IL POPOLO--ecco il nostro principio; il principio sul quale deve
poggiare tutto l'edificio politico; il POPOLO; grande unità che
abbraccia ogni cosa, complesso di tutti i diritti di tutte le potenze,
di tutte le volontà; arbitro, centro, LEGGE VIVA del mondo.
_Il popolo! il popolo!_--E quando noi ci stringemmo alla sua bandiera, e
dicemmo, fin dalle prime linee del nostro giornale: LE RIVOLUZIONI HANNO
DA FARSI DAL POPOLO E PEL POPOLO, non era affettazione di calcolo
politico, o detto gittato a caso: era la nostra PAROLA, tutta la nostra
dottrina ridotta a formola, tutta la nostra scienza, tutta la nostra
religione stretta in un solo principio: era l'affetto delle nostre
anime, il segreto dei nostri pensieri e della nostra costanza, l'intento
delle nostre veglie, il sogno delle nostre notti; perché noi siamo
popolo, e la natura ci temprava a sentire tutte le gioje e i dolori del
popolo. E quando noi guardiamo il popolo, com'è in oggi, passarci
davanti nella divisa della miseria e dell'ilotismo politico, lacero,
affamato, stentando a raccogliere dal sudore della sua fronte un pane
che la opulenza gli getta innanzi insultandolo; o ravvolgersi immemore
nei tumulti e nell'ebbrezza d'una gioja stupida, rissosa, feroce, e
pensiamo: là su quei volti abbrutiti, sta pure la impronta di Dio, il
segno d'una stessa missione--quando, alzandoci dalla realtà al concetto
che vede il futuro, intravvediamo il popolo levarsi sublime,
affratellato in una sola fede, in un solo patto d'eguaglianza e di
amore, in un solo concetto di sviluppo progressivo, grande, forte,
potente, bello di virtù patrie, non guasto dal lusso, non eccitato dalla
miseria, solenne per la coscienza dei propri diritti e dei proprî
doveri--il popolo della lega Lombarda, della Svizzera ai tempi di Tell,
della federazione del 14 luglio, delle tre giornate--noi sentiamo
battere il core d'un palpito che geme sul presente e superbisce
sull'avvenire, e compiangiamo quegli uomini che avendo un popolo a
ricreare, traviano dietro a un principe a una famiglia, a una classe
sola. Quelli uomini ignorano il loro secolo, le rivoluzioni e il segreto
che le perpetua. L'epoca degli individui s'è consumata con Napoleone.
Dopo Napoleone e Lafayette non v'è regno di nomi possibile; forse
Lafayette s'è inoltrato troppo nel secolo, per avere sul suo sepolcro la
corona popolare com'ei l'ebbe vivendo. Oggi il culto s'è trasportato
dagli uomini ai principî e i principî soli hanno potenza per sommovere
le nazioni. Ai nomi il popolo è muto, nè una rivoluzione può sottrarsi
al popolo senza fallire all'intento. Dove tutti gli elementi politici
che stanno in una nazione non son calcolati e rappresentati in un
mutamento, il tentativo morrà tra le mani di chi cerca compierlo; ed
oggi l'elemento _popolare_ è comparso; il _popolo_ ha inalzato la sua
bandiera.
La sua bandiera è inalzata.
Un tempo, il popolo non vivea d'una vita propria, ma dell'altrui. Era
elemento di civiltà, quindi di rivoluzione, ma come stromento che
aspettava chi l'adoperasse; materia nella quale il genio spirava l'anima
sua. Spento il genio ricadea nell'inerzia. Le moltitudini conculcate
fremevano talora d'un fremito, che annunziava il bisogno di un
miglioramento; ma quel fremito si consumava nell'impotenza dei moti
isolati e non governati dalla mente che crea la vittoria. Bensì, perchè
la legge del progresso insisteva, sorgeva a tempo l'iniziatore: sorgeva
un nome, Gracco, Mario, Spartaco, o altri--e il popolo si stringeva a
quel nome, si cacciava sull'orme di quel rivelatore d'un dolore, d'un
bisogno sociale; ma non durava attivo oltre l'interprete del suo
pensiero e il pugnale patrizio uccideva Gracco e le pretese del popolo a
un tempo: nè da quei rivolgimenti usciva forse vantaggio da uno in
fuori, che il popolo s'esercitava all'azione. Mancava al popolo la
coscienza de' suoi diritti. Il paganesimo, religione che affogava l'idea
nel simbolo, riducendo ogni cosa al fisico, materializzava in certo modo
anche l'_io_ umano, confinandolo nel sentimento unico della _patria_: il
suolo creava diritti e doveri: diritti e doveri di _cittadino_, non
d'_uomo_, spirito d'indipendenza e d'onore, non di libertà, e di
perfezionamento morale. Perchè la religione di patria è santissima, ma
dove il sentimento della dignità individuale e la coscienza di diritti
inerenti alla natura d'uomo non la governino, dove il cittadino non si
convinca ch'egli deve dar lustro alla patria, non ritrarlo da essa--è
religione che può far la patria potente non felice; bella di gloria
davanti allo straniero, non libera. E però il popolo romano non
progrediva con Roma: era venerato da lungi, e servo del patriziato, o
dei tiranni al di dentro, e più negli ultimi tempi che non nei
primi--più dopo, poi che una parola di rivelatore ebbe mormorato agli
uomini: _siete fratelli!_ e una religione spirituale manifestò all'uomo
una parte di sè diversa, indipendente, indomabile dalla materia e dalla
forza. Distrutta in principio la ineguaglianza delle caste, abolita la
servitù, il primo passo verso l'_associazione_ fu dato, la prima
coscienza de' suoi diritti svelata al popolo--e allora dopo un lungo
soggiorno nel cielo, quasi a far riconoscere i suoi diritti da Dio, il
pensiero del popolo scese in cerca d'uno sviluppo nella società e la
lotta incominciò. Allora l'altare fu santo, perchè il popolo conculcato
vi ricercava un rifugio e una forza; il papato fu santo perché
s'appoggiava al popolo, proteggendolo dall'aristocrazia signorile;
perchè somministrava al popolo una potenza morale contro la potenza
materiale della conquista e del feudalismo; perchè costituiva il centro
visibile d'una associazione universale e il popolo contemplava con gioja
il _servo_ cinto della tiara, calcare col piede la testa d'un
imperatore. Poi, quando il papato, compita la sua missione e rinnegata
la propria origine, fornicò coi tiranni, il popolo fu ghibellino, cercò
gli antipapi, plaudì ai tentativi delle riforme. In tutta quell'epoca
che si stende dalla parola di Cristo alla grande riforma nella quale
ruppe l'antica unità, e alla rivoluzione francese nella quale creò la
propria, il popolo visse d'una vita composta della sua e dell'altrui--ma
visse. Troppo debole ancora per inoltrarsi da sè s'appoggiò ora ad una,
ora ad un'altra forza speciale. Si strinse in Francia alla monarchia per
distruggere l'elemento aristocratico ch'esso aveva già combattuto
all'ombra delle abbazie e della stola sacerdotale. Si raccolse intorno
ai baroni nell'Inghilterra, dove l'elemento signorile feudale
preponderava, per restringere il principio monarchico. S'ordinò a
_comune_ in Italia; guerreggiò nelle Spagne sotto la bandiera degli
Stati; si valse del commercio a costituirsi in associazione di città
libere nella Germania. Sorse, giacque, risorse; ma sempre conquistandosi
qualche frazione d'esistenza politica, sempre invadendo ad una ad una le
molle sociali, sempre ampliando la propria sfera d'azione e minando la
potenza di casta, sia lanciando una minaccia di distruzione colla
JACQUERIE, e l'altre INSURREZIONI DELLE CAMPAGNE, sia transigendo col
potere a fortificarsi d'una _carta_, d'un diploma di borghese, d'un
privilegio d'elezione nelle città. La storia dello sviluppo progressivo
dell'elemento popolare attraverso diciotto secoli di vicende e di
guerre, manca tuttavia e chi la imprendesse farebbe salire d'un altro
grado la umanità, riducendo alla espressione più semplice l'enigma
europeo e rivelando il segreto della lotta che tenne fino ad oggi divise
le generazioni, e le terrà finchè gli uomini della libertà s'ostineranno
a traviare, per sistemi di transazione e per conciliazioni impossibili
dalla vera linea politica. _La guerra tra gl'individui e l'universale
tra il sistema frazionario e l'unitario, tra il_ PRIVILEGIO _ed il_
POPOLO, ecco l'anima di tutte le rivoluzioni, la formola della storia di
diciotto secoli. Dominio e servaggio, patriziato e plebeismo,
aristocrazia e popolo, feudalismo e cattolicismo nei primi tempi della
Chiesa, cattolicismo e protestantismo negli ultimi, dispotismo e
liberalismo, torna tutt'uno. Sono aspetti diversi della grande contesa,
espressioni variate dei due principî che si contendono ancora il dominio
dell'universo: _popolo e privilegio_. Ma il _privilegio_ è agli ultimi
aneliti nell'Europa; il POPOLO ha seguito sempre il suo movimento
ascendente, finchè trovato un simbolo nella Convenzione, si posò eretto
davanti al suo Creatore, e riconoscendone solennemente l'esistenza, ne
derivò come Mosè, la tavola de' suoi diritti e della sua legge e ridusse
l'universo a due termini: DIO e il POPOLO.
DIO--e il POPOLO; ecco il programma dell'avvenire.
DIO--e il POPOLO; questo è pure il nostro, e lo sosterremo con quanto
ardore un convincimento radicato può dare.
È tempo di scendere nelle viscere della questione sociale. È tempo di
predicare agli uomini che tentano la libertà della patria, che i loro
sforzi hanno non solamente ad essere rivolti all'utile del popolo--in
questo tutti concordano,--ma che devono proclamarlo altamente e
dirigersi francamente all'intento; che il tempo delle paure è passato;
che il popolo è sorto, e che senz'esso non avranno vittoria. È tempo di
dire e ripetere a tutti: in Lione, in Parigi, in Bristol, in Londra, il
popolo ha parlato; di mezzo alle barricate, e tra gl'incendî il suo
grido v'ha rivelato la sua potenza a fare e distruggere: non dimenticate
quel grido. Se non avete anima per affratellarvi alle moltitudini, nè
intelletto per indovinarne il segreto, nè scienza per adoprarle
utilmente; se non vi sentite potenti ad eccitarle e a dirigerle,
ritraetevi; quando le sorti saranno mature per una rivoluzione, sorgerà
il popolo e la compierà. Ma se vi sentite ispirati alla santa missione;
se volete iniziarlo a un grado di progresso; se sperate diminuire la
somma de' guai che accompagnano una rivoluzione, e trarlo all'intento
senza gravi perturbazioni, senza spogliazioni, senza inutili
carnificine, non dimenticate quel grido; non condannate all'inerzia le
moltitudini frementi; non v'illudete ad oprare per esse; non fidate a
una classe sola la grand'opera d'una rigenerazione nazionale. Se
convertite una rivoluzione in guerra di classi, rovinerete; o non
durerete senza violenze inaudite, senza fama d'usurpatori, senza accuse
di novella tirannide. Le moltitudini sole possono sottrarvi alle
necessità del terrore, delle proscrizioni, dell'arbitrario. Le
moltitudini sole possono santificare col loro intervento i vostri atti;
perchè sospetti ed accuse sfumano davanti al loro solenne consenso. Ma
badate a non chiamarle nell'arena, quando, esaurite le forze, non vi
rimane speranza che in esse, perchè allora non avrete più via di
dirigerle; badate che il vostro appello ad esse sia la chiamata del
forte, non il gemito della paura: badate che il vostro grido percota il
loro intelletto, come un richiamo, la loro memoria, come una promessa
d'avvenire infallibile, come una parola d'alta fiducia in voi, in esse,
e nella vittoria. Così vincerete.--In altro modo non avrete che la
tristissima soddisfazione d'aver durato per alcun tempo una lotta, senza
efficacia d'intento--la maledizione di tutti coloro che sperando nei
vostri sforzi vedranno ricadere le cose a eguali sorti, o
peggiori--poi, gli onori del patibolo, la vergogna della disfatta, e
una parola di diffidenza mormorata dai vostri, sul vostro sepolcro.
Noi italiani, più ch'altri, abbiamo bisogno d'avere le moltitudini con
noi, perchè nessun popolo forse ha più ostacoli da superare--nè giova il
dissimularli.--Abbiamo nemici al di dentro, pochi a dir vero, ma potenti
di ordinamento, d'oro, e d'insidie. Abbiamo un esercito straniero,
padrone di posizioni munite, di città primarie, di molte delle nostre
fortezze, e superbo delle passate vittorie. Abbiamo le divisioni
provinciali, che i molti secoli di sciagura comune hanno potuto
logorare, ma non distruggere. Abbiamo, e questa è piaga mortale, la
mancanza di fede in noi e nelle forze nostre, sicchè molti tra
gl'italiani si stimano impotenti a fare e guardano oggi ancora allo
straniero, come se dallo straniero potessero aver altro mai che nuove
delusioni, nuovi ceppi, e nuovi tormenti. Abbiamo la inesperienza
nell'arti di guerra, la innata diffidenza dei capi, e il perenne
sospetto dei tradimenti, cresciuto in noi dagli eventi. E non pertanto a
tutto questo porremo rimedio, se noi vorremo davvero. Non v'è ostacolo
vero per ventisei milioni d'uomini che vogliano insorgere e combattere
per la patria. I pochi nemici dell'interno, potenti all'astuzie, ma
vili--e abbiamo fatti--al pericolo, o sfumeranno davanti al nostro primo
grido di guerra, o li conterremo col terrore. Vinceremo lo straniero
colla unità del moto, e con un genere di guerra insolita, forte di tutti
i mezzi, diffusa su tutti i punti, varia, inesauribile, e tale che nè
venti disfatte possono spegnerla, nè stagione od altro può imporle
tregua, nè truppa disciplinata e avvezza alla battaglia campale può
sostenerla gran tempo senza disordinarsi, senza sfiduciarsi, e perire.
La scelta avveduta scemerà la diffidenza nei capi; e quanto ai
tradimenti, è tradito chi vuole. Quando i capi sapranno d'avere la morte
a fianco, e l'infamia alle spalle; quando la viltà sarà punita come la
perfidia; e il libero linguaggio ch'or taluni riprovano, avrà tolto a'
codardi e agl'infami la speranza di divorare il prezzo del tradimento
nel silenzio comune, non tradiranno--o pochissimi. Ma per questo ci è
forza avere le moltitudini; è forza, che il nostro vessillo sia vessillo
di popolo; è forza presentarsi in campo colla maggiore potenza
possibile; perchè abbiamo a compiere grandi cose, e soli tra i popoli,
dalla Germania in fuori, abbiamo a conquistarci l'unità, l'indipendenza,
la libertà. Ora, noi dobbiamo vincere, e rapidamente.--Prima legge
d'ogni rivoluzione è quella di NON CREARE LA NECESSITÀ D'UNA SECONDA
RIVOLUZIONE.