VI.

Perchè--parliamo a quei che non intendono _diritti_, ma _fatti_

soltanto--a chi fidare, nella ipotesi monarchico-costituzionale, la

somma dei destini italiani, lo scettro unico, il volume unico delle

costituzioni italiane, però che italiane vogliono essere? Chi riunirà i

voti di ventisei milioni d'uomini, divisi per secoli, per gare, per

ambizioni, per corruttela di favella, per usi, per leggi, per re? Chi

spegnerà il vecchio lievito di spirito provinciale, che un mezzo secolo

di predicazione ha sopito e logorato, ma non tanto che non appaja

talora, e che, risuscitato, non potesse farsi tremendo?--Un re tra gli

attuali? Vergogna e scherno! Qual è fra i tirannetti italiani, che non

abbia col sangue dei sudditi segnato il patto coll'Austria? Qual è quei,

che il passato non separi violentemente e inesorabilmente dal suo popolo

e dall'avvenire?--Un solo forse poteva assumer l'impresa. Era macchiato

d'uno spergiuro; ma l'Italia s'offriva a dimenticarlo. Fu un punto solo.

Nol volle; e fu meglio per noi! Ma chi è oggi fra i nostri principi che

presuma stender la mano a quella corona, ch'egli non seppe raccogliere?

Oh! la mano gli arderebbe, però che su quella mano, qualunque essa

siasi, sta rappreso sangue d'Italia e di _liberi_! Chi è che dimostri,

non dirò amore di patria o di libertà, ma ambizione deliberata nelle vie

da scegliersi, ambizione d'uomo che sa--se tra lui e la cosa voluta sta

la morte--affrontarla senza esitare? Ambizioni inette, meschine; uomini

deboli per paura, e stolidamente feroci. Poi, la questione si riduce a

due soli dei nostri principi, perchè, dove non sono eserciti, chi

vorrebbe formare un pensiero di conquista italiana? Tra quei due, la

questione è rapidamente decisa, o meglio, non v'è questione possibile.

Nessuno dei due, al punto in cui siamo, riescirebbe a mettersi in capo

la corona dell'altro, senza guerra lunga e decisa: nessuno dei due ha

diritto d'affetti, di simpatia, di virtù, d'ingegno o di fama per

contendere all'uno i sudditi dell'altro. Tra lo spergiuro del 1821, e

l'assassino di De Marchi, chi vincerà la questione?--I due eserciti

saranno fratelli, non cederanno all'armi reciproche mai. Accendete la

guerra: ecco risse civili, e stragi, e per anni: odj, offese d'onore,

invidie potenti rinate per secoli: e il pensiero di libertà e di patria

sfumato nell'infame contesa. O sceglierete un re nuovo, e non di

dinastia regnante in Italia?--Cittadino o straniero?--Di razza regale, o

plebeo?--Sceglietelo cittadino. Dopo la difficoltà della scelta

sottentra più forte l'altra della conquista, della occupazione di tutta

Italia: avete guerra civile; e chi dovrebbe sostenerla, incomincerebbe

privo anche dell'ajuto che il primo aspetto della questione

somministrava: uno stato, e un esercito suo. Ma--giova ripeterlo mille

volte--il napoletano non accorrà mai un re piemontese; e reciprocamente.

L'ire di provincia e di municipio non piegheranno mai che davanti a un

PRINCIPIO: riarderanno tremende ogni qual volta si moverà parola d'un

UOMO. Il principio è comune a tutti: il suo trionfo è trionfo di tutti,

il consesso che lo rappresenta è consesso di tutti, nè può suscitar

gelosie: ma l'uomo nasce d'una terra, rivendicato dalla vanità d'una

terra, abborrito dall'orgoglio dell'altra. O saluterete l'eletto della

vittoria? Inalzerete sullo scudo il soldato fortunato?--Fatelo: avrete

così una rivoluzione _sociale_ sfumata in un _uomo_: avrete un Bonaparte

che vi prometterà libertà, poi avrà bisogno d'una Sant'Elena per

riconoscerla valida e prepotente: avrete un'aristocrazia militare, una

gloria forse a prezzo della prosperità e dei vostri diritti: una

tirannide di pretoriani. Poi, i grandi geni militari non si manifestano

onnipotenti a conciliare i partiti più discordi, in un'ora, s'allevano

fra le battaglie: vincono nelle campagne gli sproni di cavaliere.

Dall'assedio di Tolone all'impero trascorsero parecchi anni, due

campagne in Italia, ed una in Egitto. E intanto? Vi rimarrete,

attendendo il genio, e le circostanze che lo fecondino? A non cacciare

nella nazione un principio che distrugga le vostre future speranze,

soggiornerete sempre nel provvisorio?--Sceglietevi un principe

straniero. Dalla Svezia alla Francia, dal Brasile all'Africa, i coronati

che invocano uno stato sono tanti!--Oh! è essa sì bassa cosa questa

corona d'Italia, che abbiate ad offrirla all'incanto ai raminghi

stranieri, colla certezza di trarvi in patria gli eserciti e le

battaglie, e, peggio, i protocolli dello straniero--dacchè la Italia non

è stato tale, che un germe di casa regale possa esserne scelto a

dominatore, senza concitare l'invidia e le paure e le gelosie delle

corti d'Europa?--Ora, qual è il modo di conciliare codesti elementi? Di

spegnere la tirannide, di non vendersi a un tiranno soldato, di non

ricommovere gli animi alle stragi civili, di non crearvi nemici potenti

in tutti i gabinetti stranieri? Io vi chiedo: datemi un re ma un re

italiano, potente d'intelletto e di core, grande nell'arti della

vittoria e della giustizia civile, che non mi ponga a fronte del mio

fratello--avanza una federazione di re, e dei re viventi in Italia!

avanza il Papa!!--avanza l'Austriaco!!!--[64].

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 66 / 125 题