IV.

Le Nazioni non si rigenerano colla menzogna. Machiavelli, che i falsi

profeti di libertà imitano da lungi e profanandone la sapienza, veniva a

tempi nei quali Chiesa, principato e stranieri avevano spento un'epoca

di vita italiana, e dopo aver tentato gli estremi pericoli per la patria

e subìto prigione e tormenti per vedere se pur fosse modo di trarne

scintilla d'azione, procedeva, Dio solo sa con quali fraintesi

inconfortati dolori, all'autopsia del cadavere, a segnarne le piaghe, a

numerare i vermi principeschi, cortigianeschi, preteschi che vi si

agitavano dentro, e offeriva quello spettacolo ai posteri migliori ch'ei

presentiva, come i padri spartani conducevano i giovanetti davanti

all'iloto briaco perchè imparassero a fuggire la vergogna

dell'intemperanza. E noi siamo all'alba d'un'epoca, commossi dall'alito

della vita novella; e che mai potremo attingere dalle pagine di

Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de' malvagi a sfuggirle

e deluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si

rigenerano coll'amore, si fanno grandi e potenti colla religione del

vero, quando essi possono guardar securi dentro l'occhio delle nazioni e

della propria coscienza e dire: _la nostra vita è una santa battaglia,

la nostra morte è quella dei martiri_; dico che la mortalità è l'anima

delle grandi imprese, che l'inganno efficace a corrompere, a smembrare,

a inceppare, e buono ai padroni, è impotente a muovere, a produrre, a

creare, e riesce fatale ai servi che intendono emanciparsi e rifarsi

uomini; dico che per quanto s'esamini studiosamente la tradizione

storica della umanità, nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità

di nazione, nè una grande idea s'è incarnata, trionfando, nei fatti, nè

un incremento reale di potenza e di libera vita s'è aggiunto allo

sviluppo di una razza mortale per artificî machiavellici o reticenze

gesuitiche. E dico che per averlo tentato noi abbiamo sparso inutilmente

lagrime e sangue; e che fra tutte le pesti della misera Italia la più

funesta e la più vergognosa è questa degli intelletti dalle vie oblique,

dei machiavellucci d'anticamera e di consulte, degli uomini di Stato in

trentaduesimo ai quali, negli ultimi due anni, è toccato in sorte di

reggere la più bella, la più santa, la più grande impresa che fosse dato

tentare ad uomini, la liberazione d'un popolo schiavo da secoli, la

creazione d'una Italia, cioè d'una nazione che non può sorgere senza che

la carta d'Europa si muti, senza che l'umanità s'indirizzi per nuove

vie. Taluni fra coloro ai quali la linea retta non par la più breve e

che preferiscono il sistema monarchico misto al repubblicano, per questo

appunto che l'ultimo s'impianta sul principio semplice e chiaro della

sovranità popolare e il primo sulla conciliazione dei tre inconciliabili

elementi spettanti a tre epoche diverse, monarchico, aristocratico e

democratico, sorrideranno. E sorridano, purch'io li disprezzi. Io so che

la potenza di tutta quanta la loro dottrina politica si libra fra un

armistizio Salasco e il dissolvimento d'un ministero Pinelli. La

questione italiana soggiorna in ben altra sfera: nella sfera de'

principî eterni, incancellabili, che assegnano a venticinque milioni

d'uomini affratellati da Dio nella gloria, nel dolore, nella speranza,

nelle tendenze, nella lingua, nella carezza dei canti materni,

nell'alito che vien dal cielo, nell'aspirazione che s'inalza da una

terra conterminata dall'Alpi e dal mare, una parte, una missione

speciale nel moto progressivo della umanità: nella coscienza d'individui

seguaci, a prezzo di vivo sangue del core, della verità e impavidi a

sostenerla avvenga che può: negli istinti del popolo che non legge

Machiavelli nè sa di ponderazione di poteri e di siffatte dottissime

cose, ma procede, come il genio, per intuizione, sotto gli impulsi

rapidi, concitati, impreveduti d'una vita collettiva concentrata ad

azione, virtuoso sempre quando opera spontaneo e soddisfatto a scegliere

tra il giusto e l'ingiusto, fra la religione del vero e l'ateismo di una

falsa scienza inorpellatrice. Se la patria non è per noi una religione,

io non intendo che sia.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 103 / 125 题