furono tra città e città; tra città d'una stessa provincia: tra Pavia,
Como, Milano, tra Pisa, Siena, Arezzo, Firenze, tra Genova e Torino, e
così nell'altre zone d'Italia, non tra Lombardia e Piemonte, tra Toscana
e Romagna, fra le terre napoletane e quelle del Centro.--Or non
composero quelle città tutte gare e discordie sotto reggimenti comuni?
Non vissero in lunga pace tra loro sotto un solo padrone? Se le vecchie
contese dovessero riardere al soffio della libertà, noi dovremmo tornare
alle cento repubblichette dell'evo medio, non agli Stati e alle grandi
Provincie. È tra noi un solo _federalista_ che spinga la logica fino a
quei termini?
«Non esiste fra noi dissenso tra zona e zona, tra provincia e provincia.
Gli osservatori superficiali, gli stranieri segnatamente, udirono
talora, negli ultimi cento anni, in Italia, lagni di servi che
s'agitavano contro altri servi lenti a rispondere all'agitazione; o
ricordi orgogliosamente invocati, quasi a inanimarsi, di glorie locali;
o rimproveri avventati da una ad altra provincia, tristissimo sollievo
di schiavi che tentano addormentare col malignarsi reciproco il dolore e
la vergogna delle catene; e ne desunsero pericoli pel futuro, senza
intendere che la libertà di tutte cancellerebbe in un subito le cagioni
dell'aspreggiarsi e che la campana a stormo della Nazione imporrebbe
silenzio, coll'annunzio d'un lieto collettivo avvenire per tutti, ad
ogni garrito. Dimenticarono la singolare unità colla quale parecchi anni
prima del 1789, furono predicate e tentate riforme simili ovunque, per
tutte le parti della Penisola. Dimenticarono l'unità di governo, di
legislazione, di commercio che strinse in uno, sul cominciare del secolo
e senza che un solo germe d'interna discordia apparisse, quasi otto
milioni d'italiani del Veneto, della Lombardia, delle provincie Romane.
Dimenticarono l'entusiasmo col quale i popolani di Genova, nemici
apparentemente irreconciliabili al Piemonte pochi dì prima, versavano
fiori nel 1821 sui militi piemontesi che accennavano movere contro gli
Austriaci--il grido potente d'ITALIA frainteso dieci anni dopo dai
miseri Governi provvisori del Centro, ma unanime tra i popoli
insorti--l'ardente apostolato Unitario delle nostre associazioni segrete
negli anni che seguirono--il sangue versato da martiri di tutte
provincie d'Italia in nome della Patria comune--e segnatamente il
_principio_: che un Popolo non more nè s'arresta mai sulla via prima
d'avere raggiunto l'intento storico supremo della propria vita, prima
d'aver compita la propria missione. Or la Missione Nazionale d'Italia
era additata dalla geografia, dalla lingua, dalle aspirazioni profetiche
dei nostri Grandi d'intelletto e di core, e da tutta una splendida
tradizione storica che potea facilmente disotterrarsi sol che dai fatti
delle aristocrazie o dalle azioni degli individui si scendesse a
studiare la vita del nostro popolo. La Nazione, dicevano, non ha
esistito mai: non _può_ dunque esistere. La _Nazione_, noi dicevamo
dall'alto della sintesi dominatrice, _non ha esistito finora, esisterà
dunque nell'avvenire_. Un popolo chiamato a compiere grandi cose a
benefizio dell'umanità _deve_ un dì o l'altro costituirsi in Unità di
Nazione.»
E il nostro popolo s'avviò lentamente d'epoca in epoca verso quel
_fine_. Soltanto, la storia del nostro popolo o della nostra Nazionalità
ch'è una cosa con esso, non fu, come dissi, scritta finora. A me pesa
più assai che non posso esprimere di dover portare inadempito alla
sepoltura il desiderio lungamente accarezzato di tentarla a mio modo. Ma
chi vorrà e saprà scriverla senza affogare i punti salienti del
progresso italiano sotto la moltitudine dei minuti particolari, e
sorvolando di _periodo in periodo lo sviluppo collettivo dell'elemento
italiano_, darà base fermissima di tradizione all'Unità della Patria; e
sarà la sua ricompensa. Dimostrata cogli antichi ricordi, coi vestigi
delle religioni, e colle recenti ricerche etnografiche, l'indipendenza
assoluta del nostro incivilimento primitivo dall'Ellènico posteriore
d'assai, lo scrittore torrà le mosse, per additare i primordi della
nostra Nazionalità, dalle tribù Sabelliche le quali collocate, come più
sopra accennai, intorno all'antica Amiterno, assunsero prime, congiunte
agli Osci, ai Siculi, agli Umbri, il sacro nome d'Italia, e iniziando la
fusione degli elementi diversi sparsi sulla Penisola, mossero a
configgere la loro lancia, simbolo d'autorità, nella valle del Tebro,
nella Campania e più oltre. Fu la prima _guerra d'indipendenza_
dell'elemento italiano contro l'elemento, d'origine probabilmente
semitica, chiamato dagli antichi pelasgico. La seconda fu quella
condotta dai Romani Italiani contro l'elemento celtico e Gallo: guerra
divisa in due periodi che comunque sovente s'intreccino l'uno coll'altro
potranno pur sempre e facilmente scernersi siccome distinti dallo
scrittore. Il primo, nel quale diresti che l'Italia segnasse a Roma i
termini della sua missione unificatrice dicendole: _sarò tua a patto che
la tua vita s'immedesimi colla mia_, ha il proprio punto culminante
nella guerra colla quale le città socie, risuscitato il vecchio nome
d'Italia e battezzando di quel nome il centro della Lega, Corfinio,
chiesero e ottennero la cittadinanza di Roma che poi s'estese a quanti
vivevano tra l'Alpi e il Mare: il secondo, mira colle forze romane
convertito in italiche, a promuovere il trionfo dell'elemento indigeno
sugli elementi stranieri. Poi venne il grido-programma, che l'epoca
successiva dovea raccogliere, di Spartaco. Poi la dittatura di Cesare
che conchiuse la prima epoca della fusione italiana. Era fusione, più
che sociale, _politica_; ma italiano a ogni modo era, nelle forme
materiali, verso il conchiudersi di quell'epoca, l'incivilimento
rappresentato da Roma; italiani di tutte provincie erano gli ingegni che
in Roma si concentravano; italiana era la rete di vie che vi mettea
capo: italiano il diritto civile: italiano il sistema municipale:
italiana l'aspirazione dei popoli. E la seconda epoca che s'iniziò tra
le incursioni barbariche incominciò e proseguì con pertinacia
mallevadrice di vittoria il lavoro di fusione _sociale_, ch'oggi ci
rende capaci di farci Nazione.
E lo scrittore della Storia invocata mostrerà come, smembrata l'unità
politica e spento apparentemente il moto nazionale condotto con rapidità
prematura e per via di conquista da Roma, il lavoro di fusione si
rifacesse per intima spontaneità e localmente dal popolo, e come le
popolazioni, disgiunte com'erano, sembrassero obbedire a una forma
identica per ogni dove, tanto le vie seguite da quel lavoro apparvero
simili e generatrici di conseguenze uniformi. Due elementi prepararono,
in quell'epoca d'apparente dissociazione che ha nome di medio evo,
l'unità della Patria Italiana: l'elemento cristiano rappresentato sino
al decimoterzo secolo dalla Roma papale, e custode dell'unità morale: e
l'elemento municipale che sopravvivendo profondamente italiano alle
invasioni, logorò appoggiandosi sul popolo, il predominio successivo
delle razze straniere, e le ineguaglianze sociali che la conquista aveva
impiantato o radicato in Italia. La storia del primo elemento fu dettata
sempre da una cieca superstiziosa adorazione o dagli uomini puramente
negativi del materialismo, ed è necessario rifarla. La storia del
secondo fu trasandata e sommersa nella storia della individualità
prominenti o dei fatti esterni: pochi, se pur taluno, scesero e a balzi,
fino alle radici della vita italiana. Il moto fu tutto di popolo e
contro le aristocrazie politiche, feudali, territoriali, che avrebbero,
perpetuandosi, perpetuato lo smembramento. Al di sotto dei nobili, degli
eredi dei conquistatori, sprezzatori, alteri, ignoranti e infangati di
passioni sensuali, i lavoratori delle terre, gli uomini di commercio e
d'industria, gente di razza nativa, si giovavano della noncuranza dei
padroni per l'arti utili e produttive ad arricchirsi con esse: si
giovavano financo della triste necessità che, rotte le comunicazioni tra
l'Italia e l'altre parti d'Europa, imponeva agli abitatori delle nostre
contrade di nutrirsi coi prodotti del suolo, a richiamare in vita
l'agricoltura decaduta negli ultimi tempi dell'impero. La piccola
coltura sottentrò all'inerzia degli spenti o scacciati proprietarî di
latifondi. La vita localizzata, migliorando tacitamente e afforzandosi
delle immortali tradizioni romano-italiche e riconquistando
inavvertitamente terreno, preparò il moto splendido dei nostri Comuni, e
una classe operosa, industriale, avversa a tutte distinzioni arbitrarie,
a tutte ineguaglianze non fondate sul lavoro, a tutte supremazie traenti
origine dalla conquista o da permanenti influenze straniere. Nella
storia di quella classe è il vero _criterio_ col quale devono giudicarsi
le nostre vicende. In essa è la norma del progresso italiano e della
nostra unificazione: in essa il segreto delle tendenze democratiche
onnipotenti checchè si faccia sulla nostra vita e che condurranno quando
che sia inevitabilmente l'Italia all'ideale repubblicano. La doppia
protesta dell'elemento popolare Italiano contro l'elemento tedesco da un
lato, contro l'elemento feudale dall'altro, emerse sempre, attraverso
errori, illusioni e contradizioni momentanee inseparabili da ogni
storia di popolo, dai tempi d'Ottone I sino a quelli di Carlo V. La
guerra dell'elemento italiano contro il predominio straniero comincia
visibile tra il X secolo e l'XI nel tentativo di Crescenzio,
nell'elezione d'Arduino d'Ivrea, nelle risse continue di Pavia, di
Ravenna, di Roma, fra Tedeschi e Italiani, nei moti di Milano contro
vescovi e grandi fautori dell'elemento anti-italiano; cova nel
gigantesco tentativo frainteso sinora dai nostri di Gregorio VII;
scoppia tremendamente eloquente nella Lega Lombarda; s'ordina nei nostri
Comuni; vive nei pensieri rimasti a mezzo d'Innocenzo III, e va oltre.
La guerra dello stesso elemento contro le aristocrazie feudali e altre
si manifesta verso lo stesso periodo di tempo nei tentativi del Mottese
Lanzone, nelle ispirazioni della contessa Matilde, negli asili aperti
dai Benedettini della valle del Po agli schiavi fuggiaschi, nel moto
emancipatore dei servi convertiti in liberi contadini, e procede aperto,
innegabile nelle nostre repubbliche. L'una e l'altra preparano la nostra
Unità.
E il moto unitario procede anche dopo caduta l'ultima libertà italiana
in Firenze e quando, muta ogni vita pubblica, tra dominazioni straniere
e principati abbietti vassalli dello straniero, appare spenta per sempre
ogni speranza di Patria. La vita locale, compressa dalla violenza,
s'estende nella sua base. Poche tra le sue manifestazioni riescono in
quel terzo periodo, visibili; ma quelle poche assumono carattere
universale, italiano. Lo storico dovrà rintracciarne lo sviluppo negli
studî dei nostri giurisprudenti, nell'iniziarsi d'una scuola economica
accettata teoricamente, poi che la pratica era allora impossibile dagli
ingegni d'ogni parte d'Italia, nel decadimento degli statuti locali,
nella tendenza a basi di legislazione uniformi, nel nostro moto
filosofico del secolo XVII, nella lenta rovina dell'ultime aristocrazie
combattute per sete di potere dalle tirannidi o avvilite per la loro
evidente impotenza dal disprezzo dei popoli, e nel tacito accrescersi di
quella classe data all'industria, all'agricoltura, al commercio, al
lavoro, sorta, come fin da principio accennai, dalle viscere della
nazione e imbevuta di tendenze, abitudini, aspirazioni uniformi da un
punto all'altro d'Italia. Tu senti, addentrandoti sotto lo strato di
servaggio steso su tutto il paese in cerca della vita latente, che
l'energia di quella vita potrà essere più o meno indugiata nelle sue
rivelazioni, ma che le prime saranno di Nazione, non di Provincie o di
Stati. E tali apparirono sul finire del secolo XVIII. D'allora in poi
l'Italia, martire o combattente, non ebbe più che una sola bandiera.
Sì, l'Unità fu ed è nei fati d'Italia. Il primato civile Italico che
s'esercitò coll'armi e colla parola dai Cesari e dai Pontefici è serbato
una terza volta al Popolo d'Italia, alla Nazione. Quei che fin da
quaranta anni addietro non vedevano la progressione segnata verso quel
_fine_ dai periodi successivi della vita italiana, non erano se non
ciechi d'ogni lume di storia; ma quei che davanti alla potente
manifestazione del nostro popolo s'attentassero oggi di ricondurci a
disegni di confederazioni o d'indipendenti libertà provinciali,
meriterebbero di essere infamati traditori della Patria loro. Il
_federalismo_ tra noi non solamente impicciolirebbe ad arbitrio la vasta
associazione di forze, di lavori, di lumi che l'Unità deve ordinare a
servizio di ciascun individuo--non solamente susciterebbe dalla
inevitabile disuguaglianza degli Stati quel perenne squilibrio tra le
_forze_ e le _pretese_, che cova i semi dell'anarchia e del dispotismo
ed è piaga mortale a tutte federazioni--non solamente ordinerebbe la
debolezza del paese, abbandonandolo facile preda all'invidie, alle
perfide suggestioni, alle invaditrici influenze di gelosi e potenti
vicini--ma cancellerebbe a prò d'una non _realtà_, ma _menzogna_ di
libertà locale, la MISSIONE dell'Italia nel mondo. E so che la
Confederazione è disegno e consiglio insistente di tale che molti fra i
nostri reputano tuttavia amico e protettore della Causa Italiana; ma so
pure ch'egli è straniero, perfido e despota; e se gli Italiani gli
prestassero orecchio sarebbero a un tempo colpevoli e stolti. Ch'ei
cerchi costituirci deboli per dominarci, è facile intenderlo; ma il
fatto stesso del suggerimento sceso da tale sorgente dovrebb'essere per
noi uno de' più potenti argomenti a respingerlo. Dopo lungo e severo
esame delle interne condizioni d'Italia, il Genio che fu capo alla
stirpe proferiva dalla terra d'espiazione la seguente sentenza:
_L'Italia è circondata dall'Alpi e dal Mare. I suoi limiti naturali sono
determinati con tanta esattezza che la diresti un'isola... L'Italia non
ha che centocinquanta leghe di frontiera col continente Europeo e quelle
centocinquanta leghe sono fortificate dalla più alta barriera che possa
opporsi agli uomini... L'Italia isolata fra i suoi limiti naturali... è
chiamata a formare una grande e potente nazione... L'Italia è una sola
nazione; l'unità di costumi, di lingua, di letteratura deve in un
avvenire più o meno lontano riunire i suoi abitanti sotto un solo
governo... E Roma è, senz'alcun dubbio, la Capitale che gli Italiani
sceglieranno alla patria loro_[81]. Pongano i vostri Ministri, o
Italiani, a capo dei loro dispacci al nipote le linee or citate, e gli
dicano recisamente di non frapporsi fra l'Italia e la sua missione.
Missione ho detto; e in quella parola sta infatti la decisione suprema
della quistione agitata.
È tempo che la scienza politica rompa in Italia il cerchio d'opportunità
menzognere, di concessioni codarde agli interessi d'un giorno, e di
sommessioni abbiette a calcoli di gente non nostra, che l'iniziativa
monarchica imperiale ha segnato d'intorno a noi, e si sollevi
all'altezza dei sommi principî morali, senza i quali non è virtù
rigeneratrice nè vita gloriosa e durevole di nazione. Io venero
quant'altri l'alto intelletto di Machiavelli e più ch'altri forse
l'immenso amore all'Italia che solo scaldava di vita quella grande anima
stanca, addolorata di sè stessa e d'altrui; ma voler cercare nelle
pagine ch'egli dettò sulla bara dove padroni stranieri e papi fornicanti
con essi e principi vassalli bastardi di papi o di re avevano inchiodato
l'Italia, la legge di vita d'un popolo che sorge è mal vezzo di scimmie
e di meschini copisti per impotenza propria, del quale i nostri giovani
dovrebbero oggimai vergognare. Noi da Machiavelli possiamo imparare a
conoscere i tristi, e quali siano le loro arti e come si sventino e per
quali vie, corrotti e inserviliti, muojano i popoli; non come si
ribattezzino a nuova vita. E si ribattezzano, calcando risolutamente una
via contraria a quella sulla quale s'innestarono ad essi i germi di
morte, con un culto severo della Morale, coll'adorazione a una grande
Idea, coll'affermazione potente del Diritto e del Vero, col disprezzo
degli espedienti, coll'intelletto del vincolo che annoda in un moto
religioso, sociale, politico, con un senso profondo del Dovere e d'una
alta missione da compiersi: missione che esiste veramente dovunque un
popolo è chiamato ad essere Nazione, e l'oblìo della quale trascina
inevitabilmente, quasi espiazione dell'egoismo e della sterile vita,
decadimento, invasioni e dominazione straniera. Oggi i poveri ingegni
che s'intitolano Governo, e non governano nè amministrano, intendono a
far l'Italia Nazione chiamandola a risalire la via per la quale lungo
tre secoli discese verso l'abisso e vi periva, se non erano i fati e gli
istinti generosi dell'inconscio suo popolo.
Ha l'Italia o non ha una missione in Europa? Rappresenta il paese che ha
nome Italia un certo numero d'uomini, poco importa se migliaja o
milioni, indipendenti naturalmente gli uni dagli altri e soltanto
aggruppati a nuclei in virtù di certi interessi materiali comuni il cui
soddisfacimento è reso più facile e più securo da un certo grado
d'associazione? O rappresenta un elemento di progresso nel consorzio
Europeo, una somma di facoltà e tendenze speciali, un pensiero, una
aspirazione, un germe di fede comune, una tradizione distinta da quella
dell'altre Nazioni e costituente una unità storica tra le generazioni
passate, presenti e future della nostra terra?
A ciascuno di questi due termini del problema corrisponde una scuola
politica.
Corrisponde al primo, la scuola che si fonda sul _diritto_ individuale:
corrisponde al secondo quella che ha per base il _dovere_ sociale.
La scuola del diritto individuale è, illogicamente, _federalista_. Io
dico illogicamente, perchè, per essere logica, essa dovrebbe andare sino
all'autonomia d'ogni Comune. Lo Stato non dovrebb'essere per essa che un
aggregato, una federazione di molte migliaja di Comuni; la Nazione una
_forza_ destinata a proteggere nell'esercizio de' suoi diritti ciascuno
di quei Comuni--e non altro. E fu tale infatti la definizione dello
Stato data dal federalista Brizzot, ricopiata più dopo da Beniamin
Constant e da tutti i politici della Monarchia ristorata Francese e
sviluppata recentemente sino nell'ultime deduzioni dal francese
Proudhon.
La scuola del _dovere_ sociale è essenzialmente e logicamente Unitaria.
La vita non è per essa che un _ufficio_, una _missione_. La norma, la
definizione di quella missione non può trovarsi che nel termine
_collettivo_ superiore a tutte le _individualità_ del paese: nel popolo,
nella Nazione. Se esiste una missione collettiva, una comunione di
dovere, una solidarietà fra tutti i cittadini d'uno Stato, essa non può
essere rappresentata fuorchè dall'Unità Nazionale.
La prima, scuola d'analisi e di materialismo, ci venne dallo straniero.
La seconda, scuola di sintesi e d'idealismo, è profondamente italiana.
Fummo grandi e potenti, ogni qualvolta credemmo nella nostra missione;
soggiacemmo, decaduti, a forze straniere ogniqualvolta ci sviammo da
quella fede.
Tra queste due scuole gli Italiani hanno oggimai inappellabilmente
deciso. Poco importa che, sul terreno filosofico, l'ingegno intorpidito
dal lungo servaggio e l'imitazione tuttavia prevalente delle dottrine
negative straniere indugino ancora le menti nell'ipotesi materialista: i
nostri martiri affermavano, per mezzo secolo, il Dovere Nazionale,
quando morivano nel nome d'Italia, non di Toscana o Romagna; e lo
affermava il popolo quando, dimenticando ricordi locali, lunghe e
meritate diffidenze e orgoglio di metropoli e ogni cosa fuorchè la Madre
comune, gridò unanime alla Monarchia promettitrice: _Teco nell'Unità_.
Poco importa, se oggi forse riesca tuttora difficile accertare _quale_
sia la missione--ch'io credo altamente religiosa--d'Italia nel mondo: la
tradizione di due Vite iniziatrici e la coscienza del popolo Italiano
stanno testimonî d'_una_ missione; e dov'anche la doppia Unità data al
mondo non c'insegnasse la nostra, l'istinto d'_una_ missione nazionale
da compiersi, d'un concetto _collettivo_ da dissotterrarsi e da
svolgersi, additerebbe la necessità d'una sola Patria per tutti ed una
forma che la rappresenti. Quella forma è l'Unità. Il federalismo implica
molteplicità di fini da raggiungersi e si traduce presto o tardi
inevitabilmente in un sistema di caste o aristocrazie. L'Unità è sola
mallevadrice d'eguaglianza e, più o meno rapidamente, di vita di Popolo.
L'Italia sarà dunque Una. Condizioni geografiche, tradizione, favella,
letteratura, necessità di forza e di difesa politica, voto di
popolazioni, istinti democratici innati negli italiani, presentimento
d'un Progresso al quale occorrono tutte le facoltà del paese, coscienza
d'iniziativa in Europa e di grandi cose da compiersi dall'Italia a prò
del mondo si concentrano a questo fine. Nessun ostacolo s'affaccia che
non sia superabile; nessuna obbiezione che non possa storicamente o
filosoficamente distruggersi. Rimane una sola difficoltà: il come debba
ordinarsi.
Non credo occorra spendere tempo a sperdere il pregiudizio volgare che
in un ampio Stato l'Unità non possa fondarsi senza inceppare la libertà
dovuta alle singole parti. Quel pregiudizio sceso dalle affermazioni di
scrittori che non guardavano se non al governo esercitato direttamente
dal popolo nelle antiche repubbliche e furono ricopiati alla cieca dalla
turba degli impazienti o incapaci di esame, è confutato egualmente dal
ragionamento e dai fatti. La maggiore o minore estensione del terreno
non entra come elemento nella soluzione del problema: se v'entrasse, la
deciderebbe a pro nostro. La tendenza usurpatrice del Governo si
manifesta più agevolmente e più duramente in una sfera ristretta che non
nella vasta. La vita del potere centrale illanguidisce naturalmente in
proporzione inversa delle distanze: la vita locale ha mille vie per
sottrarre i proprî moti a una autorità lontana, la cui vigilanza
s'esercita da individui poco informati d'uomini e cose. Nessuna
tirannide fu più tormentosa di minuzie e insistenza di quella che nel
medio evo tenne parecchie delle nostre città: nessuna più di quella che
funestò in tempi più vicini a noi il piccolo Ducato di Modena. La
libertà può ordinarsi in uno Stato piccolo o vasto: le violazioni della
libertà sono innegabilmente più facili nel piccolo. Parlo d'usurpazione
cittadina: quella che s'esercita sopra una razza da una razza straniera
conquistatrice degenera quasi sempre in tirannide, eguale ovunque, di
soldatesca.
Ma la questione, semplice se come ogni altra si richiami ai principî
dominatori, fu resa complessa, intricata e ingombra d'apparenti
difficoltà da quei che s'adoprarono a scioglierla senza definire prima a
sè stessi la missione dello stato e il campo nel quale vive e deve
esercitarsi la Libertà. Gli uni, guardando al primo come al Podestà
senza ufficio da quello infuori di proteggere i diritti di ciascuno e
impedire che il loro esercizio prorompa in guerra reciproca, ridussero
la funzione dello Stato a quella di _gendarme_ e fecero della Libertà
_mezzo e fine_ ad un tempo: gli altri, guardando sdegnosi alla Libertà
come a facoltà sterile e tendente per sè all'anarchia, la sagrificarono
all'elemento _collettivo_ e ordinarono lo Stato a una tirannide di
concentramento diretta a bene, pur sempre tirannide. Taluno, confondendo
appunto concentramento amministrativo e Unità, accusò la Costituente di
Francia d'avere colla divisione dipartimentale inaugurato il dispotismo
del Centro sulle membra, errore che la semplice lettura della
Costituzione sancita da quell'Assemblea avrebbe bastato a correggere.
Altri, togliendo norme all'ordinamento d'un periodo anormale, fu sedotto
dalle vittorie nazionali della Convenzione a predicarne l'assoluta
onnipotenza, come se la Dittatura potesse essere mai modello di regolare
legislazione. Poi vennero gli uomini che cercarono sicurezza alla
Libertà smembrando in minute frazioni il Potere, senza avvedersi che
quanto più moltiplicavano i nuclei d'autorità, tanto più li indebolivano
e li facevano impotenti a vivere di vita propria. E tutti intolleranti,
senza ideale, piaggiatori servili d'una o d'altra Costituzione del
passato e ostinati a cercare la soluzione del problema nel trionfo d'un
solo dei termini che lo costituiscono.
I due termini che lo costituiscono sono _Associazione_ e _Libertà_: ambi
sacri, inseparabili dall'umana natura; e possono e devono armonizzarsi,
non cancellarsi l'un l'altro.
In un buon ordinamento di Stato, la Nazione rappresenta
l'_associazione_; il Comune la _libertà_.
NAZIONE e COMUNE: sono i soli due elementi NATURALI in un popolo: le
sole due manifestazioni della vita generale e locale che abbiano radice
nell'essenza delle cose. Gli altri elementi sono, con qualunque norma si
chiamino, _artificiali_, e aventi ad unico ufficio di rendere più
agevoli e più giovevoli le relazioni tra la Nazione e il Comune e di
proteggere il secondo dall'usurpazione della prima quando è tentata.
E questo ch'è vero generalmente in principio e vero più che altrove nel
fatto in Italia. L'esistenza prolungata d'una potente e compatta
aristocrazia feudale generò in alcune nazioni un elemento di tradizione
storica provinciale destinato a perire, ma lentamente. Tra noi
quell'elemento mancò. L'Italia ebbe patrizî, non Patriziato: individui e
famiglie signorili potenti, non un Ordine d'uomini rappresentanti per
secoli, come in Inghilterra, una comunione d'idee, di politica, di
direzione. La nostra storia è storia di comuni e d'una tendenza a
formare la Nazione.
E la Nazione è chiamata a rappresentare la Tradizione Italiana che essa
sola può conservare e continuare, e il Progresso Italiano ch'essa sola è
potente a tradurre in atto. Lo Stato, il Popolo collettivo dall'Alpi al
Mare non è, come la scuola materialista vorrebbe, la forza di _tutti_ in
appoggio del diritto di _ciascuno_: è il pensiero d'Italia, il Dovere
sociale, come in una epoca determinata gli Italiani lo intendono, dato a
norma, a punto di mossa a ciascun individuo. La sua missione è missione
_educatrice_ anzi tutto; missione d'incivilimento interno ed esterno,
supremo su tutte frazioni.
Ma il compimento della missione, del Dovere Nazionale spetta, non a
schiavi, bensì a uomini liberi. È necessario che ciascuno abbia
_coscienza_ del Dovere indicatogli; ed è necessario, perchè il grado di
Progresso compito in un'epoca e definito dalla Nazione non chiuda,
tiranneggiando, il varco ai progressi futuri, che a ciascuno non
solamente sia concesso, ma s'agevoli il diritto d'_iniziativa_ nelle
idee che possono migliorare l'incivilimento della Nazione e ampliare il
concetto del dovere da essa raggiunto. Dalla prima necessità esce la
condanna del _concentramento_ amministrativo che torrebbe, costringendo,
coscienza, merito e demerito dei loro atti ai cittadini; dalla seconda
esce, insieme alle libertà, dovute a tutti, di religione, di stampa,
d'associazione, d'insegnamento, l'ordinamento del Comune, mallevadore
dell'individuo che vive in esso, ad autonomia di vita spontanea e
indipendente sin dove comincia la violazione del Dovere Sociale
prescritto dalla Nazione. Oltre quel punto, la libertà degenera in
anarchia. La libertà, fraintesa dai materialisti in _diritto di fare o
non fare tutto ciò che non nuoce direttamente ad altrui_, è per noi la
facoltà di scegliere, tra i mezzi coi quali si compie il _Dovere_, quei
che più convengono colle nostre tendenze, e di promovere lo sviluppo
progressivo del concetto di quel Dovere.
In altri termini, la Nazione raccoglie gli elementi dell'incivilimento
già conquistato, ne trae la formola di Dovere ch'è il _fine comune_,
dirige verso quello la vita del paese nelle sue grandi manifestazioni
collettive e lo rappresenta fra i Popoli. Il Comune provvede
all'applicazione pratica di quella formola, coordina a quel fine gli
interessi locali ed educa colla coscienza della libertà il cittadino a
cacciare i germi del progresso futuro. L'autorità morale risiede nella
Nazione: l'applicazione dei principî alla vita, specialmente economica,
spetta al Comune. L'_Iniziativa_ è dovere e diritto dell'una e
dell'altro. Il Comune forma cittadini alla Patria: la Patria un Popolo
all'Umanità. Come il sangue sospinto al core, è respinto, purificato,
alle vene, la Metropoli raccoglie in sè gli indizî e i germi di
progresso che le affluiscono dal paese, e v'attempra, dando ad essi
sviluppo e definizione, il concetto collettivo che rimanda
autorevolmente al paese. Essa non vive per sè, ma per l'intera contrada.
Chi dovrà occuparsi praticamente della questione troverà, s'ei torrà le
mosse da questi principî, semplice più che a prima vista non sembri il
problema. La missione dell'uno e dell'altro elemento additerà facilmente
i limiti della doppia circoscrizione che assegna _doveri_ e _diritti_
alla Nazione e al Comune. Quanto rappresenta l'unità della coscienza
Italiana, l'autorità morale della Patria su tutti i suoi figli, la
Tradizione Nazionale da conservarsi come deposito sacro, il Progresso da
attuarsi per tutti e la vita internazionale, spetta alla Podestà
Centrale, allo Stato: quando rappresenta l'applicazione pratica delle
norme generali, gli interessi economici locali, la libertà nella scelta
dei modi per compire il Dovere Sociale, il diritto d'iniziativa da
serbarsi intatto per tutti, spetta, sotto l'invigilamento della Nazione,
alle unità secondarie e segnatamente al Comune, nucleo primitivo di
quelle unità.
Allo Stato, per mezzo d'una Costituente Italiana raccolta a suffragio
universale, il PATTO NAZIONALE, la _Dichiarazione dei Principî_[82] nei
quali il Popolo d'Italia oggi crede, la definizione del _fine comune_,
del Dovere sociale, che ne derivano e formano un vincolo di pensieri e
d'opere comune a quanti vivono fra l'Alpi e il Mare--e l'ordinamento
delle autorità opportune a serbarlo intatto e dominatore, finchè un
nuovo grado di Progresso non sia salito dalla Nazione: ai Comuni il
diritto d'accettare con una potente maggioranza di voti il quando sia
raggiunto quel grado e importi introdurre mutamenti nel Patto.
Allo Stato le norme per rendere universale, obbligatoria, e _uniforme_
nella direzione generale l'EDUCAZIONE NAZIONALE[83], senza l'unità
della quale non esiste Nazione: ai Comuni l'applicazione pratica delle
norme, la scelta degli uomini da _prefiggersi_ all'istruzione
elementare, il maneggio economico delle scuole, la tutela del diritto
che ogni individuo ha d'aprire altri istituti d'insegnamento:
Allo Stato, dacchè tutti i cittadini hanno debito di difendere
l'indipendenza del paese e proteggerne la missione, l'unità del sistema
militare, l'ordinamento della _Nazione armata_: ai militi d'ogni Comune,
trasformati in legione, il diritto di proporre, dal grado inferiore al
superiore progressivamente e sotto certe norme nazionalmente
prestabilite, le liste per la scelta degli uffiziali:
Allo Stato, dacchè la Giustizia non può essere se non una per tutti i
cittadini, l'unità dell'ordinamento giudiziario, i codici, la scelta dei
Giudici Supremi e dei magistrati preposti a dirigere l'amministrazione
della Giustizia: ai Comuni l'elezione dei giurati locali e dei membri di
tribunali di conciliazione e commercio:
Allo Stato la determinazione dell'ammontare del tributo nazionale e il
suo riparto sulle varie zone del territorio: ai Comuni, invigilati dallo
Stato, i tributi meramente locali, e il modo di soddisfare alla parte di
tributo nazionale assegnato[84]:
Allo Stato la formazione d'un Capitale Nazionale composto delle
proprietà pubbliche, dei beni del clero, delle miniere, delle vie
ferrate, d'alcune grandi imprese industriali, destinato in parte ai
bisogni straordinarî della Nazione e all'allievamento del tributo, in
parte a un Credito aperto alle associazioni volontarie, manifatturiere e
agricole, d'operai; ai Comuni, sotto norme generali uniformi e
invigilante il Governo Centrale, l'amministrazione di quel Capitale:
Allo Stato, la Sicurezza Pubblica per ciò che concerne i pericoli
interni di tutto il paese, le norme generali per le carceri, la
direzione d'alcuni stabilimenti Penitenziarî Centrali: ai Comuni la
tutela dell'ordine nella loro sfera, l'ordinamento della forza
necessaria a ufficio siffatto, l'amministrazione pratica delle prigioni
collocate nella loro circoscrizione:
Allo Stato, la direzione dei lavori pubblici rivolti all'utile e
all'onore di tutta la Nazione, al mantenimento e al progresso della
tradizione nazionale dell'Arte: ai Comuni le cure intorno
all'illuminazione, al selciato, all'acque, ai ponti, alle strade delle
loro località:
Allo Stato, quanto riguarda le relazioni esterne, guerre, paci,
alleanze, trattati: ai Comuni il diritto d'invigilare a che la politica
internazionale non si disvii, nel segreto, dalla missione e dal fine
della Nazione.
E via così: Dov'è, con riparto siffatto di doveri e diritti, il pericolo
d'anarchia o di tirannide? Dove il vizio d'una Nazione impotente a
calcare, per gelosia di località quasi sovrane e slegate, una via di
progresso e d'onore, o quello d'un Comune servo, come il francese,
astretto a ricevere capi e ufficiali d'ogni sorta dal Governo Centrale e
a soggiacere al suo intervento in ogni menoma operazione?
Bensì--e qui sta una seconda questione importante alla quale io posso
appena accennare--se il Comune deve essere capace di proteggere nei
giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni
dell'Autorità che rappresenta l'Associazione--se in esso deve colla
elezione e coll'esercizio frequente, e accessibile ai più, degli uffici,
compiersi l'educazione politica del paese--se l'attribuirsi al Comune
dei diritti indicati fin qui, deve riuscire verità pratica, non
illusione--è necessario che l'Assemblea Nazionale sancisca un nuovo
riparto territoriale. Base alla servitù dei Comuni è la loro piccola
estensione. Il Comune è una associazione destinata a rappresentare,
quasi in miniatura, lo Stato; ed è necessario dargli le forze necessarie
a raggiungere il fine. L'impotenza dei piccoli Comuni a raggiungerlo e
provvedere coi proprî mezzi al soddisfacimento dei proprî bisogni
materiali e morali, li piega a invocare l'intervento governativo e
sagrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale. Ed è
il vizio dal quale origina la tendenza al concentramento amministrativo
in Francia, dove su 37,000[85] Comuni 30,000 almeno sono, per l'esiguità
delle proporzioni, incapaci d'ordinare rimedî alla locale mendicità. La
prova del come un Governo di tendenze dispotiche intenda che il segreto
della propria potenza sta nella debolezza dei Comuni è da cercarsi nella
Costituzione dell'anno VIII. Quella Costituzione, le cui principali
disposizioni hanno tuttavia vigore in Francia e incatenano servilmente i
Comuni al Potere Centrale, ebbe il favore di Thiers e di tutta la
schiera _dottrinaria_ che predominò sul lungo periodo della così detta
Ristorazione monarchica.
E se l'ordinamento amministrativo dello Stato deve corrispondere al
bisogno principale di progresso sentito oggi in Italia, è necessario che
il Comune ampliato affratelli nella stessa circoscrizione la città e
parte delle popolazioni rurali. Duolmi di dover dissentire da taluni fra
gli uomini di nostra fede ch'esplorarono quel problema; ma, lasciando
anche da banda il vantaggio d'associare nella stessa circoscrizione
interessi strettamente connessi come sono gli industriali e gli
agricoli e riunire in una tutte le manifestazioni di vita che fanno
convivenza sociale, se v'è piaga che in Italia minacci l'armonia dello
sviluppo collettivo, è senz'altro lo squilibrio di civiltà esistente fra
le città e le campagne: foco di vita progressiva e d'associazioni
nazionali le prime, campo le seconde, mercè l'assoluta ignoranza, di
tutte le influenze che resistono al moto. E solo rimedio ch'io vegga
potente a combattere e struggere a poco a poco quella funesta
disuguaglianza è il congiungerle possibilmente sì che la luce delle
città si diffonda a raggi sulle terre che le ricingono. Serbarle
separate com'oggi sono è un mantenerne perenne l'antagonismo:
antagonismo di tendenze che il mutuo contatto logorerebbe, e d'interessi
che soltanto il reciproco ajutarsi può vincere. Nè v'è pericolo che
l'elemento progressivo delle città soggiaccia all'elemento conservatore
o retrogrado delle campagne: i fati dell'Epoca, e la potenza di vita e
di bene ch'esiste nel primo elemento, assegnano influenza dominatrice,
dovunque s'ordini il contatto fra quello e l'altro, al progresso.
Oggi, tra per le origini derivate dai tempi feudali, tra per la
soverchia influenza d'uno spirito d'analisi che guarda con favore allo
smembramento, è nella vita dello Stato troppo sminuzzamento. E comechè
taluni vi travedano un pegno di libertà, solo a giovarsene è appunto
quel Potere Centrale ch'essi paventano usurpatore e che, incontrando
debolezza per ogni dove e aristocrazie patrizie o borghesi dominatrici
su piccole sfere, spezza agevolmente le resistenze o, accarezzandole, le
addormenta. Non è vero che ovunque un certo numero d'uomini s'aggruppa
intorno a certi interessi materiali pigmei, ivi viva una individualità
politica. L'individualità politica non vive dove non ha battesimo di
missione speciale da compiere, e dovizia di facoltà e di stromenti per
compierla. Io vorrei che, trasformate in sezioni e semplici
circoscrizioni territoriali le tante artificiali divisioni esistenti in
oggi, non rimanessero che sole tre unità politico-amministrative: il
Comune, unità primordiale, la Nazione, fine e missione di quante
generazioni vissero, vivono e vivranno tra i confini assegnati
visibilmente da Dio a un Popolo, e la Regione, zona intermedia
indispensabile tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri
territoriali secondarî, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini
agricole, industriali o marittime. L'Italia sarebbe capace di dodici
Regioni incirca, suddivise in Distretti. Ogni Regione conterrebbe cento
Comuni a un dipresso, ciascuno dei quali non avrebbe meno di ventimila
abitanti. Le suddivisioni parrocchiali o altre da costituirsi in ogni
Comune non sarebbero, come dissi, che semplici circoscrizioni
territoriali il cui lavoro s'accentrerebbe al capoluogo del Comune; e
questa divisione potrebbe forse, come nelle _townships_ del nord degli
Stati Uniti Americani, armonizzarsi col riparto delle scuole presso le
quali potrebbero accentrarsi i registri civici. Le Autorità Regionali e
quelle del Comune escirebbero dall'elezione. Un Commissario del Governo
risiederebbe nel Capoluogo della Regione. I Comuni accentrati alla
Regione, non ne avrebbero bisogno: i loro magistrati supremi
rappresenterebbe a un tempo la missione locale e quella della Nazione.
Soltanto il Governo manderebbe di tempo in tempo, a guisa di _missi
dominici_, Ispettori straordinarî a verificare se l'armonia fra i due
elementi della vita Nazionale si mantenga o si rompa. Ordinamento
siffatto spegnerebbe, parmi, il _localismo_ gretto, darebbe all'unità
secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso
possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d'assai
l'andamento, oggi intricatissimo e lento della cosa pubblica. La piccola
provincia, nella quale soltanto la libertà può essere praticamente
esercitata e sentita, sottentrerebbe alla grande e artificiale Provincia
nella quale possono più facilmente educarsi germi di _federalismo_ e
d'aristocrazie smembratrici. Nè per questo scadrebbero le città che
hanno ereditato dal passato una vita di metropoli secondaria. Lasciando
che la divisione in Regioni darebbe ad esse importanza di Capoluoghi, io
non vedo perchè le varie manifestazioni della vita Nazionale, oggi
accentrate tutte in una sola Metropoli, non si ripartirebbero, con
ufficio simile a quello dei ganglî nel corpo umano, tra quelle diverse
città. Non vedo perchè non si collocherebbe in una la sede della
Magistratura Suprema, in un'altra l'Università Nazionale in una terza
l'Ammiragliato e il centro del naviglio Italiano, in una quarta
l'Istituto Centrale di Scienze e d'Arti, e via così. Il telegrafo
elettrico sarebbe, in tempi normali, vincolo d'unità sufficiente; e in
tempi di guerra o pericoli gravi sarebbe facile l'accentramento. A Roma
basterebbero la Rappresentanza Nazionale, il sacro nome, e lo svolgersi
provvidenziale dall'alto de' suoi colli della sintesi dell'Unità morale
Europea.
Qualunque sia, del resto, per essere il successo del mio o d'altro
sistema, questo è certo, che se il paese vorrà avere libertà e vita di
Nazione ad un tempo, dovrà da un lato ordinare lo Stato a Potestà
Educatrice, e ampliare dall'altro il Comune--se vorrà avere progresso
d'incivilimento uniforme, dovrà possibilmente affratellare l'elemento
rurale e quello della città--se vorrà educare i suoi figli a dignità e
coscienza di cittadini, dovrà nell'ordinamento interno de' suoi comuni,
moltiplicare gli uffici, far successivamente partecipi dell'autorità i
più fra i suoi membri, chiamar sovente il popolo al pubblico sindacato
degli uomini e delle cose, diffondere quanto più può l'Associazione
industriale e agricola, e far d'ogni uomo un milite della patria. Sperda
Iddio la meschina setta ch'oggi pesa com'incubo sul core d'Italia, e
possano gli Italiani, ridesti al senso della loro missione nel mondo,
scrivere in tempi non tardi sul Panteon dei nostri Martiri in Roma le
due parole simbolo dell'avvenire: Dio e il _Popolo_: Unità e Libertà.