VI.

Queste cose dicevamo, in termini assai più miti e meno assoluti, agli

avversi; e aggiungevamo: «tra le opinioni nostre e la vostra, avremo

giudice supremo il paese: noi non abbiamo desiderio di costringere il

paese ad accettarle, nè potenza per farlo; il primo giorno

dell'insurrezione vedrà disciolto il Comitato Nazionale: a che dunque

aspreggiarsi e dividersi per questioni siffatte? D'una sola cosa siamo

tutti debitori all'Italia: d'operare ad affrettarne l'emancipazione:

uniamoci per questo intento. Il Comitato Nazionale è oggimai un _fatto_:

e voi non potete fare che i fatti non siano. Noi concentriamo elementi

d'azione importanti d'intorno a noi: abbiamo fiducia dalle democrazie

nazionali straniere, e simpatia lentamente conquistata dai buoni

d'Inghilterra e d'America, e qualche mezzo materiale raccolto. Voi non

potreste--nè dovreste volerlo--rompere, disperdere questo cominciamento

d'unificazione, prezioso per la terra nostra; ma potete dargli,

cooperando, più vigoroso sviluppo e migliorarlo e trasformarlo

gradatamente. Venite: ci avrete fratelli, non capi.» Io ricordo d'aver

scritto, insistendo, a uno de' principali tra loro, che se temevano di

soggiacere a idee preconcette, o ad influenze che non amavano,

d'individui, venissero in tre, in quattro, in cinque: sarebbero tutti

accettati e formerebbero maggioranza; però che noi non fidavamo in altra

potenza che in quella del vero; e lo avremmo discusso tra noi. E non

valse. Non avendo che dire, tacevano; ma avversavano con quanti potevano

all'Imprestito Nazionale, sindacavano, notomizzavano ogni frase dubbia

dei nostri scritti, evocavano fantasmi d'ambizioni o di stolti concetti

insurrezionali, ci davano carico d'ogni sillaba che escisse di bocca a

un gregario di parte nostra; e architettavano, eretto di contro al

Comitato Europeo, non so quale Comitato Latino in Parigi, angusto di

concetto e di forma, che s'esauriva in un Manifesto. Firmato da soli

francesi e anonimo per l'altre nazioni, quel Manifesto dichiarava non

ammettere che alcuno individuo o Comitato potesse--da francesi in fuori,

suppongo--rappresentare il Partito Nazionale in Italia. Era atto

scortese quanto impolitico; e non di meno, anche dopo quell'atto, noi

mandammo parole di pace e offerte d'azione fraterna, alle quali non

s'ebbe cenno mai di risposta. Le portò Saliceti, che allora appunto, per

cagioni personali estranee ad ogni politica, si staccava, recandosi

altrove, da noi e ci lasciava dichiarazione scritta, e promessa

d'adoprarsi a convincere i dissidenti e proteste d'amicizia, ricambiata

sinceramente da noi, smentita più tardi, e senza cagione, da lui.

Pochi, in Italia, badavano a questo dissidio. La Direzione Romana

redarguì gli autori con parole severe. Inattivi e fuor di contatto col

popolo, gli anonimi del Comitato Latino non potevano nuocere

sensibilmente al nostro lavoro. Pur diedero agli stranieri pretesto per

ripeterci la vecchia accusa delle divisioni intestine, e ajutarono a

fecondare il germe dell'idea monopolizzatrice francese, che assunse

forme più definitive poco prima del tentativo milanese e lo rovinò.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 37 / 125 题