II.

IL POPOLO--ecco il nostro principio; il principio sul quale deve

poggiare tutto l'edificio politico; il POPOLO; grande unità che

abbraccia ogni cosa, complesso di tutti i diritti di tutte le potenze,

di tutte le volontà; arbitro, centro, LEGGE VIVA del mondo.

_Il popolo! il popolo!_--E quando noi ci stringemmo alla sua bandiera, e

dicemmo, fin dalle prime linee del nostro giornale: LE RIVOLUZIONI HANNO

DA FARSI DAL POPOLO E PEL POPOLO, non era affettazione di calcolo

politico, o detto gittato a caso: era la nostra PAROLA, tutta la nostra

dottrina ridotta a formola, tutta la nostra scienza, tutta la nostra

religione stretta in un solo principio: era l'affetto delle nostre

anime, il segreto dei nostri pensieri e della nostra costanza, l'intento

delle nostre veglie, il sogno delle nostre notti; perché noi siamo

popolo, e la natura ci temprava a sentire tutte le gioje e i dolori del

popolo. E quando noi guardiamo il popolo, com'è in oggi, passarci

davanti nella divisa della miseria e dell'ilotismo politico, lacero,

affamato, stentando a raccogliere dal sudore della sua fronte un pane

che la opulenza gli getta innanzi insultandolo; o ravvolgersi immemore

nei tumulti e nell'ebbrezza d'una gioja stupida, rissosa, feroce, e

pensiamo: là su quei volti abbrutiti, sta pure la impronta di Dio, il

segno d'una stessa missione--quando, alzandoci dalla realtà al concetto

che vede il futuro, intravvediamo il popolo levarsi sublime,

affratellato in una sola fede, in un solo patto d'eguaglianza e di

amore, in un solo concetto di sviluppo progressivo, grande, forte,

potente, bello di virtù patrie, non guasto dal lusso, non eccitato dalla

miseria, solenne per la coscienza dei propri diritti e dei proprî

doveri--il popolo della lega Lombarda, della Svizzera ai tempi di Tell,

della federazione del 14 luglio, delle tre giornate--noi sentiamo

battere il core d'un palpito che geme sul presente e superbisce

sull'avvenire, e compiangiamo quegli uomini che avendo un popolo a

ricreare, traviano dietro a un principe a una famiglia, a una classe

sola. Quelli uomini ignorano il loro secolo, le rivoluzioni e il segreto

che le perpetua. L'epoca degli individui s'è consumata con Napoleone.

Dopo Napoleone e Lafayette non v'è regno di nomi possibile; forse

Lafayette s'è inoltrato troppo nel secolo, per avere sul suo sepolcro la

corona popolare com'ei l'ebbe vivendo. Oggi il culto s'è trasportato

dagli uomini ai principî e i principî soli hanno potenza per sommovere

le nazioni. Ai nomi il popolo è muto, nè una rivoluzione può sottrarsi

al popolo senza fallire all'intento. Dove tutti gli elementi politici

che stanno in una nazione non son calcolati e rappresentati in un

mutamento, il tentativo morrà tra le mani di chi cerca compierlo; ed

oggi l'elemento _popolare_ è comparso; il _popolo_ ha inalzato la sua

bandiera.

La sua bandiera è inalzata.

Un tempo, il popolo non vivea d'una vita propria, ma dell'altrui. Era

elemento di civiltà, quindi di rivoluzione, ma come stromento che

aspettava chi l'adoperasse; materia nella quale il genio spirava l'anima

sua. Spento il genio ricadea nell'inerzia. Le moltitudini conculcate

fremevano talora d'un fremito, che annunziava il bisogno di un

miglioramento; ma quel fremito si consumava nell'impotenza dei moti

isolati e non governati dalla mente che crea la vittoria. Bensì, perchè

la legge del progresso insisteva, sorgeva a tempo l'iniziatore: sorgeva

un nome, Gracco, Mario, Spartaco, o altri--e il popolo si stringeva a

quel nome, si cacciava sull'orme di quel rivelatore d'un dolore, d'un

bisogno sociale; ma non durava attivo oltre l'interprete del suo

pensiero e il pugnale patrizio uccideva Gracco e le pretese del popolo a

un tempo: nè da quei rivolgimenti usciva forse vantaggio da uno in

fuori, che il popolo s'esercitava all'azione. Mancava al popolo la

coscienza de' suoi diritti. Il paganesimo, religione che affogava l'idea

nel simbolo, riducendo ogni cosa al fisico, materializzava in certo modo

anche l'_io_ umano, confinandolo nel sentimento unico della _patria_: il

suolo creava diritti e doveri: diritti e doveri di _cittadino_, non

d'_uomo_, spirito d'indipendenza e d'onore, non di libertà, e di

perfezionamento morale. Perchè la religione di patria è santissima, ma

dove il sentimento della dignità individuale e la coscienza di diritti

inerenti alla natura d'uomo non la governino, dove il cittadino non si

convinca ch'egli deve dar lustro alla patria, non ritrarlo da essa--è

religione che può far la patria potente non felice; bella di gloria

davanti allo straniero, non libera. E però il popolo romano non

progrediva con Roma: era venerato da lungi, e servo del patriziato, o

dei tiranni al di dentro, e più negli ultimi tempi che non nei

primi--più dopo, poi che una parola di rivelatore ebbe mormorato agli

uomini: _siete fratelli!_ e una religione spirituale manifestò all'uomo

una parte di sè diversa, indipendente, indomabile dalla materia e dalla

forza. Distrutta in principio la ineguaglianza delle caste, abolita la

servitù, il primo passo verso l'_associazione_ fu dato, la prima

coscienza de' suoi diritti svelata al popolo--e allora dopo un lungo

soggiorno nel cielo, quasi a far riconoscere i suoi diritti da Dio, il

pensiero del popolo scese in cerca d'uno sviluppo nella società e la

lotta incominciò. Allora l'altare fu santo, perchè il popolo conculcato

vi ricercava un rifugio e una forza; il papato fu santo perché

s'appoggiava al popolo, proteggendolo dall'aristocrazia signorile;

perchè somministrava al popolo una potenza morale contro la potenza

materiale della conquista e del feudalismo; perchè costituiva il centro

visibile d'una associazione universale e il popolo contemplava con gioja

il _servo_ cinto della tiara, calcare col piede la testa d'un

imperatore. Poi, quando il papato, compita la sua missione e rinnegata

la propria origine, fornicò coi tiranni, il popolo fu ghibellino, cercò

gli antipapi, plaudì ai tentativi delle riforme. In tutta quell'epoca

che si stende dalla parola di Cristo alla grande riforma nella quale

ruppe l'antica unità, e alla rivoluzione francese nella quale creò la

propria, il popolo visse d'una vita composta della sua e dell'altrui--ma

visse. Troppo debole ancora per inoltrarsi da sè s'appoggiò ora ad una,

ora ad un'altra forza speciale. Si strinse in Francia alla monarchia per

distruggere l'elemento aristocratico ch'esso aveva già combattuto

all'ombra delle abbazie e della stola sacerdotale. Si raccolse intorno

ai baroni nell'Inghilterra, dove l'elemento signorile feudale

preponderava, per restringere il principio monarchico. S'ordinò a

_comune_ in Italia; guerreggiò nelle Spagne sotto la bandiera degli

Stati; si valse del commercio a costituirsi in associazione di città

libere nella Germania. Sorse, giacque, risorse; ma sempre conquistandosi

qualche frazione d'esistenza politica, sempre invadendo ad una ad una le

molle sociali, sempre ampliando la propria sfera d'azione e minando la

potenza di casta, sia lanciando una minaccia di distruzione colla

JACQUERIE, e l'altre INSURREZIONI DELLE CAMPAGNE, sia transigendo col

potere a fortificarsi d'una _carta_, d'un diploma di borghese, d'un

privilegio d'elezione nelle città. La storia dello sviluppo progressivo

dell'elemento popolare attraverso diciotto secoli di vicende e di

guerre, manca tuttavia e chi la imprendesse farebbe salire d'un altro

grado la umanità, riducendo alla espressione più semplice l'enigma

europeo e rivelando il segreto della lotta che tenne fino ad oggi divise

le generazioni, e le terrà finchè gli uomini della libertà s'ostineranno

a traviare, per sistemi di transazione e per conciliazioni impossibili

dalla vera linea politica. _La guerra tra gl'individui e l'universale

tra il sistema frazionario e l'unitario, tra il_ PRIVILEGIO _ed il_

POPOLO, ecco l'anima di tutte le rivoluzioni, la formola della storia di

diciotto secoli. Dominio e servaggio, patriziato e plebeismo,

aristocrazia e popolo, feudalismo e cattolicismo nei primi tempi della

Chiesa, cattolicismo e protestantismo negli ultimi, dispotismo e

liberalismo, torna tutt'uno. Sono aspetti diversi della grande contesa,

espressioni variate dei due principî che si contendono ancora il dominio

dell'universo: _popolo e privilegio_. Ma il _privilegio_ è agli ultimi

aneliti nell'Europa; il POPOLO ha seguito sempre il suo movimento

ascendente, finchè trovato un simbolo nella Convenzione, si posò eretto

davanti al suo Creatore, e riconoscendone solennemente l'esistenza, ne

derivò come Mosè, la tavola de' suoi diritti e della sua legge e ridusse

l'universo a due termini: DIO e il POPOLO.

DIO--e il POPOLO; ecco il programma dell'avvenire.

DIO--e il POPOLO; questo è pure il nostro, e lo sosterremo con quanto

ardore un convincimento radicato può dare.

È tempo di scendere nelle viscere della questione sociale. È tempo di

predicare agli uomini che tentano la libertà della patria, che i loro

sforzi hanno non solamente ad essere rivolti all'utile del popolo--in

questo tutti concordano,--ma che devono proclamarlo altamente e

dirigersi francamente all'intento; che il tempo delle paure è passato;

che il popolo è sorto, e che senz'esso non avranno vittoria. È tempo di

dire e ripetere a tutti: in Lione, in Parigi, in Bristol, in Londra, il

popolo ha parlato; di mezzo alle barricate, e tra gl'incendî il suo

grido v'ha rivelato la sua potenza a fare e distruggere: non dimenticate

quel grido. Se non avete anima per affratellarvi alle moltitudini, nè

intelletto per indovinarne il segreto, nè scienza per adoprarle

utilmente; se non vi sentite potenti ad eccitarle e a dirigerle,

ritraetevi; quando le sorti saranno mature per una rivoluzione, sorgerà

il popolo e la compierà. Ma se vi sentite ispirati alla santa missione;

se volete iniziarlo a un grado di progresso; se sperate diminuire la

somma de' guai che accompagnano una rivoluzione, e trarlo all'intento

senza gravi perturbazioni, senza spogliazioni, senza inutili

carnificine, non dimenticate quel grido; non condannate all'inerzia le

moltitudini frementi; non v'illudete ad oprare per esse; non fidate a

una classe sola la grand'opera d'una rigenerazione nazionale. Se

convertite una rivoluzione in guerra di classi, rovinerete; o non

durerete senza violenze inaudite, senza fama d'usurpatori, senza accuse

di novella tirannide. Le moltitudini sole possono sottrarvi alle

necessità del terrore, delle proscrizioni, dell'arbitrario. Le

moltitudini sole possono santificare col loro intervento i vostri atti;

perchè sospetti ed accuse sfumano davanti al loro solenne consenso. Ma

badate a non chiamarle nell'arena, quando, esaurite le forze, non vi

rimane speranza che in esse, perchè allora non avrete più via di

dirigerle; badate che il vostro appello ad esse sia la chiamata del

forte, non il gemito della paura: badate che il vostro grido percota il

loro intelletto, come un richiamo, la loro memoria, come una promessa

d'avvenire infallibile, come una parola d'alta fiducia in voi, in esse,

e nella vittoria. Così vincerete.--In altro modo non avrete che la

tristissima soddisfazione d'aver durato per alcun tempo una lotta, senza

efficacia d'intento--la maledizione di tutti coloro che sperando nei

vostri sforzi vedranno ricadere le cose a eguali sorti, o

peggiori--poi, gli onori del patibolo, la vergogna della disfatta, e

una parola di diffidenza mormorata dai vostri, sul vostro sepolcro.

Noi italiani, più ch'altri, abbiamo bisogno d'avere le moltitudini con

noi, perchè nessun popolo forse ha più ostacoli da superare--nè giova il

dissimularli.--Abbiamo nemici al di dentro, pochi a dir vero, ma potenti

di ordinamento, d'oro, e d'insidie. Abbiamo un esercito straniero,

padrone di posizioni munite, di città primarie, di molte delle nostre

fortezze, e superbo delle passate vittorie. Abbiamo le divisioni

provinciali, che i molti secoli di sciagura comune hanno potuto

logorare, ma non distruggere. Abbiamo, e questa è piaga mortale, la

mancanza di fede in noi e nelle forze nostre, sicchè molti tra

gl'italiani si stimano impotenti a fare e guardano oggi ancora allo

straniero, come se dallo straniero potessero aver altro mai che nuove

delusioni, nuovi ceppi, e nuovi tormenti. Abbiamo la inesperienza

nell'arti di guerra, la innata diffidenza dei capi, e il perenne

sospetto dei tradimenti, cresciuto in noi dagli eventi. E non pertanto a

tutto questo porremo rimedio, se noi vorremo davvero. Non v'è ostacolo

vero per ventisei milioni d'uomini che vogliano insorgere e combattere

per la patria. I pochi nemici dell'interno, potenti all'astuzie, ma

vili--e abbiamo fatti--al pericolo, o sfumeranno davanti al nostro primo

grido di guerra, o li conterremo col terrore. Vinceremo lo straniero

colla unità del moto, e con un genere di guerra insolita, forte di tutti

i mezzi, diffusa su tutti i punti, varia, inesauribile, e tale che nè

venti disfatte possono spegnerla, nè stagione od altro può imporle

tregua, nè truppa disciplinata e avvezza alla battaglia campale può

sostenerla gran tempo senza disordinarsi, senza sfiduciarsi, e perire.

La scelta avveduta scemerà la diffidenza nei capi; e quanto ai

tradimenti, è tradito chi vuole. Quando i capi sapranno d'avere la morte

a fianco, e l'infamia alle spalle; quando la viltà sarà punita come la

perfidia; e il libero linguaggio ch'or taluni riprovano, avrà tolto a'

codardi e agl'infami la speranza di divorare il prezzo del tradimento

nel silenzio comune, non tradiranno--o pochissimi. Ma per questo ci è

forza avere le moltitudini; è forza, che il nostro vessillo sia vessillo

di popolo; è forza presentarsi in campo colla maggiore potenza

possibile; perchè abbiamo a compiere grandi cose, e soli tra i popoli,

dalla Germania in fuori, abbiamo a conquistarci l'unità, l'indipendenza,

la libertà. Ora, noi dobbiamo vincere, e rapidamente.--Prima legge

d'ogni rivoluzione è quella di NON CREARE LA NECESSITÀ D'UNA SECONDA

RIVOLUZIONE.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 61 / 125 题