II[78].

Lo scritto che precede non fu compito, nè oggi, s'io guardassi

unicamente al presente, importerebbe compirlo. Il fatto m'ha dato

ragione e ha confutato in modo da non ammettere discussione i dubbî dei

_federalisti_. La potente unanime voce del popolo d'Italia ha dichiarato

ai letterati teorizzatori che la nostra _utopia_ di trenta anni addietro

era intuizione profetica de' suoi bisogni, delle sue aspirazioni, della

sua vita segreta, del suo avvenire. Libero una volta del proprio voto,

il popolo ha sciolto il problema e s'è chiarito _unitario_ a ogni patto:

s'è chiarito tale nelle circostanze più sfavorevoli, sagrificando

all'intento l'esercizio d'ogni altro suo dritto, vincendo con insistenza

mirabile davvero le paure e i tentennamenti della monarchia, resistendo

alle seduzioni colle quali l'alleato straniero e gli atterriti o compri

sostenitori d'ogni suo consiglio tentarono travolgerlo in disegni di

confederazione che lo condannerebbero a debolezza perpetua. Il giudizio

del paese dovrebbe dunque esimermi dall'aggiungere oggi pagine a pagine.

Ma davanti allo sgovernar sistematico d'una setta d'uomini che,

increduli sino a ieri d'ogni possibile attuazione dell'Unità Nazionale,

son oggi chiamati dalla monarchia a governarla; davanti alla inetta

pertinacia colla quale quelli uomini tentano sostituire all'espressione

invocata della vita Nazionale _collettiva_ l'espressione data più che

imperfettamente tredici anni addietro alla vita d'una piccola frazione

d'Italia, il giudizio del paese può, non dirò retrocedere alla vecchia

condizione di cose, ma vacillare pericolosamente sulla via che l'istinto

della missione Italiana gli addita. La Nazione è un _fatto nuovo_ che

non può trovare la propria espressione se non in un PATTO NAZIONALE

dettato da una Costituente Italiana in Roma, in un ordinamento di armi

cittadine da un punto all'altro del paese, in una politica italiana

emancipata da tutte protezioni e ingerenze straniere, in una guerra

arditamente impresa con un intento Europeo pel Veneto, e in un Governo,

non di consorteria, ma di popolo, senza esclusione fuorchè degli avversi

all'Unità della Patria. Se chi regge s'ostina a contenderci siffatte

cose, avremo crisi e riazioni inevitabili di popolazioni deluse. Importa

che in quelle crisi non corra rischio d'andar sommersa l'immensa

conquista dell'Unità. Importa che l'idea s'addentri di tanto nel popolo

da immedesimarsi colla sua vita ed escire più splendida di potenza e di

fede da ogni rivolgimento d'eventi.

L'Unità era ed è nei fati d'Italia. Ad essa, come a intento supremo,

accenna--fin da quando il germe della nazionalità Italiana fu cacciato

dalle tribù Sabelliche nella regione Abruzzese tra le nevi del Majella,

il Gran Sasso d'Italia, _umbilicus Italiæ_, e l'Aterno--il lento ma

continuo e invincibile moto della nostra Civiltà: lento come quello che

doveva tra via, prima di giungere a fondar la Nazione, conquistare due

volte il Mondo; ma continuo d'epoca in epoca attraverso la lotta

dell'elemento popolare contro tutte aristocrazie straniere e domestiche,

e invincibile davvero dacchè nè le religioni mutate nè le invasioni di

tutte le genti d'Europa nè lunghi periodi di barbarie e rovina valsero

ad arrestarlo. La storia del nostro _popolo_ contiene il segreto della

storia d'Italia e del nostro avvenire e avrebbe rivelato ai nostri

scrittori e agli uomini politici che in Europa s'affaccendarono intorno

alle cose nostre il fine ineluttabile, verso il quale tutte le vicende

spingevano la gente italica. Ma chi fra gli storici d'Italia tentò

rintracciare e descrivere la vita del nostro popolo? Machiavelli stesso

fallì, fra i nostri, all'impresa, nè ci verrebbe fatto desumere dalle

sue pagine le condizioni relative del popolo ch'ei descrisse paragonate

a quelle del periodo anteriore. A Sismondi, unico che meriti nome tra

gli storici stranieri di cose nostre, non valsero le tendenze

democratiche nè i lunghi pazienti studî: ei tessè più ch'altro la storia

delle fazioni, delle ambizioni, delle virtù e dei vizî delle famiglie

illustri d'Italia, senza indovinare il lavoro di fusione--intravveduto

ma accennato appena a rapidi tocchi da Romagnosi--che si compiva tacito

senza interruzione nelle viscere del paese. Però, l'animo profondamente

italiano di Machiavelli proruppe in un grido d'Unità, ma senza speranza

fuorchè dalla dittatura d'un principe; Sismondi, non italiano, si

rassegnò disanimato a una impossibilità che non era se non apparente, e

scritta l'ultima pagina della sua storia, dichiarò _utopia_ l'Unità.

«Come mai in una contrada dove ogni pubblica discussione è oggi vietata,

dov'è chiusa la via a ogni pubblica celebrità, l'elezione popolare

sceglierebbe gli uomini ai quali dovrebbe essere affidata la sovranità?

Come sperare che i cittadini del più grande numero dei piccoli Stati

italiani si rassegnino a sceglierli, se pur deve ottenersi una

maggioranza reale, fra i cittadini d'altri piccoli Stati, dov'essi non

vedono che stranieri e rivali? Come possono i fautori dell'Unità ideare

che le gare e le diffidenze esistenti fra tanti Stati indipendenti siano

dimenticate, non solamente da pochi pensatori dominati dall'entusiasmo,

ma dalla moltitudine alla quale i proprî ricordi, gli affetti, i

pregiudizî parlano più eloquenti che non i loro freddi ragionamenti? E

come non prevedono che tutte le antipatie locali riarderebbero

irresistibili appena una legislazione generale tenterebbe decidere

intorno a questioni giudicate diversamente dalle varie popolazioni

italiane?[79].» I plebisciti del 1860 e le elezioni che dall'estrema

Sicilia rintracciarono, nell'anno in cui scrivo, parecchi tra i

rappresentanti nell'estremo nord, hanno sciolto il nodo. Ma nè storici

letterati, nè cospiratori da noi in fuori, nè i chiamati a dirigere le

insurrezioni, nè i viaggiatori dilettanti scendenti in Italia a

contemplarvi dipinti antichi e imbeversi di melodie, nè i poeti ai quali

una scintilla di vita in Italia avrebbe rapito la bella imagine d'una

Nazione scesa nel sepolcro per sempre, sospettavano trenta o quaranta

anni addietro il fatto generatore d'ogni nostro progresso _che il popolo

d'Italia s'era a poco a poco sostituito a tutti elementi parziali,

soggiogando, assorbendo ogni influenza di razza e di casta_. Or dove il

popolo d'una nazione siede elemento dominatore, l'Unità--purchè la

Libertà abbia tempio inviolabile nel Comune--è certa, infallibile. Le

aristocrazie sole mantengono lo smembramento, come quelle che più

facilmente primeggiano in zone anguste, sulle quali la tradizione avita

splende di luce potente e l'autorità dei possedimenti s'esercita diretta

e sentita nei buoni siccome nei tristi effetti.

«Sismondi[80]--e ne parlo insistendo, perchè ei rappresenta tutto un

ordine di scrittori che desunsero l'avvenire da un passato

superficialmente inteso--uomo d'ingegno, di dottrina, e d'onesta fede,

storico sincero sempre, talora profondo, più spesso scettico e incerto,

tentennante fra dottrine diverse e governato dai fatti quali nelle

apparenze si mostrano anzichè potente a interpretarli e ordinarli

dall'alto della legge che li produce, non indovinò il fatto generatore

al quale ho poc'anzi accennato. Le repubbliche italiane, delle quale ei

ci narrò con amore la storia, lo incatenarono a sè. Cacciato dal suo

soggetto a vivere lungamente tra le sempre rinascenti contese delle

città italiane, tra le guerre che per seicento anni si mossero Guelfismo

e Ghibellinismo, ei non seppe staccarsene, s'immedesimò con quei vecchi

combattenti del medio evo e smarrì con essi la facoltà d'intendere il

presente e presentire il futuro. Era mente analitica, incapace di

sintesi: diseredato quindi d'una metà degli elementi intellettuali che

fanno lo Storico, ei descrisse mirabilmente la parte esterna di quelle

contese, ma senza intenderne il significato, senza intendere ciò che

esse veramente rappresentavano o le loro inevitabili conseguenze. Non

vide che il Papato e l'Impero erano solamente pretesto e simbolo

visibile ad esse, ma che la loro vera cagione stava nella crisi segreta

di fusione interna dalla quale l'Italia andava procacciandosi una

eguaglianza d'elementi avversa al privilegio, alle caste, al

federalismo. Una falsa dottrina filosofica spingeva fatalmente Sismondi

verso il materialismo storico del secolo XVIII; e quando ei vide

spegnersi tutto quel tumulto di fazioni e i due giganti della lotta, il

Papa e l'Imperatore, inchinarsi siccome stanchi l'un verso l'altro e

segnare sul cadavere di Firenze una pace della quale Cambrai avea

stabilito i preliminari, ei mormorò mestamente a sè stesso: _questa è la

morte d'Italia_.

«Era soltanto la morte dell'Italia dell'evo medio, delle sue

ineguaglianze di razze e di civiltà, delle sue interne discordie, del

suo dualismo; la morte d'un'Epoca che lasciava schiuso il varco ad

un'altra; la cui grandezza dovea calcolarsi dalla sua lunga e faticosa

iniziazione. Il fatto stesso di quell'alleanza tra due poteri fino a

quel giorno irreconciliabili avrebbe dovuto insegnare allo storico lo

sviluppo d'un terzo principio che li minacciava ambedue e ch'essi non si

sentivano, separati, capaci di combattere e vincere.

«E seguendone la vita latente, egli avrebbe veduto quel terzo principio

conquistarsi più sempre potenza in quel periodo che gli osservatori

superficiali chiamano di degenerazione e d'inerzia. Perita la libertà

delle città, il lavoro egualizzatore proseguì più che mai attivo e

fecondo, latente perchè dalla superficie era trapassato al core della

Nazione, ma rivelato, quasi per getti vulcanici, dai moti di Genova nel

1746, di Napoli nel 1647 e più dopo nel 1799, moti tutti di popolo. E

nondimeno, tre secoli della nostra storia rimasero muti e privi di senso

a Sismondi. L'assenza d'ogni manifestazione visibile di progresso gli

parve a torto negazione di progresso. Colla caduta di Firenze ei vide

conchiusa la storia d'Italia; e quando gli vagavano per la mente imagini

d'una Italia vivente, ei le giudicava colle norme desunte dallo studio

dei Guelfi e dei Ghibellini. Quindi i suoi terrori, simili a quelli coi

quali dimenticando Sarpi, Venezia, Leopoldo, tutto il decimo ottavo

secolo e il materialismo francese anche di soverchio invadente, ei

travedeva ne' suoi ultimi anni, in virtù di ricordi e fatti isolati,

onnipotente il Cattolicesimo.

«Agli uomini i quali, come Sismondi, s'atterriscono del riapparire

probabile delle razze diverse in Italia, io vorrei chiedere d'indicarmi

su questa terra dove le razze non cessarono mai dal primo loro apparire

di frammischiarsi, di confondersi e assimilarsi, una sola zona nella

quale una sola d'esse in oggi predomini; vorrei m'additassero una sola

diversità fra gli Italiani lombardi, romani, napoletani, che non possa

additarsi in Francia, omogenea fra tutte le nazioni, fra gli uomini dei

Pirinei, della Bretagna, della Normandia e della Provenza. Tra noi le

rivalità cessarono colla guerra. Trecento anni di oppressione comune

hanno dato a tutti noi condizioni identiche di vita e di morte. Esistono

in Italia elementi pel Comune, associazione naturale, non per le

aggregazioni artificiali di Stati e Provincie.

«Per una apparente contradizione perfettamente spiegata dalla vanità

compagna inseparabile della mediocrità, la diffidenza e le gare rivali,

alle quali accenna paurosamente Sismondi, s'agitano talora tuttavia

irrequiete fra i semi-pensatori politici e letterarî ai quali l'Italia

va debitrice d'influenze e di scuole straniere e che stendono sulla

nazione uno strato superficiale oltre il quale pochi s'addentrano: in

essi almeno vive una tendenza ad ammettere siccome reali e ingigantir

quelle gare. Il popolo le ignora. I sistemi di governi corrotti fondati

sul terrore e sullo spionaggio, l'irritazione generata dai lunghi

patimenti, l'assenza d'educazione e d'interessi politici collettivi e

gli stimoli d'una _individualità_ più che altrove potente, hanno creato

e mantengono nelle nostre moltitudini abitudini facilmente sospettose,

pronte alle subite riazioni e a diffidenze pericolose. Ma s'altri

travedesse nelle piaghe dell'_individuo_ germi di _federalismo_,

convertirebbe in provincie gli uomini. Quei vizî si sfogano tra gli

abitanti, tra le classi, tra i quartieri di _ciascuna_ città; di rado

s'alimentano di città in città; riescono invisibili tra provincia e

provincia. Il bisogno d'una attività indipendente e la sovrabbondanza di

vita che caratterizzano in Italia l'individuo e la civica corporazione

alla quale egli naturalmente appartiene, daranno al Genio legislatore lo

stromento opportuno a proteggere la libertà contro le usurpazioni d'un

soverchio concentramento amministrativo, ma non possono creare la

necessità di larghe divisioni politiche, nè la crearono mai. Diresti i

fautori del _federalismo_ provinciale incapaci d'avvertire a due fatti

elementari della nostra storia, che gli Stati nei quali visse per

trecento e più anni divisa l'Italia non emersero spontanei da voto o

tendenze speciali dei popoli, ma furono creati dalla diplomazia,

dall'usurpazione straniera o dalla violenza dell'armi:--che non esce

dalla nostra storia quasi mai prova di formale definito antagonismo tra

provincie e provincie. Le spade cittadine non segnarono mai i loro

confini. Le nostre guerre, quando non furono, come dice Dante,

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 82 / 125 题