III.

Voi avete, o Italiani, tradito quest'unica norma e sagrificato--poco

monta se a tempo o per sempre--la vostra coscienza a una illusione di

forza. Ogni linea della vostra storia v'additava, da quando cessaste di

reggervi a popolo, una colpa o una imbecillità di regnanti; ogni sillaba

de' vostri grandi v'insegnava, santificata dal martirio, una fede che fa

interprete il popolo del pensiero di Dio; ogni esperimento vostro ed

altrui negli ultimi sessant'anni v'era documento splendido,

irrecusabile, che ogni libertà d'individuo o nazione si conquista per

virtù propria, non per artificio di diplomazia e concessioni di

principi; e nondimeno, non sì tosto il terrore della rivelata vostra

potenza ebbe condotto i vostri padroni a balbettare pochi accenti di

libertà menzognere e d'ipocrite leghe, voi cancellaste, miseramente

affascinati dalla speranza di menomarvi i pericoli della via, ricordi

storici, ispirazioni di grandi, giuramenti, e riverenza a chi pativa e

moriva per voi: piegaste il ginocchio davanti a tutti poteri, e diceste:

_non da Dio, ma da voi_. E non eravate credenti. Il vostro labbro

accattava a lodarli pompa di frasi ne' retori delle età corrotte; la

vostra mano scriveva oltraggi e condanna a quei tra vostri concittadini

che serbavano intatta la santità del loro proposito e la dignità severa

del nome italiano; e nell'anima vostra vigilavano il disprezzo e la

diffidenza degli uomini salutati rigeneratori; e mormoravate

sommessamente--ma non tanto che essi, quegli uomini, non

v'udissero--_poi che ci saremo giovati d'essi e dei loro battaglioni e

della loro influenza, noi li infrangeremo, come gli Israeliti facevano

dei loro idoli_: essi hanno infranto voi, e meritamente. Così,

rimpicciolita, ringrettita la divina verità per entro le vie tortuose di

quella che oggi chiamano _politica_ e non è che parodia di politica,

ideaste di cogliere il più alto premio che Dio conceda ad un popolo,

l'unità nazionale, senza meritarlo colla dignità dell'animo, colla

rettitudine del pensiero, colla serena franchezza degli atti e della

parola. Dovevate procedere colla spada in una mano e col vangelo

nell'altra, in nome dei vostri diritti e della vostra missione, in nome

del lungo vostro martirio e della potenza di vita che freme più che

altrove in questa sacra terra d'Italia; e procedeste invece col

Machiavelli nella destra, cogli statuti bastardi di re perpetuamente

spergiuri nella sinistra. Quelli statuti che voi disegnavate di romper

più tardi vi condannavano intanto a subire i raggiri di corti e

diplomazie, a servire capi sprezzati e perfidi o inetti, a frenare

l'impeto, sospetto ai principi, delle moltitudini, a violare

l'indivisibilità della bandiera italiana e inalzare un lembo

all'adorazione, a velare in nome dell'indipendenza la statua della

libertà ch'è il Labaro della vittoria. E voi subiste ad una ad una,

fremendo impotenti, combattendo senza pro, tremanti sempre d'insidie che

potevate, e non v'attentavate, vincere con una parola, tutte quelle

fatalità, travolgendovi d'errore in errore, di menzogna in menzogna,

dietro a faccendieri politici che vi sviavano con una larva di forza

ordinata dall'unica vera invincibile forza: l'INSURREZIONE. Però

cadeste; e s'anche ora ricomincierete la guerra regia--ricordatevi ciò

ch'io, palpitando per ira e dolore, vi dico--cadrete.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 102 / 125 题