Questo nome di repubblica, che noi pronunciamo con tanta franchezza, è
terrore a molti, i quali non s'attenterebbero di proferirlo, se prima
non avessero esaurito tutte l'arti di perifrasi e circonlocuzioni, che
il linguaggio somministra a chi scrive. Perchè? Nol sappiamo. Si stanno
tremanti del nome, non della cosa. Se a ognuno d'essi s'affacciassero,
senza tradurle in un solo vocabolo, le condizioni di reggimento, che noi
abbiamo pur ora accennate, pochissimi rifiuterebbero consentire: ma
s'arretrano paurosi davanti alle imagini d'un terrore, che accompagnò
negli anni addietro non la repubblica, ma un tentativo di repubblica,
una guerra repubblicana--davanti ai simboli d'un tempo che non è più,
che per noi non fu mai, nè sarà--davanti a rimedî di leggi agrarie, di
proscrizioni, di rapine di proprietà famigliari, d'usurpazioni subìte e
di violenze, che se nell'anarchia delle prime crisi, alcuni affacciarono
al popolo, son oggi provate inefficaci, crudeli ed ingiuste. E a noi, se
il pregiudizio che s'adopera ad annettere a quella parola un significato
non suo, sembrasse non che impossibile a togliersi, radicato almeno
negli animi e diffuso ai più, non s'affaccerebbe un solo momento l'idea
d'insistere su quella parola, di far battaglia per nomi: e
sagrificheremmo alla concordia dei nostri quel grido, benchè l'anima ci
sorrida dentro all'udirlo soltanto, benchè quello fosse il grido dei
nostri padri, benchè quella bandiera ci splenda innanzi come la bandiera
dei secoli avvenire, incoronata d'una grandezza antica che non morrà, e
bella d'un pensiero d'emancipazione per tutti, d'amore e di fratellanza,
che ci è vita, anima, conforto, religione. Ma quelle false
interpretazioni non pajono potenti e diffuse, se non perchè la paura le
esagera e la insidia de' nostri oppressori le ingigantisce. Guardando
alla Francia, un gran fatto ci balza innanzi, un popolo levato in armi
che, rovinata la tirannide d'un solo, non s'induce ad accettare un nuovo
signore se non veggendo l'uomo stimato simbolo di repubblica,
affratellarsi col nuovo dominatore, se non ascoltando una promessa
solenne, _che il trono sarebbe stato circondato d'istituzioni
repubblicane_. Or crederemo quella fosse concessione fatta dal popolo ai
pochi trafficatori della sua vittoria, o non piuttosto dagli uomini
della _dottrina_ a un popolo fremente repubblica nel suo segreto e non
bisognoso d'altro che d'una opposizione imprudente e d'un Mirabeau
repubblicano per correre a quella forma di reggimento? E in Francia son
pur vive le immagini del terrore, vivi i figli dei proscritti del 93,
vive le memorie atroci di Lione, d'Arras, di Nantes--e tutte quelle
ferocie tornate in nulla, suggeriscono la diffidenza nell'efficacia del
simbolo, nel cui nome si commettevano--e da oltre a trent'anni, i nemici
delle pubbliche libertà e la genìa de' giornalisti venduti e i
rinnegati--che pur son tanti--per cupidigia d'imperio, s'adoprano a
ingigantire quei fatti al popolo, a convincerlo che carneficine,
usurpazioni e repubblica sono una cosa; a falsare la verità della
storia, che insegna a discernere gli eccessi dei subalterni dai rimedî
dolorosi, ma necessarî, adottati dalla Convenzione a salvaguardare la
indipendenza del territorio, e liberarsi dalle interne congiure, dalle
insidie coperte, che preti e nobili ordivano coll'oro inglese, dagli
assalti dell'emigrazione insistente sulle frontiere, e dagli eserciti
stranieri impossessati di piazze forti, e inoltrati sul suolo di
Francia.--Ma in Italia, dov'è il terrore che abbia accompagnato i pochi
anni di moto repubblicano? Dove sono le stragi o le devastazioni che
abbiano contaminato le idee di reggimento popolare? Le poche grida che
potevano racchiudere la minaccia, isolate e non seguite da effetto,
stanno raccolte e poste in tutta luce, ampliate a fantasmi nelle pagine
di taluni, che hanno prostituito la loro potenza a calunniare le
moltitudini, a fraudare i più santi concetti, a piangere sulle rovine
d'un'aristocrazia, che fondava il suo potere sulle delazioni, sulla
corruttela e sui piombi, e che giunta l'ora della prova non seppe nè
cedere da saggia, nè morire da forte. Il popolo non sa quelle pagine: il
popolo sa che la sua condizione migliorava progressivamente colle
istituzioni repubblicane: che il suo nome non era allora nome di
scherno; che la sua bandiera era potente e temuta. Il popolo sa che,
l'Italia non conosce proscrizioni se non regali, le antiche di Napoli,
le moderne di Piemonte e di Lombardia, le novissime dell'Italia
centrale, ordinate dal Canosa e dal Duca, e le atrocissime di Cesena e
Forlì, commesse nel nome del Papa, dagli sgherri del Papa, colla
benedizione del Papa.--Noi intanto abbiamo bisogno del popolo--e il
tempo stringe, più forse ch'altri non crede--e al popolo non basta un
grido di distruzione, o una parola indeterminata, però che i popoli non
si fanno nomadi in politica, non mutano governo, come gli Arabi del
deserto mutan di tende. Or, chiamandolo all'armi, perchè, se abbiamo un
grido che gli è famigliare, un grido che gl'ispira fiducia che lo
commove a un'idea di potenza, che gli dimostra direttamente l'intento
del moto, perchè rinnegheremo quel grido santo che Genova, Firenze, le
città Toscane, le città Lombarde conoscono, che consacra Roma, malgrado
le infamie de' Papi, che Bologna, e le città della Romagna hanno
nell'ultima insurrezione inalzato?
_Il popolo, il popolo!_--E quando noi cacceremo quel grido--quando
agitandogli sugli occhi il suo vecchio stendardo repubblicano, noi ci
slanceremo alla sua testa, e incontreremo le prime palle austriache,
credete voi che il popolo non affronterà le seconde? Quando spiegheremo
dinanzi a lui, come un programma dell'avvenire, la dichiarazione dei
suoi diritti, la tavola dei vantaggi che le libere istituzioni gli
frutteranno: quando gli diremo i primi, i più urgenti miglioramenti, e
per sicurezza degli altri porremo le nostre teste, dicendogli: «tu devi
esser libero, non tiranno: là è l'austriaco, l'unico ostacolo allo
sviluppo ordinato e progressivo delle tue facoltà: per te e pe' tuoi
figli libera il suolo de' padri tuoi; nel nome di Dio e della patria,
sorgi e sii grande, terribile nella battaglia, moderato dopo la
vittoria:» credete voi che il popolo contaminerà col delitto la sua
solenne risurrezione, che il sangue fraterno consacrerà all'infamia i
primi suoi passi, ch'egli vorrà far retrocedere, divorandola in germe,
la rivoluzione?--Date al popolo il moto, e abbandonatelo a sè; le
suggestioni de' suoi nemici, le abitudini del servaggio, gli eccitamenti
della lunga miseria lo trarranno in braccio alla prima fazione che vorrà
impadronirsene. Ma siate voi quella: non vi ritraete, non lo sfiduciate
colla freddezza, non rifiutate guidarla per codarde paure, o vanità di
virtù inoperose: mescolatevi con esso, assumetevi una influenza, una
potenza di direzione, che, senza questo, cadrà in mani perverse: morite
con esso, e il popolo vi seguirà come voi vorrete. Ricordate Parigi,
ricordate Lione, ricordate le moltitudini di Londra poi che il
ministero Gray cesse il governo dello stato a Wellington. Quale eccesso
contaminò la sua causa?--Ah! la gemma della sua corona splende d'una
luce più pura che non la vostra, uomini che chiamaste a insorgere il
popolo, per chiamarlo barbaro tre giorni dopo!
Ma a tutti gli uomini, i quali sospettassero, nel simbolo che noi
predichiamo, prave intenzioni: a tutti gli uomini che ci attribuissero
passioni di sangue o anelito di guerre civili, noi qui diciamo
solennemente, ed ogni sillaba che noi scriviamo giovi a condannarci
nell'avvenire, se i fatti non converranno colle parole: «noi non siamo
feroci: uscimmo da una madre, ed amiamo. Ma non siamo deboli: vogliamo
la libertà della patria; morremo, se farà d'uopo, per essa e GUAI AI
TRADITORI, E AI FAUTORI APERTI DELLA TIRANNIDE! Chi porrà la sua vita
nella bilancia, chi commetterà l'anima a Dio per la patria, avrà diritto
di proferire queste parole; avrà diritto che il suo sagrificio non
rimanga sterile, inefficace; avrà diritto che dal suo sangue germogli un
fiore di libertà, che il sorriso schernitore de' tristi non passi sulle
sue ossa, che la speranza d'una bandiera italiana piantata sulla sua
zolla scenda sotterra con lui. I vili e gl'inerti vadano colla
maledizione della loro viltà, non si commettano ai pericoli, che non
sanno reggere: vivono di paura, e nella paura.--Noi non siamo feroci; ma
dovremo sempre temere d'essere feriti da tergo? Dovremo sempre, per
difetto d'energia e d'antiveggenza, dar lo spettacolo al mondo della
nostra caduta? Ah! v'è un peso di delitti e d'infamie su questo suolo
d'Italia, accumulato dalla tirannide e dalla viltà; v'è un tal suono di
pianto dietro noi, un tal grido di vittime sotterrate per noi, che
s'anche un pensiero di vendetta di sangue ci strisciasse sull'anima,
amara per la perdita d'ogni cosa diletta, e per vedere il fiore de'
giorni giovenili consunto nel tormento d'un'unica idea, o solcasse la
fronte d'uomini, sulla cui testa canuta pesano undici anni d'esilio di
patimenti non meritati, nessuno avrebbe diritto di rimproverarlo come
delitto! Ma noi non siamo nè crudeli, nè tristi. Non cacceremo le nostre
sciagure sulla bilancia: non sommoveremo alle proscrizioni le
moltitudini: non abuseremo del diritto di reazione: sommetteremo i
tradimenti ed i traditori alla giustizia della nazione, e ci getteremo
tra il popolo e le vittime de' suoi sospetti. Non avremo forse per noi,
per tutto il passato, per compenso alle persecuzioni e all'esilio,
l'abbraccio delle nostre madri, la gioja sublime di contemplare sulle
nostre torri la bandiera italiana, il momento, il momento divino di
stringerci alla donna del nostro core, e dirle: _ora tu sei libera, e
d'un libero_?--Abborriamo dal sangue fraterno; NON VOGLIAMO IL TERRORE
ERETTO A SISTEMA: non vogliamo sovversioni di diritti legittimamente
acquistati, non leggi agrarie, non violazioni inutili di facoltà
individuali, non usurpazioni di proprietà. Vogliamo un nome, una
esistenza riconosciuta, una via schiusa al progresso, una
rappresentanza, e un miglioramento di condizione per un povero popolo,
che geme da secoli nella miseria. Non cacceremo il guanto della guerra
civile, noi primi: la sosterremo e la spegneremo virilmente, se una
minorità, una frazione di venduti al potere o di fabbri di
superstizioni, s'attenteranno di suscitarla colle insidie o colle
congiure, perchè noi non vogliamo farci persecutori; ma nè essere
delusi, trafficati, scherniti. Questo è il nostro simbolo--ed è strano
dover dichiararlo, quando gridiamo: repubblica. Gli uomini, che meditano
sulla politica, sanno che il terrore non è elemento inerente a governo
alcuno; bensì rare volte necessità per ogni governo che vuol durare:
per l'iniquo Miguele, per Francesco IV, come per la Convenzione di
Francia. Sanno, che le cagioni del 93 nella Francia erano, più che nella
volontà di pochi individui, negli infiniti elementi di discordia
interna, nelle insurrezioni della Vandea e dei dipartimenti, nelle trame
segrete degli alleati, nelle ostilità aperte del patriziato o del
sacerdozio: e che queste ragioni non saranno, dalle trame straniere in
fuori, nè potenti, nè attive in Italia. Sanno che il reggimento
repubblicano è il solo inteso dal popolo, che le moltitudini furono e
saranno incerte davanti ai termini di _bilancia politica, equilibrio dei
tre poteri, lotta ordinata d'elementi legali, reggimento misto
parlamentare, ecc._, che la forma _monarchico-costituzionale_ è forma
transitoria, consunta--e che la repubblica sola può esistere in Italia,
e conciliarsi colla unità.»