dalla coscienza, d'aver
nociuto per credenze e antiveggenze mie individuali alla concordia e
alla patria. Io attenni il mio giuramento, e mi seguirono--forse fu
danno--su quella via i più fra i repubblicani.
Oh se Carlo Alberto avesse avuto, se non virtù, l'ingegno almeno
dell'ambizione! Se gli inetti che lo seguirono o lo precedevano avessero
potuto intendere che la miglior via per ottenere una corona era
quella--non di carpirla--ma di vincere e meritarla! Se i _moderati_
chiamati a reggere in Milano le sorti dell'insurrezione avessero amato,
se non la libertà, merce arcana per l'anime loro, l'indipendenza almeno
e la gloria delle terre lombarde, e inteso che la riconoscenza dei
generosi si conquista mostrando e ispirando fiducia, e cercato il
trionfo del loro signore per le sole vie dell'onore! Mantenendo
inviolato sino al finir della guerra quel programma di neutralità
politica ch'essi avevano più volte solennemente giurato--stringendosi
intorno con vera sentita fede gli uomini di parte diversa--suscitando
più sempre, in appoggio e d'ogni intorno all'esercito sardo, la guerra
del popolo--trattando il re come alleato e non come arbitro supremo
della rivoluzione lombarda--sollecitando l'ajuto, non dei principi, ma
dei popoli di tutta Italia--promovendo con tutti i mezzi la formazione
di legioni di volontarî scelti--accogliendo, invitando, ad emulazione e
pegno di fratellanza, volontarî pur dalla Svizzera, dalla Francia, da
tutte parti--chiamando con rapidi messi, e collocando giusta il merito
quei molti fra gli esuli nostri che avevano militato con onore del nome
italiano nella Spagna, in Grecia, in America--spingendo, sollecitamente
armata e guidata da essi, la gioventù fin oltre il Tirolo italiano, a
rompere in urto le stolte pretese della Confederazione Germanica, e
creare la necessità della presto o tardi inevitabile guerra europea,
procacciandosi gli ajuti fraterni di Francia, non al di qua dell'Alpi,
ma al di là del Reno--essi avrebbero salvato il paese dagli orrori e
dalla vergogna d'una seconda invasione, meritato, quand'anche per le
intenzioni non la meritassero, fama tra i posteri d'uomini liberi, e
fondato sulla cieca immemore riconoscenza del popolo--non dirò la
dinastia, perchè a nessuna forza è dato oggimai fondar dinastie,--ma il
trono del vagheggiato loro padrone. A noi, se fosse spiaciuto il vivere
sotto un governo ineguale ai fati italiani, non sarebbe incresciuto il
ripigliar la via dell'esilio, ma non com'ora, col dolore di non aver
potuto, nè parlando, nè tacendo, giovare alla causa della nazione.
Non eran da tanto; e forse meglio così: il popolo d'Italia dovrà quando
che sia la propria salute a sè stesso. Erette ancora le barricate del
marzo, davanti al fremito di tutta Italia, davanti al plauso e
all'incitamento di tutta Europa, i _moderati_ inventarono... il regno
italico settentrionale e la _fusione_ per via di muti registri!
Il dire come, conseguenza di quel meschino raggiro sostituito al grande,
splendido concetto italiano che viveva nell'anima dei giovani in
Lombardia, per inettezza dapprima, per tradimento dettato dalla paura
dappoi, rovinassero le cose lombardo-venete, non è qui mio istituto.
Dirò bensì che per oscena sfrontatezza di piccole mene adoperate a
carpire i voti per la fusione, per accanimento di calunnie e vilissime
personalità seminate, parlate, stampate pei muri contro chi anche
tacendo non assentiva, per incapacità portentosa, per imprevidenza da un
lato e raggiro astuto dall'altro, io non so di partito che siasi sceso
mai così in fondo. A ritrarne le fattezze in quel breve periodo del
maggio, converrebbe allo storico intinger la penna nel fango; se non che
la storia tacerà di quelli uomiciattoli. I buoni erano; ma i più
sprovveduti di forti credenze e d'energia per combattere: taluni
dispettosi per altezza d'animo e spronati dalla natura a ravvolgersi,
come Peto Trasea, quando uscì dal corrotto senato colla testa nel manto,
anzichè contendere di palmo in palmo il terreno. I repubblicani, anche
quei tra loro che s'erano subito dopo l'insurrezione costituiti in
associazione, fino al 12 maggio tacevano. Il 13 protestarono dignitosi
dichiarando a ogni modo non volersi fare promotori di risse civili; poi
disperando per allora d'ogni rimedio e convinti che bisognava lasciare
si consumasse l'esperimento, si contentavano di registrare nell'_Italia
del Popolo_ le promesse tradite e i vaticinî dell'imminente futuro di
linea in linea avverati. La è storia questa che nè calunnia di
giornalisti, nè altro, potrà cancellare.
E la Lombardia era nuovamente serva. Gli Austriaci passeggiavano le vie
di Milano. Il re di Napoli s'era rifatto tiranno; Pio IX, papa non
dell'avvenire, ma del passato. Carlo Alberto mendicava alla Francia
ajuti che non potevano ottenere, all'Austria armistizî disonorevoli e
peggio. Il sogno dei _moderati_ sfumava: il regno dell'alta Italia
moriva nella nullità dei portafogli della consulta. _Scusate le ciarle._