I.

La questione se l'Italia, emancipata dal barbaro, debba ordinarsi in

lega di repubbliche confederate, o costituirsi repubblica una e

indivisibile, vorrebbe forse più lungo discorso che non concedono i

limiti d'un articolo di giornale. Non che per noi si credano egualmente

convalidate di forti argomenti le due sentenze. L'opinione che predica

il sistema _federativo_ ci sembra generata da una strana confusione

d'idee e di vocaboli, che forse non dura se non perchè pochi la

discussero freddamente, e vergini di pregiudizî[66]; poi da quel senso

di sfiduciamento che s'è coi secoli di servaggio inviscerato negli

Italiani, e li indugia sui confini del _nuovo_ stato in continue

transazioni col _vecchio_ che pur vorrebbero struggere. Ma è questione

che vezzeggia e sollecita l'_individualismo_, potentissimo anch'oggi in

Italia: questione che si nutre di tutte quelle gelosie, gare e vanità di

città, di provincie, di municipî, passioncelle abbiette e meschine che

brulicano nella Penisola, come vermi nel cadavere d'un generoso che

cinquecento anni di debolezza e cinquanta di predicazione non hanno

potuto spegnere, e che la grande esplosione rivoluzionaria potrà sola

sperdere nella manifestazione solenne dell'unità nazionale. E a

deciderla converrebbe scendere coi libri delle nostre storie alla mano

in un campo d'ingratissima realtà a tesser gli annali delle mille

ambizioni e influenze provinciali, aristocrazia di località più tremenda

assai della aristocrazia dell'oro o del sangue, perchè dove queste si

rivelano esose e assurde, quella assume aspetto di spirito generosamente

patrio--risalire alla sorgente comune, la divisione dell'Italia in più

Stati--poi seguirne lo sviluppo inseparabile dalle nostre sciagure--e

mostrare come da più secoli la tendenza _frazionaria_ e il decadimento

italiano camminino su due parallele--e svolgere le conseguenze

favorevoli al commercio, all'industria, all'arti e alle lettere che

verrebbero dal concetto _unitario_--ed esporre intero il piano

d'ordinamento sociale per cui la vita e l'impulso allo sviluppo

progressivo e la direzione armonica dei lavori hanno a propagarsi dal

contro alle menome parti, senza incepparne la libertà, senza violarne

l'indipendenza, senza isterilirne le potenze speciali: tesi vasta ed

organica che le angustie del tempo ci vietano e che noi non tratteremo

che a cenni. Ma a qualunque intenda a fondare, la parte _critica_,

comechè incresciosa e nelle apparenze sterile, riesce pure inevitabile a

trascorrersi. Però a questa è volto il presente articolo. Purgato dagli

inciampi il terreno e svincolata la questione dai pregiudizî e dalle

paure ond'oggi è impedita, sarà facile cacciarvi le basi degli ordini

futuri. Lo spirito umano anela libero l'orizzonte davanti a sè. Dove

ostacoli frapposti tra il suo volo e la meta lo costringano a combattere

e soffermarsi a ogni tanto, infiacchisce e si logora.

Quando nei primi anni della gioventù, irritati delle basse tirannidi che

s'esercitavano nelle scuole di tutta Italia a mortificare gl'ingegni o a

nudrirli di misantropia, frementi una patria che nessuna contrada

Italiana ci offriva, ma senza pur sospettare che il fremito individuale

potesse convenirsi in azione, ponemmo il pensiero all'Italia, fummo

_unitari_. Vergini di studiata scienza, liberi d'ogni servitù di

sistema, insofferenti delle lunghe disamine e delle applicazioni

pazienti, il vero stava per noi nella prima idea che ci balzasse

improvvisa davanti, grande, vasta, solenne, raggiante di poesia, di

potenza e d'amore--e questa idea ci s'affacciava nell'Italia _una_,

ricinta dall'alpi e dal mare; in una parola di volontà onnipotente

uscente da Roma dalla Roma dei Cesari, e valicante l'alpi ed il mare; in

una missione di civiltà universale assunta da noi sin dai giorni della

potenza romana coll'armi, continuata cogli esempî di libertà dalla prima

metà dell'evo medio, colle lettere diffuse all'Europa dalla seconda, e

fremente dopo i miracoli dell'impero nell'Italia del XIX secolo. Ma

questa idea ci sorrideva come una musica d'anime, come un raggio di

sublime poesia che ci mandava il cielo d'Italia, perchè nel nostro cuore

s'ergesse un altare al concetto puro, santo, incontaminato, senza

meditarlo, senza verificarne la possibilità, senza rintracciarne la

verità politica per entro ai costumi, alle abitudini, alle credenze dei

nostri concittadini. Era il sogno di Dante, di Petrarca, di

Machiavelli--e si venerava da noi, come l'idea della libertà greca e

romana dai cospiratori Italiani del XV secolo, per istinto, per

entusiasmo, per foga di slancio, non per convinzione ragionata e come

frutto di studî severi.

Poi venne la fredda, la calcolatrice, la dotta politica: vennero voci

d'uomini gravi, nei quali il dubbio perpetuo riveste aspetto di

profonda e arcana dottrina; d'uomini che professando non sottomettersi

che all'alta immutabile ragione dei fatti sorridono a quante ipotesi

s'appoggiano direttamente su' principî generali, e ci dissero: «L'unità

Italiana è brillante utopia, contrastata dai fatti che vi s'affacciano a

ogni passo che voi moviate sulla Penisola. Eccovi storie e cronache e

documenti dei vostri maggiori. Ognuna di quelle pagine gronda sangue

fraterno. Ogni palmo del vostro terreno è infame per risse civili. Le

nimicizie di molti secoli hanno lasciato a ognuna delle nostre città un

legato d'odio e di vendetta che il servaggio comune cancella nelle

apparenze, ma che il grido di libertà farà rivivere più tremendo. Vario

il clima, varia la topografia dei luoghi varie le abitudini e le

tendenze. Potrete spegnerle con una idea? Potrete confonderle con una

formola di legge? Le leggi esprimono, non creano fatti. Le razze non si

riconciliano colla violenza. E quando crederete averle fuse per via di

decreti, quando v'illuderete ad avere statuita unità, troverete

anarchia. Abbiamo elementi eterogenei: affrettiamoci a riconoscere i

diritti e i bisogni diversi, perchè non irrompano a rivendicarli

coll'armi e colla rivolta. I popoli non si governano a illusioni. Quando

un fatto è, non giova il dissimularlo: giova ammetterlo anzi tratto, poi

moderarne le conseguenze dannose, e trarre da quel fatto il miglior

partito possibile. In Italia, il governo federativo è l'unico

compatibile col fatto delle divisioni e delle differenze esistenti. Se

vorrete il più, avrete il meno. Il concetto delle federazioni è concetto

primitivo in Italia. Afferratelo. Con quella forma avrete libertà

dentro, e forza al di fuori. Vedete la Svizzera, e le repubbliche

americane. E le autorità d'uomini sommi, Montesquieu, Sismondi e altri,

convalidano gli argomenti dei fatti. Poi col sistema unitario avrete

presto tirannide, se d'una capitale, d'un consesso, d'un unico centro, o

d'un re, poco monta. La _centralizzazione_ uccide la libertà delle

membra. Da ultimo, repubblica in una piccola estensione di terreno può

stare; ma le vaste proporzioni la fanno impossibile.»

E quelle voci che ci parevano concordi ai fatti, ci stillavano

lentamente il dubbio nell'animo. Il pensiero di Dante e di Machiavelli

ci sfumava di mezzo a un caos di forme, di visioni, di sembianze

_individuali_, diverse di costumanze, d'abitudini, di tendenze, e tutte

ostili, rivali, nemiche, che le formole di quei politici evocavano

davanti a noi. Il medio evo colle sue mille guerre, dall'urto

scambievole delle razze nordiche sino alle fazioni lombarde, dalla

battaglia di Monte-aperti fino a quella nella quale suonavano, come

l'ultimo gemito dell'Italia, l'estreme parole di Francesco Ferrucci al

calabrese: _tu vieni ad uccidere un morto_, sorgeva gigante a

frammettersi tra noi e il concetto unitario, a protestare tremendamente

contro quel sogno affacciatosi nello spazio di tre secoli a due grandi

anime, che forse morendo, lo rinnegavano. E forse ciò che costituiva il

genio, e lo differiva dalle razze umane, era il tormento d'una _idea_

solitaria, inapplicabile, condannata a starsi in perpetuo nei dominî

dell'astrazione. La mano scarna della _dottrina_ ci sfrondava l'albero

delle illusioni giovanili, e v'innestava sistemi architettati

studiosamente e complicatamente sugli antichissimi esempli greci, e su'

nuovissimi americani. E quelle difficoltà superate apparentemente,

quella intricata discussione intorno al modo di stringere un vincolo

d'unione fra più Stati liberi e indipendenti, ci sembrava argomento

d'altissima scienza in chi l'assumeva. L'unità, semplicissima fra tutte

le idee, s'affaccia _istintivamente_ all'umano intelletto ne' suoi primi

sviluppi, e _filosoficamente_ negli ultimi; e v'è fra queste due

un'epoca intermedia, comune agli individui e alle nazioni, nella quale

l'intelletto, traviando nella folla di sistemi che gli si parano

innanzi, si compiace nelle astruse combinazioni, e inorgoglisce nelle

oscurità metafisiche. E l'epoca dei governi misti, delle teoriche

_costituzionali_, delle due camere, della bilancia dei poteri,

dell'ecclettismo, delle federazioni. Ma il vero è semplice per essenza.

Il genio è unitario. Quando i tempi non erano maturi, cercava l'unità

nel dispotismo, oggi la cerca nella libertà, e nella creazione di vaste

e grandi repubbliche.

Quell'epoca d'incertezza pseudo-scientifica, d'errore rivestito del

manto della sapienza, noi la subimmo--e la trapassammo. Fummo

_federalisti_, e lo diciamo francamente, perchè crediamo che molti dei

nostri concittadini abbiano corso quello stadio di gradazioni--perchè

rivelando i dubbî che ci tennero incerti, intendiamo mostrare come il

simbolo unitario, ch'or predichiamo e sosterremo energicamente, sia

nostro non per ardore d'utopia giovanile, ma per lento e maturo

convincimento--perchè vinto quel periodo di scetticismo, e superate le

difficoltà che pareano attraversarsi, noi siam lieti della nostra

credenza, e non corriamo oggimai pericolo di mutarla.

Siamo unitarî--e staremo. Troppe cose si contengono in questo simbolo

d'unità, troppi vincoli lo connettono alla libertà italiana, che noi

cerchiamo, perchè da noi si possa scender più mai al pensiero gretto

pauroso e funesto d'una federazione. Certo: noi non infameremo la

contraria opinione, com'oggi--e forse a torto[67]--gli unitarî di

Francia infamano gli uomini della Gironda. La libertà può fondarsi in

una federazione come in uno Stato unitario: concepita anzi in siffatto

modo, la questione è ridotta al nulla[68]. Nessun ostacolo vieta alla

libertà stabilirsi in un aggregato d'un milione d'uomini, quando è

possibile stabilirla in uno di venti. Ma _stabilirsi_ e _durare_ son due

termini essenzialmente diversi, e per noi v'è impossibilità nelle

presenti condizioni europee, perchè una libertà fondata sull'unione

federativa di molti piccoli Stati duri intatta e secura: impossibilità

generata da due vizî radicalmente inerenti ad ogni federazione, interno

l'uno ed esterno l'altro. Però la questione è vitale per noi, e

immedesimata, come la questione repubblicana, con quella della libertà.

Tolleranti su tutte le mille questioni che non feriscono al cuore la

libertà popolare, noi siamo quindi per questa. Siamo _esclusivamente_

unitarî, perchè senza unità non intendiamo l'Italia, e dove si contende

dell'esistenza, l'intolleranza è santa, la tolleranza è menzogna vuota

di senso. Siamo _esclusivamente_ unitarî, come siamo _esclusivamente_

repubblicani, perchè dalle basi repubblicane infuori non veggiamo

libertà vera _possibile_, dall'unità in fuori non veggiamo libertà

_forte_ e _durevole_.

* * * * *

Cos'è il governo _federativo_?--D'onde traggono origine le

federazioni?--Qual è l'elemento principale che le costituisce?

Ogni federazione trae evidentemente origine dalla debolezza degli Stati

che la compongono. La necessità d'una difesa che più Stati isolati non

trovano nelle proprie forze, li determina a collegarsi per reggersi l'un

l'altro contro ogni nemico che s'affacciasse.

L'essenza del governo federativo è riposta nel patto che stringe gli

Stati confederati a proteggere e tutelare la indipendenza di _ciascuno_

colle forze di _tutti_,--l'altre son condizioni accessorie, d'importanza

secondaria, e sottomesse a modificazioni infinite.

Che cercano gli Stati confederandosi?

La forza?

Dove la cercano?

Nella unione.

E questa unione non la ristringono a ciò ch'è di pura necessità, ma

l'ampliano d'ordinario a confini più larghi: non la fondano unicamente

sul patto giurato della difesa, ma tentano cacciarne le basi sulla

uniformità delle leggi interne, dei bisogni mutui, dell'utile

commerciale: non s'acquetano a desumerla dall'istinto che guida gli

Stati a crearsi per ogni dove sicurezze d'indipendenza, ma s'adoprano a

darle sostegno la fratellanza. A quelle unioni che posano solamente

sulla promessa di proteggersi scambievolmente, è serbato il nome di

Leghe; ma le federazioni procedono innanzi. I più tra gli Stati cercano

confederarsi con chi li somiglia. Son rare le confederazioni di

repubbliche e monarchie. Un istinto politico insegna ai popoli che la

conformità dei reggimenti interni fa le unioni durevoli. E le antiche e

le nuove federazioni statuirono principî dichiarati e immutabili, dai

quali non fosse concesso partirsi. Le repubbliche greche spinsero

tant'oltre gli obblighi di leggi uniformi che correvano ai confederati,

da mutare interamente la natura indipendente delle federazioni; e lo

vedremo tra poco. Delle nuovissime, basti l'America. Tutte--tranne la

Svizzera ch'oggi intende il suo vizio--hanno cercata l'_unione_ federale

durevole nel riavvicinamento graduato all'_unità_, delle leggi, degli

istituti, de' principî fondamentali.

Da questi pensieri che s'affacciano spontanei al primo esame della

questione, e sgorgano dalla definizione del sistema federativo, emerge

un dubbio: perchè se a più Stati vicini con molti punti di contatto e

collocati in simili circostanze, giova l'unirsi, cotesta unione non

toccherebbe gli ultimi termini?--Perchè se il bisogno d'essere forti li

stringe a confederarsi, la certezza dell'incremento di questa forza

ch'essi tentano procacciarsi non li indurrebbe all'unità?--Perchè, se la

uniformità di governo e di leggi fondamentali è bisogno sentito da

quanti si stringono a federazione, non lo adeguerebbero essi creandosi

un solo governo, una sola legislazione?

La questione specialmente in relazione all'Italia, si ridurrebbe dunque

a questione di possibilità o d'impossibilità: teoricamente decisa a

favore dell'unità scenderebbe ai dominî della _pratica_, che spesso

dicono, cozza colla _teorica_, rifiutando inappellabilmente ciò che i

principî vorrebbero.

Noi crediamo poco a questo dissenso fra la teorica e la pratica che pur

s'allega così sovente nelle questioni politiche. Generalmente parlando,

i principî stanno per noi sommi sovra tutte cose e le dominano. Teorica

e pratica sono indissolubilmente congiunte. La prima è il pensiero, la

legge, l'idea: la seconda è il segno che rappresenta il pensiero, la

formola scritta attraverso la quale è rivelata la legge, la forma che

l'idea assume trapassando nel mondo sensibile. Se un principio è vero,

le applicazioni hanno a riescirne più che possibili, inevitabili, perchè

nessun principio può rimanersi sterile a lungo e senza conseguenze. E

dei dieci casi, nei quali sembra manifestarsi questo dissenso, tre forse

spettano a una intelligenza parziale e frazionaria di quel principio che

s'è tentato applicare senz'averlo scoperto tutto--sei a un'applicazione

falsa, incompiuta, o paurosa--un solo a fatti reali che

s'attraversavano, dissonanze cacciate dalla natura, opposizioni inerenti

alle umane cose che l'intelletto è certo di vincere, non di vincere a un

tratto. Ma la scienza politica che riassume i gradi di progresso e

presenta, dopo le religioni e la filosofia, la formola più estesa delle

nozioni acquistate dall'intelletto, esce da poco d'infanzia. Le dottrine

gesuitiche dei settatori della tirannide assumono quei casi, li

moltiplicano e ingigantiscono, e sviano gli animi dall'addentrarvisi: la

presuntuosa ignoranza dei pedanti in politica che s'arrogano la

dittatura perchè ha raccolto, senza discuterli, una collezione di fatti,

avvalora l'arti della tirannide; e la inerzia dei più vi s'acqueta[69].

Pur, poi che quell'unico caso potrebbe verificarsi in Italia, giova

accettar la questione tratta a quei termini. Bensì l'obbligo di provarlo

esistente spetta a chi nega possibile l'Italiana unità.

Or lo provano? e come?

I più nol provano: non allegano argomenti diretti; ma si richiamano alla

storia. Mostrano nelle sue pagine alcuni esempî di repubbliche

confederate, salite a potenza, e prospere interiormente: di repubblica

unitaria su vaste proporzioni, non uno--e ne inducono senz'altro esame

la conseguenza che per noi si combatte. Mutano così la questione.

Dimostrano non l'impossibilità di costituire quando che sia la

repubblica unitaria in Italia, ma la possibilità di costituirla

federativa. Pure stabiliscono a ogni modo una presunzione favorevole

alla loro credenza, e giova distruggerla.--Ma prima è necessario per noi

l'accennare il come vorremmo si procedesse in politica--e inalzarci

apertamente contro l'abuso che si fa degli esempî, vera tirannide

d'autorità, che ove prevalesse, distruggerebbe ogni indipendenza di

raziocinio; vecchio sistema, che non accettiamo momentaneamente se non

per combatterlo, ma che noi rifiutiamo, e al quale in tesi generale, non

vogliamo sottometterci mai.

Un pregiudizio domina tuttavia la politica: il pregiudizio dell'esempio,

l'imitazione servile.

A qualunque dallo spettacolo della patria guasta, corrotta, inceppata da

pessime istituzioni, è suggerito il pensiero di porvi e proporvi

rimedio, si affaccia innanzi a tutte una via: quella di torlo altrove. I

più dagli ordini che reggono la contrada nativa ritraggono lo sguardo

all'Europa, finchè trovino una terra dove un principio contrario o

diverso domini le istituzioni; trovato, lo afferrano come àncora di

salute: non guardano se quel principio spetti esclusivamente, per vigore

di cagioni preesistenti, al paese ove ha vita, e se trapiantato possa

fruttare conseguenze uniformi; non s'addentrano a vedere se quel

principio sia destinato a lunga vita nel futuro o covi la morte; se

veramente da quello o da altre ragioni derivino i vantaggi che l'una

nazione ha sull'altra; lo adottano e lo scrivono sulla bandiera che

inalzano--e la turba vi corre, perchè quando le moltitudini ineducate

hanno sete di mutamento, s'affollano al primo stendardo che sventola,

non curando se mutino in meglio o peggiorino. Poi, quando i danni d'un

sistema accolto precipitosamente, incominciano a sperimentarsi,

gl'ingegni più desti s'avvedono della illusione, ma tardi, quando la

credenza in quel simbolo s'è radicata, quando il popolo anela riposo,

quando quindici anni di delusioni e molte vittime bastano appena a

risuscitarlo. La rivoluzione è compita, nè le rivoluzioni si maturano di

giorno in giorno.

Quando affermiamo che questa gretta, esclusiva, superficiale,

funestissima maniera di trattar le cose politiche ha esercitato dominio

su tutti quasi i rivoluzionarî dell'epoche in oggi consunte, e lo

esercita tuttavia, malgrado le molte esperienze, sugli scrittori

politici, noi diciam cosa che a molti parrà frutto d'audacia giovanile,

o d'un'ira mal concetta contro il passato; stolta accusa, che oggimai

non è da respingersi se non col sorriso. Noi veneriamo il passato,

quando è grande; ma nè il consenso de' secoli può ingigantirlo ai nostri

occhi, quando l'intelletto ce lo affaccia meschino. Le nostre teoriche

di progresso riabilitano il passato, anzichè gittargli l'anatema; ma noi

sappiamo che la terra troppo calpestata diventa fango, e vogliamo

prender le mosse del passato, non insister sovr'esso.

La scuola politica del secolo XVIII fu tutta inglese. Montesquieu e

Voltaire, il primo, intelletto potente a evocare con venti parole

l'imagine fedele d'un secolo di passato, ma cieco dell'avvenire; il

secondo, ingegno vasto più che profondo, critico per eccellenza, e nella

foga di distruggere, che l'invadea, avido più di trovare che non di

creare un tipo a cui attenersi; l'uno e l'altro, tendenti

all'aristocrazia, predicarono primi le istituzioni britanniche--e dietro

a quei due la turba degli enciclopedisti, i _filosofi_, i mezzo-politici

e gli imitatori servili. Il sistema che reggeva gl'Inglesi sgorgava

dalla loro storia diversa affatto dalla francese. La loro aristocrazia

era elemento della nazione traente origine dalla _conquista_. In Francia

non v'era aristocrazia se non per abuso; ma un nuovo stato dovea

sotterrarla inevitabilmente. Il popolo più che libertà anelava

eguaglianza. Ma chi tra' francesi scrittori guardava alla Francia?--Il

solo che si ribellasse al torrente fu Rousseau--e Rousseau fu greco:

spartano: ideò repubbliche che avevano ad esser nuovissime, e fu trovato

che i loro titoli stavano in un angolo dell'Europa, sotto la polvere

d'uomini morti da venti secoli. La rivoluzione, convocando il popolo,

elemento eterno, sulle rovine della Bastiglia, scrisse il decreto di

morte ad ogni privilegio monarchico aristocratico. Ma non valse. Il

sistema inglese che s'era fatto pigmeo in Mounier, Tollendal, Malouet,

per insinuarsi non visto nell'assemblea nazionale, dileguatosi sotto la

mano ferrea dell'uomo del blocco continentale, ricomparve audacissimo a

tentare la seconda prova nella Staël, in Beniamin Constant,

Royer-Collard, e gli altri, che assisero il fantasma monarchico sul

trono di Bonaparte. Ed oggi poichè la seconda tornò in nulla per le _tre

giornate_, ritenta la terza--e speriamo--l'ultima prova. La ritenta,

mentre pur quell'unico esempio dell'Inghilterra è sfumato--mentre il

sistema rovina nel luogo ov'ebbe la culla--a fronte del ruggito

irlandese--a fronte del manifesto popolare lanciato in Lione, in Parigi,

per ogni dove--quando i colori della repubblica si mostrano in

Francoforte, secondo centro dell'aristocrazia europea--quando le dispute

vertono oggimai sulla forma, non sul principio repubblicano. Ma che

sperare da gente come quella ch'or regge in Francia, se non l'ultimo

disinganno alle moltitudini?

Il sistema inglese agonizza. Il sistema americano sorge collo stendardo

repubblicano. L'America fu l'arena che vide prima la lotta fra il

principio _monarchico-misto_ e il _repubblicano_. La repubblica v'ebbe

la prima vittoria. Ciò basta alla politica imitatrice per dichiararsi

_americana_ esclusivamente. La scuola americana, duce Lafayette, uomo di

rara virtù, d'intelletto mediocre, domina in oggi gran parte dei

repubblicani: invoca in Francia, nelle colonne del _National_, le due

camere, contradizione patente al principio della sovranità popolare; il

senato, asilo aperto all'elemento aristocratico; il governo a _buon

mercato_, senza avvertire che la economia nazionale non dipende dalla

quantità del tributo, bensì dall'uso e dal riparto di questo: in Italia,

invoca la federazione.--Perchè non invoca anche gli schiavi che nelle

repubbliche americane costituiscono il settimo della popolazione?

È tempo che la politica s'emancipi da cotesta tirannide degli esempî. È

tempo che il secolo XIX tragga dalle proprie viscere, dai proprî

elementi, dai proprî bisogni la politica che deve guidarlo. L'Italia del

XIX secolo racchiude nel proprio seno le condizioni della sua futura

esistenza, e le forze per raggiungerle. Guardiamo dunque all'Italia, non

all'America o a Sparta. Non abbiamo noi intelletto nostro e basi di

giudizio e fatti presenti, perchè si debba da noi statuire a criterio, a

principio politico un esempio straniero, o spettante al passato?--Un

fatto è il prodotto delle mille cagioni, dei mille fenomeni che

s'incontrarono in un dato periodo, in un dato paese; e quei fenomeni e

quelle cagioni s'incontreranno identici sempre, perchè s'abbia a volerne

la conseguenza che ne fu tratta altrove?--I principî prevalgono ai

fatti, perchè non dipendono da circostanze fortuite o singolari, ma

dalla eterna ragion delle cose. Ogni nazione cova un principio che

domina la sua storia, e ch'essa è chiamata a sviluppare o perire. Il

principio _nazionale_ tra noi vive occulto, come vogliono i tempi, ma

non tanto che l'indole del secolo, degli abitanti, delle passioni, dei

fatti concatenati che costituiscono la nostra storia, delle rivelazioni

ch'emergono dalle lettere, dai bisogni e dai tentativi operati non lo

esprimano a chi vuol rintracciarlo. Dissotterrate quel principio. Poi se

gli esempî stranieri verranno a convalidarlo, meglio.--Contemplateli; ma

del guardo dell'aquila al sole, libero, indipendente, potente.

Contemplateli; ma come termini d'una proporzione, il cui primo termine

deve rappresentarvi. Non rifiutate un trovato straniero, se, applicato a

voi, frutta incremento alla patria. Ma non lo accettate alla cieca,

unicamente perchè già altrove accettato. Così facendo, sarete Italiani,

e vi troverete per legge di cose, europei. In altro modo vi rimarrete

servi, o meschinamente ribelli al vero.

Ed ora scendiamo agli esempî.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 79 / 125 题