Uomini delle rivoluzioni passate! Che volevate voi dunque quando
assumeste l'ufficio di guidare le moltitudini, di dirigere
l'insurrezione a un intento?--Noi torniamo a questa dimanda perchè è la
sola che ponga la questione nel vero aspetto; la sola, che stabilisca un
_criterio_ per giudicare del passato utilmente per l'avvenire.--Se il
voto nazionale, popolare, imponeva una condotta interamente diversa da
quella che voi teneste; se non avete fatto cosa alcuna per verificare,
per condurre ad effetto quel voto--che volevate voi dunque? Qual era
l'intento che v'animava? il simbolo che dirigeva i vostri atti? la
credenza politica che recavate sul seggio rivoluzionario?
Odo dire da taluni: _le cose Italiane vanno trattate con maturità:
nessuno è da più dei proprî destini, e i destini italiani non sono
finora quei della Francia o degli altri popoli Europei che si
costituiscono a nazione_. Leggo scritto da un uomo che tenne nell'ultime
vicende un ministero, anima della rivoluzione: _la riunione d'Italia non
sarà mai che una brillante utopia_ (e queste parole noi le registriamo
quaddentro, perchè in esse sta il segreto delle passate sciagure, e
perchè i _giovani_, che sentono come noi sentiamo, si rinfiammino a
smentirle): _dobbiamo adunque limitare i nostri sforzi al miglioramento
delle nostre istituzioni... nei diversi stati che la compongono. Il solo
voto, il cui compimento possa sperarsi in questo momento, è quello di
vedere sparire la divisione assurda e meschina della parte centrale, e
d'ottenere la riunione di queste frazioni in un solo stato valente a
sostenersi da sè_[61].--Così scrive in Parigi, coll'idioma francese, e
davanti all'Europa il ministro della guerra delle provincie insorte nel
1831, perchè l'Europa esclami: con siffatti uomini poteva aver esito
prospero la rivoluzione italiana?--E nè egli, nè quanti giudicano
com'egli giudica, intendono l'Italia, e come tra noi il bisogno di unità
sia oggimai più fortemente sentito che non quello di libertà, dacchè per
esser libera una gente ha necessità d'esistere come nazione. Ma a lui, e
a quanti in criterio politico gli somigliano, la gioventù italiana
insorta nel 1831 ha diritto di dire: «Perchè avete accettato l'ufficio
a che noi vi ponemmo? Perchè con un pensiero diametralmente opposto a
quello di cui noi chiedevamo lo sviluppo, avete pure assunto la nostra
assisa, inframmettendovi alle cose nostre? Se non avevate energia o
concetto rivoluzionario, dovevate almeno serbare intatta la buona fede.
E quando noi vi fidammo l'incarico di condurre la impresa italiana,
perchè non rivelaste il vostro sospetto? Perchè le parole che oggi
scrivete a giustificarvi anche a spese dell'utile nazionale, non le
avete proferite allora, che potevano fruttare utilmente alla patria? O
avevate allora sagrificata la vostra opinione alla universale, avevate
determinato di tentare le sorti italiane e vedere se mai quella ch'oggi
dite utopia fosse una verità--e perchè opraste vilmente? Perchè
rifiutaste i mezzi che vi s'offrivano? Perchè chiudeste la via di Roma a
quei che il buon senso politico aveva spinto a quella volta? Perchè
vietaste l'organizzazione delle milizie che il figlio del conte di
San-Leu progettava, e ve ne vantate? Perchè diceste al barone di
Stoelting, che non chiedevate se non pace ed amicizia all'Austria, e ve
ne vantate? Perchè impediste alla gioventù di promovere una rivoluzione
nella Toscana, e ve ne vantate?--O avete falsato il giuramento tacito
che prendeste, assumendovi la direzione del moto; avete sostituito il
concetto proprio al concetto della nazione; avete tradito il mandato che
vi s'era imposto--e allora tacete; non aumentate i vostri torti,
scrivendo; non vi paragonate a Kosciusko, e ricordatevi che Kosciusko fu
trovato sul campo delle patrie battaglie trafitto dalle palle nemiche!»
Altri furono di buona fede. Amavano la patria, amavano l'unità
italiana, senza la quale non v'è libertà, ma tremarono--e il tremare
in rivoluzione è delitto. Come gli antichi, deificarono la paura; ma
gli antichi rivolgevano la faccia del simulacro al nemico, essi gli
ergevano un altare nel proprio core. Travolta la mente dalle vecchie
norme, non intravvidero salute che nelle diplomazie--lo dissero
almeno.--Senz'attentarsi di fare la più piccola prova delle forze
italiane, disperarono d'esse, e disperano. Furono incerti, esitanti
dai primi passi; non ebbero virtù d'animo forte e sprezzatore d'ogni
pericolo per lanciarsi a corpo morto nella carriera del sacrificio, nè
logica di spirito rivoluzionario per intendere come l'efficacia d'ogni
diplomazia posi sulla forza e sull'armi. Pregarono e piansero: fu
questa diplomazia? Gli Austriaci invadeano il Modenese--ed essi
rinegavano i Modenesi. Gli Austriaci s'impossessavano di Ferrara--ed
essi mandavano bandi a giustificare gli Austriaci. Gli Austriaci
violavano il confine bolognese--ed essi fuggivano. Era questa
diplomazia? Credevano essi che l'Austria si fermasse alle porte della
loro città? Ideavano che una scintilla di libertà potesse sorgere e
mantenersi in qualunque parte d'Italia, senza che l'Austria accorresse
a spegnerla? Insurrezione e guerra coll'Austriaco sono una cosa per
noi, perchè la libertà trapassa muri e ripari, e l'Austria,
consapevole della potenza dell'esempio, non può nè deve appagarsi
della promessa di non estendere la rivoluzione oltre certi confini. O
fidavano nella Francia? Fidavano sul principio del non-intervento?
Nelle parole di Lafayette?--Ma la Francia non poteva scender nel campo
che a guerra incominciata, ed essi non volevano romperla, non raunavan
forze e materiali per sostenerla un sol giorno--ma il non-intervento
(parola infame in bocca degl'insorti, però che la idea del
non-intervento valendo soltanto tra paesi stranieri, riconosceva,
applicata a noi, la legittimità dei governi, che ci dividono) violato
già dalla Francia nelle cose del Belgio, non poteva allegarsi
efficacemente davvero se non in quanto l'intervento austriaco
s'opponesse alla volontà nazionale; ed essi comprimendo qualunque
manifestazione di questa volontà si tentasse dai nostri, non movendo
un passo per dichiararla coi fatti, ajutavano i sofisti _dottrinari_ a
rivocarla in dubbio--ma Lafayette aveva detto: ITALIANI, MERITATE LA
LIBERTÀ, E LA FRANCIA VI ASSISTERÀ; ed essi a meritarla, decretavano
toghe, facevano editti sul bollo delle carte da gioco, mutavano
professori d'università, col barbaro a venti passi. Era questa
diplomazia?
Ma se un uomo fra quei che reggevano fosse sorto e avesse parlato
agl'Italiani queste parole:
«NON FIDATE NELLO STRANIERO; la libertà non è veramente ottenuta, se non
la conquistano i cittadini col proprio sangue; nè lo straniero scenderà
a versare il suo sangue sulle vostre campagne, se non quando paventerà
in voi un nemico potente o vedrà in voi un potente ausiliario. La
libertà isterilisce rapidamente quando è commessa a mani d'esteri. Se
volete essere ajutati, mostratevi forti; cominciate per cancellare la
macchia di viltà che v'appongono; invocate il rispetto de' dritti o la
simpatia de' popoli coll'arme al braccio. LA DIPLOMAZIA S'APPOGGIA SULLA
MINACCIA: non v'è diplomazia per chi fugge: ma uomini e Dei soccorrono
al forte.--IN RIVOLUZIONE, L'ARRESTARSI PRIMA D'AVER TOCCATO LO SCOPO, È
COLPA GRAVISSIMA. Proclamate l'intento SOCIALE della rivoluzione;
enunciatelo al popolo; chiamate le moltitudini all'opra. L'onnipotenza
sta nelle moltitudini: convincetele che voi non oprate se non a
migliorare il loro destino; scrivete sulla vostra bandiera: EGUAGLIANZA
E LIBERTÀ da un lato, dall'altro: DIO È CON VOI; fate della rivoluzione
una religione; una idea generale che affratelli gli uomini nella
coscienza d'un destino comune e il martirio: ecco i due elementi eterni
d'ogni religione. Predicate la prima, slanciatevi sublimi verso il
secondo; CACCIATE LA GIOVENTÙ ALLA TESTA DELLE MOLTITUDINI INSORTE: voi
non sapete gli arcani di potenza nascosti in quei cori giovanili; non
sapete la influenza magica che la voce dei giovani esercita sulle turbe:
voi troverete nella gioventù una folla d'apostoli alla nuova religione.
Ma la gioventù vive di moto, ingigantisce nell'entusiasmo e nella fede.
Consecratela coll'altezza d'una missione; rinfiammatela colla emulazione
e colla lode; diffondete ne' suoi ranghi la parola di foco; la parola
dell'ispirazione; parlate ad essi di patria, di gloria, di potenza, di
grandi memorie--poi rovesciate moltitudini e gioventù sull'Austriaco;
bandite la crociata addosso al barbaro che divora l'oro italiano, che
beve il sangue italiano, che profana le memorie italiane, che sfronda
colla sua sciabola i cedri dei nostri terreni, che contamina l'aure del
nostro cielo, che ci toglie vita, patria, nome, gloria, intelletto e
sostanze--e assalite primi. LE RIVOLUZIONI, generalmente parlando, NON
SI DIFENDONO CHE ASSALENDO. Insurrezione e guerra sono sinonimi e poichè
non potete sfuggirla, rompetela primi: rompetela in modo che non lasci
via di pace o di tregua; snudate la spada e cacciate via la guaina; ma
badate se non è guerra d'eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra
disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi che la
natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e
vilmente! Badate che dove il tamburo non s'accompagni del suono delle
campane a stormo, dove il fatto campale non alterni colla barricata,
cadrete! Badate che dove non calcoliate esattamente le vostre forze,
dove non adottiate un metodo di guerra speciale, dove presumiate troppo
o troppo poco di voi, cadrete! VOLGETEVI AI MONTI: là sono le speranze
della libertà; là stanno le vostre difese insuperabili eterne, sol che
vogliate; di là scendete, dilagatevi nelle varie contrade italiane;
gittate in mezzo ai vostri fratelli un brano di bandiera Italiana, un
grido di risurrezione: avrete un eco per ogni dove, perchè dapertutto è
dolore, oppressione, anelito alla libertà santa.--Fate questo; poi, se
il secolo vi contrasta il passo, se la prepotenza degli umani destini
v'affoga, allora... allora LIBATE A GIOVE LIBERATORE e morite. Avrete
almeno morendo il conforto di non aver tradito voi stessi, d'aver
lasciato una scuola che i posteri imiteranno, d'aver versato un sangue
che frutterà un giorno o l'altro--ma inevitabilmente--il vendicatore.»
L'uomo che avesse parlato queste parole, sarebbe stato l'eletto del
popolo; quell'uomo avrebbe mutato forse le sorti italiane.
Perchè chi può calcolare l'influenza d'un fatto generoso, d'una mossa
rapida, d'un esempio virile davvero? Chi può calcolare le conseguenze
d'una incursione nella Toscana? Chi può prevedere i risultati d'un
assalto dato a Massa di Carrara, invocato--e il Governo Provvisorio
modenese lo sa--da inviati della Liguria?--Forse il Piemonte sorgeva;
forse gli Abruzzi tornavano alle prove antiche; forse, sedotto dalle
nuove d'una resistenza ostinata ed eroica, il popolo francese trascinava
i suoi governanti a partito più leale e più nobile. Ma dove nessuno
ordinava la resistenza; dove il terrore sedeva nel consiglio, accanto ai
ministri, sul seggio del Presidente; dove i governi rivoluzionarî
capitolavano prima d'aver tratto un colpo solo di cannone; quali
speranze potevano concepire le moltitudini e che slancio esigere
nell'Italia? Quella capitolazione fu l'ultimo atto d'una carriera di
codardie; pose il suggello alle colpe. Fu fatta quando la nuova del
fatto di Rimini non era giunta ancora all'orecchio di chi segnava e
tutte le forze--quali pur fossero--erano, nell'opinione del governo,
intatte. Fu fatta, quando i poteri di chi segnava erano nulli, e la
somma delle cose era rimessa nelle mani di tre uomini, atti a reggere
l'impresa senza viltà. Fu fatta dietro un'esposizione incompleta e
inesatta dei generali ARMANDI e BUSI: e i componenti il governo
tremavano della non accettazione e mandavano agli inviati «d'adoperarsi
POSSIBILMENTE affinchè fossero stipulate le convenzioni di salvezza che
ognuno conosce: lasciando però al loro PRUDENTE arbitrio di adottare
quelle deliberazioni che nella somma URGENZA delle cose credessero
all'uopo opportune[62]» cioè, a chi ben vede d'arrendersi a discrezione,
ove le condizioni proposte fossero rifiutate. Importava agli uomini del
governo d'arrendersi, non il come. E se a chi magnifica in oggi la
sapienza e il patriottismo di quella Capitolazione si mostrassero le
lettere scritte pochi dì dopo da taluno ai Cardinali, a implorare dalla
sacra Porpora il perdono e l'oblìo delle COLPE ASTERSE (dal Benvenuti)
non gli rimarrebbe che un fremito d'ira per la immensa paura de' pochi
preposti. Colpe! Oh sì! ve ne hanno; ma non v'è amnistia, o bacio di
Porpora che possa astergerle; nè l'Italia dimenticherà facilmente.