Lo scritto che precede non fu compito, nè oggi, s'io guardassi
unicamente al presente, importerebbe compirlo. Il fatto m'ha dato
ragione e ha confutato in modo da non ammettere discussione i dubbî dei
_federalisti_. La potente unanime voce del popolo d'Italia ha dichiarato
ai letterati teorizzatori che la nostra _utopia_ di trenta anni addietro
era intuizione profetica de' suoi bisogni, delle sue aspirazioni, della
sua vita segreta, del suo avvenire. Libero una volta del proprio voto,
il popolo ha sciolto il problema e s'è chiarito _unitario_ a ogni patto:
s'è chiarito tale nelle circostanze più sfavorevoli, sagrificando
all'intento l'esercizio d'ogni altro suo dritto, vincendo con insistenza
mirabile davvero le paure e i tentennamenti della monarchia, resistendo
alle seduzioni colle quali l'alleato straniero e gli atterriti o compri
sostenitori d'ogni suo consiglio tentarono travolgerlo in disegni di
confederazione che lo condannerebbero a debolezza perpetua. Il giudizio
del paese dovrebbe dunque esimermi dall'aggiungere oggi pagine a pagine.
Ma davanti allo sgovernar sistematico d'una setta d'uomini che,
increduli sino a ieri d'ogni possibile attuazione dell'Unità Nazionale,
son oggi chiamati dalla monarchia a governarla; davanti alla inetta
pertinacia colla quale quelli uomini tentano sostituire all'espressione
invocata della vita Nazionale _collettiva_ l'espressione data più che
imperfettamente tredici anni addietro alla vita d'una piccola frazione
d'Italia, il giudizio del paese può, non dirò retrocedere alla vecchia
condizione di cose, ma vacillare pericolosamente sulla via che l'istinto
della missione Italiana gli addita. La Nazione è un _fatto nuovo_ che
non può trovare la propria espressione se non in un PATTO NAZIONALE
dettato da una Costituente Italiana in Roma, in un ordinamento di armi
cittadine da un punto all'altro del paese, in una politica italiana
emancipata da tutte protezioni e ingerenze straniere, in una guerra
arditamente impresa con un intento Europeo pel Veneto, e in un Governo,
non di consorteria, ma di popolo, senza esclusione fuorchè degli avversi
all'Unità della Patria. Se chi regge s'ostina a contenderci siffatte
cose, avremo crisi e riazioni inevitabili di popolazioni deluse. Importa
che in quelle crisi non corra rischio d'andar sommersa l'immensa
conquista dell'Unità. Importa che l'idea s'addentri di tanto nel popolo
da immedesimarsi colla sua vita ed escire più splendida di potenza e di
fede da ogni rivolgimento d'eventi.
L'Unità era ed è nei fati d'Italia. Ad essa, come a intento supremo,
accenna--fin da quando il germe della nazionalità Italiana fu cacciato
dalle tribù Sabelliche nella regione Abruzzese tra le nevi del Majella,
il Gran Sasso d'Italia, _umbilicus Italiæ_, e l'Aterno--il lento ma
continuo e invincibile moto della nostra Civiltà: lento come quello che
doveva tra via, prima di giungere a fondar la Nazione, conquistare due
volte il Mondo; ma continuo d'epoca in epoca attraverso la lotta
dell'elemento popolare contro tutte aristocrazie straniere e domestiche,
e invincibile davvero dacchè nè le religioni mutate nè le invasioni di
tutte le genti d'Europa nè lunghi periodi di barbarie e rovina valsero
ad arrestarlo. La storia del nostro _popolo_ contiene il segreto della
storia d'Italia e del nostro avvenire e avrebbe rivelato ai nostri
scrittori e agli uomini politici che in Europa s'affaccendarono intorno
alle cose nostre il fine ineluttabile, verso il quale tutte le vicende
spingevano la gente italica. Ma chi fra gli storici d'Italia tentò
rintracciare e descrivere la vita del nostro popolo? Machiavelli stesso
fallì, fra i nostri, all'impresa, nè ci verrebbe fatto desumere dalle
sue pagine le condizioni relative del popolo ch'ei descrisse paragonate
a quelle del periodo anteriore. A Sismondi, unico che meriti nome tra
gli storici stranieri di cose nostre, non valsero le tendenze
democratiche nè i lunghi pazienti studî: ei tessè più ch'altro la storia
delle fazioni, delle ambizioni, delle virtù e dei vizî delle famiglie
illustri d'Italia, senza indovinare il lavoro di fusione--intravveduto
ma accennato appena a rapidi tocchi da Romagnosi--che si compiva tacito
senza interruzione nelle viscere del paese. Però, l'animo profondamente
italiano di Machiavelli proruppe in un grido d'Unità, ma senza speranza
fuorchè dalla dittatura d'un principe; Sismondi, non italiano, si
rassegnò disanimato a una impossibilità che non era se non apparente, e
scritta l'ultima pagina della sua storia, dichiarò _utopia_ l'Unità.
«Come mai in una contrada dove ogni pubblica discussione è oggi vietata,
dov'è chiusa la via a ogni pubblica celebrità, l'elezione popolare
sceglierebbe gli uomini ai quali dovrebbe essere affidata la sovranità?
Come sperare che i cittadini del più grande numero dei piccoli Stati
italiani si rassegnino a sceglierli, se pur deve ottenersi una
maggioranza reale, fra i cittadini d'altri piccoli Stati, dov'essi non
vedono che stranieri e rivali? Come possono i fautori dell'Unità ideare
che le gare e le diffidenze esistenti fra tanti Stati indipendenti siano
dimenticate, non solamente da pochi pensatori dominati dall'entusiasmo,
ma dalla moltitudine alla quale i proprî ricordi, gli affetti, i
pregiudizî parlano più eloquenti che non i loro freddi ragionamenti? E
come non prevedono che tutte le antipatie locali riarderebbero
irresistibili appena una legislazione generale tenterebbe decidere
intorno a questioni giudicate diversamente dalle varie popolazioni
italiane?[79].» I plebisciti del 1860 e le elezioni che dall'estrema
Sicilia rintracciarono, nell'anno in cui scrivo, parecchi tra i
rappresentanti nell'estremo nord, hanno sciolto il nodo. Ma nè storici
letterati, nè cospiratori da noi in fuori, nè i chiamati a dirigere le
insurrezioni, nè i viaggiatori dilettanti scendenti in Italia a
contemplarvi dipinti antichi e imbeversi di melodie, nè i poeti ai quali
una scintilla di vita in Italia avrebbe rapito la bella imagine d'una
Nazione scesa nel sepolcro per sempre, sospettavano trenta o quaranta
anni addietro il fatto generatore d'ogni nostro progresso _che il popolo
d'Italia s'era a poco a poco sostituito a tutti elementi parziali,
soggiogando, assorbendo ogni influenza di razza e di casta_. Or dove il
popolo d'una nazione siede elemento dominatore, l'Unità--purchè la
Libertà abbia tempio inviolabile nel Comune--è certa, infallibile. Le
aristocrazie sole mantengono lo smembramento, come quelle che più
facilmente primeggiano in zone anguste, sulle quali la tradizione avita
splende di luce potente e l'autorità dei possedimenti s'esercita diretta
e sentita nei buoni siccome nei tristi effetti.
«Sismondi[80]--e ne parlo insistendo, perchè ei rappresenta tutto un
ordine di scrittori che desunsero l'avvenire da un passato
superficialmente inteso--uomo d'ingegno, di dottrina, e d'onesta fede,
storico sincero sempre, talora profondo, più spesso scettico e incerto,
tentennante fra dottrine diverse e governato dai fatti quali nelle
apparenze si mostrano anzichè potente a interpretarli e ordinarli
dall'alto della legge che li produce, non indovinò il fatto generatore
al quale ho poc'anzi accennato. Le repubbliche italiane, delle quale ei
ci narrò con amore la storia, lo incatenarono a sè. Cacciato dal suo
soggetto a vivere lungamente tra le sempre rinascenti contese delle
città italiane, tra le guerre che per seicento anni si mossero Guelfismo
e Ghibellinismo, ei non seppe staccarsene, s'immedesimò con quei vecchi
combattenti del medio evo e smarrì con essi la facoltà d'intendere il
presente e presentire il futuro. Era mente analitica, incapace di
sintesi: diseredato quindi d'una metà degli elementi intellettuali che
fanno lo Storico, ei descrisse mirabilmente la parte esterna di quelle
contese, ma senza intenderne il significato, senza intendere ciò che
esse veramente rappresentavano o le loro inevitabili conseguenze. Non
vide che il Papato e l'Impero erano solamente pretesto e simbolo
visibile ad esse, ma che la loro vera cagione stava nella crisi segreta
di fusione interna dalla quale l'Italia andava procacciandosi una
eguaglianza d'elementi avversa al privilegio, alle caste, al
federalismo. Una falsa dottrina filosofica spingeva fatalmente Sismondi
verso il materialismo storico del secolo XVIII; e quando ei vide
spegnersi tutto quel tumulto di fazioni e i due giganti della lotta, il
Papa e l'Imperatore, inchinarsi siccome stanchi l'un verso l'altro e
segnare sul cadavere di Firenze una pace della quale Cambrai avea
stabilito i preliminari, ei mormorò mestamente a sè stesso: _questa è la
morte d'Italia_.
«Era soltanto la morte dell'Italia dell'evo medio, delle sue
ineguaglianze di razze e di civiltà, delle sue interne discordie, del
suo dualismo; la morte d'un'Epoca che lasciava schiuso il varco ad
un'altra; la cui grandezza dovea calcolarsi dalla sua lunga e faticosa
iniziazione. Il fatto stesso di quell'alleanza tra due poteri fino a
quel giorno irreconciliabili avrebbe dovuto insegnare allo storico lo
sviluppo d'un terzo principio che li minacciava ambedue e ch'essi non si
sentivano, separati, capaci di combattere e vincere.
«E seguendone la vita latente, egli avrebbe veduto quel terzo principio
conquistarsi più sempre potenza in quel periodo che gli osservatori
superficiali chiamano di degenerazione e d'inerzia. Perita la libertà
delle città, il lavoro egualizzatore proseguì più che mai attivo e
fecondo, latente perchè dalla superficie era trapassato al core della
Nazione, ma rivelato, quasi per getti vulcanici, dai moti di Genova nel
1746, di Napoli nel 1647 e più dopo nel 1799, moti tutti di popolo. E
nondimeno, tre secoli della nostra storia rimasero muti e privi di senso
a Sismondi. L'assenza d'ogni manifestazione visibile di progresso gli
parve a torto negazione di progresso. Colla caduta di Firenze ei vide
conchiusa la storia d'Italia; e quando gli vagavano per la mente imagini
d'una Italia vivente, ei le giudicava colle norme desunte dallo studio
dei Guelfi e dei Ghibellini. Quindi i suoi terrori, simili a quelli coi
quali dimenticando Sarpi, Venezia, Leopoldo, tutto il decimo ottavo
secolo e il materialismo francese anche di soverchio invadente, ei
travedeva ne' suoi ultimi anni, in virtù di ricordi e fatti isolati,
onnipotente il Cattolicesimo.
«Agli uomini i quali, come Sismondi, s'atterriscono del riapparire
probabile delle razze diverse in Italia, io vorrei chiedere d'indicarmi
su questa terra dove le razze non cessarono mai dal primo loro apparire
di frammischiarsi, di confondersi e assimilarsi, una sola zona nella
quale una sola d'esse in oggi predomini; vorrei m'additassero una sola
diversità fra gli Italiani lombardi, romani, napoletani, che non possa
additarsi in Francia, omogenea fra tutte le nazioni, fra gli uomini dei
Pirinei, della Bretagna, della Normandia e della Provenza. Tra noi le
rivalità cessarono colla guerra. Trecento anni di oppressione comune
hanno dato a tutti noi condizioni identiche di vita e di morte. Esistono
in Italia elementi pel Comune, associazione naturale, non per le
aggregazioni artificiali di Stati e Provincie.
«Per una apparente contradizione perfettamente spiegata dalla vanità
compagna inseparabile della mediocrità, la diffidenza e le gare rivali,
alle quali accenna paurosamente Sismondi, s'agitano talora tuttavia
irrequiete fra i semi-pensatori politici e letterarî ai quali l'Italia
va debitrice d'influenze e di scuole straniere e che stendono sulla
nazione uno strato superficiale oltre il quale pochi s'addentrano: in
essi almeno vive una tendenza ad ammettere siccome reali e ingigantir
quelle gare. Il popolo le ignora. I sistemi di governi corrotti fondati
sul terrore e sullo spionaggio, l'irritazione generata dai lunghi
patimenti, l'assenza d'educazione e d'interessi politici collettivi e
gli stimoli d'una _individualità_ più che altrove potente, hanno creato
e mantengono nelle nostre moltitudini abitudini facilmente sospettose,
pronte alle subite riazioni e a diffidenze pericolose. Ma s'altri
travedesse nelle piaghe dell'_individuo_ germi di _federalismo_,
convertirebbe in provincie gli uomini. Quei vizî si sfogano tra gli
abitanti, tra le classi, tra i quartieri di _ciascuna_ città; di rado
s'alimentano di città in città; riescono invisibili tra provincia e
provincia. Il bisogno d'una attività indipendente e la sovrabbondanza di
vita che caratterizzano in Italia l'individuo e la civica corporazione
alla quale egli naturalmente appartiene, daranno al Genio legislatore lo
stromento opportuno a proteggere la libertà contro le usurpazioni d'un
soverchio concentramento amministrativo, ma non possono creare la
necessità di larghe divisioni politiche, nè la crearono mai. Diresti i
fautori del _federalismo_ provinciale incapaci d'avvertire a due fatti
elementari della nostra storia, che gli Stati nei quali visse per
trecento e più anni divisa l'Italia non emersero spontanei da voto o
tendenze speciali dei popoli, ma furono creati dalla diplomazia,
dall'usurpazione straniera o dalla violenza dell'armi:--che non esce
dalla nostra storia quasi mai prova di formale definito antagonismo tra
provincie e provincie. Le spade cittadine non segnarono mai i loro
confini. Le nostre guerre, quando non furono, come dice Dante,