V.

Questo nome di repubblica, che noi pronunciamo con tanta franchezza, è

terrore a molti, i quali non s'attenterebbero di proferirlo, se prima

non avessero esaurito tutte l'arti di perifrasi e circonlocuzioni, che

il linguaggio somministra a chi scrive. Perchè? Nol sappiamo. Si stanno

tremanti del nome, non della cosa. Se a ognuno d'essi s'affacciassero,

senza tradurle in un solo vocabolo, le condizioni di reggimento, che noi

abbiamo pur ora accennate, pochissimi rifiuterebbero consentire: ma

s'arretrano paurosi davanti alle imagini d'un terrore, che accompagnò

negli anni addietro non la repubblica, ma un tentativo di repubblica,

una guerra repubblicana--davanti ai simboli d'un tempo che non è più,

che per noi non fu mai, nè sarà--davanti a rimedî di leggi agrarie, di

proscrizioni, di rapine di proprietà famigliari, d'usurpazioni subìte e

di violenze, che se nell'anarchia delle prime crisi, alcuni affacciarono

al popolo, son oggi provate inefficaci, crudeli ed ingiuste. E a noi, se

il pregiudizio che s'adopera ad annettere a quella parola un significato

non suo, sembrasse non che impossibile a togliersi, radicato almeno

negli animi e diffuso ai più, non s'affaccerebbe un solo momento l'idea

d'insistere su quella parola, di far battaglia per nomi: e

sagrificheremmo alla concordia dei nostri quel grido, benchè l'anima ci

sorrida dentro all'udirlo soltanto, benchè quello fosse il grido dei

nostri padri, benchè quella bandiera ci splenda innanzi come la bandiera

dei secoli avvenire, incoronata d'una grandezza antica che non morrà, e

bella d'un pensiero d'emancipazione per tutti, d'amore e di fratellanza,

che ci è vita, anima, conforto, religione. Ma quelle false

interpretazioni non pajono potenti e diffuse, se non perchè la paura le

esagera e la insidia de' nostri oppressori le ingigantisce. Guardando

alla Francia, un gran fatto ci balza innanzi, un popolo levato in armi

che, rovinata la tirannide d'un solo, non s'induce ad accettare un nuovo

signore se non veggendo l'uomo stimato simbolo di repubblica,

affratellarsi col nuovo dominatore, se non ascoltando una promessa

solenne, _che il trono sarebbe stato circondato d'istituzioni

repubblicane_. Or crederemo quella fosse concessione fatta dal popolo ai

pochi trafficatori della sua vittoria, o non piuttosto dagli uomini

della _dottrina_ a un popolo fremente repubblica nel suo segreto e non

bisognoso d'altro che d'una opposizione imprudente e d'un Mirabeau

repubblicano per correre a quella forma di reggimento? E in Francia son

pur vive le immagini del terrore, vivi i figli dei proscritti del 93,

vive le memorie atroci di Lione, d'Arras, di Nantes--e tutte quelle

ferocie tornate in nulla, suggeriscono la diffidenza nell'efficacia del

simbolo, nel cui nome si commettevano--e da oltre a trent'anni, i nemici

delle pubbliche libertà e la genìa de' giornalisti venduti e i

rinnegati--che pur son tanti--per cupidigia d'imperio, s'adoprano a

ingigantire quei fatti al popolo, a convincerlo che carneficine,

usurpazioni e repubblica sono una cosa; a falsare la verità della

storia, che insegna a discernere gli eccessi dei subalterni dai rimedî

dolorosi, ma necessarî, adottati dalla Convenzione a salvaguardare la

indipendenza del territorio, e liberarsi dalle interne congiure, dalle

insidie coperte, che preti e nobili ordivano coll'oro inglese, dagli

assalti dell'emigrazione insistente sulle frontiere, e dagli eserciti

stranieri impossessati di piazze forti, e inoltrati sul suolo di

Francia.--Ma in Italia, dov'è il terrore che abbia accompagnato i pochi

anni di moto repubblicano? Dove sono le stragi o le devastazioni che

abbiano contaminato le idee di reggimento popolare? Le poche grida che

potevano racchiudere la minaccia, isolate e non seguite da effetto,

stanno raccolte e poste in tutta luce, ampliate a fantasmi nelle pagine

di taluni, che hanno prostituito la loro potenza a calunniare le

moltitudini, a fraudare i più santi concetti, a piangere sulle rovine

d'un'aristocrazia, che fondava il suo potere sulle delazioni, sulla

corruttela e sui piombi, e che giunta l'ora della prova non seppe nè

cedere da saggia, nè morire da forte. Il popolo non sa quelle pagine: il

popolo sa che la sua condizione migliorava progressivamente colle

istituzioni repubblicane: che il suo nome non era allora nome di

scherno; che la sua bandiera era potente e temuta. Il popolo sa che,

l'Italia non conosce proscrizioni se non regali, le antiche di Napoli,

le moderne di Piemonte e di Lombardia, le novissime dell'Italia

centrale, ordinate dal Canosa e dal Duca, e le atrocissime di Cesena e

Forlì, commesse nel nome del Papa, dagli sgherri del Papa, colla

benedizione del Papa.--Noi intanto abbiamo bisogno del popolo--e il

tempo stringe, più forse ch'altri non crede--e al popolo non basta un

grido di distruzione, o una parola indeterminata, però che i popoli non

si fanno nomadi in politica, non mutano governo, come gli Arabi del

deserto mutan di tende. Or, chiamandolo all'armi, perchè, se abbiamo un

grido che gli è famigliare, un grido che gl'ispira fiducia che lo

commove a un'idea di potenza, che gli dimostra direttamente l'intento

del moto, perchè rinnegheremo quel grido santo che Genova, Firenze, le

città Toscane, le città Lombarde conoscono, che consacra Roma, malgrado

le infamie de' Papi, che Bologna, e le città della Romagna hanno

nell'ultima insurrezione inalzato?

_Il popolo, il popolo!_--E quando noi cacceremo quel grido--quando

agitandogli sugli occhi il suo vecchio stendardo repubblicano, noi ci

slanceremo alla sua testa, e incontreremo le prime palle austriache,

credete voi che il popolo non affronterà le seconde? Quando spiegheremo

dinanzi a lui, come un programma dell'avvenire, la dichiarazione dei

suoi diritti, la tavola dei vantaggi che le libere istituzioni gli

frutteranno: quando gli diremo i primi, i più urgenti miglioramenti, e

per sicurezza degli altri porremo le nostre teste, dicendogli: «tu devi

esser libero, non tiranno: là è l'austriaco, l'unico ostacolo allo

sviluppo ordinato e progressivo delle tue facoltà: per te e pe' tuoi

figli libera il suolo de' padri tuoi; nel nome di Dio e della patria,

sorgi e sii grande, terribile nella battaglia, moderato dopo la

vittoria:» credete voi che il popolo contaminerà col delitto la sua

solenne risurrezione, che il sangue fraterno consacrerà all'infamia i

primi suoi passi, ch'egli vorrà far retrocedere, divorandola in germe,

la rivoluzione?--Date al popolo il moto, e abbandonatelo a sè; le

suggestioni de' suoi nemici, le abitudini del servaggio, gli eccitamenti

della lunga miseria lo trarranno in braccio alla prima fazione che vorrà

impadronirsene. Ma siate voi quella: non vi ritraete, non lo sfiduciate

colla freddezza, non rifiutate guidarla per codarde paure, o vanità di

virtù inoperose: mescolatevi con esso, assumetevi una influenza, una

potenza di direzione, che, senza questo, cadrà in mani perverse: morite

con esso, e il popolo vi seguirà come voi vorrete. Ricordate Parigi,

ricordate Lione, ricordate le moltitudini di Londra poi che il

ministero Gray cesse il governo dello stato a Wellington. Quale eccesso

contaminò la sua causa?--Ah! la gemma della sua corona splende d'una

luce più pura che non la vostra, uomini che chiamaste a insorgere il

popolo, per chiamarlo barbaro tre giorni dopo!

Ma a tutti gli uomini, i quali sospettassero, nel simbolo che noi

predichiamo, prave intenzioni: a tutti gli uomini che ci attribuissero

passioni di sangue o anelito di guerre civili, noi qui diciamo

solennemente, ed ogni sillaba che noi scriviamo giovi a condannarci

nell'avvenire, se i fatti non converranno colle parole: «noi non siamo

feroci: uscimmo da una madre, ed amiamo. Ma non siamo deboli: vogliamo

la libertà della patria; morremo, se farà d'uopo, per essa e GUAI AI

TRADITORI, E AI FAUTORI APERTI DELLA TIRANNIDE! Chi porrà la sua vita

nella bilancia, chi commetterà l'anima a Dio per la patria, avrà diritto

di proferire queste parole; avrà diritto che il suo sagrificio non

rimanga sterile, inefficace; avrà diritto che dal suo sangue germogli un

fiore di libertà, che il sorriso schernitore de' tristi non passi sulle

sue ossa, che la speranza d'una bandiera italiana piantata sulla sua

zolla scenda sotterra con lui. I vili e gl'inerti vadano colla

maledizione della loro viltà, non si commettano ai pericoli, che non

sanno reggere: vivono di paura, e nella paura.--Noi non siamo feroci; ma

dovremo sempre temere d'essere feriti da tergo? Dovremo sempre, per

difetto d'energia e d'antiveggenza, dar lo spettacolo al mondo della

nostra caduta? Ah! v'è un peso di delitti e d'infamie su questo suolo

d'Italia, accumulato dalla tirannide e dalla viltà; v'è un tal suono di

pianto dietro noi, un tal grido di vittime sotterrate per noi, che

s'anche un pensiero di vendetta di sangue ci strisciasse sull'anima,

amara per la perdita d'ogni cosa diletta, e per vedere il fiore de'

giorni giovenili consunto nel tormento d'un'unica idea, o solcasse la

fronte d'uomini, sulla cui testa canuta pesano undici anni d'esilio di

patimenti non meritati, nessuno avrebbe diritto di rimproverarlo come

delitto! Ma noi non siamo nè crudeli, nè tristi. Non cacceremo le nostre

sciagure sulla bilancia: non sommoveremo alle proscrizioni le

moltitudini: non abuseremo del diritto di reazione: sommetteremo i

tradimenti ed i traditori alla giustizia della nazione, e ci getteremo

tra il popolo e le vittime de' suoi sospetti. Non avremo forse per noi,

per tutto il passato, per compenso alle persecuzioni e all'esilio,

l'abbraccio delle nostre madri, la gioja sublime di contemplare sulle

nostre torri la bandiera italiana, il momento, il momento divino di

stringerci alla donna del nostro core, e dirle: _ora tu sei libera, e

d'un libero_?--Abborriamo dal sangue fraterno; NON VOGLIAMO IL TERRORE

ERETTO A SISTEMA: non vogliamo sovversioni di diritti legittimamente

acquistati, non leggi agrarie, non violazioni inutili di facoltà

individuali, non usurpazioni di proprietà. Vogliamo un nome, una

esistenza riconosciuta, una via schiusa al progresso, una

rappresentanza, e un miglioramento di condizione per un povero popolo,

che geme da secoli nella miseria. Non cacceremo il guanto della guerra

civile, noi primi: la sosterremo e la spegneremo virilmente, se una

minorità, una frazione di venduti al potere o di fabbri di

superstizioni, s'attenteranno di suscitarla colle insidie o colle

congiure, perchè noi non vogliamo farci persecutori; ma nè essere

delusi, trafficati, scherniti. Questo è il nostro simbolo--ed è strano

dover dichiararlo, quando gridiamo: repubblica. Gli uomini, che meditano

sulla politica, sanno che il terrore non è elemento inerente a governo

alcuno; bensì rare volte necessità per ogni governo che vuol durare:

per l'iniquo Miguele, per Francesco IV, come per la Convenzione di

Francia. Sanno, che le cagioni del 93 nella Francia erano, più che nella

volontà di pochi individui, negli infiniti elementi di discordia

interna, nelle insurrezioni della Vandea e dei dipartimenti, nelle trame

segrete degli alleati, nelle ostilità aperte del patriziato o del

sacerdozio: e che queste ragioni non saranno, dalle trame straniere in

fuori, nè potenti, nè attive in Italia. Sanno che il reggimento

repubblicano è il solo inteso dal popolo, che le moltitudini furono e

saranno incerte davanti ai termini di _bilancia politica, equilibrio dei

tre poteri, lotta ordinata d'elementi legali, reggimento misto

parlamentare, ecc._, che la forma _monarchico-costituzionale_ è forma

transitoria, consunta--e che la repubblica sola può esistere in Italia,

e conciliarsi colla unità.»

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 65 / 125 题