IL POPOLO!

Il _popolo_: terzo _principio_ che s'è lentamente inalzato sulle rovine

di quei due, ghibellino e guelfo, nordico e meridionale, rappresentati

dall'Imperatore e dal Papa, e condannati a rodersi l'un l'altro, finchè

s'estinguessero in una comune maledizione--il _popolo_ che non fu mai

guelfo nè ghibellino, ma concedendo il braccio e il sangue ora all'una

or all'altra bandiera, dovunque lo chiamava l'istinto che lo sprona allo

sviluppo progressivo e all'Eguaglianza, imparava ad abborrir l'una e

l'altra--il _popolo_ che come il carroccio, simbolo santo della Patria

Italiana, movea lento attraverso le rivoluzioni e le guerre, ma era

sicuro di giungere alla vittoria--il _popolo_ è d'ora innanzi solo

dominatore in Italia e nella sua grande unità si spegneranno tutte le

divisioni che mantennero le frazioni ostili per tanto corso di secoli.--

Certo: noi siamo divisi. Certo: il lievito antico della discordia non

s'è consumato tutto coi padri. Ma è divisione che s'agita dentro il

recinto d'ogni città; che s'esercita tra le classi, tra gli individui

che la compongono, anzichè tra popolo e popolo. Le lunghe risse, le

gelosie naturali a tutta l'aristocrazia, le disuguaglianze che vivono

enormi tra gli ordini della società, e più di tutto l'arti molteplici e

le insidie della tirannide, hanno perpetuata una diffidenza che si

mostra ancora nei fatti, e inceppa i nostri progressi. Ma è diffidenza

non regolata dalle istituzioni diverse, non determinata dalle

delimitazioni dei territorî: diffidenza che cova in petto a ogni uomo, e

genera l'isolamento: diffidenza che ajuta l'_individualismo_, primo come

più volte dicemmo, dei nostri vizî. Or chi mai tentò spegnerla? Chi

cercò struggerla alle radici?

L'aristocrazia mascherata in diverse guise prevalse sempre nei

tentativi rivoluzionarî passati: l'aristocrazia, elemento perpetuo di

gare e fazioni. Il popolo in cui solo cova l'elemento Italiano, il

popolo che anela per propria natura l'Eguaglianza, e ha quindi solo

virtù per fondar l'unità, non fu curato mai nè cercato. Però vedemmo

in Bologna sorgere germi d'esclusiva supremazia, e suscitarsi quindi

una diffidenza nelle altre città dell'Italia centrale; ma furono

quelle pretese di popolo?--no: furono pretese di forensi, e di poca

gente che sotto l'assisa della Libertà serbava vive le misere

ambizioncelle del vecchio dominio. Il Popolo invocava armi e capi che

lo guidassero a soccorrere i fratelli di sventura impotenti a levarsi

da sè.--Vedemmo Piemonte e Genova ostili per memoria di antica

nimicizia fremere l'un contro l'altra sicchè furono detti nemici

irreconciliabili; ma quando?--quando da un lato stava una monarchia

rapace e ingiusta, dall'altro una aristocrazia gelosa e tirannica, e

il popolo era nullo nei due paesi. Ma quando un grido di libertà,

comunque fiacco ed inerte, fu pronunciato in Torino e Genova, Genova e

Torino s'affratellarono in un voto, in una speranza di Popolo, e a me

che scrivo suona ancor dentro l'anima il plauso che giovanetto

raccolsi dal popolo Genovese agli uomini del Piemonte che movevano

verso Novara--e quel plauso del 1821 lo raccolsero i Piemontesi come

pegno di fratellanza che un sol grido di popolo ridesterà--e a quel

pegno l'ultimo gemito di LANERI e GARELLI ne aggiunse un più santo e

tremendo--e oggi checchè si tenti da un re spergiuro, Genova e

Piemonte son uno. Così, fremente la guerra tra il Clero e

l'Aristocrazia, tra questa e i popolani, le Città Lombarde si

divorarono per due secoli le une coll'altre; ma quando il nome di

Repubblica Italiana suonò per quelle contrade, l'incremento dato a

Milano non accrebbe, scemò le gelosie locali delle altre città; e

quando, sotto il regno d'Italia, confortò gli animi una illusione

d'avvenire Italiano, il Veneto, il Romagnolo, il Lombardo,

l'Anconitano, vissero nella stessa unità di politica, di leggi, di

tributi, di capitale--un terzo d'Italia si confuse in una comune

emancipazione, e le relazioni che apparivano prima diverse, emersero a

un tratto, e senz'alcun danno, uniformi. Così la politica grida

separati per sempre dalla tempra degli uomini, o dalla natura,

Piemonte e Napoli--e si mostrarono infatti tiepidi all'unità, quando

dodici anni addietro due Principi furono depositarî dei destini

italiani; ma date in Napoli una voce di Libertà nazionale--sia voce di

popolo, non menzogna di Principe--e udrete quale eco di unità, quai

voti di fratellanza rimanderà il Sud agli Stati Sardi. Il popolo ha il

segreto dell'unità. Il popolo non guarda a sistemi: non s'illude

spontaneo dietro a norme di scuole americane o inglesi: segue il core;

va per la via sulla quale lo sprona il soffio di Dio--e il soffio di

Dio ha cacciato tale un raggio nella pupilla italiana, il suo dito ha

scritto tale una sillaba di fratellanza in ogni fronte italiana, che

nè tempi nè risse aizzate nè insidie di Principi stranieri o nostri

potranno mai cancellare.--Guardatevi in volto, o Italiani!... Ivi

troverete, voi soli, il decreto della futura unità.

Non la realtà degli ostacoli, la sola paura, deità onnipotente ai più

tra i politici, crea le difficoltà di ridursi a reggimento unitario.

Pochi anni addietro la repubblica era sogno di pochi che la veneravano

nel segreto, e s'ottenevano il nome di utopisti dai molti che la

confessavano l'ottima fra le istituzioni a patto di sbandirla dal

positivo. Oggi, gli utopisti son gli uomini che s'ostinano a trovare un

monarca dove non è materia di monarchia, e rinegano li infiniti elementi

repubblicani che vivono potenti in Italia--e se quei pochi non

s'arrestassero tremanti davanti a un nome, se il loro voto si

aggiungesse al predominante della moltitudine, la repubblica parrebbe

transizione naturale agli eredi degli uomini del XII e del XIII secolo,

anzichè crisi violenta e pericolosa. L'Italiana Unità apparirebbe opera

non solo santa, ma facile, se pel corso di pochi mesi ai vocaboli

diversi nelle pagine degli scrittori e nei discorsi dei dotti

sottentrasse quell'uno.

Perchè, quali forti cagioni avvalorano in oggi le divisioni tra noi?

D'onde deriva la condanna di eterna lite alla quale, secondo i

Federalisti, soggiace l'Italia?

Alcuni invocano le razze.

Or le razze tra noi dove sono?--Dove si mostrano predominanti?--In qual

punto hanno serbato le loro conquiste?--Su quale palmo di terreno

italiano può additarsi oggi ancora il trionfo di una razza straniera?--E

per qual via dalle razze potrà dedursi una divisione federativa? La mano

di Dio le ha disseminate e confuse in ogni provincia italiana; e dov'è

l'uomo che presuma risuscitarle, separarle, e dire ad esse: quella

frazione di terreno spetta alla razza Germanica, quell'altra alla

Illirica?

Noi concediamo molto alle razze: aggregati di milioni che dispersi

serbano quasi un segno, una parola segreta per riconoscersi, che hanno

l'impronta d'una missione misteriosa e solenne, e lottano ostinatamente

colle influenze straniere di luoghi e d'uomini sino al compimento di

quella. Ma quando la missione appare evidentemente consumata, perchè

ostinarsi a perpetuarla? Quando l'ire sono spente da secoli, perchè

volerle rieccitare dalla polvere del sepolcro comune? Quando la traccia

distinta delle razze è perduta, perchè logorare le forze a rintracciarla

sotto lo strato uniforme che la ricopre?--In Italia fu il convegno di

tutte le razze. Qui sulle nostre terre si raccolsero tutte quasi a

congresso, come se nella Penisola dovesse cacciarsi il compendio del

mondo; come se l'Italia futura avesse a riunire la vivezza e la

spontaneità meridionale colla gravità e la profonda costanza delle razze

settentrionali. Vennero mute, ignote, senza nome, senza bandiera,

fuorchè quella della distruzione; senza missione, fuorchè quella di

ritemprare la razza antica ammollita e di portar seco i semi

d'incivilimento caduti quasi a caso dall'albero, ch'esse tutte scesero a

scuotere senza poterne svellere le radici. Si confusero tutte dopo un

urto potente, si cancellarono insensibilmente senza che alcuna valesse a

rimanersi dominatrice; senza che alcuna valesse a resistere all'azione

dell'elemento italiano primitivo. Noi le vincemmo tutte. Quando anche

gl'Italiani parevano materialmente soggiogati, il _principio_

sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l'opprimevano. Eterno

come il diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei

barbari, il _principio_ italiano logorò poco a poco le razze Greche,

Germaniche, Illiriche, Saracene. Uno spazio minore di un secolo ci valse

ad assorbire la razza Gota: duecento anni a sottomettere i Longobardi.

Vinti e vincitori si fusero in un solo popolo. Le risse si quetarono

nella tomba. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze

greco-latine: nella grande unità del Cattolicesimo, durante il dramma

dell'Impero, quella delle razze settentrionali.--Oggi la missione

individuale delle razze in Italia è compiuta. Da tre secoli in quella

polvere ov'esse giacciono s'elabora la fusione ultima, decisiva,

irrevocabile. Una grande pace si stende su quelle reliquie. Non la

turbiamo. Possiamo noi dissotterrare l'ossa dei milioni, e dire a qual

razza appartengano?

E di questa lenta, ma sicura fusione, di questo segreto lavoro unitario,

le tracce appajono più o meno evidenti nella nostra storia, dal secolo

IX in cui incominciarono a sorgere i primi germi delle libertà

cittadine sino al XII e XIII, nei quali quasi tutte le terre italiane si

ressero spontaneamente e senza accordo fra loro a Comune, e da quei

secoli in poi nel fermento intellettuale, che si manifestò quasi a un

tempo per tutta la penisola, nel riavvicinamento progressivo dei costumi

e delle abitudini, ch'oggi non sono più dissimili tra un Marchigiano e

un Toscano di quello siano tra le famiglie Basche, Bretone, Normanne di

Francia, e in quella continua lotta che fu combattuta ora aperta or

celata fra il Papa e l'Impero, lotta il cui segreto è tutto nella

ricerca dell'unità, intorno alla quale gli Italiani sentivano il bisogno

di concentrarsi, e la travedevano or nell'uno or nell'altro vessillo.

Noi qui non possiamo diffonderci nell'esame delle epoche storiche che

additano questo vero. A siffatta indagine manca il tempo e mancano i

libri. Scrivo errante di casa in casa, fuggendo la persecuzione della

polizia francese federata colle italiane. Ma da qualunque s'addentri con

occhio di filosofo nella nostra storia, verrà scoperta una idea

generatrice, anima, vita delle nostre vicende, una tendenza continua

all'unità, troppo poco osservata finora.

E s'anche alcune reliquie delle antiche divisioni rimasero nell'Italia

del XIX secolo, perchè, pur confessando che il tempo le va struggendo,

ostinarsi a farne elemento degli ordini futuri italiani? Perchè, quando

tutti deplorano funestissime quelle divisioni, sancirle, riconsecrarle

con una legge, anzichè spegnerle a un tratto col decreto energico

d'Unità? Il vizio d'accettare ogni fatto, qualunque ne sia l'efficacia,

e dargli diritto di cittadinanza contemplandolo come legittimo nella

costituzione dello stato, è vizio comune pur troppo a molte legislazioni

politiche; non però meno fatale, perchè imprimendo un carattere

pressochè incancellabile a quei fatti, tende a perpetuarli, e chiude le

vie del progresso. Le leggi di Manou hanno trattenuto e trattengono

l'India nella disuguaglianza delle caste, nella schiavitù delle femmine,

e nella inerzia; perchè, trovati quei fatti, ne introdussero gli

elementi, come immutabili, nell'organizzazione dello stato. Or, vorremo

noi, figli del mondo progressivo europeo, introdurre nella politica

l'immobilità dell'Oriente?--Le buone leggi guardano all'avvenire. I

legislatori non registrano i fatti; ma, dove riescono dannosi, tentano

modificarli o distruggerli. Il Potere che regge la somma delle cose in

una nazione, non deve trascinarsi stentatamente dietro allo spirito

d'incivilimento che la governa; bensì deve promoverlo primo, e

antiveggendo il pensiero sociale, inalzarne in alto la bandiera, perchè

tutti v'accorrano e lo sviluppino rapidamente. Il pensiero sociale in

Italia è l'Unità. Le opposizioni son deboli; e non pertanto anche senza

oprare tirannicamente, violentandole, v'è mezzo di soddisfare, quanto

esigono, ad esse colla libertà di comune e di municipio. Ma se i futuri

Legislatori d'Italia confessassero mai invincibile, ordinando le

Federazioni, il fatto--se pur è fatto--delle divisioni, avranno

preparato nuove risse e sangue e pianto e un secondo medio evo

all'Italia, se non prima un nuovo servaggio comune.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 81 / 125 题