Dalla meditazione severa sulle vicende dei quaranta anni trascorsi e
sulle cagioni per le quali molti dei tentativi operati con animo
generoso a pro della emancipazione de' popoli tornarono in nulla, emerge
parmi, un fatto singolarissimo che giova anzi ogni altra cosa
distruggere, perchè frappone un ostacolo grave ai disegni degli uomini
liberi, ed è questo: che i più fra quanti combattono la tirannide
politica, intellettuale e civile o non hanno o non manifestano un
simbolo intero, una credenza coordinata. DISTRUGGERE, rovesciare il
vecchio edifizio sociale; sperdere le reliquie del feudalismo; rompere i
ceppi agli uomini d'una nazione--in questo concordano. Più oltre
s'arrestano incerti, come se a quel termine avesse fine la loro
missione. Procedono animosi com'Attila, nell'opera devastatrice:
com'egli, davanti a Roma, s'arretrano paurosi davanti a ciò che
dev'essere intento all'impresa, davanti alla parola che deve ridurre a
formola le loro dottrine, a definizione i loro progetti. Non parlano di
FONDARE, o se lo fanno, è linguaggio timido, misterioso, indeterminato
per siffatto modo che varrebbe meglio tacersi. Scrivono LIBERTÀ sulla
loro bandiera. Libertà di che sorta? Come ordinata? Da quali principî
dedotta?--I senatori Veneti facevano suonare alto quel nome; ma la loro
libertà si stava confinata tra: _a palace and a prison_[63], tra i
piombi e la bocca del leone.--I Genovesi l'aveano scritta sulle loro
prigioni; e v'è tal contrada in Europa che ricorda in oggi la prigione
dei Genovesi.--Bentinek l'affacciava agli Italiani del 1814 sullo
stendardo Britannico, e gli Italiani sanno come il congresso di Vienna
interpretasse quella parola. Non v'è usurpatore, tiranno o invasore
straniero che non abbia cacciato innanzi a sè quel vocabolo a spianarsi
la via del trono o della rapina.--È dunque necessario determinarne il
senso e le applicazioni; e nol fanno. Paventano le divisioni, come se un
dì o l'altro, compita l'opera di distruzione, queste non dovessero
insorgere, e più tremende perchè non calcolate. Paventano l'accusa di
dittatura, come se tra l'esprimere un'opinione e imporla colla forza non
corresse un divario infinito. Paventano d'errare come se l'errare fosse
delitto, come se non rimanesse sempre aperta una via d'ammenda
all'errore, morendo in un angolo della patria per la volontà nazionale
manifestata.
Noi non paventiamo l'accusa di fautori di divisioni, però che il nostro
franco discorso può, come sovente dicemmo, chiarirle, ma non crearle, e
d'altra parte, se noi a proporre un simbolo del futuro, vogliamo
attendere che tutti consentano, meglio è ristarsi; dacchè i buoni ad
affratellarsi con noi hanno bisogno di conoscerci quali siamo, i tristi
non consentiranno mai; nè d'essi curiamo.--Non paventiamo d'errare,
perchè, o il popolo sarà con noi, e la VERITÀ STA COL POPOLO, o i nostri
principj verranno respinti dal voto dei più, e noi curveremo riverenti
la testa davanti alla maestà del voto nazionale.--All'accusa d'ambizione
noi sdegneremmo rispondere. E però noi diremo il nostro simbolo
liberamente, come liberamente lo concepimmo. Cercare la verità con animo
spassionato e tranquillo; bandirla con entusiasmo e fiducia; e morire
per essa, quando il sagrificio frutti utilmente: questo è il debito del
cittadino alla patria, e non altro. Questo faremo. Apriamo un campo e vi
convochiamo i nostri fratelli. Spieghiamo primi la nostra bandiera, però
ch'essa è pura, incontaminata. Ognuno sollevi lealmente e generosamente
la sua.--L'Italia darà giudicio, e al giudicio italiano nessuno vorrà o
potrà ribellarsi.
Nelle circostanze presenti, la missione dell'uomo è doppia: abbattere
uno stendardo e inalzarne un altro; spegnere un errore e rivelare una
verità; struggere ed edificare. Chi dimezza l'opera, non intende la
chiamata del secolo. Noi siamo in sul finire d'un'epoca _critica_, e sul
cominciare d'una _organica_; al tramonto d'un ordinamento sociale,
all'alba d'un altro, e dobbiamo rifletterne i primi raggi. Stiamo fra il
passato e l'avvenire e a voler promuovere lo sviluppo della civiltà, ci
conviene dalle rovine del primo cacciare le prime linee del secondo. Ci
corre debito inviolabile, sciogliendo i ceppi all'umanità e
restituendola al moto, illuminarle la via, e farle almeno intravvedere
un intento _politico_ al viaggio. Ci corre debito inviolabile,
emancipando una razza, condurla almeno, come Mosè, in faccia alle terre
promesse--quand'anche come Mosè, noi dovessimo salutarla da lungi e
morire.--
Quella smania di struggere senza fondare, quel grido di morte lanciato
al presente senza una voce che annunzi la vita dell'avvenire, quella
incostanza di dottrine e di norme, che bene spesso ha meritato ai
tentativi dei _liberi_ la taccia di preparatori dell'anarchia, è
contrassegno profondo ancora del secolo--secolo di transizione, di
lotta, di guerra fra gli elementi che costituiscono la società. Nelle
lettere, nella filosofia, nell'altre discipline, lontane dalla politica,
ma che pure sono raggi dello stesso foco, espressioni varie d'un solo
pensiero, noi vediamo riprodursi la stessa tendenza, o meglio la stessa
assenza di tendenza distinta, quindi di concentramento agli sforzi
individualmente tentati.--Il romanticismo in letteratura, lo scetticismo
in filosofia hanno eretta una bandiera nera, senza nome, senza motto,
senza carattere determinato che possa farne bandiera di moltitudine. Il
primo ha rotto le porte della religione che i trattatisti, i professori,
le accademie, e i pedanti avevano imposta agli ingegni, e schiudendo uno
spazio infinito all'intelletto inceppato da secoli, ha gridato: sei
libero, va come vuoi e fin dove puoi;--ed oggi, che l'intelletto
lanciato a corsa sfrenata, s'è perduto nel misticismo o s'è cacciato
nelle rovine de' bassi tempi, esclamano: l'intelletto ha bisogno di
trattatisti, e accademie.--L'altro, sfrondando a un tempo superstizioni
e credenze, confondendo le forme mutabili delle cose colla sostanza,
struggendo--o tentandolo almeno--_simbolo_ e _idea_, ha snudato i vizî
delle credenze, e creduto abolirle; ha rovinato l'altare senza por mente
al pensiero che fece di quell'altare un sacrario all'umanità: ha creato
il vuoto intorno all'uomo, stimando costituirlo libero; poi, quando s'è
avveduto che l'uomo brancolava in quel vuoto, e cercando un appoggio, e
non trovandolo, ricadeva alle antiche credenze o a peggiori, lo
scetticismo ha sorriso, crollando la testa ed esclamando: l'uomo è un
ente debole; non v'è progresso, ma una vicenda eterna di generazioni
progressive e di retrograde.
Il progresso esiste, esisteva esisterà, perchè è legge di Dio--nè
tirannide civile o sacerdotale può romperla. La vicenda eterna è
interpretazione meschina alla gran pagina della storia del mondo data da
chi sostituisce nei suoi giudizî, la propria vita, la propria epoca, la
propria nazione alla umanità: tronca il nodo, non lo discioglie. L'uomo
_individuo_ è debole: l'UOMO collettivo è onnipotente sulla terra ch'ei
calca, e l'_Associazione_ moltiplica le sue forze a termine indefinito.
Bensì la libertà è altra cosa che una protesta o una negazione contro
ciò ch'esiste. La libertà è un ordinamento della facoltà umana
all'intento voluto dalla natura; la libertà è una rivelazione di verità
alle moltitudini; la libertà è il trionfo d'un principio passato dalle
dottrine dei saggi all'approvazione, alla sanzione di tutti; nè senza un
principio che vivifichi le forze motrici della società, senza una unità
potente che le colleghi, le coordini e le concentri tutte a un sol fine,
le rivoluzioni, ossia le conquiste d'un grado di sviluppo e di
perfezionamento, riusciranno durevoli mai.--Ora, non è certamente nello
scetticismo o nel materialismo del secolo XVIII, teorica fredda,
negativa ed essenzialmente individuale, che noi rinverremo questa unità.
Non si fonda, negando; e noi dal core, dagli studî storici, dalla
osservazione dell'umana natura, dall'andamento delle società, abbiamo
desunto, che siamo al limitare d'un'_epoca_, cioè al tempo in cui la
crisi morale spinta agli ultimi termini annuncia una operazione radicale
da compiersi nella società, la scoperta d'una nuova relazione fra gli
esseri che la compongono, la rivelazione d'una legge organica:--che il
carattere di differenza tra l'epoca della quale noi siamo le prime
scolte, e l'epoca ora consunta, è che questa nuova dev'essere altamente
_sociale_, laddove l'antica era _individuale_; l'opera dei grandi popoli
laddove quella era dei grandi uomini, l'epoca d'ordinamento ai materiali
e non altro:--che l'epoca dovendo somministrare un grado di sviluppo
maggiore all'_associazione_ civile, è necessaria l'esistenza e
l'ammessione d'un principio, nella cui fede gli uomini possano
riconoscersi, affratellarsi, _associarsi_:--che questo principio dovendo
porsi a base della riforma _sociale_, dev'essere necessariamente ridotto
ad assioma: e dimostrato una volta, sottrarsi all'incertezza e all'esame
individuale che potrebbe, rivocandolo in dubbio ad ogni ora distruggere
ogni stabilità di riforme:--che a rimanere inconcusso, è d'uopo rivesta
aspetto di verità d'un ordine superiore, indistruttibile indipendente
dai fatti, e immedesimato col sistema morale dell'universo:--che, da
esso in fuori, tutto è mutabile e progressivo, perchè tutto è
applicazione di questo principio; e il tempo svolgendo via via nuove
relazioni tra gli esseri, amplia la sfera delle applicazioni:--e
finalmente che questo principio, avendo a stabilire un vincolo
d'associazione tra gli uomini, deve costituire per tutti un'_eguaglianza
di natura, di missione, d'intento_. Altri vedrà qual sia questo
principio ridotto ad espressione astratta nelle regioni filosofiche. Noi
per ora, rintracciamone l'applicazione politica.