I primi ci s'affacciano nella Grecia.

Chi disse la varietà nell'unità essere il tipo del mondo greco, disse

cosa più vera ch'altri non pensa. La Grecia splende nella storia europea

d'una potente unità; ma d'una unità vivente nel genio greco più che

negli ordini greci; d'una unità che vegliava nelle religioni, nelle

abitudini, nella missione che i destini fidavano alla Grecia, nucleo

primitivo del mondo europeo, nella opinione radicata, che tutti

stranieri eran barbari, non nelle leggi e negli istituti politici

interni. La missione greca di romper guerra in nome dell'Europa futura

al genio orientale s'adempieva fatalmente, per legge di razze, senza che

fosse necessaria una forte e preordinata unità. E d'onde sarebbe sorta

cotesta necessità, quando la Grecia era sola in Europa?--Però nei tempi

delle greche repubbliche le confederazioni valsero contro ai Persiani,

come leghe formate a tempo, e volute dalla urgenza di combattere una

guerra comune a tutela dell'elemento nazionale. Ma quando sorsero le

ambizioni e le invidie domestiche, e le leggi varie partorirono le varie

tendenze, le federazioni non valsero a quetare la discordia e le guerre

intestine, nè a salvar la Grecia dalla dittatura d'un principe o d'una

delle repubbliche, nè a proteggerla dall'invasione straniera: quando

questa invasione venne d'Europa, la lotta fu varia, ostinata, perpetua.

Durò continua fra Sparta e Atene, fra l'elemento dorico e l'elemento

ionio. Nè la Lega anfizionica valse a indurre la pace. Fu simulacro, non

esempio di lega. Fu, nei tempi più queti, guerra tacita e quasi

_legale_, sostituita all'aperta. E la storia greca ai tempi anfizionici,

è storia di contrasti e d'usurpazioni alterne, nella quale ora Sparta,

or Tebe, or Atene furono dominatrici nel consiglio supremo. Poi venne la

potenza macedone--e quando Filippo e Alessandro sorsero primi, fu lega

di servaggio comune, non libera fratellanza di repubbliche confederate a

serbare intatto il sacro deposito dell'uguaglianza[70]. E quando il

popolo romano, il popolo Napoleone cacciò sull'arena il guanto della

universale dominazione, la lega achea riuscì impotente a sottrarvisi. Le

federazioni greche, come tutte federazîoni contro una potenza unitaria,

si fransero contro la unità di Roma.

Varchiamo d'un balzo tutto quel periodo nel quale la grande unità romana

delineò coll'armi il programma dell'era moderna che la pace dei secoli

liberi svolgerà nel futuro. Varchiamo tutto quel lungo periodo di guerre

virilmente difese contro il colosso romano, ma inefficacemente ordinate

e mal collegate che strappò di bocca a Tacito quella sentenza: che _rara

è la concordia di due o tre città nel combattere un comune

pericolo_[71]. Dalle leghe italiche in fuori, alle quali per domare la

potenza romana non mancò che d'essere forti d'un vincolo unitario,

nessuna lega apparisce, nessuna confederazione che meriti esser tolta a

modello; leghe di schiavi, leghe di colonie e di municipii, che Roma

struggeva d'un cenno. L'unico tentativo di lega che meriti l'attenzione

dei posteri, è quello ch'escì dal concetto d'un gladiatore tracio: è il

grido di Spartaco a' suoi fratelli di servitù. E il grido di Spartaco

potente a far tremare la stessa Roma, fu grido d'unione concentrata e

universale a quanti gemevano conculcati dalla romana aristocrazia; fu il

programma dell'unità _popolare_, come Roma fu della unità _nazionale_

italiana.

Il primo esempio di federazione che ci s'affaccia nel mondo europeo

moderno, è la Svizzera: la Svizzera, federazione di fatto, di

necessità, d'aggregazioni successive, che nessuno sceglierà mai a

modello d'organizzazione politica; la Svizzera, terreno neutro, che la

mutua gelosia delle grandi potenze salva dalle usurpazioni straniere

ogniqualvolta l'equilibrio europeo turbato non trascini con sè la

invasione: la Svizzera, associazione d'elementi eterogenei, composta

di Cantoni d'indole, di religione, di politica, di credenze diverse,

complesso di tutte le forme d'istituzioni aristocratiche, popolari,

monarchiche[72]--che non ebbe se non un secolo bello di pace, il

XIV--ch'oggi nel moto d'eventi che incalza l'Europa, sente

evidentemente il bisogno di avvicinarsi all'unità, o la condanna a

rodersi di anarchia. E so che taluni fra i politici--quelli appunto

che gridano alto contro le utopie dei repubblicani unitarî--tennero e

forse tengono tuttavia la Svizzera come un soggiorno di beati e

pacifici abitatori, e predicano la innocenza e la purità del costume e

le abitudini pastorali e patriarcali che regnano sulle balze elvetiche

e le proteggono dalle ambizioni, dalle risse e dalle corruttele

europee. Dov'essi travedano cotesta Svizzera non è facile risaperlo;

forse negli idillî di Gessner. Pur se anche innocenza e semplicità

prevalessero tra gli Svizzeri, non sarebbe frutto del reggersi a

federazione, bensì di cagioni inerenti ai luoghi, all'educazione, alla

povertà naturale. Ma io scorrendo la storia[73] veggo la Svizzera

campo di guerre e stragi fraterne per intolleranza religiosa in un

secolo, per pretese di aristocrazia in un altro, e sempre per raggiri

dei gabinetti stranieri influenti nei consigli e nei varî governi. E

guardando al suo patto, lo veggo ineguale ai bisogni, impotente a

crear la concordia, e violato sempre all'estero ed all'interno--e

mentre il patto conteneva solenne divieto ai cantoni di stringere

alleanze straniere senza il consenso di tutti, veggo i cantoni ligi

sempre delle potenze straniere collegarsi or coll'Austria, or colla

Francia, or colla Spagna e or con Venezia senza pur chiedere il

consenso voluto--e mentre ogni cantone cercava provvedere unicamente

alla propria gloria e al proprio incremento a dispendio della intera

confederazione, il timore solo dell'ambizione e della potenza dei

principi tenerli uniti, e superato il pericolo, rotta immediatamente

la unione--e la Svizzera forte a principio dell'altrui debolezza, la

Svizzera repubblicana decadere rapidamente, quando tutte le monarchie

ingigantirono nelle armi e nei mezzi--e odo la veneranda voce di

Giovanni Muller dichiarare che la intenzione d'occuparsi in un

trattato sul mantenimento della libertà nella Svizzera gli sarebbe

tornata inutile, dacchè quanto aveva veduto gliene dimostrava

l'_impossibilità_[74].--Però l'esercito repubblicano francese,

malgrado alcuni fatti di resistenza ostinata, soggiogò in brev'ora la

Svizzera. L'onnipotente unità ruppe la mal legata federazione. Poi se

Napoleone riconobbe nell'atto di mediazione del 1803 l'indipendenza

dei Cantoni, non fu perchè ei riconoscesse una suprema necessità o la

eccellenza delle forme federative, ma perchè Napoleone voleva fondare

il dominio universale francese sull'altrui debolezza; perchè le

confederazioni ch'ei piantava all'intorno porgevano alla Francia

occasione di protettorato, e, occorrendo, pur di dominio: perchè

pronunciando a Sant'Elena che _la Italia sarebbe_, rifiutò pur di

crearla, paventandola fatale alla Francia. Ma il trarre partito a

favore del sistema federativo dal progresso che s'ebbe la Svizzera nei

dieci anni durati sotto l'impero dell'atto di mediazione, varrebbe lo

stesso che voler desumere un argomento a danno dell'unità dalla

condizione infelicissima della Svizzera durante l'unità statuita dalla

francese repubblica. L'unità elvetica statuita violentemente

coll'armi, e armi straniere, durò brevissimo tempo: e quel tempo fu

segnato di oltraggi, di angherie, di dilapidazioni, conseguenze

inevitabili d'ogni intervento straniero; poi fu tempo di guerra

continua, di guerra atroce che trasse sull'arena svizzera le forme

russe e le teutone e le francesi. Ma i beneficî che vennero nei dieci

anni alla Svizzera non furono conseguenza dell'atto di mediazione, non

dell'indipendenza data ai Cantoni; bensì della libertà data al popolo,

dell'emancipazione dei villici costituiti in eguaglianza di diritti

coi cittadini, delle leggi proibitive soppresse. Escirono dalla

libertà, non perchè libertà dei popoli confederati, ma malgrado

gl'inciampi che la federazione frappone allo sviluppo della libertà.

Il solo effetto che dalla federazione venne allora alla Svizzera fu la

ineguaglianza di quello sviluppo d'incivilimento nei diversi Cantoni,

ineguaglianza che perpetuò i semi della discordia, viva or più che mai

in quella contrada. Venne infine il patto del 1815; e intorno a questo

i fatti parlano in oggi abbastanza chiari, perché s'abbia a parlarne

da noi.

Poi,--e questa è secondo noi differenza essenziale--le circostanze che

formarono la confederazione Svizzera furono totalmente diverse da quelle

che presiederanno alla nostra rigenerazione. Nella Svizzera

l'associazione crebbe col tempo e colle cagioni che emersero a distanze

considerevoli. Solamente dopo la giornata di Morgarten, trascorsi

quindici anni dalla prima lega di Schwitz, Uri ed Unterwald, Lucerna si

accostò ai tre cantoni: poi Zurigo, poi Glaris, poi Zug e Berna nel

secolo XIV: poi Soletta e Friburgo; e nel XV Sciaffusa e Basilea; e nel

XVI, duecento anni dopo quel primo nucleo, Appenzell. Noi sorgeremo, a

un tempo, nella fratellanza dei pericoli e dell'intento, nell'entusiasmo

comune, nella fusione d'una guerra molteplice, universale.--I fatti

creavano la federazione svizzera: tra noi non sarebbe che arbitrio di

volontà.

Nel 1579 la lega d'Utrecht cacciò il germe d'un'altra federazione in

Europa. Un vincolo strinse l'Olanda, la Zelandia, la Frisia, Utrecht, la

Gheldria e Over-Yssel. Groninga e le provincie unite crebbero e

fiorirono prospere e potenti nel secolo XVII: nel secolo XVII, quando la

politica europea era nell'infanzia, quando unità vera, libera, popolare

non era da trovarsi in Europa e lo stringersi a federazione conteneva

tanto omaggio al bisogno d'unione quanto oggi ne conterrebbe il concetto

unitario: sofferta la dominazione di Carlo V e la tirannide di Filippo

II, uomini di potere unico e concentrato all'estremo: dopo una lunga e

sanguinosa rivoluzione che dovea per legge di tutte rivoluzioni

fomentare l'istinto del popolo a crearsi uno stato contrario in tutto

all'antico: in un paese che la configurazione geografica, l'isole, le

lagune e le paludi disseminate nella Frisia, in Groninga,

nell'Over-Yssel e nell'altre contrade invitavano all'ordinamento

federativo: tra popoli che le abitudini frugali, economiche, operose e

dedite esclusivamente al commercio, salvavano da molti dei pericoli che

ci minacciano, e facevano idonei a qualunque forma di reggimento, tranne

alla tirannide. E son ragioni da porsi a calcolo tutte. Pur, quando

venne il momento di levarsi contro la Spagna e riconquistare

l'Indipendenza, quelle provincie sentirono un bisogno d'unità e si

annodarono attorno a un capo. Gli Orange costituivano nella realtà un

vero centro. Ma da quello in fuori, l'ordine federativo era l'unico

conveniente in allora alle provincie unite, l'unico che non contrastasse

all'elemento in quelle predominante, e chi ricerca le cagioni che dan

moto alle istituzioni, e ne trova di particolari, non dovrebbe

affrettarsi a desumere assiomi o teorie generali politiche.

L'aristocrazia era elemento prevalente in Olanda: l'aristocrazia che

l'unità logora e annienta, la federazione rispetta e blandisce. Popolo,

nel vero senso, non era. Le moltitudini avevano cercata libertà di

credenza religiosa, economia nelle amministrazioni, protezione e

sviluppo al commercio--e l'ebbero; ma da questo in fuori null'altro. Gli

interessi comuni ai governati e ai governanti, procacciarono ai primi

buoni magistrati, tribunali equi e incorrotti: vantaggi di fatto, non

guarentigie di diritto: beneficî civili, non prerogative politiche. La

costituzione, buona in quanto s'adattava a quelli elementi, pessima in

sè, non contemplava la massa della nazione: riconosceva un'aristocrazia

ereditaria, era essenzialmente oligarchica. Però l'istituzione

federativa esciva spontanea dalla necessità di dare sfogo alle diverse

aristocrazie, dal pericolo di ridarle alla ribellione volendo pur

soffocarle tutte in un solo centro potente. Ma tra noi, l'elemento

aristocratico è tale da determinare una forma di reggimento? Le

condizioni sociali ammettono oligarchia? I ventisei milioni di cittadini

sfumeranno davanti all'influenza ereditaria d'un picciol numero di

famiglie? o faticheremo noi a fondare un'aristocrazia--dacchè in Italia

aristocrazia, come elemento sociale, non esiste--unicamente per essere

tratti da quella alla necessità d'un governo federativo?--Ipotesi

assurde tutte, pure a chi volesse dall'esempio delle provincie unite

trarre un argomento a favore d'una federazione italiana, sarebbe forza

l'ammetterle. Noi vogliamo libertà, libertà di popolo, libertà durevole,

libertà eguale per tutti, libertà di fatto e di diritto--e questa sola

pretesa caccia l'immenso tra noi, tra l'Italia futura e l'Olanda del

secolo XVII. La prosperità dell'Olanda, la potenza a cui salì, non

vennero dalla federazione, ma dal commercio: dal commercio, nervo,

forza, vita di tutte le Provincie collegate: dal commercio che anche i

capi facevano, ed erano quindi costretti a promovere; dal commercio che

fioriva e dava predominio europeo a quelle città anche anteriormente

alla federazione[75]: dal commercio che cadde, viva la federazione,

quando l'Inghilterra e la Francia accrebbero il loro, quando le guerre

durate dalle sette provincie indussero aumento nelle tasse e nel debito

pubblico, quando il monopolio prevalse nel commercio dell'Indie.

Prosperità e rovina delle Provincie unite derivano da cagioni

evidentemente indipendenti dal vincolo speciale che le stringeva. Dalla

federazione scesero ben altri effetti che quelli dei quali or parlammo:

scesero i germi della disunione, poc'anzi operata: scesero le debolezze

dell'Olanda davanti alle potenze straniere: scese insomma, che

l'indipendenza delle Provincie Unite, riconosciuta nel 1609, fosse

pressochè nulla, e servile all'influenza francese poco più di mezzo

secolo dopo, all'epoca della pace di Nimegue.

Scendiamo all'epoca nostra. Scendiamo--poichè i passati non

giovano--agli esempî nuovi, o meglio all'unico esempio su cui

s'appoggiano i federalisti. Certo: la Confederazione Germanica non ha di

che indugiarci per via. Per quel cumulo inordinato di trentasei o più

Stati, il vincolo federativo non è solamente un vincolo debole o

difettoso; è un'illusione comprata a prezzo di sangue, e che sfumerà nel

sangue; è un'opera di stolta perfidia eretta dalla Santa Alleanza a

serbarvi, ov'arte umana potesse, il fantasma gotico dell'evo medio; è un

regolamento militare, una istituzione di polizia ordinata a profitto di

due sole potenze, che forse dovranno un dì o l'altro sbranarsi sul campo

medesimo, ov'oggi dividono i frutti della tirannide. Dei governi e dei

popoli che si dibattono sotto quel vincolo convertito in catena, i primi

cozzano, poichè coll'armi non possono, colle dogane, colle leggi

proibitive, cogli ostacoli alla navigazione su fiumi, colla diversità di

moneta, di pesi e misure--i secondi s'affratellano tacitamente e

cacciano i germi della futura unità in Hambach, e le prime linee del

programma repubblicano in Francfort.

Chi desume dalle repubbliche confederate degli Stati Uniti un argomento

generale a favore del sistema federativo, non pensa che dei due vizî

inerenti, secondo noi, ad ogni federazione, debolezza al di fuori e

aristocrazia inevitabile presto o tardi al di dentro, il primo è nullo

in America, ricinta com'è dall'Oceano e secura a un dipresso dagli

assalti stranieri--l'altro, se pur non comincia a esercitarsi, come noi

crediamo, negli Stati Uniti, ha bisogno di tempo lungo per manifestarsi

evidente e ostile alla libertà. L'aristocrazia di conquista si forma a

un tratto nel riparto delle terre. Ma dove non esce da quella cagione,

si forma lenta e a gradi sia coll'oro accumulato di padre in figlio, sia

colla trasmissione del suolo entro dati confini e delle influenze locali

che si concentrano a poco a poco nelle famiglie potenti. Due generazioni

corsero dall'indipendenza dichiarata, e due generazioni non son troppe a

fondare un'aristocrazia in un popolo giovine, non guasto da corruttele,

lontano dai raggiri d'aristocrazie e tirannidi confinanti, e sorto di

mezzo ad una lunga e popolare rivoluzione. Ma noi siamo guasti,

invecchiati nelle abitudini del servaggio, circondati da nemici potenti

d'odio e d'astuzie, e s'oggi aspiriamo--e riesciremo--a _ringiovanirci_,

le abitudini della vecchiaia veglieranno gran tempo ancora a

rinconquistarci, ove per noi si lasciasse un varco schiuso a quelle

abitudini.--Così siam noi: così è tutta Europa; nè l'aristocrazia di

finanza ha richiesto in Francia due generazioni per sottentrare a quella

del sangue.

Ma chi tenta applicare l'esempio desunto dagli Stati Uniti più

specialmente all'Italia, viola ogni legge d'analogia, travede condizioni

uniformi dove non sono, dimentica storia e topografia. A non guardar che

alla carta dei due paesi, a paragonare una superficie di 1,570,000

miglia quadrate ad una di 95,000 al più, sorge naturale l'inchiesta,

qual relazione esista tra l'immensa estensione che comprende quasi un

intero continente re dell'oceano, e la penisola mediterranea Italiana.

Chi direbbe che i due terzi, o quasi, d'Europa potessero formare una

sola repubblica?--o chi vorrebbe dalla impossibilità dell'ipotesi

dedurre che la ventinovesima parte d'Europa nol può?--proposizione

stranissima, e che lo diventa più sempre se il guardo, scorrendo le due

superficie, trovi la prima seminata di laghi vastissimi e d'immensi

deserti, l'altra di laghi incomparabilmente minori, e popolata non

interrottamente di città. Certo; qualunque sia per essere nel futuro il

destino delle attuali repubbliche, gli Stati Uniti han terreno per molte

repubbliche unitarie equivalenti l'Italia. Ma le ventiquattro che oggi

compongono la confederazione dell'America settentrionale sorsero a un

tempo?--ebbero condizioni identiche, perchè dove la vastità delle terre

non avesse posto un ostacolo, potessero confondersi in una?--In altri

termini la scelta del reggimento federativo fu scelta libera, o voluta

da prepotenze di cose? Noi vedemmo l'ordinamento federativo trascinato

dall'impero dei fatti nella Svizzera e nell'Olanda. Noi vediamo lo

stesso impero esercitarsi sulla confederazione degli Stati Uniti. Le

colonie che li compongono, sorsero successivamente a tempi diversi, per

emigrazioni determinate da varie cagioni. Differirono di credenze

religiose. Differirono di governo. Rimasero per molto tempo inegualmente

sottoposte all'influenza dell'Inghilterra. Alcune avevano governatore e

consiglio da Londra: altre governatore soltanto: d'alcune, all'epoca

della rivoluzione, non fu bisogno di mutare che un nome, tanta era la

libertà che in virtù di Carte concesse dal governo godevano.

Rhode-Island si regge tuttavia colla costituzione accordatale da Carlo

II: Connecticut non la mutò che pochi anni addietro, nel 1818. Ma per

l'altre fu questione di libertà interna ed esterna ad un tempo. Alle

opposizioni derivate dai climi, dalle condizioni del suolo, dalle

abitudini, si aggiunsero le importantissime delle origini e delle

interne risorse. La popolazione degli Stati del Nord è somministrata

nella più gran parte dall'Inghilterra; quella degli Stati meridionali

dai nativi della contrada, discendenti dei primi coloni. Le piantagioni

del Sud vivono dell'opera degli schiavi: le opinioni religiose tendono

invece all'emancipazione nel Nord, e vietano gli schiavi alla

Nuova-Inghilterra. E tutte queste differenze durarono nella loro azione

anche dopo consumata in comune la grande opera dell'indipendenza--e fu

forza piegare davanti alle rivalità degli Stati edificando per le sedute

del congresso una città neutra--e durano tuttavia, non aspettando a

insorgere pericolose che un'occasione. E udimmo non è molto nella

Carolina suonare alto il principio: _che la sovranità popolare genera in

ogni Stato confederato il diritto di rinunciare ai beneficî ed ai

carichi dell'associazione, e ritrarsene, quando il proprio vantaggio lo

imponga_: principio che basta l'aver gittato perchè fermenti, e si

riproduca più tardi: principio che a noi sembra d'una verità

incontrastabile, e racchiude perciò il più forte argomento possibile

contro il vincolo federativo applicato a paesi che debbono e vorrebbero

starsi uniti in perpetuo.

Ma tra noi--ripetiamolo anche una volta--dove sono le differenze che

accennammo pur ora?--Travagliati dalla stessa vicenda, educati nei bei

secoli a glorie comuni, a libertà uniformi, poi a comune servaggio,

oppressi--nessuna provincia eccettuata--da una stessa tirannide,

soggiacenti a bisogni eguali, quali tra le cagioni che vietarono

all'America l'unità la vietano a noi?--È pur forza dirlo, o ritrarsi. È

pur forza scendere, rinunciando alle fallacie degli esempî sul terreno

italiano.

* * * * *

Quali sono in Italia gli ostacoli che si allegano insuperabili

all'unità?

Tralasciamo l'affermazione gratuita di chi contende non essere possibile

una repubblica in esteso terreno. È pregiudizio trapassato per autorità

d'uno in altro, senza esame di prove. Come una repubblica non possa

ordinarsi dove una monarchia costituzionale lo può--come, serbato il

potere legislativo al concilio nazionale, l'autorità esecutiva

trasportata da un capo ereditario a uno elettivo e a tempo, induca

impossibilità d'esistenza, non è facile intenderlo. Se in oggi per noi

si trattasse d'una repubblica foggiata all'antica dove il popolo tutto

quanto fosse chiamato a discutere le proprie cose, forse i limiti

prescritti da Rousseau ci parrebbero vasti troppo[76]; ma la repubblica

moderna, la repubblica rappresentativa, la repubblica nella quale il

popolo opera per mandatarî, non presenta difficoltà che non siano comuni

alla monarchia temperata, e meritino di essere combattute.

Tralasciamo egualmente gli argomenti dedotti dal clima vario in alcuni

punti. Oggi il termometro non è norma che valga alla scelta delle

istituzioni. E so che a taluno--nel XIX secolo--è piaciuto scrivere: _le

assemblee deliberanti non convenire ai climi meridionali_; ma chi badò a

quell'uno? La libertà è cittadina di tutte le zone, nè lo sviluppo

morale intellettuale dei popoli concede ormai più predominio alle cause

fisiche. Le differenze di clima in Italia son poche: non maggiori di

quelle che s'incontrano altrove in paesi retti da un potere centrale

monarchico; e siffatte diversità, ove valessero, varrebbero contro ad

ogni concentramento, se monarchico o repubblicano, non monta[77].

La divisione, lo spirito di discordia che si rivela per entro alla

Storia come elemento contrario alla Italiana unità, _forse_ affatica

tuttavia, più che non vorrebbero i tempi, le menti italiane, è l'unico

argomento potente che gli uomini del _Federalismo_ invochino. _Forse_

abbiam detto: perch'è pur necessario, a chi non vuol vivere di passato,

intravvedere nel primo fatto italiano la fine di queste discordie.

Fremevano fieramente un giorno in Italia attizzate dagli Imperatori e

dai Papi, alimentate dalla potenza che fa gelosi e audaci. Garriscono in

oggi triviali e impotenti nelle pretese di aristocrazie semispente e

nelle invidiuzze d'accademie e pedanti, ai quali la propria città--se

non la sala ove si radunano--è troppo vasto universo. Ma la prima voce

di generoso che susciterà i fratelli all'opre del braccio--il primo

battere di tamburo che chiamerà gl'Italiani all'insurrezione nazionale,

sperderà quel garrito; nè la potenza rinata varrà a risuscitare gli

sdegni; perchè sarà potenza conquistata col sangue di tutti nelle guerre

di tutti, per l'emancipazione di tutti;--potenza non di una o più città;

ma d'uomini di tutte terre italiane, armati contro un nemico comune,

raccolti sotto una comune bandiera. Manca un vessillo alla divisione.

Papi e Imperatori sono spenti. La tirannide lunga e i delitti hanno

logorato quella potenza che li costituiva capi di parte, e traeva

volontaria dietro alle loro insegne una metà d'Italia. Manca un vessillo

alla divisione, e consunta l'efficacia di quei due simboli, chi sorgerà

in loro vece?

Chiedetelo al voto che emerse spontaneo, e tu represso dalla sola

codardia dei governi, nella insurrezione del 1821 dal moto delle

moltitudini.

Chiedetelo al fremito della gioventù che indarno i tirannetti d'Italia

tentano spegnere--della gioventù serrata, dall'Alpi al mare, a una lega,

diciamolo pure altamente, invincibile--della gioventù che s'oggi ancora

si svia talvolta dietro a nomi e simboli varî, non cede che al bisogno

prepotente di moto che l'affatica, ma sorgerà forte di concordia e

d'unità indissolubile, ove una bandiera Italiana s'inalzi di mezzo a'

suoi ranghi.

Chiedetelo alla storia d'Italia, guardata filosoficamente, e dall'alto

de' suoi destini.--

Da quel voto, da quel fremito giovanile, dalla storia d'Italia, esce una

risposta assoluta:

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 80 / 125 题