VII.

Venne la crisi di Francia e l'usurpazione del dicembre, provocata dalla

falsa tattica che avvertiva il nemico d'una condanna a giorno

determinato, senza togliergli i mezzi di prevenirla, e accettata

codardamente dai più, per cagioni ch'io vedeva da lungo tempo operare a

traviare e dissolvere la parte repubblicana, e che un Manifesto del

Comitato Nazionale additò agli Italiani. La rivoluzione del 1848 aveva

tradito il concetto europeo, che solo poteva procurarle consecrazione e

trionfo. Guidate da uomini di poco cuore, di non largo intelletto e di

meschina insistente ambizione, le sétte socialistiche avevano falsato,

per entro a sistemi pomposi di forme, vuoti o assurdi nella sostanza, il

vasto Pensiero Sociale che appartiene ai migliori di tutta Europa.

Diseredati di sintesi e di aspirazione, servi a mezzo il secolo nostro

di Bentham e dei materialisti dell'ultimo secolo, i più tra i Francesi

avevano, con una falsa definizione della vita, la _ricerca del

benessere_, insegnato al paese il culto della materia e soffocato il

nobile istinto di sagrificio che ispirò le più belle pagine della storia

di Francia. Un'analisi dissolvente e rissosa aveva ministrato a invidie

meschine di più meschino dominio e logorando ad una ad una le migliori

riputazioni, aveva rotta ogni unità del partito; la paura, esagerata ad

arte, della dittatura di una idea, aveva preparato la dittatura della

forza cieca; la foga demagogica di libertà che rifiuta ogni ordinamento,

ogni associazione, ogni capo, non avea lasciato che individui e anarchia

a fronte d'una fazione ordinata. Pareva che la Provvidenza avesse voluto

insegnare praticamente all'Italia la necessità d'unificazione,

d'ordinamento e di fiducia reciproca che noi andavamo predicando a tutti

com'unica via di salute. E pareva, salendo in più alta sfera, che

gl'italiani dovessero vedere patente, in quel fatto, la conferma di

quello ch'io fin dal 1835 dichiarava a' Francesi ed a' nostri: _che

l'iniziativa della Francia in Europa era spenta, e che la via era aperta

a ogni popolo per colmare il vuoto, davanti al quale l'Umanità

s'arrestava pensosa ed incerta_[55].

Per noi dunque, pel Partito Nazionale Italiano, quando non volesse

smentire vilmente il linguaggio tenuto dal 1849 in poi, nulla era

cangiato. La Francia non periva: espiava Roma; ma s'anche essa non

avesse dovuto mai più risorgere, era debito del Partito il dire:

_Perisca la Francia: viva l'Europa!_ Due grandi quistioni s'agitavano

infatti e s'agitano tuttavia in Europa: la questione sociale e la

questione della Nazionalità. La Francia, che prima di noi seppe

conquistarsi la più forte unità nazionale che sia; la Francia, libera di

stranieri, poteva maturar dentro sè lentamente, attraverso una

purificazione di dolori e di studî severi, l'esplicazione del problema

sociale. Le Nazioni, oppresse, smembrate, negate dal Diritto Monarchico,

contendevano per esistere. Spettava ad esse, alla loro Alleanza,

_l'iniziativa_ in Europa, perchè se la questione sociale può idealmente

sciogliersi dai pensatori individui, nol può, nè lo potrà mai,

praticamente, nella sfera dei fatti, se non quando, rifatta la carta

d'Europa, un migliore e libero assetto conceda un'ampia scala alle

applicazioni. E spettava, nell'Alleanza, l'iniziativa a quella tra le

Nazioni che più delle altre avesse potenza di ferire il nemico al core;

alla quale la tradizione storica insegnasse più che all'altre missione

d'universalizzare la propria vita, e che raccogliesse fra tutte più

larga messe di affetti, di simpatie e di fiducia in Europa. Era

l'Italia. Sola l'Italia avea dentro sè la duplice rappresentanza

dell'Autorità condannata, Papato ed Impero, Roma e Milano: sola potea

levarsi e annunziare a un tratto all'Europa l'emancipazione dei corpi e

delle anime, del Pensiero e dell'Azione. La vita d'Italia, nelle sue

grandi epoche, fu sempre vita d'Europa: da Roma, dal Campidoglio e dal

Vaticano, si svolge nel passato la storia dell'umana unificazione. Nè

mai su terra d'Europa s'abbracciarono tanti affetti di riverenza,

compianto e speranza, come su questa sacra terra Italiana, alla quale

poeti, artisti, martiri del pensiero e del core, dimandano ricordi,

ispirazioni e conforti. Pronti dunque a seguire lietamente la Francia,

se mai, ridestata a un tratto, cacciasse la vergogna del bonapartismo da

sè, attivi più che mai a secondare di ajuti la parte repubblicana, che

in Parigi e altrove andava riordinandosi, fermammo tra noi di procedere

innanzi nel lavoro italiano e di ripetere ai nostri: _l'iniziativa

europea può escir d'Italia come di Francia: s'altri non fa, fate voi_. E

fu la sostanza di quanto dicemmo in un Manifesto, escito due mesi o più

dopo il 2 dicembre. Quel Manifesto rimane condanna inappellabile per

chi, fra noi, si arretrò poi davanti a ogni concetto d'iniziativa

italiana e disdice in oggi i compagni, i quali non hanno colpa, se non

quella d'aver pensato quello che firmavano.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 38 / 125 题