RISPOSTA AD UNA OBBIEZIONE[87].

1842.

Alcuni operai italiani dichiarando la loro approvazione al nostro

concetto e alle basi fondamentali della nostra associazione, hanno mosso

a chi dirige l'_Apostolato_ il dubbio seguente:

«Perchè cercate riunire in un solo corpo gli operai italiani? Perchè li

concentrate in una sezione dell'Associazione Nazionale? Voi così

perpetuate la distinzione delle classi che annunziate voler distruggere.

Voi date un fondamento alla ineguaglianza che pretendete combattere. Si

tratta non di divisione, ma di fusione. Non esistono sotto la nostra

bandiera che cittadini italiani. Qualunque altra denominazione racchiude

un germe di quella aristocrazia che dobbiamo e vogliamo spegnere.»

Il rimprovero per sè, ci sia concesso il dirlo, è fondato sopra un

errore tanto palpabile che non meriterebbe confutazione. Ma tradisce un

senso di diffidenza giustificato in parte dal passato, e noi dobbiamo

afferrare tutte occasioni di chiarirlo ingiusto e di logorarlo.

La _Giovane Italia_, come associazione, non ha bisogno di difendere le

proprie intenzioni. La sua bandiera fu bandiera di popolo sin dal primo

giorno in che fu levata. La sua credenza fu credenza esplicita,

dichiarata animosamente, d'unità della razza umana, d'abborrimento dalle

caste, d'eguaglianza tra le nazioni, d'eguaglianza fra i cittadini d'una

nazione. Prima in Italia, predicò che la causa essenziale dell'impotenza

dei tentativi rivoluzionarî passati stava nello scopo imperfetto,

aristocratico, anti-nazionale che s'era dai capi prefisso a quei

tentativi: disse che non si fondava nazione se non si fondava per tutti,

se non si chiamavano tutti a fondarla, cioè a concorrere nei doveri e a

partecipar nei diritti che sgorgano dal concetto nazionale: disse che le

forze della nazione non erano scese mai sull'arena, perchè non s'erano

chiamate mai, perchè le insurrezioni s'erano appoggiate or sulla milizia

e sul patriziato, or sulle classi medie, non mai sulla universalità

degli uomini, che costituiscono la nazione, perchè i capi avevano sempre

parlato d'indipendenza dallo straniero, di libertà politica, di diritti

politici, dimenticando che tutte rivoluzioni sono nella loro essenza

_sociali_, che l'ordinamento politico è la _forma_ e non altro dei

mutamenti, e che non s'ha diritto di chiamare i milioni al sacrificio

della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di

perfezionamento collettivo, di miglioramento morale e materiale comune a

tutti, di educazione fraterna senza eccezione. Nessun atto, nessun

scritto dell'associazione smentì fino ad oggi siffatta credenza. Il

dubbio adunque non mira a ferir le intenzioni, ma guarda alle tristi

conseguenze che potrebbero escire da un errore in buona fede commesso.

A questo è da rispondere.

La parola _operajo_ non ha per noi alcuna indicazione di _classe_ nel

significato comunemente annesso al vocabolo: non rappresenta inferiorità

o superiorità sulla scala sociale: esprime un ramo d'occupazione

speciale, un genere di lavoro, un'applicazione determinata dell'attività

umana, una certa _funzione_ nella società: non altro. Diciamo _operajo_

come diciamo _avvocato_, _mercante_, _chirurgo_, _ingegnere_. Tra

codeste occupazioni non corre divario alcuno quanto ai diritti e ai

doveri di cittadini. Ognuna d'esse dà soddisfacimento a un bisogno,

tutte sono, più o meno, essenziali allo sviluppo comune. Le sole

differenze che noi ammettiamo tra i membri d'uno Stato sono le

differenze d'educazione morale. Un giorno, l'educazione generale

uniforme ci darà una comune morale. Un giorno, saremo tutti _operai_,

cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell'opera nostra in qualunque

direzione s'eserciti. L'esistenza rappresenterà un lavoro compito.

Ma codesto è l'avvenire: l'avvenire per cui lavoriamo. Il presente è

diverso. E non movendo da esso, noi ci esporremmo a perpetuarlo, mentre

intendiamo a mutarlo.

Il presente è diverso. Esistono in Italia, come dappertutto, due

_classi_ d'uomini: gli uni possessori esclusivamente degli elementi

d'ogni lavoro, terre, credito, o capitali; gli altri, privi di tutto

fuorchè delle loro braccia. Esiste in Italia come per ogni dove una

educazione diversa per queste due classi, o meglio, esiste una

educazione quale i mezzi individuali possono procacciarla, per la prima

classe; non esiste educazione alcuna per la seconda. Sopra duecento

allievi incirca segnati sui registri della _Scuola italiana gratuita_ di

Londra, centotrenta imparano a leggere.

Gli uomini della prima classe per conoscenza, gli uomini della seconda

istintivamente desiderano egualmente l'Indipendenza e l'Unità Nazionale:

in tutto il resto si separano.

Gli uomini della prima classe combattono per assicurare ed accrescere

gli agi e le superfluità della vita; gli uomini della seconda combattono

per assicurarsi la vita.

I primi vorrebbero conquistare maggior sviluppo e libertà d'applicazione

al pensiero: i secondi, costretti a spendere dodici o quattordici ore

della giornata in un lavoro quasi esclusivamente di braccia, vorrebbero

conquistarsi _possibilità_ di pensiero.

I primi, inceppati nell'esercizio delle loro facoltà, vilipesi dallo

straniero, sottoposti all'arbitrio di principi stolti e malvagi, hanno

principalmente bisogno d'una rivoluzione _politica_: i secondi affranti

dalla miseria, tormentati dalla precarietà del lavoro e

dall'insufficienza dei salarî, hanno principalmente bisogno d'un

ordinamento _sociale_.

Le insurrezioni fino ad oggi tentate ebbero carattere esclusivamente

_politico_: il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione

porti carattere _politico_ e _sociale_ ad un tempo.

Ma per riescirvi sono necessarie due cose: l'una che i milioni i quali

invocano un migliore ordinamento sociale esprimano i loro bisogni;

l'altra che i migliori o i più tra gli uomini componenti la prima classe

simpatizzino coll'espressione di quei bisogni e intendano la necessità

di riunirsi a soddisfarli concordemente.

La prima è necessaria perchè le rivoluzioni non prevengono, non

indovinano i bisogni dei popoli, ma li concretano, li traducono in

fatti, li riducono a legge. La seconda è necessaria, perchè altrimenti

le rivoluzioni si ridurrebbero a guerre civili nelle quali la decisione

qualunque siasi, a qualunque parte spetti il trionfo, è pur sempre

questione di forza e sostituisce una tirannide all'altra.

E l'unica via da seguirsi per ottenere queste due cose è l'ordinamento

in associazione degli uomini che invocano il mutamento sociale.

La nazione intera ha bisogno di sapere ciò che gli operai, cioè i

milioni d'uomini che vivono del proprio lavoro senza possedere gli

elementi del lavoro, patiscono, accusano, invocano.

La nazione ha bisogno di sapere ciò che gli operai _non_ vogliono: tanti

strani sistemi, pericolosi, sovversivi, hanno occupato le menti a' dì

nostri, che giova conoscere non solamente ciò che l'uomo crede, ma ciò

in che non crede.

Gli operai hanno bisogno di consultarsi per conoscere e calcolare le

proprie forze, per concordare intorno ai rimedî che possono porre un

termine ai loro mali, per raccogliere i mezzi necessarî ad esprimerli

colla stampa e a dare un principio almeno d'educazione a quei tra' loro

fratelli che ne sono assolutamente mancanti.

Considerazioni siffatte hanno dato origine alla formazione d'una sezione

composta esclusivamente d'operai nell'Associazione nazionale.

Quando l'Italia vedrà riuniti in un corpo, schierato sotto la bandiera

nazionale e pronto a commettersi alle battaglie della patria, i suoi

operai, e udrà da essi medesimi l'espressione riposata, pacifica de'

loro bisogni, l'Italia non accuserà più di freddezza e d'inerzia le sue

moltitudini e intenderà il perchè si rimasero, nei tentativi passati,

anzi spettatrici che attive. Quando gli operai ordinati, forti di

convinzioni uniformi, stretti in unità di volere, militeranno

nell'Associazione nazionale, non solamente come cittadini, ma come

operai, non dovranno più temere d'esser delusi nelle loro giuste

speranze e di vedere le rivoluzioni consumarsi in questioni di forme

meramente _politiche_ a benefizio d'una sola classe.

Senza ciò non v'è da sperare. Le insurrezioni, ignare de' bisogni

speciali e delle esigenze dei diversi elementi che compongono lo Stato,

formeranno il loro programma dai voti comuni a tutti, promulgheranno

diritti politici inefficaci e nulla più. La storia degli ultimi

cinquant'anni parla evidente in proposito.

Braccia d'operai conquistarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla

rivoluzione francese? Braccia d'operai rovesciarono il trono di Carlo X:

cosa ottennero le moltitudini dall'insurrezione del 1830? Le

associazioni, che prepararono in Italia il terreno ai movimenti del

1831, erano popolate d'operai: quali provvedimenti furono, non dirò

presi, ma indicati da lungi alla speranza delle classi operose, perchè i

padri si confortassero nell'idea che sorriderebbe ai figli un migliore

avvenire? Gli operai delle città di provincia decisero in Inghilterra

nel 1831 la questione della riforma: perchè i pochissimi miglioramenti

che originarono dal _bill_ conquistato non fruttarono che alle classi

medie? Mancava agli operai un ordinamento speciale; mancava quindi

l'espressione regolare, insistente, imponente de' loro bisogni.

L'operajo si frammise a movimenti originati e diretti dalle classi

medie, si confuse nelle vaste fila della Carboneria, scese in piazza a

combattere, com'uomo, come cittadino, non come operajo. Venne in ajuto,

come cifra numerica aggiunta alla lotta, non come _elemento_ dello

Stato, a classi che erano col fatto ordinate da secoli, e considerate da

secoli come elementi della società. Accettò quindi necessariamente il

loro programma, non diede il suo. S'anche, avvedendosi che i diritti

politici senz'altro non gli fruttavano, egli avesse, il dì dopo aver

combattuto, esposto i proprî bisogni, era tardi: voce non collettiva ma

_d'individui_, il rumore che menavano le classi ordinate istigatrici del

movimento doveva disperderla, e la disperse. Perchè accusarne unicamente

gli uomini di quelle classi? Perchè pretendere dalla natura umana come

anch'oggi è, che insoddisfatta del presente, ricerchi i bisogni non

espressi dell'avvenire?

La questione dell'ordinamento speciale degli operai italiani si riduce a

questa: hanno o non hanno gli operai bisogni speciali ch'esigono

provvedimento?

Gli operai--giova ripetere codeste cose--lavorano troppe ore della

giornata, perchè non ne patisca la loro salute e perchè non vi sia per

essi impossibilità assoluta d'educare, come conviensi ad ogni umana

creatura, l'intelletto e l'anima loro. Gli operai sono generalmente

troppo mal retribuiti perch'essi possano schermirsi, coi risparmî, dalla

miseria per sè e per le loro famiglie ne' tempi di crisi, e

dall'ospedale o dal _workhouse_ nella vecchiaja. Gli operai sono

lasciati senza riparo, dacchè le coalizioni, anche negli Stati

mezzo-liberi, sono punite, all'arbitrio di chi li impiega e alle

diminuzioni dei salari, provocate dagli effetti della concorrenza

crescente. Gli operai sono continuamente esposti alla mancanza assoluta

di lavoro, cioè alla fame, per le frequenti crisi commerciali che

l'assenza di direzione generale all'attività industriale fa inevitabili.

Gli operai sono, dalla natura della loro mercede incapace d'aumento

progressivo comunque il guadagno de' padroni proceda, ridotti alla

condizione di macchine, condannati ad una ineguaglianza perpetua,

avviliti in faccia a sè stessi e ai loro fratelli di patria. Gli operai

sono, per tutte queste cagioni, sottoposti a tutti gli obblighi della

società dove vivono, dal tributo che le imposte indirette prelevano sui

sudori delle loro fronti fino al sagrificio della vita che le guerre

della patria esigono, senza giovarsi d'un solo de' suoi benefizî.

A condizioni siffatte i rimedî meramente politici non bastano: e

nondimeno, le rivoluzioni saranno sempre meramente politiche finchè

saranno fidate all'impulso unico delle altre classi. Le loro condizioni

sono radicalmente diverse: perchè faticherebbero a provvedere a bisogni

ch'essi non provano e che non hanno espressione collettiva da chi li

prova? E chi mai se non chi li prova può esprimerli efficacemente?

Quando in Francia una legge sugli zuccheri ferisce gli interessi

commerciali, a chi se non alle Camere di commercio spetta ammonire e

protestare contr'essa? Chi sogna separazione di classi e aristocrazia

mercantile, perchè le Camere di commercio ammoniscono e protestano?

Operai italiani, arrossite del vostro nome? arrossite dell'ufficio al

quale adempite nella società? I padri vostri non ne arrossivano.

Quando Firenze era libera, repubblica nota e rispettata in Europa, i

vostri padri si ordinavano per arti e mestieri, si chiamavano

alteramente lanajuoli, setajuoli, conciatori di pelli, si

raccoglievano sotto i loro gonfaloni ad esprimere i loro bisogni e la

loro volontà. Diffidereste in oggi degli uomini che vi chiamano ad

ordinarvi per raggiungere quella eguaglianza che non esiste finora per

voi, e che nessuno finora ha tentato darvi, solo perchè l'ordinarvi a

un lavoro speciale implica che voi non l'avete raggiunta? Se voi

preferite il _nome_ alla _cosa_--se vi pare che il confondervi in un

lavoro esclusivamente politico coi vostri concittadini, sulla terra

straniera, senza indizio delle vostre condizioni presenti, sia da

preferirsi al tentare un riordinamento sociale che vi darà, quando che

sia, nella vostra patria, non diritti nominali, ma esercizio reale di

diritti e doveri cittadineschi,--rimanetevi separati da noi. Dove no,

fate senno. Fate senno degli esempî patrî; fate senno, poichè pur

troppo voi guardate anch'oggi con più attenzione alle cose altrui che

non alle vostre, degli esempî stranieri. A che son dovuti i progressi

che la questione sociale ha fatto da dieci anni in Francia ed in

Inghilterra, se non alle associazioni degli operai? Da che deriva la

tendenza abituale in oggi negli organi della classe media a discutere

i punti, negletti dieci anni sono, del miglioramento delle classi

povere e dell'ordinamento del lavoro, se non dai giornali che in

Francia ed in Inghilterra gli operai stessi dirigono?[88] Sarete

illusi sempre e sempre traditi, operai italiani, finchè non seguirete

siffatti esempî, finchè non intenderete che prima di partecipare nei

cangiamenti politici cogli altri elementi, l'elemento del _lavoro_ ha

da ottenersi cittadinanza nello Stato, ch'oggi non l'ha, e che a

conquistarla è indispensabile l'associazione.

Operai italiani, che avete mosso il dubbio intorno al quale abbiamo

tenuto discorso, le vostre intenzioni sono pure; il vostro sospetto è

sospetto d'uomini che sentono l'importanza del principio d'eguaglianza

sul quale deve indispensabilmente fondarsi l'edifizio futuro e tremano

di vederlo guasto o falsato. Ma badate ch'altri, più diffidente della

natura umana che noi non siamo, non lo interpreti diversamente, e non

v'accusi d'una vanità meschinissima, ostile al principio che predicate:

badate a non screditare per voi stessi l'ufficio ch'esercitate nella

società, lasciando pensare che voi ne arrossite: badate a non fare che i

vostri nemici possano dire: _vedete? essi si dichiarano apostoli d'una

società fondata sul lavoro, e vergognano di vivere sul lavoro delle loro

braccia_. Voi siete il nucleo della nazione futura. Non la tradite,

rinegandone il principio fondamentale. Andate nobilmente alteri del

vostro nome: verrà tempo che tutta quanta la nazione lo adotterà.

Scrivete sulla vostra bandiera LAVORO, e rannodatevi intorno ad essa per

riscattarla dal dispregio in che secoli l'hanno tenuta. In faccia alla

Democrazia, quella parola, base d'ogni società popolarmente ordinata,

racchiude la più alta malleveria dell'eguaglianza che voi cercate: in

faccia a quella parte della nazione che non è conquistata ancora alle

credenze democratiche, voi nuocereste deliberatamente alla nostra causa

se lasciaste mai sospettare che il nome _Operajo_, segno del vostro

ufficio nella società, cova, anche nell'animo vostro, un germe

d'ineguaglianza che v'induce a sopprimerlo. Quando, a mezzo il secolo

XVI, un satellite di Filippo II re di Spagna chiamò, deridendo,

gl'insorti dei Paesi Bassi _una mano di spiantati (les gueux)_,

gl'insorti accettarono quel nome, lo scrissero sulle loro ciarpe, sulle

loro bandiere, lo fecero suonar alto per ogni dove, e tredici anni dopo,

la fondazione delle Sette Provincie Unite cangiava lo scherno in

rispetto e timore. Il vostro nome, operai, racchiude ben altro che non

il nome applicato per disprezzo dal satellite di Filippo II agli insorti

de' Paesi Bassi; tanto più vi mostrerete inferiori al concetto

dell'epoca e, concedeteci il franco linguaggio, spregevoli, se invece

d'inorgoglirvene, pensaste a dissimularlo.

E ascoltate un'altra parola. Siete deboli finora e pochi e dispersi. La

vostra voce fu muta nei tentativi passati. I vostri bisogni non furono

neppure avvertiti. In faccia alla nazione, in faccia all'estero, siete

ignoti finora. Non inceppate con sospetti, con dubbî, con divisioni

inopportune, l'Associazione che riconosce prima i vostri diritti, che

prima s'assume di far intendere la vostra voce, di predicare i vostri

bisogni; non ne rallentate l'azione con discussioni intorno a nomi e

minuzie che mal si concederebbero a chi avesse già corso mezzo il

cammino. Siate forti prima; discuterete più dopo. Concentratevi

nell'Associazione; quanto più numerosi sarete, tanto più avrete modo di

perfezionarla e di cancellarne gli errori che accompagnano ogni opera

umana. Dall'esame dei fatti e degli scritti dell'Associazione,

dall'esame della vita degli uomini che la dirigono, accertatevi dei

principî della prima, delle intenzioni dei secondi: questo è non

solamente diritto, ma debito vostro; dove bensì troviate giusti i

principî, pure le intenzioni, non siate, in oggi, troppo esigenti.

Ricordatevi che le obbiezioni sono facili, ma il fondare è difficile.

Ricordatevi che spesso la vanità impotente a _fare_, s'appaga, senza

riflettere alle conseguenze, in _disfare_. Non vi lasciate svolgere, per

vani e ingiusti sospetti, da ciò che più importa, costituirvi,

ordinarvi, conquistar forza. Dite a quei che tentassero sviarvi

dall'Associazione: «_cos'è che ponete in sua vece?_» Tutti i consigli

ch'essi possono darvi furono già praticati e non vi condussero a

miglioramento alcuno. Ma noi non _possiamo_, anche volendo, tradirvi.

Riuniti in un corpo; _chi_ può tradirvi? Avete combattuto finora pel

programma dell'altre classi: date oggi il vostro e annunziate

collettivamente che non combatterete se non per quello. Siete cittadini

italiani, e come tali volete l'unità, l'indipendenza, la libertà della

patria e i diritti politici che spettano a tutti i vostri fratelli,

qualunque sia il modo della loro attività nel lavoro comune: appartenete

dunque all'Associazione nazionale. Siete operai italiani, e come tali

avete bisogni speciali ed esigete rimedî speciali senza i quali i

diritti politici tornerebbero per voi un'amara ironia: ordinatevi dunque

tra voi perchè l'espressione di quei bisogni e l'indicazione di quei

rimedî sian note all'Associazione e per mezzo dell'Associazione alla

nazione italiana. Credete a noi. Chi vi tiene linguaggio diverso, o

s'inganna o v'inganna.

RICORDI

DEI

FRATELLI BANDIERA

E DEI LORO COMPAGNI DI MARTIRIO IN COSENZA

_il 25 luglio 1844_

DOCUMENTATI COLLA LORO CORRISPONDENZA.

Et si religio jusserit, signemus fidem sanguine.

(_Santa Caterina_.)

A

JACOPO RUFFINI

MORTO MARTIRE DELLA FEDE ITALIANA, NEL 1833.

A te, fratello mio d'amore, io dedico, venerando, queste poche pagine

scritte col nome tuo sulle labbra, colla santa tua imagine davanti agli

occhi dell'anima. Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno

concetto di fede e costanza di sacrificio, creatura che ti somigli.

M'ami tu sempre come, vivendo della vita terrestre m'amavi? Io non mi

sento ora, poi che tu se' fatto angiolo, degno di te; ma due o tre volte

nella mia vita dacchè il martirio ti trasformava, quando tra le sciagure

della mia patria e le delusioni dell'individuo, io sentiva il dubbio

infernale sfiorare, senza vincerla, l'anima mia, ho pensato che la tua

preghiera intercedeva per me, e che la potenza di fede indomita, eterna,

d'onde io traeva subitamente forze a combattere, era un bacio delle tue

sante labbra sulla fronte del tuo povero amico.

Dammi, oh dammi ch'io non disperi! Dalla sfera ove oggi tu vivi d'una

vita più potente d'intelletto e d'amore che non è la terrena, e dove i

nuovi martiri della fede italiana salivano poc'anzi a incontrarti, tu

preghi con essi a Dio padre ed educatore, perchè s'affrettino a

compiersi i fati ch'Ei prefiggeva all'Italia. Ma se mai la luce dubbia,

ch'io saluto talora indizio dell'alba, non fosse che luce di stella

cadente;--se lunghi anni di tenebre e di sconforto devono ancor passar

sull'Italia prima che si rivelino ad essa le vie del Signore:--per

l'amore ch'io t'ho portato e ti porterò, fa che il tuo povero amico

pensi ed operi, viva e muoja incontaminato; fa ch'egli non tradisca mai,

per intolleranza di patimenti o per amarezza di delusioni, il culto

all'eterna idea, Dio e l'Umanità interprete progressiva della sua legge;

e fa ch'egli possa, nella serie delle vite assegnate alla creatura,

incontrarti senza che tu debba velarti, arrossendo, dell'ali, e pentirti

dell'affetto che in lui, sulla terra, ponesti.

Londra, ottobre 1844.

«Ma se nella tempesta, ch'io sto

combattendo, soccombo, onde non lasciare a'

miei cari vergogna dall'avermi amato, non

negate di dare alla mia memoria un fiore che

la depuri dall'infamia che i nostri tiranni

non mancheranno certamente d'applicarle.»

(_Attilio Bandiera_, Lett. del 14 nov. 1843.)

«Addio; addio. Poveri di tutto, eleggiamo

voi nostro esecutore testamentario per non

perire nella memoria dei nostri

concittadini.»

(_Emilio Bandiera_, Lett. del 10 marzo 1844.)

Io scrivo queste pagine per obbedire all'ultimo voto dei fratelli

Bandiera, e perchè gli Italiani sappiano quali uomini fossero quei che

morirono per la libertà della patria, il 20 luglio 1844, in Cosenza. E

le scrivo ora, mentre io avrei per più ragioni desiderato adempiere

all'obbligo mio alcuni anni più tardi, perchè le gazzette austriache e

le polizie italiane hanno diffuso e diffonderanno intorno a quei nomi

asserzioni riecheggiate dai molti vili e dai moltissimi stolti, che

tendono a calunniare, non dirò i vivi--che importa a noi di siffatte

accuse?--ma la fama di martiri che gl'Italiani non dovrebbero nominare,

se non prostrati, adorando. Fu detto che mal si tenta con venti uomini

la libertà dell'Italia, e che l'entusiasmo, quando non è regolato da'

freddi calcoli della ragione, tocca i confini della follìa e nuoce alla

causa che vorrebbe promuoversi. Fu detto che i Bandiera entrati nella

cospirazione Italiana per impulso altrui, furono sedotti, spronati

all'impresa di Calabria come a iniziativa d'insurrezione architettata da

esuli agitatori, anzi segnatamente da me che scrivo e da un amico mio

intimo risiedente a Malta, Nicola Fabrizi. E dietro a quelle asserzioni

deliberatamente bugiarde, vengono le conseguenze affrettate che

dichiarano l'Italia impotente a fare da per sè, disastroso ogni

tentativo, reo d'imprudenza o peggio qualunque predichi o promuova

azione: vergogna de' tempi e d'uomini che non sapendo esser forti e pur

non volendo apparire codardi, seminano sistematicamente sconforto per

timore d'essere chiamati all'opre dai loro fratelli. Intanto l'anime

giovani si sfrondano più sempre d'affetti generosi e di riverenza ai

pochi devoti; le menti, invece d'affratellarsi operose in un concetto di

tremenda unità, s'arretrano, sviandosi in un'anarchia che conduce

all'inerzia, davanti al sospetto di tutto e di tutti; e i nostri padroni

sogghignano, e sprezzano.

I pochissimi de' quali avrei caro il suffragio, sanno che io non

ordinerei mai spedizioni armate senza dividerne in un modo o in un altro

i pericoli: degli altri i dieci anni or decorsi m'hanno insegnato a non

curar più che tanto. Ho troppi dolori sull'anima, perchè le scalfitture

della calunnia vi possano; e per morire senza rimorsi, parmi che basti

trovarsi in pace colla propria coscienza e con Dio. A me dunque poco

importa di quelle accuse; nè, se importasse, vorrei scendere,

profanando, a lunghe difese e recriminazioni in queste pagine sacre alla

memoria d'uomini superiori a tutti noi quanti siamo. Ma importa a noi

tutti che la fama dei Bandiera e dei loro compagni scenda pura,

incontaminata d'errori, a quei che verranno: importa che i nostri

giovani possano venerare in essi i martiri non i settari: importa che

tutti, amici o nemici, sappiano, a conforto o terrore, come l'idea

nazionale italiana frema oggimai spontanea ingenita, senza bisogno

d'impulso estranio, anche nel petto degli uomini che, vincolati

all'insegna straniera, hanno contro, oltre i più gravi pericoli, le

abitudini della disciplina militare, l'influenza d'esempî domestici,

l'isolamento, e il sospetto de' loro concittadini. E a questo, spero,

provvederanno i pochi frammenti[89] di lettere ch'io pubblico in questo

scritto. Gli autografi stanno presso di me, e li serbo religiosamente

come reliquia dell'anime più candide, più nobilmente temprate, e sante

di umore e di sagrificio, che a me fosse dato d'incontrare, da dieci

anni e più sulla terra.

* * * * *

Attilio ed Emilio Bandiera, nati Veneti, figli del barone Bandiera,

contr'ammiraglio delle forze navali austriache, e noto all'Italia per la

cattura sul mare, nel 1831, degli uomini che, imbarcatisi sotto l'egida

della capitolazione d'Ancona, veleggiavano verso la Francia, avevano,

fin da' primi tempi spesi nelle cure della milizia, afferrato e venerato

il concetto nazionale italiano, e s'adoperavano, più anni innanzi al

primo loro contatto con esuli o congiurati dell'interno d'Italia, a

prepararsi le vie di tradurre il concetto in azione. Nella seconda metà

del 1842, mi giunse da Smirne una lettera con data del 15 agosto,

firmata di nome evidentemente non vero, che diceva:

«Signore,--È da diversi anni che ho preso a stimarvi e ad amarvi, perchè

intesi esser voi da riguardarsi qual capo dei generosi che nella

presente generazione rappresentano la nazionale opposizione alla

tirannide e agli altri conseguenti vituperî che spietatamente

contaminano l'Italia. So che siete il creatore d'una patriotica società

che chiamaste della _Giovane Italia_; so che scriveste sotto lo stesso

titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma nè d'esso nè

d'alcun'altra vostra opera mi venne mai fatto di procurarmi, ad onta

dell'ardente mio desiderio, una copia; soltanto, son pochi giorni,

pervenni ad avere i numeri primo e secondo del vostro _Apostolato

Popolare_, e mi riescivano tanto preziosi in quanto che alla dolce

soddisfazione di vedere da un uomo come voi pubblicati gli stessi miei

principî politici, si aggiunge l'altro non meno cospicuo vantaggio di un

modo, comunque indiretto, per farvi giungere questa mia. Il vostro

indirizzo io cercava trovarlo da più d'un anno, non pretermettendo per

ciò alcun tentativo; e tra questi non sarà forse inutile di citarvi

l'aver io incaricato un mio amico, che pel corrente agosto o prossimo

settembre doveva per qualche giorno approdare in Inghilterra, di fare il

possibile onde recarsi a Londra per colà scoprire il vostro alloggio,

abboccarsi con voi, darvi contezza di me, e annunciarvi che con vostro

permesso, dietro le sue informazioni, io presto intraprenderei un

carteggio nello scopo di utilmente servire la nostra patria. Prima però

d'entrare in sì delicato argomento, so che mi corre l'obbligo di darvi

qualche nozione personale di me, perchè voi poi in seguito non abbiate a

lagnarvi d'esservi troppo avventatamente confidato con un ignoto. Se

l'amico di cui scrissi qui sopra avrà eseguito la mia commissione, voi

avrete da lui a quest'ora rilevato il vero mio nome. Ma il di lui

soggiorno in Inghilterra deve essere così breve e assediato di tanti

incarichi, che pur troppo temo fortemente ch'egli non avrà potuto

soddisfare all'impegno assuntosi. E in quel caso, io mi riserbo di

palesarvelo colla prima sicura opportunità che potrà presentarsi.

«Sono Italiano, uomo di guerra, e non proscritto. Ho quasi trentatrè

anni. Sono di fisico piuttosto debole; fervido nel cuore, spessissimo

freddo nelle apparenze. Studiomi quanto più posso di seguitar le massime

stoiche. Credo in un Dio, in una vita futura, e nell'umano progresso:

accostumo ne' miei pensieri di progressivamente riguardare all'umanità,

alla patria, alla famiglia ed all'individuo; fermamente ritengo che la

giustizia è la base d'ogni diritto; e quindi conchiusi, è già da gran

tempo, che la causa italiana non è che una dipendenza della umanitaria,

e prestando omaggio a questa inconcussa verità, mi conforto intanto

delle tristizie e difficoltà dei tempi colla riflessione che giovare

all'Italia è giovare all'Umanità intera. Sortito avendo un temperamento

ardito egualmente nel pensare come pronto all'eseguire, dal convincermi

della rettitudine degli accennati principï, al risolvere di dedicar

tutto me stesso al loro sviluppo pratico, non fu quindi che un breve

passo. Ripensando alle patrie nostre condizioni, facilmente mi persuasi

che la via più probabile per riescire ad emancipar l'Italia del presente

suo obbrobrio, consisteva forzatamente nel tenebroso maneggio delle

cospirazioni. Con quale altro mezzo infatti che con quello del segreto

può l'oppresso accingersi a tentar la sua lotta di liberazione?.......

Intanto, fu sempre, da quando mi dedicai a tentare il bene della patria,

mia idea fondamentale che tutti quelli che vanno in cerca dello stesso

fine, dovessero per assoluta necessità, prima di nulla intraprendere

allo scoperto, studiarsi d'entrare in relazione onde conoscersi a

vicenda, unire le proprie forze, e formolare i singoli pensieri a quella

formola d'unità senza la quale presto o tardi la dissensione succede e

rovina ogni meglio fondata speranza. Ed è perciò che tanto anelo di

farvi giungere un mio scritto, e la recente lettura del vostro

_Apostolato_ mi confermò vieppiù in questa determinazione. Io vengo a

ripetervi le vostre stesse parole: _Consigliamoci, discutiamo, operiamo

fraternamente_. Non isdegnate la mia proposta. Forse, troverete in me

quel braccio che primo nella pugna che s'appresta osi rialzare il

rovesciato stendardo della nostra indipendenza e della nostra

rigenerazione..............................................»

Questa lettera era del maggiore de' due fratelli, Attilio. L'amico

ch'egli aveva incaricato d'una comunicazione verbale, fece quanto gli

era commesso, ed era Domenico Moro, nato egli pure Veneto, luogotenente

sull'_Adria_, e caduto martire in Cosenza co' suoi fratelli di armi e di

fede.

Il 28 marzo 1844, in una lettera scritta dopo la fuga, Emilio Bandiera

compiva l'esposizione delle credenze politiche nazionali che dirigevano

Attilio e lui. «Mio fratello ed io--diceva--convinti del dovere che ogni

Italiano ha di prestar tutto sè stesso a un miglioramento di destini

dello sventurato nostro paese, cercammo ogni via per unirci a quella

_Giovine Italia_ che sapevamo formata ad organizzare l'insurrezione

patria. Per tre anni i nostri sforzi riuscirono inutili; i vostri

scritti non circolavano più in Italia; i governi vi dicevano separati e

fiaccati dal mal esito della spedizione di Savoja... Senza conoscere i

vostri principî, concordavamo con essi. Noi volevamo una patria libera,

unita, repubblicana: ci proponevamo fidare nei soli mezzi nazionali:

sprezzare qualunque sussidio straniero e gittare il guanto quando ci

fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevoli rumori in

Europa..............»

E a queste idee intorno ai modi di redimere la Nazione, i due fratelli

accoppiavano una serie di previsioni concernenti il futuro ordinamento

europeo, ch'essi stringevano per me nei pochi rapidi cenni ch'io qui

trascrivo:

«Noi consideriamo l'Europa come riordinata in grandi masse popolari che

avranno inghiottito molte delle odierne così spesso irragionevoli

suddivisioni politiche. Così noi antiveggiamo il popolo Spagnuolo ed il

Portoghese fusi in una sola nazione: la Francia appoggiante del tutto i

suoi confini orientali al Reno e quindi assorbendo il Belgio: la

Germania costituita in una sola nazione e ingrandita coll'Olanda e colla

Danimarca continentale: la Svezia aumentata essa pure delle vicine isole

Danesi e della Finlandia; la Polonia risorta e forte come ai tempi del

generoso Sobieski: la Russia possibilmente divisa in due: la Valacchia,

la Servia, la Bulgaria, la Croazia, l'Erzegovina, il Montenero e la

Dalmazia riunite in una nazionalità Illirica o Serba: l'Ungheria colle

presenti sue dipendenze, più la Moldavia e la Bessarabia: la Grecia

aumentata della Tessaglia, della Macedonia, dell'Epiro, dell'Albania,

della Romelia, di Candia e più tardi dell'Ionio.

«Da questo quadro, tralasciando l'Occidente, ove pure si avrebbero tanti

aderenti, e mirando soltanto alla parte di Levante, presto si deduce che

Polonia, Ungheria, Grecia, Serbia ed Italia hanno interessi comuni

contro la Russia, l'Austria e la Turchia: non si collegheranno mai

dunque abbastanza quei popoli contro i loro governi, e se una volta

avvertiti di questa verità, cominciassero ad agire conseguentemente, la

lotta cesserebbe tosto d'essere così ineguale come sembra a prima vista.

Ogni Polacco, Ungherese, Serbo, Greco, Italiano, che ama il bene della

propria patria e per essa quello dell'Umanità intera, lavori dunque

indefessamente a sempre più propagare questa plausibile politica. Le

suddette nazionalità confederate son tutte ancora nella mente degli

ideologi, e tra esse la Grecia può dirsi la più inoltrata: conviene

dunque insinuarle di non arrestarsi sulla via gloriosa e profittevole

che le s'apre dinanzi, ma fidare nelle proprie forze, nelle simpatie che

la circondano, nella giustizia della sua causa, e non soddisfatta delle

ristrette concessioni d'un governo imperfettamente rappresentativo,

spingersi avanti animosa, spiegare di nuovo la bandiera dell'unione e

dell'indipendenza, e liberare dal mal fermo giogo del tiranno del

Bosforo le popolazioni che devono appartenerle. Allora comincierà l'omai

resa inevitabile guerra dei popoli contro i re; e per essa la vecchia

Europa sarà interamente rifusa. Allora gli assassinî di Rigas e

d'Ypsilanti verranno dagli Italiani vendicati; e forse gli Ungheresi,

oggi nostri oppressori, nostri fratelli allora, laveranno l'onta del

presente ajutando a vendicare quei di Menotti e Ruffini. Allora la

Polonia e l'Italia, sorelle da tanto tempo per la somiglianza delle

patrie sventure, non combatteranno più inutilmente sotto le insegne d'un

apostata, ma riunite ne' loro sforzi pugneranno per Dio, per la

giustizia, per l'umanità, e per la patria.»

Non tutte forse le idee sul rimaneggiamento europeo contenute in questo

frammento son vere; ma tutte rivelano un giusto concetto delle tendenze

che domineranno il futuro, e spirano un alito di quella fede che sola

può santificare le rivoluzioni e liberarle dai pericoli dell'anarchia e

delle delusioni amarissime che comprano a prezzo di sangue mutazioni di

nomi alle cose e non altro. Dio, la Patria, l'Umanità: su questi tre

termini i Bandiera edificavano tutta la loro credenza politica. Dalla

nozione di Dio desumevan l'unità e la vita collettiva della razza umana,

la legge di sviluppo progressivo ed armonico imposta al Creato e la

santa teorica del Dovere fidata come regolatrice de' suoi atti alla

creatura. Dalla nozione dell'Umanità interprete e applicatrice

progressiva di quella legge, traevano i caratteri della missione

assegnata alla Nazione, alla Patria; dal concetto della Patria i

caratteri della missione assegnata all'individuo. E a queste idee che il

secolo ha conquistato penosamente per mezzo a lunghi errori e sacrificî

di sangue, e che in essi, isolati per forza di circostanze dal moto

intellettuale europeo, erano visioni dell'anima vergine, potente

d'entusiasmo d'amore, i Bandiera accoppiavano un culto religioso

d'azione incessante rinfiammato dal pensiero che lo stendardo

sventolante ad essi sul capo, e del quale le apparenze li accusavano

difensori, era l'Austriaco: pareva ad essi che spettasse ad uomini del

Lombardo-Veneto iniziare l'impresa italiana e ferire il nemico nel core.

Questa speranza era l'anima della loro vita. Amavano ambi con tenerezza

la madre; ma di quell'amore che leva all'angiolo, non respinge fra i

bruti, di quell'amore che confessa suo primo debito far del core un

tempio a' più alti e nobili affetti, purificandolo d'ogni egoismo e

consacrandolo al Giusto, al Bello, e all'eterno Vero. Attilio era marito

e padre; ma la missione da Dio commessagli d'educare un'anima al bene

gli era di sprone, anzichè di ritegno, all'impresa; e la donna del suo

core, oggi morta, come dirò, di dolore, era degna di lui e partecipe,

quanto conveniva, de' suoi segreti.

Dalla corrispondenza dei due fratelli con me da quel primo giorno sino

alla loro fuga d'Italia, e dei disegni ch'essi maturavano a prò del

paese io non posso, per ragioni che tutti intendono, dar conto alcuno.

Ma dall'unico frammento, spettante alla fine del 1843, che mi sia dato,

senza pericoli d'altri, inserire, apparirà come più potente di tutti

meditati disegni fremesse fin d'allora nell'anima loro la febbre

d'azione, d'azione personale, immediata, che decretava non molto dopo la

loro morte in Calabria. «Il fermento insurrezionale in Italia--mi

scriveva Attilio--dura, se debbo credere alle voci che corrono,

tuttavia; e pensando che potrebbe ben essere l'aurora del gran giorno di

nostra liberazione, mi pare che ad ogni buon patriota corra l'obbligo di

cooperarvi per quanto gli è possibile. Sto dunque studiando il modo di

potermi recare io stesso sulla scena d'azione..........................

.........e, se non vi riescirò, non sarà certamente mia colpa. Sarebbe

mio pensiero di costituirmi, giunto su' luoghi, condottiero d'una banda

politica, cacciarmi ne' monti, e là combattere per la nostra causa sino

alla morte. L'importanza materiale sarebbe, ben lo veggio, per questo

fatto assai debole, ma molto più importante sarebbe l'influenza morale,

perch'io porterei il sospetto nel cuore del più potente nostro

oppressore, darei un eloquente esempio ad ogni altro che come me fosse

legato da giuramenti assurdi ed inammissibili, e fortificherei quindi la

fiducia dei nostri, deboli più che per altro, per mancanza di fede ne'

proprî mezzi e per l'esagerata idea delle forze nemiche........»

Quando Attilio mi scriveva (il 14 novembre) quelle parole e vagheggiava

il partito estremo d'abbandonare elementi che potevano riuscire un

giorno decisamente importanti all'insurrezione italiana, per cacciarsi

disperatamente con pochi individui sull'Apennino, egli aveva già, quanto

agli uomini d'oggi, il tarlo dello sconforto nell'anima. I lettori

ricordano come dall'agosto al novembre del 1843 un fermento insolito,

prodotto in parte da promesse inadempite da cospiratori, ma più assai

dal mal governo e dalla naturale impazienza di un popolo tormentato,

agitasse l'Italia centrale. E da quel fermento che poteva, tanto era

energico e unanime, esser cominciamento dell'impresa italiana, e che,

per errori e colpe da non discutersi qui, non fruttò se non morti,

prigioni ed esiglio ai migliori, i Bandiera avevano tratto speranze e

ardire come di chi sente vicini i tempi. Tra gl'indizî, emergenti dalla

banda dei Muratori, d'un miglioramento nell'opinione circa i modi da

tenersi nella guerra d'insurrezione, la risse continue fra popolani e

pontificî nelle città di Romagna, e i rumori insistenti di moto

imminente nell'Italia meridionale, essi, scesi a contatto con taluni fra

gl'influenti, alle proposte d'azione, alcune importanti davvero e

facilmente verificabili con pochi mezzi, ebbero risposta funesta di

promesse per un tempo vicino, poi di dilazioni e illusioni senza fine

fondate su piani vasti e ineseguibili: i pochi, meschinissimi ajuti in

danaro negati. Cercavano l'entusiasmo che, raccolti una volta gli

elementi a fare, è il più alto calcolo delle insurrezioni, e trovavano

diplomazia: cercavano la lava ardente d'anime vulcanizzate e trovavano

rigagnoletti d'acque tiepide volgenti a palude: il _Fiat_ onnipotente di

fede e di volontà, e udivano vocine di eunuchi susurranti computi

d'aritmetica e di paura. Cominciava per essi quella trista esperienza

che travolge tante nobili anime allo scetticismo, e che essi troncarono

in un subito col martirio.

Di queste delusioni, sia per altezza d'animo, sia perch'ei temesse di

ferire uomini che potevano essermi amici, Attilio tacque sempre con me.

Ma in una lettera scritta dopo la fuga, il 28 marzo 1844, Emilio più

giovane d'anni, e di natura, non dirò più candida, ma più aperta agli

impulsi, si sfogava dicendomi: «Nell'autunno del 1843, la sollevazione

dell'Italia centrale minacciava di farsi nazionale dove fosse stata

soccorsa, e noi domandavamo un ajuto di 10,000 franchi, e in ricambio

avremmo.........................................................--Non so

di chi sia stata la colpa, ma noi non fummo soccorsi. Si sprezzò quasi

una dimostrazione che avrebbe forse assicurato la vittoria, se non altro

per l'esempio contagioso che la nostra diserzione avrebbe messo dinanzi

a 40,000 Italiani che amanti del loro paese stanno contro lui vincolati

da un vano giuramento. Intanto, noi ci eravamo esposti; non temevamo

violenze, perchè un ordine imprudente di arresto (fosse stato

pronunciato!) ne avrebbe suscitato difensori più del bisogno. Tutto

finì: i Bolognesi fugati, gli arresti moltiplicati; e quasi per

derisione, a noi frementi, a noi già troppo scoperti, si manda a dire,

come se fossimo vegetabili, _aspettate la primavera_. Noi però non ci

scoraggiamo..... Io domandava per questo poche migliaia di franchi; mio

fratello mi rispose che ognuno li negava! Intanto, il governo impaurito

sospettava noi rivoltosi, e non osando farci arrestare con la forza,

impiegava l'artifizio e richiamava in Italia mio fratello, facendolo in

pari tempo osservare da spie e da' suoi tedeschi. Egli chiese anche una

volta danaro, promettendo a fronte di tutti gli ostacoli tentare la

sorte: non fu ascoltato; e alla vigilia della sua partenza per Venezia,

fuggì, mentre io contemporaneamente lo facea da Trieste...... Ricadano

i danni sui neghittosi che ci sprezzarono, sugli uomini che avvertiti da

*** che in un mese noi saremmo perduti se prima del mese non ci si

davano i mezzi d'operare, in capo al mese rispondevano freddamente: _Non

parliamo più de' tuoi amici..... che a quanto mi scrivi devono a

quest'ora esser perduti_. Perdonate se io mi lascio andare a parlare

altamente il linguaggio dell'abbandonato; lo fo perchè so che voi siete

innocente degli indugi che ci hanno sacrificati: ma dite a coloro che ne

furono consiglieri che quando la patria sarà liberata, io li accuserò al

suo tribunale come _cospiratori_ che cospirarono a prolungarne la

schiavitù e il disonore.»

Ho trascritto deliberatamente, e checchè altri possa dirne o pensarne,

queste parole, perchè toccano una piaga ch'io reputo mortale

all'Italia, se la crescente generazione non fa di liberarsene ad ogni

patto. È sorta negli ultimi otto o nove anni, fra coloro che si

professano amatori della patria loro, una setta d'uomini che diresti

avessero tolto ad impegno d'infamare gl'Italiani davanti a sè stessi

ed ai popoli, non solamente come codardi, ma come codardi e

millantatori. Influenti, taluni per condizione sociale o ricchezza,

tutti per opinione di liberalismo forse sentito, ma di certo

tiepidamente sentito--non privi d'ingegno, ma senza scintilla di genio

e guasti dalle abitudini d'un'analisi gretta, sterile, cadaverica,

tolta in prestito al secolo decimottavo--fermi irrevocabilmente

nell'animo, tra per difetto di vera scienza rivoluzionaria, tra per

paura, di non mai fare, ma pur vogliosi, per certo--essendo l'obbligo

che corre a ogni uomo in Italia, d'essere e più di parere agitatori

animosi--stanno fatalmente capi ed oracoli della gioventù buona della

Penisola, e s'inframmettono inevitabilmente moderatori in ogni moto di

malcontento popolare che minacci di tradursi in azione, in ogni ardito

disegno degli uomini che amano davvero la patria e con animo

deliberato di sacrificare ogni cosa più cara a farla libera e grande.

Costoro, con tre o quattro adagi rubati all'aggrinzita, decrepita,

diplomatica politica conservatrice e con certi ragionari ad arzigogolo

ch'essi intitolano machiavellici e sono un insulto all'ingegno di

Machiavelli, fanno l'uffizio della torpedine sull'anime più avide di

vita e di moto. Quando il fremito non prorompe in segni manifesti e le

proposte d'azione non partono se non dai pochi valenti a indovinare,

anche latente, quel fremito, essi--ed è il meglio--armeggiano a viso

aperto contro ogni possibilità d'insurrezione italiana se prima tutti

i re non siano in guerra accanita fra loro e tutta Europa in fiamme da

un capo all'altro: gemono la gioventù corrotta, il popolo ignorante,

il clero onnipotente ed avverso: evocano, computando e ricomputando,

sì che appajono tre volte tanti, gli 80,000 Austriaci che stanziano in

Lombardia, più gli 80,000 che verranno dalla Boemia e dall'Ungheria,

più gli 80,000 che verranno non si sa di dove. Ma quando il grido di

sommossa è, come nell'anno or decorso quanto a una parte d'Italia,

grido di popolo anzichè di pochi cospiratori ed essi temono ch'altri

prenda il campo senza di loro, accettano--ed è il peggio--volonterosi

in sembianza, in idea di fare, non serbandosi che il diritto di

discutere il quando e il come. E allora sorgono--se l'agitazione è in

autunno--le teoriche della primavera, quando i fiori sbucciano e i

salassi giovano agli uomini, o--se l'agitazione è in primavera--le

teoriche dell'autunno quando le piogge rigonfiano i torrentelli e le

vigne fronzute proteggono le imboscate: allora s'affacciano da

sostituirsi ai disegni semplici e logicamente rivoluzionarî degli

uomini d'azione, disegni vasti, imponenti, magnifici, a' quali non

manca--e lo sanno--se non di esser fattibili; disegni di metropoli

sostituite a provincie, di fusioni d'elementi eterogenei, sostituite

all'azione sicura e spedita di elementi omogenei, d'insurrezioni

architettate a scocco d'oriuolo oggi in un punto, domani in un altro,

il dì dopo in un terzo, ma in nessuno se non irrompe, per ostacoli

impensati, in quel primo. Quindi, le dilazioni di quindicina in

quindicina, di mese in mese. Intanto, il fermento che non può

regolarsi a oriuolo si sfoga in ciarle, risse e sommosse microscopiche

inutili, anzi dannose, all'intento, poi gradatamente s'acqueta; i

molti giovani disposti all'opre, ma facili allo sconforto, cominciano

a diffidare, a calcolare i pericoli ed a sviarsi; i pochi nati al

martirio si cacciano disperatamente nella voragine delle imprese

avventate, sperando di rompere coll'esempio gli indugi; e intanto i

governi che vegliano col sospetto di chi ha il MANE, THECEL, PHARES di

Dio davanti agli occhi dell'anima, imprigionano cautamente,

tacitamente, or in una or in altra città, oggi uno, domani un altro

degli uomini ch'essi temono, raccolgono le loro forze, raddoppian le

spie, seminano terrori di scoperte, di tradimenti, d'interventi

immediati d'eserciti forastieri:--finchè il tentativo, reso davvero

impossibile, sfuma tra i lontani orizzonti d'un incerto futuro, i

buoni si coprono, per rossore, la faccia, i tristi sogghignano, i

deboli e quei che non sanno dichiarano utopia la risurrezione

d'Italia, le madri piangono i morti sul palco, le iene delle polizie

s'affrettano a sbranarne i cadaveri profanandone--se potessero--ai

posteri la memoria, gli stranieri dicono: _vorrebbero ma non

s'attentano_, i governi ciarlano per due mesi di concessioni

probabili; e gli _uomini della primavera_, dopo avere, a scolparsi,

scelto dentro o fuori--meglio se fuori e tra gli esuli--un irco

emissario de' loro peccati e apposto impudentemente ordini,

contrordini, imprudenze ed errori a chi probabilmente gridava tutto

quel tempo alla gioventù: _voi non farete mai nulla se prima non vi

sgombrate ne' vostri consigli di siffatta genìa_, ricominciano

pacificamente i loro computi e ricomputi sugli 80,000 uomini austriaci

moltiplicati per tre. Io a queste mie parole potrei fare un commento

storico, e lo farò, ma non qui.

Le insurrezioni non si faranno ora nè mai in Italia per fusione, come

dicono, d'elementi eterogenei tendenti ognuno a diverso fine ma uniti

per rovesciare, quando per forza immutabile di logica a ognuno di questi

fini corrisponde un metodo diverso d'azione;--nè per viluppo di vasti

disegni lungamente premeditati a far sollevazioni simultanee in più

parti e in un'ora prestabilita, perchè i governi ne avranno

infallibilmente sentore e potranno sempre impedire;--nè, se non

difficilissimamente, per iniziativa di metropoli dove il governo tiene

naturalmente accentrati più mezzi di resistenza, di spionaggio e di

corruttela, e dove un tentativo fallito riesce decisivo e dà legge

d'inerzia a tutto il paese; nè finalmente per altezza di virtù cittadine

o d'istruzione popolare impossibili dove non è patria, nè popolo, nè

mezzo alcuno d'educazione se non gesuitica, o austriaca, o

neo-cattolica--torna tutt'uno--e dove appunto si cerca l'insurrezione

per far che nascano le virtù. Un popolo che fosse virtuoso davvero non

avrebbe mai bisogno d'insurrezioni, perchè non sarebbe mai schiavo; ma i

Francesi del 1789, gli Spagnuoli del 1808, i Greci del 1821 non erano

meno corrotti di quel ch'oggi non siamo, e nondimeno fecero prodigi di

valore e di sacrificio. L'insurrezione in Italia, s'avrà quando gli

uomini vogliosi d'agire, credenti in un patto, intesi sui modi e sul

fine, serrati a unità di falange, si prevarranno d'un fermento, nato

spontaneo o creato, ma diffuso più o meno generalmente nella Penisola,

per operare improvvisi, in nome di tutta Italia, a bandiere spiegate e

cacciando via la guaina del ferro, sul punto dove la vittoria sarà meno

contrastata e men dubbia. Dato un primo successo, dalla scelta dei

cinque, dei tre, dell'uno chiamati a diriger la mossa, dipenderà lo

spandersi e il vincere dell'insurrezione. Tutta la questione sta nel

decidere se, per malcontento, per istinto di patria, per universalità

d'opinione, il popolo d'Italia è maturo pel tentativo o non è. I

Bandiera--ed io consentiva con essi--ritenevano che fosse maturo; però

anelavano azione, e se gli _uomini della primavera_ non erano, avrebbero

agito.

Intanto erano sospetti e vegliati. E agli indizî che il governo

austriaco andava colle sue spie raccogliendo s'aggiunsero, se credo ai

Bandiera, l'arti d'un traditore. «Gravi avvenimenti per me--mi scriveva

Attilio da Sira il 19 marzo--non meno che per la causa comune accaddero

qui in Levante dalla seconda metà del gennajo in poi. Un certo T. V.

Micciarelli, che voi già forse di fama conoscerete, denunziò ogni mia

trama....... Mi convenne obbedire, e infatti il 3 corrente partir

doveva il bastimento che mi trasportava _dove non è che luca_; ma io per

queste ed altre prove antecedenti istruito dell'animo perfido del

Micciarelli, temendo che al primo suo colpo avesse a succederne un

secondo men difendibile, aveva clandestinamente preparato la fuga, e al

29 del trascorso la cominciai, e dopo accidentata peregrinazione qui in

questi ultimi giorni la compiei. A mio fratello ch'era anch'egli dal

traditore conosciuto e che in Venezia trovavasi, ho per tempo dato cenno

della mia determinazione, perchè la sua parte agisse conformemente, ma

non ebbi per anco di lui nuova alcuna. Come sosterranno questa rovina

mia madre e mia moglie, creature delicate, incapaci forse di resistere a

grandi dolori? Ah! servire umanità e patria fu e sarà sempre, io spero,

il primo mio desiderio, ma confessar devo che molto mi costa...»

Quand'egli mi scriveva queste parole, la moglie era morta. Avvertita da

Emilio del progetto di fuga, aveva, finchè l'esito rimanevasi dubbio,

mantenuto il segreto e la forza d'animo necessaria a non tradire le

inquietudini mortali che l'opprimevano; poi, saputo in salvo il marito,

aveva ceduto al dolore: donna rara, al dir di chi la conobbe, per core,

per intelletto e per bellezza di forme, vittima anch'essa, come Teresa

Confalonieri, Enrichetta Castiglioni, e tante altre ignote a tutti

fuorchè ai pochissimi che rimangono a piangerle, della fatale condizione

de' tempi che non concede in Italia esercizio di virtù cittadine senza

il doppio martirio di sè stessi e di chi più s'ama.

Emilio s'era, fuggendo, ridotto a Corfù, dove l'aspettava la più

terribile fra le prove. Il governo austriaco, impaurito del fermento che

la partenza dei due Bandiera avea desto nella sua flotta, temendo la

virtù dell'esempio e più d'ogni altra cosa la fiducia che la rivelazione

d'un elemento nazionale, fin allora non sospettato in mezzo alle forze

nemiche, darebbe ai rivoluzionarî Italiani, cercava modo perchè il fatto

apparisse piuttosto avventatezza di giovani traviati che proposito

d'anime deliberate, e tentava le vie pacifiche. «L'arciduca Rainieri--mi

scriveva Emilio il 22 aprile da Corfù--vicerè del Lombardo-Veneto, mandò

uno de' suoi a mia madre, a dirle che ov'essa potesse da Corfù

ricondurmi a Venezia coll'autorità che una genitrice deve saper

conservare sopra un figlio, egli impegnerebbe la sacra sua parola che io

sarei non solo assolto, ma tornato al mio grado, alla mia nobiltà, a'

miei onori. Aggiungeva poter subito farsi mallevadore della mia

impunità, come di giovane che gli _empî perturbatori_ avevano traviato

approfittando dell'inesperienza di venticinque anni, e che la medesima

circostanza non potendo militare per mio fratello, la cosa sarebbe più

difficile, però non dubbia, in riguardo alla clemenza di Ferdinando

magnanimo suo nipote. Mia madre crede, spera, parte all'istante, e

giunge qui dove vi lascio considerare quali assalti, quali scene debba

io sostenere. Invano, io le dico che il dovere mi comanda di restar qui,

che la patria mi è desideratissima, ma che allorquando mi moverò per

rivederla non sarà per andarmene a vivere d'ignominiosa vita, ma a

morire di gloriosa morte; che il salvacondotto mio in Italia sta ormai

sulla punta della mia spada, che nessuna affezione mi potrà strappare

dall'insegna che ho abbracciato, e che l'insegna d'un re si deve

abbandonare, quella della patria non mai. Mia madre agitata, acciecata

dalla passione, non m'intende, mi chiama un empio, uno snaturato, un

assassino, e le sue lagrime mi straziano il cuore, i suoi rimproveri,

quantunque non meritati, mi sono come punte di pugnale; ma la

desolazione non mi toglie il senno; io so che quelle lacrime e quello

sdegno spettano ai tiranni, e però, se prima non era animato che dal

solo amore di patria, ora potente quant'esso è l'odio che provo contro i

despoti usurpatori che per infame ambizione di regnare sull'altrui,

condannano le famiglie a siffatti orrori...... Rispondetemi una

parola di conforto: il vostro applauso mi varrà per mille ingiurie che a

gara mi mandano i vili, gli stolti, gli egoisti, gli illusi.»

Tra i fatti--e non ne eccettuo il morire--che onoreranno il nome dei

fratelli Bandiera tra i posteri, parmi che questo del rifiuto di

sottomettersi, a fronte anche delle supplicazioni materne, sarà tenuto

il più degno. E so di molti pur troppo che dissentiranno da me e

avrebbero non solamente ceduto, ma adonestato il loro cedere di belle

parole sugli obblighi del sangue, sulla onnipotenza dei moti del cuore e

sugli affetti di famiglia anteriori e superiori ad ogni altro: frasi

tutte che suonano commoventissime a chi non s'addentra, ma che a me

pajono veramente significare: _noi siamo egoisti che tentiamo inalzare

l'egoismo a virtù_. Oggi, generalmente parlando, non s'ama. L'amore, la

più santa cosa che Dio abbia dato all'uomo come promessa di sviluppo di

vita, s'è fatto, sotto l'ugne d'arpia del secolo profanatore, una

lordura di sensi, un bisogno febbrile, un istinto di bruti: la famiglia,

simbolo del modo con che si compie nell'universo l'incessante operazione

di Dio e germe della società s'è convertita in una negazione d'ogni

vocazione, d'ogni dovere sociale: il _maschio_ e la _femmina_ hanno

cancellato l'UOMO e la DONNA. Le povere madri in Italia, schiave

anch'esse d'una tristissima educazione e nulle nell'ordinamento sociale,

predicano trepidanti ai figli la sommessione al potente qualunque ei

sia; i padri che sanno come al limitare d'ogni famiglia veglia una spia,

li ammaestrano alla diffidenza e all'isolamento, e le fanciulle

innamorate balzano di gioja quando alle loro istanze s'odono rispondere

dall'amato: _io vivrò per te sola_; poi d'amanti beate di frenesie senza

nome riescono per lo più infelicissime mogli, perch'io ho sempre veduto

mariti pessimi e tiepidi amici i pessimi tra' cittadini.

Ma se ogni amica rispondesse al frenetico o forse ipocrita amante: «Tu

non devi _vivere_, ma _gioire_ in me e per me sola, e in me sola

confortarti ne' tuoi patimenti: noi dobbiamo fare delle nostre due

vite una sola vita più potente d'intelletto e d'amore, un solo

continuo sacrificio al grande, al bello, al divino, una sola continua

aspirazione, un solo moto verso l'eterno Vero;»--se i padri

definissero la vita ai figli, non come la ricerca del piacere quaggiù,

bensì come preparazione, per mezzo di doveri adempiti, a uno stadio di

sviluppo superiore;--se le madri, che pur si dicon cristiane,

meditassero più sovente e ripetessero ai nati da loro alcune delle

parole di Cristo e tutto quel libro de' Maccabei che par dettato per

gl'Italiani--adempirebbero tutti, meglio ch'oggi non fanno, ai debiti

dell'amore, e l'Italia non avrebbe da piangere ad ogni tanto i

migliori tra' suoi cittadini spenti ad uno ad uno isolatamente di

morte violenta sul palco o di lenta consunzione d'anima nell'esiglio.

Parmi che tutti i grandi profeti d'affetto da Platone a Schiller, e

sovra tutti i nostri sommi Italiani e fra gl'Italiani Dante, che avea

tanto amore nell'anima da infiammarne due o tre delle nostre

generazioni pigmee, intendessero quei due santi vocaboli di famiglia e

d'amore in un modo diverso assai da quel d'oggi, e parmi che i

credenti in un'anima immortale--dacchè dei materialisti, nei quali

l'amore è necessariamente cosa schifosa o contradizione, non

parlo--non possono amare se non immedesimando l'amore coll'adorazione

del Vero e presentando all'ente ch'essi amano, simboleggiato

nell'anima loro, il più alto spettacolo di virtù ch'essi possano.

Tolga Iddio ch'io mova il più lieve rimprovero alla madre d'Attilio e

d'Emilio: dico solo--e vorrei ch'essa potesse leggere queste

linee--che qui o altrove essa intenderà un giorno come i figli

l'amavano più che mai quando ricusavano, benchè trasmesso da lei, il

perdono dell'arciduca Rainieri.

E del ricusato perdono, nuovo indizio di bene, i tristi s'inviperivano.

Il 4 maggio, appariva, in Venezia, firmato d'un nome barbaro, _Poosch_,

con qualificazione anche più barbara e inintelligibile d'_auditore

stabale_, un _editto di citazione_ che diceva: «L'I. R. Auditorato

Stabale di marina rendere pubblicamente noto che i signori barone

Attilio Bandiera, alfiere di vascello, e barone Emilio Bandiera, alfiere

di fregata... essendosi resi fuggiaschi, cioè il primo ai 28 di febbrajo

anno corrente dal bordo dell'I. R. fregata _Bellona_ in rada di Smirne,

insieme col di lui servo privato Paolo Mariani appartenente

all'artiglieria di marina; ed il secondo al 24 dello stesso mese da

Trieste per dove avea ottenuto un permesso di quarantott'ore, e non

essendo ritornati, ed apparendo eziandio ambedue legalmente prevenuti di

essersi resi colpevoli del delitto di alto tradimento coll'unirsi alla

setta della _Giovine Italia_, erano perciò ambedue tenuti di presentarsi

nello spazio di giorni novanta, a partire dalla pubblicazione del

presente editto, innanzi al tribunale suddetto od all'I. R. comando di

piazza in Venezia, ecc., ecc.» Rispondevano da Corfù, dove anche Attilio

s'era ridotto, i due fratelli: «All'eccelso I. R. comando superiore

della marina austriaca.--Al 14 del corrente noi qui sottoscritti abbiamo

ricevuto l'editto di citazione speditoci dall'I. R. Auditorato Stabale

di cotesto eccelso comando superiore. Noi ci vantiamo di ciò che

l'accennato tribunale minaccia di chiamare alto tradimento. La nostra

scelta è determinata fra il tradire la patria e l'umanità o

l'abbandonare lo straniero e l'oppressore. Le leggi, alle quali ci si

vorrebbe ancora soggetti, sono leggi di sangue che noi, con ognuno che

sia giusto ed umano, sconosciamo e abborriamo. La morte a cui esse

immancabilmente ci dannerebbero, val meglio incontrarla in qualunque

altro modo che sotto la bugiarda e infame lor egida. La forza è il loro

solo diritto, e noi in qualche parte almeno mostrandoci ad esse

consentanei, cercheremo di metter la forza dalla nostra parte, ma per

poi far trionfare il vero diritto--Corfù, 19 maggio 1844--Attilio

Bandiera, Emilio Bandiera.»--E questa risposta fu da essi inviata al

_Mediterraneo_, gazzetta maltese, preceduta dalle linee che qui

trascrivo: «Signor editore,--Noi qui sottoscritti venimmo officiosamente

a conoscere come il governo austriaco abbia pubblicato il suo atto

d'accusa contro di noi. La pubblicità nelle procedure è un principio

così incontrastabile ed universalmente desiderato che anche quei degni

successori della Veneta Inquisizione attraverso ai tenebrosi lor

conciliaboli pur lasciano di tratto in tratto balenare qualche omaggio a

tale verità; se non che tali concessioni sono in essi piuttosto ironìa

che sincere dimostrazioni di rispetto. Comunque però siasi la cosa, ad

ognuno, per debole che sia, corre l'obbligo d'incoraggire le

disposizioni al bene, dovunque e comunque desse appariscano. Noi ci

crediamo quindi tenuti a secondare da nostra parte la via presa dai

tribunali austriaci, e conseguentemente osiamo rivolgerci a voi per

pregarvi d'inserire nel vostro giornale tanto l'editto quanto la

risposta da noi data. I giudici austriaci dicono d'aver pubblicato in

Venezia la nostra accusa, e noi non intendiamo che di compire la loro

opera se per via di Malta trasferiamo la istruzione del processo da un

pubblico ristretto e circondato di bajonette ad un pubblico più esteso e

libero dai terrori d'una forza inesorabilmente ostile. Aggradite,

ecc.--Corfù, 21 maggio.--Attilio Bandiera. Emilio Bandiera.--»

Nel frattempo dell'_editto di citazione_ e della risposta dei due

fratelli, un altro ufficiale della flotta austriaca s'era aggiunto,

esule volontario, ai Bandiera: DOMENICO MORO, giovine d'anni ventidue,

il cui sembiante ricordava il verso di Dante

Biondo era e bello e di gentile aspetto;

natura angelica dotata d'un'intrepidezza di lione e d'una docilità di

fanciullo amoroso. Era luogotenente sull'_Adria_, e toccando, reduce da

Tunisi, Malta, abbandonò la corvetta, e raggiunse gli amici. E inserirò

la lettera ch'egli indirizzò al suo comandante. «Allorquando--diceva--i

vostri modi poco usitati mi hanno avvertito in questi ultimi giorni di

qualche sospetto a mio carico nell'animo vostro, io mi sono persuaso che

più d'ogni altra cosa vi avesse dato luogo la mia antica amicizia agli

onorevoli patrioti e commilitoni Bandiera. Sapendo pur troppo per

dolorose sciagure italiane che i sospetti son tatto presso un governo

come l'austriaco e presso i suoi servitori, potei facilmente supporre le

conseguenze che mi avrebbero atteso. Nondimeno un pensiero mi balenò

puranco di pietosa amicizia da vostra parte, che Italiano qual siete, di

nascimento almeno, abbiate voi stesso colle vostre asprezze voluto darmi

un avviso a salvamento, e se ciò fosse, ve ne sono riconoscente. Ma

qualunque sia l'intenzione che vi ha diretto, la prevenzione mi ha

valso. Quando vi giungerà questa lettera, io sarò già lontano; e però

facendo voti per la mia patria, perchè presto possa presentarsi

l'occasione, a voi di smentire le fallaci apparenze che, come Italiano,

vi disonorano, a me di provare col fatto la verità di quei generosi

sentimenti che finora in faccia a voi sono un delitto, ho creduto del

mio decoro lasciare queste spiegazioni nell'atto di risolvermi al

presente solenne passo della mia vita.--DOMENICO MORO.--»

Intanto i malumori in Italia erano più vivi che mai. Il fermento sopito

verso la fine del 1843, s'era nel 1844 risvegliato più minaccioso, e dal

centro s'era steso al mezzogiorno della penisola. In Calabria, una

sommossa armata, tentata e repressa a Cosenza, avea lasciato gli spiriti

eccitati e vogliosi di ritentare. La Sicilia, paese sistematicamente

angariato da ogni sorta di vessazioni e d'espilazioni, fremeva rivolta,

e, popolata di gente più avvezza all'opre che alle parole, l'avrebbe

osata, se in una città, che dava, sei secoli addietro, ben altri esempî

alle città sorelle, i temporeggiatori non avessero trovato centro e

influenza predominante su tutta l'isola. I governi titubavano paurosi.

Gli Austriaci ingrossavano a Ferrara e facevano correre per ogni dove

minacce d'un intervento, inevitabile dopo un'insurrezione italiana, ma

impossibile prima. Gli _uomini della primavera_ s'affaccendavano a fare

e disfare. Annunziavano per quel tal giorno, anzi per quella tal ora, la

mossa: decretavano il dì dopo reo senza scusa di lesa patria chi

s'attentasse di movere, finchè _i giornali parlavano_: non volendo

avvedersi che le ciarle de' giornalisti profetizzanti preparavano non

foss'altro, in Italia e in Europa, al primo fatto propizio opinione e

importanza d'insurrezione potente e degna d'ajuti. Sola una provincia

d'Italia esibiva, tristo spettacolo--parlo degli influenti e non della

povera gioventù buona e ingannata--il coraggio della paura, e predicava,

con un entusiasmo di crociata per lo _stato quo_, l'immobilità

dell'abbietta rassegnazione. Ma i giovani popolani degli Stati Pontifici

e delle provincie del Regno minacciavano a ogni tanto di romper

gl'indugi. E un riflesso di tutta questa vampa d'insurrezione che

scaldava il core alla gioventù, un'eco di tutto questo tumulto di

speranze, di terrori, di promesse e scoraggiamenti, si ripercoteva

sull'anima dei Bandiera, i quali da Corfù guardandosi intorno, cercavano

come lioni la preda, il dove e il quando potessero scendere sull'arena.

Lo scendere era fin d'allora spontaneamente, irrevocabilmente,

determinato dai due fratelli: il _dove_ e il _quando_ fu scelto, temo--e

apparirà tra non molto,--dal governo di Napoli.

E le cagioni dello scendere sull'arena, cercate da uomini che non sanno

intendere sacrificio se non comandato in disegni e incitamenti

d'associazioni segrete o capi influenti, stavano pei Bandiera, nella

condizione morale degl'Italiani, unanimi nell'opinione, lenti a tradurre

l'opinione in atti e a far della vita un commento pratico alle credenze.

Manca agl'Italiani pur troppo il concetto religioso della nazione e dei

doveri del cittadino, quindi l'unità della vita che dev'essere

un'armonia progressiva d'idee rappresentate coll'opere, di pensiero

espresso in azione. Tra i materialisti, che diseredano l'uomo di ogni

alto intento abbandonandolo agli arbitrî del caso o al dominio della

forza cieca, e i neo-cattolici (peste nuovissima del paese) che lo

chiamano ad adorare un cadavere galvanizzato, gl'Italiani hanno smarrito

il pensiero di Dante, il pensiero della grande missione commessa da Dio

alla patria loro e con quello la coscienza delle forze che Dio dà sempre

eguali alla vocazione. Il loro patriotismo non è il proposito solenne,

severo, tenace che rivesta i caratteri d'una fede e proceda in continuo

sviluppo, senza foga, ma senza posa, come le stelle nel cielo[90] verso

il fine, remoto o prossimo non importa, segnato dalla Provvidenza al

paese: non è l'idea dominatrice d'un'intera vita, scintillante di tutta

la poesia del sole che sorge negli anni fervidi giovenili, incoronata di

tutta la poesia del sole al tramonto negli anni canuti, forte come il

diritto, perenne come il dovere, grande come l'avvenire: è patriotismo

d'impulsi, febbre di sangue meridionale che tocca subitamente il

delirio, poi per poche ore di sonno svanisce, fiamma d'orgoglio generoso

nudrito di ricordi e di mal definiti presentimenti; ma quale orgoglio

può reggere lungamente davanti alle mille delusioni che s'affacciano

inevitabili sulla via d'ogni ardito e vasto disegno? Collocati fra il

palco e lo Spielberg da un lato, fra il tradimento e l'indifferenza

dall'altro, i giovani, dopo avere lottato con impeto per un tempo più o

meno breve, si ritraggono stanchi e rinegano, non le opinioni, ma

l'attività pel trionfo delle opinioni. Nè le opinioni avranno trionfo

mai, se prima gl'Italiani non imparino ad affratellarsi colla morte del

corpo e colla morte, assai più dura, dell'anima come in questo stadio di

vita si manifesta: colla morte del corpo, imparando che la vita

terrestre non è se non preparazione ad un'altra che ha culla in ciò che

noi chiamiamo sepolcro: colla morte dell'anima imparando che glorie,

speranze terrene, orgoglio di trionfo immediato e felicità come dicono,

son tutte illusioni, fantasmi più o meno dorati, ma pur sempre fantasmi,

e che il dovere è l'unica verità dell'umana esistenza e l'incarnazione

in atti di ciò che la coscienza e la tradizione dell'umanità tutta

quanta c'insegnano, la sola cosa che possa togliere alla vita d'apparire

bestemmia e ironia. I Bandiera sentivano che la coscienza e la voce

profetica del passato insegnano agli Italiani che la loro patria è

chiamata ad essere nazione libera e grande pel progresso dell'umanità;

ch'essi pur sapendolo, non s'attentano d'oprare e di morire, occorrendo,

per far che sia: e che un de' modi più efficaci a ridurveli è, nelle

condizioni attuali d'Italia, l'esempio. Però avean fermo nell'anima, non

potendo vincere, di morire.

Pochi giorni dopo esser giunto a Corfù, Attilio mi scriveva (10 maggio)

le linee seguenti: «Il 28 del trascorso, dopo un viaggio variato

d'avventure e pericoli, giunsi finalmente in Corfù. Da Malta mi

s'indirizzò la vostra del 1.º aprile. Vi rendo grazie dell'interesse che

prendete per la mia sorte, e il vostro affetto è certamente il più

valido sprone per operare il bene. Non temete ch'io dubitar mai possa

de' nostri comuni principî. Nessuno più di me è persuaso che a mali

estremi convengono estremi rimedî; e tanto più quando per questi

militano l'utile, la verità e la giustizia. Ciò che può parere eccessivo

ad altri popoli non deve sembrarlo agli Italiani. È da lungo tempo che

ho ammesso per insegna nazionale l'aquila legionaria, e per motto di

guerra l'antico grido guelfo: _Popolo, popolo!_ Potete dunque credere

che con simili credenze non si potrà mai rimaner soddisfatti di tutti

quei mezzi termini che, più per tradirci che per placarci, i nostri

nemici possono mai concedere. Italia indipendente, libera ed unita,

democraticamente costituita in repubblica con Roma per capitale: ecco

l'esposizione della mia fede politica nazionale.--Il grido di guerra dei

nostri fratelli mi romba continuamente all'orecchio; ed ho già preso

tutte le disposizioni per slanciarmi quanto prima a combattere con essi

e perire. Occupatissimo di tali preparativi, non ho tempo per entrare

con voi su' particolari; ma incarico *** di comunicarveli. Dacchè sono a

Corfù, ho maturato due progetti, uno su...... l'altro sulla

Calabria; il primo esige più tempo e danaro, mentre il secondo sarebbe

più sollecito e meno dispendioso. La forza delle circostanze mi

determinò pel secondo. Onde eseguirlo, mio fratello ed io stiamo

vendendo a rovina tutto quel poco che abbiamo potuto portare con noi, ma

non ne ricaveremo nemmeno mille cinquecento franchi, e ce ne occorrono

almeno quattro mila. In tali ristrettezze, io mi credo obbligato a

giovarmi dell'offerta che in altro tempo mi faceste di tre mila franchi,

e scrivo a Nicola perchè mi spedisca colla prima occasione danaro.

Perdonatemi questa libertà, ma non il mio, l'interesse bensì della causa

comune lo esige, e mi conforta la fiducia che voi non vorrete ritrarvi

dal cooperare a qualunque patrio ed utile tentativo. Addio dunque, e se

fosse per sempre, per sempre addio.»

E in calce a questa lettera Emilio scriveva con anima piena

degli affetti supremi: «Mio fratello--Una riga anche da me, poichè

saran queste forse le ultime che da noi due ricevete. Il cielo vi

benedica per tutto quel gran bene che alla patria avete fatto. Alla

vigilia dei rischi io proclamo altamente che ogni Italiano vi deve

gratitudine e venerazione. I nostri principî sono i vostri e ne vado

fiero, ed in patria con l'arme in mano griderò quello che voi da tanto

tempo gridate. Addio, addio; poveri di tutto eleggiamo voi nostro

esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri

concittadini.--EMILIO.»

Allora tra i due fratelli da un lato, me e l'amico mio di Malta

dall'altro, cominciò una lotta pur troppo ineguale; noi a tentar di

smoverli dal disegno d'agir soli e immediatamente, essi ad aprirsi

comunque una via. I tremila franchi da me profferti per altro quando i

Bandiera erano ancora in Italia, furono dall'amico, che n'era

depositario, negati; e il tentativo ch'essi intendevano di compiere

prima che il maggio spirasse, si rimase per allora sventato. Il 21

maggio, Attilio riscriveva sconfortatissimo: «Al 10 del corrente io vi

scriveva credendo di presto dover partire per l'Italia; ma la mia

supposizione riescì fallace; mi conforta però almeno la riflessione che

di questo risultato la mia volontà è affatto innocente. Con modica spesa

noi avevamo noleggiato una barca: un nativo della provincia dove

intendevamo sbarcare ci avrebbe servito di guida tanto più sicura che

egli guerreggiò lungo tempo colà contro la gendarmeria: saremmo scesi in

vicinanza d'un bosco che continua sino alle montagne dove stanno

gl'insorti. Avremmo potuto sommare a più di trenta; ma non avevamo

scelto che una ventina incirca di risoluti e bene armati; il numero era

sufficiente per respingere qualche picchetto che forse avremmo

incontrato per via, e conveniente per poterci con facilità muovere,

nasconderci, e sussistere. A quest'ora, vivo o morto, sarei in Italia.

Tutte queste disposizioni vennero rese nulle dalle lettere di Nicola. Io

gli aveva domandato i tremila franchi pei quali m'avevate un tempo

accordato autorizzazione; ma egli ricusò spedirli e insinuò anzi agli

amici di non secondarci in questa impresa ch'egli chiama pazza e

dannosa. Questo suo giudizio non m'avrebbe smosso dal mio progetto,

perchè dieci valevano come venti e di dieci io avrei sempre potuto

disporre: gl'insorti non domandano già uomini, ma rappresentanza attiva

della connivenza degli altri Italiani al loro movimento. La mancanza

bensì di danaro ci ha messi nell'assoluta impossibilità d'operare,

perchè noi non potevamo ragionevolmente sbarcare se non muniti di

qualche somma tanto per poter sussistere senza violenze, quanto per

ricompensare gli emissarî e le guide e provvedere a tutti siffatti

bisogni di guerra. Mio fratello ed io abbiamo intanto venduto tutto per

far danaro e lo scarso risultato di questa nostra estrema risoluzione fu

tutto impiegato nel compenso di noleggio alla barca che dovemmo

licenziare e nel provvederci d'armi e di munizioni. Come vivremo d'ora

innanzi, nol so, perchè la nostra famiglia corrucciata non vuole

spedirci un soldo, e qui poi più forse che altrove è difficile trovare

impiego. Non dovete credere per altro che la miseria ci abbia

menomamente cangiati; ci accora solamente il pensiero che noi perdiamo

nel merito del sacrifizio, non potendo omai dar più alla causa

dell'umanità e della patria se non un'esistenza travagliata e infelice,

mentre potevamo un giorno sagrificarle una vita avventurosa ed

agiata....... Intanto cominciano i supplizî in Bologna! Non sarebbero

dunque davanti all'Eterna Giustizia i delitti dei nostri padri ancora

scontati? Checchè ne sia, aspiriamo almeno a legare alla generazione

ventura l'esempio di un'inconcussa perseveranza.--_Fidando sempre sulla

nota lealtà delle poste inglesi, potete indirizzar qui al mio nome le

vostre lettere._ Addio.--ATTILIO.»

Alla nobile fiducia d'Attilio nella _nota lealtà_ delle poste inglesi,

il governo inglese rispondeva dissuggellando sistematicamente per sette

mesi, con arti infami e contraffazioni degne della più abbietta

poliziuccia italiana, la mia corrispondenza, e comunicandone quanto

importava al gabinetto napoletano e all'austriaco: atto nefando che

commosse di sdegno unanime la nazione e ch'io resi pubblico perchè

s'aggiungesse una prova alle tante della immoralità di tutti i governi

attuali d'Europa fondati sopra una menzogna, se di diritto divino o di

patto monarchico-costituzionale poco rileva. Ma quanto ai progetti dei

due fratelli, l'impotenza li ritardava senza distruggerli; e riardevano

al menomo romore che venisse d'Italia. La corrispondenza, che ho tutta

sott'occhio, corsa a quel tempo e intorno a quel primo disegno, tra

l'amico mio di Malta e i due martiri, prova che tutte l'arti della

persuasione furono tentate a salvarli, e che tutte andavano a rompersi,

contro la determinazione irrevocabile che li consacrava alla morte. E di

questa corrispondenza, per più ampia confutazione delle calunnie

avventate all'amico, io inserirò due frammenti, il primo spettante a

Nicola Fabrizi, il secondo a Emilio Bandiera.

«Considero--diceva, in data del 15 maggio, il primo ai due

fratelli--considero il mio sangue e quello de' miei amici una moneta da

spendere per l'onore e per lo scopo. Ed è perciò che non esito a dirvi,

che il vostro, nel modo in cui volete esibirlo, frutto di generosa

impazienza, non ha per risultato possibile nè l'uno nè l'altro; bensì

apparirà in un senso di frenetica esigenza di soddisfazione vostra tutta

personale la noncuranza dello scopo che unicamente comprometterete, e

degli uomini che s'abbandonano alla vostra fede e che voi

inesorabilmente sacrificherete. Quindici o venti uomini sono peggio che

un solo, e assai peggio dove tutto essi debbon crearsi cominciando dalle

prime relazioni. Un uomo trova simpatia e ascolto per potere essere

individualmente assistito da chi l'intenda. Venti, sono prima

schiacciati che ascoltati. Un equivoco, un mal volere, un tocco di

campana li annienta. Le cose in Calabria sono o disperse o paralizzate.

A noi però................. E questo è il caso unico per cui può essere

importantissimo un atto, ancorchè limitato di mezzi, a ridare andamento

sotto una nuova impressione alle cose sopite sul punto che dite o su

d'altro, ma il numero a tale effetto non può in tal caso neppure

restringersi oltre il completo delle nostre precedenti intelligenze.--La

delusione inaspettata che mi portò la tua lettera, rovesciando a un

tratto ogni nostro accordo, mi ha ben fortemente sorpreso; nè io credeva

più possibile tra voi il ritorno alla stessa natura d'illusioni che

hanno già fatalmente influito sulla divergenza di mezzi che non

dimandavano se non un po' di calma per essere calcolati e attivati a

tempo e con efficacia. Non credeva possibile che l'incontro d'un

individuo, l'accidente d'una barca, e il discorso d'un capitano senza

garanzia alcuna, senza mandato, potessero bastare a porvi totalmente sul

nuovo, cangiando ogni fiducia di persone e di relazioni.......--Se voi

mi aveste avvertito che persona d'onore a voi nota nell'interno, sicura

per tranquillità di spirito e per aderenze, offriva anche solamente di

farci arrivare in quattro, in tre e meno ancora fra gente in arme e

_decisa a seguirci_, io sarei venuto con mezzi e ogni cosa

immediatamente, poichè sono codeste le offerte sulle quali posano le

trattative del giorno, e quelle uniche per cui e dalla coscienza e dal

mandato dell'altrui fiducia io sia autorizzato. Io verrei oggi, se la

brevità del tempo non mi trattenesse, nella fiducia che uomini d'onore e

di coscienza quali voi siete e di senno non esitereste a ricredervi

d'una risoluzione promossa da calcoli su fatti erronei--e verrei per

oppormi personalmente, dirigendomi a tutti e singoli che parteggiano

con voi su tale argomento. _Non solo non approvo, nè intendo cooperare,

ma intendo aver solennemente dichiarato il mio più aperto disparere

dal fatto della natura che esprimete_, come da fatto incapace

d'alcun risultato, se non la rivelazione intempestiva delle nostre

intenzioni, il sacrificio dei migliori, la dispersione irreparabile

del tanto che poteva eseguirsi con elementi conservati intatti fin oggi,

e l'assoluta esclusione d'ogni fiducia interna ad ogni nostra proposta

smentita sì compiutamente da uomini di concetto quali voi siete in

un simulacro di fatto che solo può dar prova d'una irragionevole

disperazione.......................--»

«Terrò la tua lettera--rispondeva Emilio quattro giorni dopo--a

documento della buona volontà che mi avrebbe condotto nel luogo

dell'azione, dove poco ragionevoli pretesti non mi avessero chiusa la

strada che il dovere mi additava unica a percorrere....... Convinti che

il punto più strategico ad incominciare la guerra è appunto l'estremità

della penisola; che là per energia di popolazione, per le montagne alte,

per le foreste fitte, e per esempî in altra epoca offerti, si devono

rivolgere tutti i nostri sforzi, credemmo che ogni pericolo fosse

giustamente affrontato a suscitare una insurrezione che avrebbe potuto

estendersi in Sicilia e negli Abruzzi prima che l'Austriaco avesse tempo

di precipitarvisi addosso. L'anno scorso si esposero uomini che valevano

meglio di noi per favorire nel centro una sommossa che per quanto bene

fosse riescita sarebbe stata in tre giorni schiacciata dagli Austriaci,

e quest'anno non si vuole far niente pei Calabresi che insorsero se non

altro più apertamente dei Romagnoli, cioè colla nostra bandiera e il

nostro programma. In verità la cosa è assai strana. Se la tua lettera

giungeva favorevole, questa sera noi saremmo partiti; così, restiamo

invece colla convinzione che non riesciremo in cosa alcuna.......... Le

tue speranze sono nel Centro: Dio mio! e il più debole, il più

spregevole de' nostri tiranni fa giustiziare in Bologna sei patrioti, e

il popolo, se non applaude, tace almeno, soffre, e piuttosto che

recidere la mano omicida, la bacia e la rispetta. Questo fatto m'ha

interamente palesato a qual punto siamo. Io non voglio disperare della

salvezza della mia patria, perchè il disperarne sarebbe delitto, ma temo

assai che guerrieri della sua redenzione saranno i nostri figli se non i

nostri nepoti.

«.............Quando tu dici che eseguendo il mio progetto avremmo

perduto la vita, te lo posso credere, ma quando aggiungi che avremmo

perduto l'onore, mi ribello. Se fossimo stati presi, si sarebbe detto

che gli esuli fedeli alla loro missione, attraverso pericoli e stenti,

si trasportano sempre colà dove i loro compatrioti alzano un grido di

libertà e sollevano una bandiera italiana. Fino adesso i governi dicono

a coloro che si mostrano insofferenti:--«State tranquilli; non fidate

nelle istigazioni della _propaganda_ che vi eccita alla rivoluzione e vi

lascia quindi soli alle prese con essa.--» E in Italia si comincia a

credere che quei di fuori, impazienti di trionfare, fanno vedere ogni

cosa in color di rosa e sperano che un caso trarrà d'una debole

scintilla un generale divamparsi e però stanno pronti a profittar del

buon esito senza durare la prima incertezza. E noi recentemente

proscritti fummo testimonî di quanto siate voi (ingiustamente lo

accordo) calunniati per non esservi fatti ammazzare cercando mettervi

alla testa dei primi moti, procurando di dare ad essi forze colla vostra

presenza e colla vostra esperienza. E però, volendo rispondere per

tutti, oggi che la sciagura ci ha confusi con voi, volevamo far vedere

ai milioni che se ne stanno incerti, che ovunque sorga un commovimento,

gli esuli corrono a parteciparne la gloria e i pericoli senza aspettare

che riusciti vittoriosi quei moti siano tali da non aver più bisogno

della loro influenza.

«...........Spero che questa mia lettera non ti offenderà. Per quanto

contrario tu sia a quello che io faccia o mediti, io nondimeno ti stimo

uno dei patrioti più benemeriti, e t'amo come un compagno, come un

fratello.....»

Nel frattempo di questa corrispondenza partiva da Londra per Malta e

Corfù un altro dei martiri di Cosenza, Nicola Ricciotti, amico mio fin

dal 1831.

Ricciotti era nato col secolo in Frosinone, terra degli Stati Papali. A

diciotto anni l'idea nazionale s'impossessò di lui, ed egli giurò che

avrebbe speso la vita in promoverne lo sviluppo e il trionfo. Di

giuramenti siffatti, io ne ho uditi tanti, negli ultimi quindici anni,

pronunziati da uomini ben altramente potenti d'intelletto, e poi, dopo

due o tre anni di tiepidi sforzi, traditi, che le parole stesse mi

suonano oggi tristissime come contenessero una profezia inesorabile di

delusione. Ma egli attenne il suo giuramento: disse e fece. Nelle

facoltà limitate d'una natura semplice, onesta, diritta, fermissima,

come è descritta in parecchi degli uomini di Plutarco, trovò la forza

che le vaste facoltà intellettuali dovrebbero dare, e pur troppo, quando

sono scompagnate da una credenza, non danno: avea l'ingegno del cuore.

Da quando ei giurò fino al giorno della sua morte, la sua vita non fu

che una serie di patimenti. E nondimeno, ei portava sul volto, quand'io

lo rividi in Londra nel 1844, lo stesso sorriso di pace con se stesso e

cogli altri che i più vecchi amici avean notato nella prima sua

giovinezza: la virtù, che in altri ha sembianza di lotta, in lui s'era

fatta natura; nè alcuno avrebbe mai potuto indovinar da' suoi modi

ch'egli avea per ventiquattro anni patito e s'apprestava, lasciando

Londra, a correre i rischi supremi. Nel 1821, affrettatosi a Napoli,

fece parte, in qualità di tenente, d'un battaglione attivo delle milizie

del regno, e v'ottenne testimonianze onorevoli di coraggio e di zelo.

Tornato in paese, fu imprigionato e consumò i nove più belli anni della

sua gioventù nel forte di Civita Castellana. Liberato dai terrori del

Papa nel 1831, avresti detto ch'egli avesse sofferto, non nove anni, ma

nove giorni di carcere, tanto era lo stesso di prima: sereno nell'anima

e nell'aspetto, caldo d'affetti patrî e voglioso di ritentare; e noi

c'incontrammo quell'anno in Corsica in cerca ambedue d'una via per la

quale si potesse raggiungere gl'insorti dell'Italia Centrale. Caduto,

per colpa di chi fu messo a dirigerlo, quel tentativo, quando, perchè

gl'Italiani arrossissero d'aver sperato negli ajuti di Francia, Casimiro

Perier mandò i soldati francesi a far da birri del Papa, Ricciotti si

cacciò in Ancona, dove creato comandante della così detta Colonna mobile

di volontari protesse la città da crisi di sangue e ordinò i giovani a

una serie di manifestazioni pacifiche nazionali, tanto che il mondo

sapesse che cosa volevano: poi, ottenuto compenso d'accuse infami dalla

immoralità sistematica de' nostri nemici, e di più infame silenzio dal

generale francese, che pur s'era valso sovente dell'opera sua ad

acquetare gli spiriti bollenti de' giovani anconitani, tornò in Francia

quando l'occupazione cessò, e si ricongiunse a' suoi fratelli d'esiglio,

finchè nel 1833, mentre la gioventù italiana pareva apprestarsi

all'azione, ei mi ricomparve davanti, chiedendo d'andare in Italia per

trovarsi ai primi pericoli; e v'andò. Tornatone anche quella volta

salvo per mezzo a pericoli assai più gravi che non quei dell'azione,

errò, povero e angariato dalle autorità francesi che facevano a quel

tempo quanto umanamente potevasi per istancare la pazienza e la virtù

de' proscritti, di _deposito_ in _deposito_, senza lasciarsi avvilire

dalle persecuzioncelle dei prefettucci di polizia, senza lasciarsi

contaminare dall'arti sozze e dalle sozze querele della _compagnia

malvagia e scempia_ che purtroppo grava in ogni tempo le spalle agli

esuli buoni. Finalmente, nel 1835, non vedendo probabilità di salute

vicina, ei decise giovarsi del tempo per impratichirsi più sempre nelle

discipline della milizia, e scrisse annunciando la sua determinazione ai

figli--perch'ei s'era ammogliato giovanissimo ed era padre--le linee

seguenti, fra le pochissime che a me rimangon di lui: «Eccomi giunto ad

uno dei momenti più tristi della mia vita e forse al più decisivo per

me. Un cumulo di ragioni mi costringono ad abbandonare la Francia, ad

allontanarmi più ancora da voi. Mille privazioni m'attendono, infiniti

pericoli circondano il sentiero che devo scorrere, la morte stessa è

forse là per colpirmi. L'amore ch'io m'ebbi per voi, e che per

lontananza non s'è giammai diminuito, il dovere di padre e di buon

cittadino non mi permettono di dare esecuzione al mio divisamento senza

ricordarmi di voi e senza darvi alcuni precetti ch'io spero vorrete

adempiere. Se mi è riserbata una sorte crudele, se dovessi mai esser

rapito al vostro affetto, conservate memoria di me, la mia sventura non

vi sgomenti, e sia questo mio scritto un documento della mia tenerezza

per voi. Onorate, voi lo sapete, furono le cagioni che togliendomi alla

patria, mi condannarono a languire sulla terra straniera. La condizione

d'Italia è così crudele, così basso è ora caduta questa terra un dì sì

gloriosa, che qualunque tra i suoi figli ha sensi d'onore, qualunque

sente nel suo cuore l'offesa che i despoti fanno alla dignità nazionale

italiana, qualunque ama la libertà e la virtù, è condannato a trascinare

nell'esiglio i suoi giorni se ha ventura di sottrarsi alla prigione o

alla morte. Noi siamo martiri della causa d'Italia, ma il nostro patire

prepara alla patria giorni di libertà e di trionfo. Chi ingiustamente

ora ci opprime sarà alla sua volta oppresso, e gli Italiani vincitori

sapranno usare con magnanimità della riportata vittoria. Intanto, io

parto per la Spagna; combatterò anche una volta per la causa della

libertà, e se il destino mi è propizio, metterò a profitto d'Italia le

cognizioni che avrò acquistate. Voi, miei figli, dirizzate sulle mie

tracce i vostri passi; fate ch'io abbia almeno il conforto di sapere che

lascio in voi degli imitatori, e che l'Italia potrà calcolare su voi

come su di me.»--Questa lettera non fu mai, ch'io mi sappia, ricapitata;

ma in novembre egli partì per la Spagna, dove, raccomandato dal

maresciallo Maison, ministro della guerra in Francia, e dal generale

d'Harispe, ottenne d'entrare col grado di tenente in un battaglione dei

tiratori di Navarra. Dai documenti officiali ch'egli, partendo, lasciò

in mie mani, io potrei desumere la lista dei molti fatti d'armi contro i

_guerilleros_ carlisti nei quali ei meritò da' suoi capi menzione

onorevole; ma nol farò, e basterà il dire ch'egli nel giugno 1837 fu

inalzato al grado di capitano, ottenne, nell'aprile 1841, per le

vittorie riportate l'anno innanzi contro il ribelle Balmaseda, la croce

di San Fernando, e fu promosso, il 30 giugno 1843, al grado di

comandante di fanteria. E non molto dopo, quando udì ravvivarsi le

speranze italiane, lasciò la Spagna, e venne al solito ad offrirsi

volontario per la causa della nazione. Il primo tentativo per penetrare

in Italia gli andò fallito: imprigionato, per opera d'un denunziatore,

dal governo francese in Marsiglia, tornò, appena fu lasciato libero, in

Inghilterra, di dove, ajutato, poich'ei lo voleva, di mezzi, ripartì

lietamente per Malta e Corfù, con animo di ripatriare. Il luogo d'Italia

dov'egli, per propria scelta, per invito d'altri, e per ingiunzione

strettissima degli amici che gli spianavan la via, dovea cercar

d'introdursi, non apparteneva ai dominî del governo napoletano. Era

Ancona.

Giunto sui primi di giugno in Corfù, Ricciotti si affratellò coi

Bandiera. La loro mente ondeggiava allora tra il fare e il non fare, tra

il mantenersi a Corfù finchè tutte speranze d'azione non fossero

dileguate e il ridursi immediatamente, poverissimi com'erano, in Algeri

dove speravano trovare impiego. L'idea d'uno sbarco in Calabria era a

ogni modo abbandonata, e le ragioni addotte dall'amico li avevano

persuasi a promettere ch'essi non agirebbero mai senza il nostro

consenso, e s'uniformerebbero alle condizioni d'un disegno più vasto

dipendente dalle mosse dell'interno d'Italia. Le rivelazioni di

Ricciotti intorno all'intento prefisso al suo viaggio e al punto

dov'egli intendeva recarsi, ridestarono in essi il desiderio d'un'azione

immediata ma il vecchio progetto s'era di tanto rimosso dall'animo loro,

ch'essi non pensavano se non ad accompagnarsi all'amico. «Ho abbracciato

Ricciotti--mi scriveva, il 6 giugno, Attilio--e si farà il possibile per

ispingerlo al suo destino. Il *** mostrasi renitente perchè il viaggio

per *** è lungo; nondimeno non dispero di persuaderlo. Ma Ricciotti

andrà solo? Perchè i venti risoluti di qui non si moverebbero? ed io con

essi? Ho stabilito di farlo, perchè qualunque sia l'evento, meglio è

ch'egli vada accompagnato che non solo. Lascieremmo a *** le nostre

comunicazioni per quello che concerne il regno.» Un giorno dopo scriveva

Emilio: «Vi ringrazio delle parole amorevoli recatemi da Ricciotti.

L'amicizia che mi accordate v'è da me professata da assai lunghi anni,

da quell'epoca in che sorta la _Giovine Italia_ io me ne procurava gli

scritti per ripeterli nel collegio a' miei compagni, e non potendo

meglio, per aizzarli all'odio e alle zuffe contro i figli degli

oppressori. Qualunque sia la mia sorte, mi mostrerò costante; all'Italia

dedicherò sempre mente, onore e braccio; a voi e ai pochi altri che la

rendono rispettabile anche prostrata, affezione di fratello. Con

Ricciotti stiamo risolvendo la questione dell'intricato problema. Ad

ogni modo spero d'esser presto in azione con lui. Lascieremo a ***, che

accorrerà al ritorno del messo, le pratiche colla Calabria. Addio, e

serbatemi sempre il patto fraterno che avete stretto con Emilio.»--E un

altro giorno dopo, li 8, poche righe di Ricciotti dicevano: «In questo

momento non v'è occasione alcuna di partenza per dove sapete, ma spero

si presenterà presto, e meco verrà, uno dei fratelli Bandiera, e forse

ambidue con altri venti uomini.»

Ho insistito su questo punto, perchè mi pare elemento essenziale di

giudizio, a qualunque voglia esplorare le cagioni probabili della subita

mossa, la certezza che non era, tre giorni prima, premeditata.

Nella notte dal 12 al 13, tre giorni dopo scritte quell'ultime righe, i

fratelli Bandiera partivano, con Ricciotti e gli altri, per la Calabria;

ed ecco l'ultima loro lettera a me:

«Corfù, 11 giugno 1844.

«Carissimo amico,

«Si fece il possibile per poter inviare al suo destino Ricciotti; non si

potè riuscire poichè da qui, per là dov'era destinato, barche non

partono, e in ogni modo non si sarebbero incaricate del trasporto. Le

notizie di Calabria e di Puglia giungevano favorevoli; dimostravano

però sempre mancanza d'energia e di confidenza nei capi. Convenimmo

correr la sorte.--Fra poche ore partiamo per la Calabria.

«Se giungeremo a salvamento, faremo il meglio che per noi si potrà,

militarmente e politicamente.

«Ci seguono diciasette altri Italiani, la maggior parte emigrati:

abbiamo una guida calabrese.--Ricordatevi di noi, e credete che se

potremo metter piede in Italia, di tutto cuore ed intima convinzione

saremo fermi nel sostenere quei principî che, riconosciuti soli atti a

trasformare in gloriosa libertà la vergognosa schiavitù della patria,

abbiamo assieme inculcato.

«Se soccombiamo, dite ai nostri concittadini che imitino l'esempio,

poichè la vita ci venne data per utilmente e nobilmente impiegarla, e la

causa per la quale avremo combattuto e saremo morti è la più pura, la

più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini: essa e quella

della LIBERTÀ, dell'EGUAGLIANZA, dell'UMANITÀ, dell'_Indipendenza_ e

dell'_Unità italiana_.

«Quelli che ci seguono sono i seguenti:

«DOMENICO MORO, di Venezia, ex-ufficiale della marina austriaca.

«NARDI, della Lunigiana, esule del 1831.

«_Boccheciampi_, di Corsica[91].

«MAZZOLI, di Bologna.

«MILLER, di Forlì, esule del 1832.

«ROCCA, di Lugo.

«VENERUCCI, di Forlì.

«LUPATELLI, di Perugia, carcerato per gli affari del 1831 fino al

1837, poi esiliato.

«OSMANI, di Ancona.

«MANESSI, di Venezia.

«PIAZZOLI, di Lugo, esule nel 1832.

«NATALI, di Forlì.

«BERTI, di Ravenna.

«PACCHIONI, di Bologna.

«NAPOLEONI, di Corsica.

«MARIANI, di Milano, ex-cannoniere a servizio dell'Austria.

«Il Calabrese, di cui vi sarà riferito il nome da ***.

«Le notizie avute d'Italia furono le seguenti:

«I Calabresi si mantenevano armati e numerosi. Molta truppa occupava i

declivi delle montagne e le città. Agli inviti d'impunità rispondevano:

_Non aver più che fare col re di Napoli_. Difettavano di munizioni. Da

Bitonto in Puglia una grossa banda sortì, e sotto gli ordini di ***,

occupò la foresta di Gioja. Un Calabrese fu arrestato a Bitonto; egli

confessò essere per le montagne disceso dal suo paese, dove aveva preso

l'armi, su Bitonto, apportatore d'un invito a ***.

«Le provincie di Lecce, Bari, Foggia, e Avellino sono agitatissime;

l'ultima massimamente.

«Abbiamo con noi quanta più munizione ci abbiamo potuto procurare.

«Abbiamo incaricato *** di tenervi informato delle nostre operazioni.

Fate voi altrettanto con lui, poichè lo lasciamo in caso di potere

probabilmente comunicare con noi.

«Furono prese tutte le misure: fu calcolato il numero degli individui; a

tutto fu disposto. Se non riesciremo, sarà colpa del destino, non

nostra.

«Addio.

«NICOLA RICCIOTTI.

«EMILIO BANDIERA.»

«Addio: il tempo mi manca. Porto meco gli articoli principali d'una

nuova costituzione politica all'Italia, cioè quello dell'organizzazione

comunale, della guardia nazionale, e delle elezioni. La prima di queste

è necessario che sia dovunque uniforme per far dimenticare tante funeste

e sanguinose antecedenze. Per individualità nazionale ho scelto il

circondario e non il comune, perchè questo è di sua natura ineguale,

l'altro formato, senza riguardo al territorio, di diecimila cittadini

attivi. Da ventun'anni in poi s'è cittadini, ecc., ecc. Il _giurì_ è

applicato al criminale soltanto, perchè per adesso la nostra nazione non

è ancora abbastanza matura per questa ottima istituzione. Insomma,

conviene far tavola rasa, ma coll'obbligo di subitamente o bene o male

riedificare, onde non cadere nell'anarchia che porta sempre seco la

morte. Se mai la sorte vuole arridere finalmente alla nostra causa,

accorrete; venite fra chi da tanti anni vi stima ed ama, tra chi voi più

d'ogni altro poteste risvegliare dal sonno che, per esser profondo i

malvagi dicevano essere di tomba. Venite, e ricordatevi degli Ebrei

reduci dalla schiavitù che ricostruivano il sacro lor tempio sempre

colla spada brandita. Abbiatemi presente, e credetemi sempre vostro

amico.

«ATTILIO BANDIERA.»

Come mai, a fronte dei nuovi progetti, delle promesse fatte all'amico e

del mandato positivo, esplicito, dato a Ricciotti, poche e incerte voci

di circostanze propizie in Calabria indussero i due fratelli e gli amici

loro alla subita determinazione?

Io non presento accuse formali, perchè non ho prove dirette, e

l'impudenza delle asserzioni deliberate quando non s'hanno che indizî mi

par arte da lasciarsi ai nemici, immorali per vocazione ed oggi per

necessità di difesa, dacchè, se combattessero ad armi eguali e da

generosi, cadrebbero, e lo sanno. Ma accennerò alcuni fatti su' quali

ogni uomo potrà fondare spassionatamente il proprio giudizio.

Per gli indizî desunti da lettere mie e d'altri violate per uffizio di

spionaggio dal gabinetto inglese, e per le imprudenze commesse da quei

che più ciarlano e meno fanno, il governo napoletano e l'austriaco

sapevano che gli esuli italiani si preparavano ad accorrere, con mezzi

abbastanza forti ed animo assai più forte, dovunque sorgesse una

bandiera italiana; ignoravano, come appare dalle mille e una sciocchezze

pubblicate ne' loro giornali, i modi e i disegni. Pareva, in siffatta

incertezza, savio partito lo smembrarne le forze anzi tratto, e

seducendo alcuni de' migliori a una impresa disperata, perchè calcolata

dal nemico, spegner quei pochi, sfiduciar tutti gli altri, far credere

agli esuli che non v'era da sperare in moti di popolazioni italiane, e a

quei dell'interno che a un drappello di venti si riducevano tutti gli

ajuti che dar potevano gli esuli alla causa italiana: poi prepararsi via

di logorare colla calunnia l'influenza esercitata da alcuni individui,

imposturandoli ordinatori del tentativo. I Bandiera, ardentissimi e

improvvidi, erano tali da dar nel laccio. Importava spegnerli, perchè

già abbastanza pericolosi per le facoltà dell'animo e dell'ingegno, lo

erano poi oltremodo per le aderenze nella marina dell'Austria e pel

nome: importava che non pellegrinassero tra le nazioni, simbolo vivo

dell'estensione conquistata oggimai dall'opinione nazionale italiana:

importava che a quanti nelle file dell'esercito austriaco avessero in

animo di seguir l'esempio, un fatto solenne intimasse: _morrete_. Il

nome dei Bandiera influente nel Lombardo-Veneto, e quello di Ricciotti

potente assai nelle Marche, erano pressochè ignoti tra le popolazioni

delle Calabrie. E quanto a tender l'insidia, il fermento lasciato negli

spiriti dal tentativo di Cosenza, i decreti regi che sottomettevano ai

rigori di leggi repressive straordinarie le due provincie, e la fuga

nelle foreste di molti pericolanti, dovevano dar sembianza di vero a

quante voci d'insurrezioni iniziate o imminenti avrebbero suonato

all'orecchio degli esuli di Corfù.

Per tutto il mese di maggio e sul cominciare del giugno siffatte voci

abbondarono stranamente moltiplicate a Corfù: recatevi da capitani

ignoti di barche mercantili provenienti da Cotrone, da Rossano, da

Taranto, da più altri punti. Dicevano le montagne di Cosenza, Scigliano

e San Giovanni in Fiore, popolate, gremite d'insorti armati, nudriti con

viveri mandati dalle città, determinati ad agire e solamente incerti del

come. Dicevano gl'insorti mancanti unicamente di capi eguali

all'impresa, desiderosi d'alcuni uomini militari scelti fra gli esuli

influenti a rappresentare in Calabria l'unità del Pensiero Italiano anzi

queruli dell'indugio e di ciò che pareva ad essi diffidenza o tiepidezza

negli esuli. Aggiungevano le spiagge non essere custodite più

severamente del solito e facilissimo il passaggio da quelle ai luoghi

dove si tenevan gl'insorti. Un capitano austriaco proveniente da Rossano

affermava che in un bosco distante mezz'ora dalla città stava una buona

mano d'insorti che assalivano quasi ogni notte la _gendarmeria_. Un

altro, credo certo Cavalieri, satellite austriaco, dava avviso che due e

più centinaja di sbandati s'erano affacciati a Cotrone e n'erano stati

respinti, ma non distrutti, e mentre depredavano nei dintorni qualche

podere di ricchi, spargevano oro fra' contadini. Altre consimili nuove

stanno registrate nell'ultima lettera dei Bandiera. Le più erano

assolutamente false: l'altre esageratissime.

Gli esuli e segnatamente i fratelli Bandiera erano in Corfù noti,

vegliati, ricinti di spie. Del loro antico disegno era corso romore fino

all'orecchio dei consoli che ivi rappresentano i tirannucci d'Italia. La

loro partenza ebbe luogo senza che vi fosse frapposto il menomo

ostacolo; nè ostacolo alcuno da legni in crociera o da altro ebbe il

loro sbarco in Calabria. Il console napoletano in Corfù, stando a'

meriti noti, avrebbe dovuto ricevere accuse e rimproveri di noncuranza

dal suo governo. E nondimeno, con disposizione del 18 luglio, Ferdinando

II volendo ricompensarne la _condotta e lo zelo spiegato_ in quella

circostanza, conferì la croce di cavaliere dell'ordine regio di

Francesco I a Gregorio Balsamo, console del re in Corfù.

Finalmente--e questo a molti parrà indizio equivalente a una prova

diretta--un dei ventuno, tristissimo a dirsi, _tradiva_[92]: il

Boccheciampi. Fomentatore arditissimo dell'impresa, partiva da Corfù

recando seco alcuni documenti che rivendicavano dal governo di Napoli

certi diritti concessi ad un suo zio per servigi prestati appunto nelle

Calabrie a' tempi dell'invasione francese. Toccato appena, e senza

pericoli sovrastanti, il suolo italiano, spariva nell'ombre della notte,

andava a Cotrone a dar nuova degl'ultimi concerti presi e della via

tenuta dagli esuli. I nostri non lo rividero se non davanti alla

commissione militare in Cosenza, accusato di _scienza e di non

rivelazione di complotto_, libero quindi d'ogni rischio di vita.

Or giudichi ognuno se il _quando_ e il _dove_ dell'impresa fossero

scelti dal governo di Napoli o dai nostri fratelli.

Partirono, poichè alcuni incidenti ritardarono di ventiquattr'ore

l'esecuzione del loro progetto, nella notte dal 12 al 13: sbarcarono

dopo quattro giorni di viaggio, la sera del 16, agli sbocchi del fiume

Neto, e s'inselvarono. Era loro intento apparire improvvisi, fuggendo

ogni scontro, davanti a Cosenza e tentare, per cominciamento

all'impresa, la liberazione dei prigionieri politici che v'erano

numerosi. Ma dopo tre giorni di viaggio attraverso foreste, affacciatisi

a un burrone presso San Giovanni in Fiore, dove gli esperti de' luoghi

affermavano non essere via di salute possibile se non la vittoria, si

trovarono aspettati, circondati, assaliti da forze regie, composte di

cacciatori del secondo battaglione, di gendarmi e di urbani,

numericamente tali da rendere inutile ogni combattere. Combattevano

nondimeno, e con qual vigore lo dica il decreto del 18 luglio, col quale

Ferdinando II assegna ricompense di croci, medaglie, promozioni e danaro

a più di centosettanta individui presenti al conflitto: decreto che

sarebbe ridicolo se non fosse machiavellicamente architettato a

vincolare, infamandoli, uomini incerti e a ingannare le popolazioni

lontane, ma che lascia a ogni modo intravvedere quante centinaja di

soldati fossero stimate necessarie dal governo napoletano a vincere i

ventun uomini della libertà. Spento Miller[93], caduto per gravi ferite

Domenico Moro, la guida calabrese e due altri riuscirono a rinselvarsi;

i rimanenti, afferrati, furono trascinati al martirio in Cosenza.

Del loro contegno nel tempo decorso tra il conflitto di San Giovanni in

Fiore e la morte, io non so cosa alcuna; nè del processo o della

condotta dei giudici. Alcuni tra gli amici dei Bandiera s'illudevano in

quei giorni a sperare che l'arciduca Federico, fratello della regina di

Napoli, s'indurrebbe, allievo com'era stato, del contr'ammiraglio, e

condiscepolo e commilitone d'Emilio, a intercedere spontaneo per essi:

poco esperti conoscitori dei principi e della fredda, infernale,

immutabile politica austriaca.

Il 25 luglio, alle cinque del mattino, ATTILIO ed EMILIO BANDIERA[94],

NICOLA RICCIOTTI, DOMENICO MORO, ANACARSI NARDI[95], GIOVANNI

VENERUCCI, GIACOMO ROCCA[96], FRANCESCO BERTI[97], DOMENICO LUPATELLI,

morirono di fucilazione. I loro compagni all'impresa gemono, e gemeranno

Dio sa per quanto, a vergogna degli Italiani, in catene.

Gli ultimi momenti dei nove martiri furono degni della loro vita e della

Fede Italiana ch'essi col sangue santificarono. Estraggo quanto segue da

una lettera di Calabria, contenente il ragguaglio d'un testimonio

oculare:

«La mattina del giorno fatale furono trovati dormendo. S'abbigliarono

con somma cura, e per quanto potevano con eleganza, come se

s'apparecchiassero a un atto solenne religioso. Un prete venne per

confessarli; ma essi lo respinsero dolcemente[98] dicendogli: _ch'essi,

avendo praticata la legge del Vangelo e cercato di propagarla anche a

prezzo del loro sangue fra i redenti da Cristo, speravano d'esser

raccomandati a Dio meglio dalle proprie opere che dalle sue parole, e lo

esortavano a serbarle per predicare ai loro oppressi fratelli in Gesù la

religione della Libertà e dell'Eguaglianza_. S'avviarono col volto

sereno e ragionando tra loro al luogo dell'esecuzione. Giunti, e

apprestate l'armi dei soldati, pregarono _che si risparmiasse la testa,

fatta a imagine di Dio_. Guardarono ai pochi muti, ma commossi

circostanti gridarono: VIVA L'ITALIA! e caddero morti.»

* * * * *

VIVA L'ITALIA!--Sarà quel grido, o giovani, un'amara ironia, o lo

raccoglierete voi, santo com'è dell'ultimo sacrificio dei migliori tra

noi, per incarnarlo nelle vostre vite? In nome dei martiri che morirono

per redimervi non foss'altro dalla taccia di codardia che tutta Europa

vi dà: in nome della vostra Patria, io vi chiedo: proferirete quel grido

a fronte delle persecuzioni, tra le delusioni dell'anima, in faccia al

patibolo, o perduti nelle stolide o viziose abitudini del servaggio,

direte, iloti avvinazzati d'Europa: _muoja l'Italia! muoja l'onore!

perisca la memoria dei martiri! viva il cappello gesuitico! viva il

bastone tedesco!_

Molti fra voi vi diranno, lamentando ipocritamente il fato dei Bandiera

o dei loro compagni alla bella morte, che il martirio è sterile, anzi

dannoso, che la morte dei buoni senza frutto di vittoria immediata

incuora i tristi e sconforta più sempre le moltitudini, e che giova,

oggi, anzichè operare prematuramente, rimanersi inerti, addormentare il

nemico, poi giovarsi d'una circostanza propizia europea per trucidarlo

nel sonno. Non date orecchio, o giovani, a quelle parole. Meschini

politici e peggiori credenti, gli uomini che così insidiano alla santità

dell'anima vostra, immiseriscono la nostra FEDE nei falsi calcoli d'una

gretta questione _politica_: avrebbero rinegato, nel dì del supplizio,

la virtù della croce di Cristo per poi benedirla con pompose parole, se

la vita fosse loro bastata sino a quel tempo, quando al segno del

martirio Costantino sovrappose il segno della vittoria. Il martirio non

è sterile mai. Il martirio per una Idea è la più alta formola che l'_Io_

umano possa raggiungere ad esprimere la propria missione; e quando un

Giusto sorge di mezzo a' suoi fratelli giacenti ed esclama: _ecco:

questo è il Vero, ed io, morendo, l'adoro_, uno spirito di nuova vita si

trasfonde per tutta quanta l'Umanità, perchè ogni uomo legge sulla

fronte del martire una linea de' proprî doveri e quanta potenza Dio

abbia dato per adempierli alla sua creatura. I sagrificati in Cosenza

hanno insegnato a noi tutti che l'Uomo deve vivere e morire per le

proprie credenze: hanno provato al mondo che gl'Italiani _sanno_ morire:

hanno convalidato per tutta Europa l'opinione che _una Italia sarà_. La

Fede per la quale uomini così fatti cercano la morte come il giovane

l'abbraccio della fidanzata, non è frenesia d'agitatori colpevoli o

sogno di pochi illusi; è religione in germe, è decreto di Provvidenza.

Alla fiamma di patria ch'esce da quei sepolcri, l'Angiolo dell'Italia

accenderà, presto o tardi, la fiaccola che illuminerà una terza volta da

Roma--dalla Roma non già, come v'insinuano i falsi profeti, del papa,

grande un tempo, oggi, checchè cinguettino, spenta e per sempre--ma

dalla Roma del Popolo, le vie del Progresso all'Umanità.

L'Italia è chiamata, o giovani, a grandi destini. Solcata l'anima di

mille dolori e piena d'alto sconforto ogni qualvolta io guardo agli

uomini d'oggi e a quelli segnatamente che s'assumono or di dirigervi, io

pur sento tanta fede nel core quando guardo negli anni futuri e in voi

che sarete uomini fra non molto, da trovare forza che basti a intuonarvi

l'inno della speranza e la profezia dei vostri destini fin sulla pietra

dei martiri. Una grande missione aspetta l'Italia. L'Europa è oggi in

cerca d'unità religiosa. La Francia colla sua rivoluzione--non parlo

della sommossa del 1830--rivoluzione non intesa finora se non dai pochi,

compendiava in una gigantesca manifestazione il lavoro di molti secoli e

traducendo nel linguaggio politico la somma di progresso conquistata in

quelli dell'anima umana, conchiudeva un ciclo d'attività religiosa, che

aveva ricevuto da Dio la missione di costituire ordinato all'interno

l'UOMO: l'_uomo-individuo_ libero, eguale, ricco di diritti e

d'aspirazioni a uno sviluppo maggiore. E d'allora in poi, presaga

dell'epoca nuova, dell'epoca che avrà per termine dominatore d'ogni sua

attività l'_uomo-collettivo_, l'UMANITÀ, l'Europa erra nel vuoto in

cerca del nuovo vincolo, che annoderà in concordia di religione le

credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal

dubbio, senza cielo e quindi senza potenza per trasformare la Terra.

Tentennante fra il dispotismo del Cattolicismo e l'anarchia del

Protestantismo, fra l'Autorità illimitata che cancella l'uomo e la

libera coscienza dell'individuo impotente a fondare una fede _sociale_,

il mondo invoca e presente una nuova e più vasta Unità che congiunga in

bella e santa armonia i due termini Tradizione e Coscienza oggi in cozzo

fra loro e che pur sono e saranno sempre le due ali date all'anima umana

per raggiungere il Vero:--una Unità che mova da' pie' della Croce per

avviar l'uomo sul cammino della vittoria, abbracciando in sè e

santificando tutto quanto il progresso ulteriore;--una Unità che rannodi

le sette diverse in un solo Popolo di Credenti e di tutte le chiese,

chiesuole e cappelle, inalzi l'immenso tempio, il Panteon dell'Umanità a

Dio:--una Unità che di tutte le rivelazioni date a tempo da Dio al

genere umano componga l'eterna progressiva Rivelazione del Creatore

sulla sua creatura. Questo a chi ben guarda, è il problema vitale che

agita, o giovani, il mondo d'oggi: tutte le questioni politiche, che

pajono esclusivamente sommovere le nazioni non potranno acquetarsi che

nella soluzione di quel problema. E questa soluzione, o Italiani, questa

invocata Unità, non può escire, checchè facciano, se non della Patria

vostra e da voi: non può scriversi che sull'insegna alla quale sarà dato

di fiammeggiare superiore alle due colonne migliari che segnano il corso

di trenta e più secoli nella vita dell'Umanità, il Campidoglio ed il

Vaticano.

Dalla ROMA DEI CESARI escì l'unità d'incivilimento comandata dalla Forza

all'Europa. Dalla ROMA DEI PAPI escì l'unità d'incivilimento, comandata

dall'Autorità, a gran parte del genere umano. Dalla ROMA DEL POPOLO

escirà, quando voi sarete, o Italiani, migliori ch'oggi non siete, Unità

d'incivilimento, accettata dal libero consenso dei popoli, all'Umanità.

Per questa Fede, o giovani, morirono i Bandiera e i loro fratelli nel

martirio: per questa Fede io pure, nullo per intelletto e per core, ma a

nessun altro inferiore in credenza, se il desiderio non m'inganna,

morrò.

E nondimeno, io non vi chiamo al Martirio:--il Martirio si venera, ma

non si predica--io vi chiamo a combattere e vincere: vi chiamo a

imparare il disprezzo della morte e a venerare chi coll'esempio ha

voluto insegnarvelo, perchè so che senza quello voi non potrete

conquistar mai la vittoria: vi chiamo all'opere continue ed al fremito,

quand'altri vi chiama a fingere d'addormentarvi, perchè so che i fatti

continui ed il fremito possono soli dar sospetto, terrore, e frenesia di

persecuzione feconda di sdegni, ai vostri padroni, coscienza della

tristissima condizione in che vegeta e della vocazione italiana al

popolo vostro, fede nei vostri diritti e nelle vostre intenzioni ai

popoli dell'Europa commossa. Confortatevi, o giovani! la nostra causa è

destinata al trionfo. I malvagi che anch'oggi dominano, lo sanno e ci

maledicono; ma l'anatema ch'essi gittano contro noi si perde nel vuoto,

come rio seme portato dal vento. I germi che noi cacciamo rimangono: sul

terreno santificato dal sangue dei martiri, Iddio li feconderà; e

s'anche gli alberi che devono escirne non distenderanno l'ombra loro che

sul nostro sepolcro, sia benedetto Iddio: noi godremo altrove.

Perseguitate, noi possiam dire ai malvagi, ma tremate. Un giorno,

innanzi alla fiamma che consumava, per ordine del Senato le storie di

Cremuzio Cordo, un Romano, balzando in piedi, gridava: _cacciate me pure

nel rogo, perch'io so quelle storie a memoria_. Pochi dì passeranno, e

l'Europa risponderà con un grido consimile alle vostre stolidamente

feroci persecuzioni. Voi potete uccidere pochi uomini ma non l'Idea.

L'Idea è immortale. L'Idea ingigantisce fra la tempesta e splende a ogni

colpo, come il diamante di nuova luce. L'Idea s'incarna più sempre

nell'Umanità. E quando voi avrete esaurito l'ira vostra e la vostra

brutale potenza sugli _individui_ che non sono se non precursori, l'Idea

v'apparirà irresistibile, nella maestà popolare, e sommergerà sotto

l'onda oceanica del futuro i vostri nomi e fin la memoria della vostra

resistenza al moto delle generazioni che Iddio commove.

LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ.

INDIPENDENZA, UNITÀ.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 90 / 125 题