Queste cose dicevamo, in termini assai più miti e meno assoluti, agli
avversi; e aggiungevamo: «tra le opinioni nostre e la vostra, avremo
giudice supremo il paese: noi non abbiamo desiderio di costringere il
paese ad accettarle, nè potenza per farlo; il primo giorno
dell'insurrezione vedrà disciolto il Comitato Nazionale: a che dunque
aspreggiarsi e dividersi per questioni siffatte? D'una sola cosa siamo
tutti debitori all'Italia: d'operare ad affrettarne l'emancipazione:
uniamoci per questo intento. Il Comitato Nazionale è oggimai un _fatto_:
e voi non potete fare che i fatti non siano. Noi concentriamo elementi
d'azione importanti d'intorno a noi: abbiamo fiducia dalle democrazie
nazionali straniere, e simpatia lentamente conquistata dai buoni
d'Inghilterra e d'America, e qualche mezzo materiale raccolto. Voi non
potreste--nè dovreste volerlo--rompere, disperdere questo cominciamento
d'unificazione, prezioso per la terra nostra; ma potete dargli,
cooperando, più vigoroso sviluppo e migliorarlo e trasformarlo
gradatamente. Venite: ci avrete fratelli, non capi.» Io ricordo d'aver
scritto, insistendo, a uno de' principali tra loro, che se temevano di
soggiacere a idee preconcette, o ad influenze che non amavano,
d'individui, venissero in tre, in quattro, in cinque: sarebbero tutti
accettati e formerebbero maggioranza; però che noi non fidavamo in altra
potenza che in quella del vero; e lo avremmo discusso tra noi. E non
valse. Non avendo che dire, tacevano; ma avversavano con quanti potevano
all'Imprestito Nazionale, sindacavano, notomizzavano ogni frase dubbia
dei nostri scritti, evocavano fantasmi d'ambizioni o di stolti concetti
insurrezionali, ci davano carico d'ogni sillaba che escisse di bocca a
un gregario di parte nostra; e architettavano, eretto di contro al
Comitato Europeo, non so quale Comitato Latino in Parigi, angusto di
concetto e di forma, che s'esauriva in un Manifesto. Firmato da soli
francesi e anonimo per l'altre nazioni, quel Manifesto dichiarava non
ammettere che alcuno individuo o Comitato potesse--da francesi in fuori,
suppongo--rappresentare il Partito Nazionale in Italia. Era atto
scortese quanto impolitico; e non di meno, anche dopo quell'atto, noi
mandammo parole di pace e offerte d'azione fraterna, alle quali non
s'ebbe cenno mai di risposta. Le portò Saliceti, che allora appunto, per
cagioni personali estranee ad ogni politica, si staccava, recandosi
altrove, da noi e ci lasciava dichiarazione scritta, e promessa
d'adoprarsi a convincere i dissidenti e proteste d'amicizia, ricambiata
sinceramente da noi, smentita più tardi, e senza cagione, da lui.
Pochi, in Italia, badavano a questo dissidio. La Direzione Romana
redarguì gli autori con parole severe. Inattivi e fuor di contatto col
popolo, gli anonimi del Comitato Latino non potevano nuocere
sensibilmente al nostro lavoro. Pur diedero agli stranieri pretesto per
ripeterci la vecchia accusa delle divisioni intestine, e ajutarono a
fecondare il germe dell'idea monopolizzatrice francese, che assunse
forme più definitive poco prima del tentativo milanese e lo rovinò.