Questa idea d'iniziativa italiana possibile, affacciata a ogni tanto da
me agli uomini dell'interno, non era--e neppur dopo i mutamenti
francesi--respinta teoricamente se non da pochi. Gli animi non s'erano
affatto prostrati: parevano anzi, al cader della Francia, essersi
ritemprati d'orgoglio italiano e di fede. Dalla sovversione della
repubblica in Francia sino al finire dell'anno 1852, il lavoro
preparatorio corse più ardito e più rapido, come di chi sente cresciuti
gli obblighi. Da due punti d'Italia, ambi importanti, ebbi proposta di
movimento immediato: da uno tra i due, con rimprovero al continuo
indugiare e minaccia d'andar oltre, anche senza l'assenso del Comitato.
Accusato io sempre, da chi afferma, inonestamente, ciò che non sa, di
volere e promuovere azione a ogni patto, sconsigliai, pregando,
insistendo perchè non si prorompesse in moti parziali prima d'essersi
ottenuta certezza che sarebbero seguiti ove più importava, nel
Lombardo-Veneto. Vivono, e liberi, gli uomini che proponevano e coi
quali io discuteva le cagioni del mio rifiuto.
Senza l'azione iniziatrice o simultanea del Lombardo-Veneto, una
insurrezione in Italia aveva ed avrà pur sempre pericoli centuplicati. E
so che parecchi, pur d'accusare, accuseranno d'imprudenza queste mie
parole, come s'io rivelassi al nemico i segreti del nostro campo: ma non
ne curo: l'Austria non ha bisogno d'essere erudita da noi
sull'importanza del Lombardo-Veneto, nè può crescer cautele o
provvedimenti efficaci pel giorno in cui gli uomini di quella parte
d'Italia vorranno intendere i loro obblighi e la loro potenza. Nel
Lombardo-Veneto sta la chiave, il punto strategico dell'insurrezione
italiana. Pel peso d'una tirannide efferata quanto l'Austriaca, per
somma minore d'ostacoli, dacchè quella tirannide s'appoggia su forze
nazionali per importanza militare di posizione, per materiale da guerra,
ozioso in oggi e prezioso ad una impresa emancipatrice, Napoli dovrebbe,
non v'ha dubbio, assumersi gli onori dell'iniziativa. Pur nondimeno--e
dacchè, lo scrivo con dolore, Napoli sembra dimenticare la lunga
splendida tradizione di martiri e di nobili tentativi ch'essa diede alla
Patria comune--le migliori speranze del Paese accennano, siccome a Roma
per l'_idea_, alle terre Lombarde per l'_azione_ decisiva
insurrezionale. Il nostro principale nemico è l'Austriaco: e il nemico
s'assale dov'è, dove può ferirsi al core, per modo che non risorga.
Napoleone marciava direttamente sulle Capitali: la tattica
dell'insurrezione dev'esser la stessa; tentar la vittoria dove una
vittoria prostra e dissolve le forze nemiche e trascina con sè i
risultati più generali. Una, non dirò vittoria, ma battaglia vera sulla
terra Lombarda, e l'insurrezione di tutta Italia, son cose identiche; e
però s'anche la battaglia volgesse a sconfitta, la riserva della
insurrezione avrebbe campo a ordinarsi nel centro e nel mezzogiorno: il
nemico, indebolito, spossato dalla battaglia, collocato sopra un terreno
vulcanico fumante e presto a riardere, mal potrebbe operare contr'essa.
Ma una vittoria, tronca a un tratto dalla sua base la lunga linea, che
il nemico spinge sino a Foligno e impedisce il concentramento: forse, se
decisiva e compita in alcuni punti importanti, separa dalla loro vera
primitiva base d'operazioni tutte quante le forze nemiche. Ma vittoria
siffatta non s'ottiene se, come dissi, il moto non procede e non
prorompe almeno simultaneo al sorgere dell'altre parti d'Italia. Ogni
altro moto è annunzio all'Austriaco; e se gli è dato tempo per farsi
forte sui punti strategici, per incatenare le città col terrore o, se
occorre, prepararsi a sgombrarle e cingerle dal di fuori, la guerra
Italiana potrà conquistare la Lombardia; l'insurrezione sarà impossibile
o inefficace.
Per queste ragioni; spronato da quelle proposte; spronato anche da
frequenti disegni ed annunzi dei repubblicani francesi, annunzi ch'io
doveva--e questo pure mi venne apposto da molti--quasi per ufficio di
scolta e senza che s'avesse diritto di farmene mallevadore, trasmettere
ai nostri; io mi diedi a esplorare più attento la Lombardia.
L'odio all'Austriaco e il desiderio d'emancipazione v'erano universali;
ma quanto ai modi, alle speranze, al tempo, le opinioni variavano.
V'erano i millenari della fazione regia, beati di calcoli innocenti
sulla venuta del messia di Piemonte: pochi e nulli; invisi al popolo,
che serba vive le memorie del 1848. V'erano i letterati dal progresso
omiopatico, contenti di produrre di tempo in tempo, mozzato dalla
censura, un articolo di gazzetta, sviati da qualche scritto di settarî
francesi, socialisti pazienti, proudhonisti sommessi, tronfi di vedersi
a stampa, e rassegnati alla parte più misera ch'io mi sappia, quella di
pedanti sotto il bastone: pochissimi e ignoti al popolo. Ma al di sopra
di queste e d'altre minute frazioni, vivevano, fremevano, italiani e
repubblicani, i giovani d'ogni classe, maggioranza assoluta in paese,
stretta nelle tendenze generali alla nostra fede, e senza speranza
fuorchè nella rivoluzione d'Italia e d'Europa. Molti bensì tra loro, i
più forse, si mostravano titubanti, tentennanti sul come: consentivano
nel fine, si dichiaravano incerti, sfiduciati sui mezzi: non mancava ad
essi il core, mancava l'intelletto della rivoluzione.
Dichiaro io qui, prima d'andar oltre--e desidero che questa mia
dichiarazione non sia dimenticata fuorchè dagli uomini di malafede,
gazzettieri dell'_Opinione_ e siffatti, dai quali è bello l'essere
calunniati--ch'io non alludo a una classe intera, come non alludo a una
sola città. Del vizio ch'io noto son tocche Ancona, Bologna, Firenze
come Milano, e non esclusivamente le classi che chiamano medie, ma
frazioni importanti di tutte classi, dal patriziato fino agli uomini che
vivono col lavoro delle loro braccia. Ventura somma è per noi che non
s'agitino in Italia, come in Francia o in Inghilterra, odii o
distinzioni di classi, e che un governo Nazionale possa, quando che sia,
provvedere ai diritti del povero, e sciogliere quetamente i più ardui
problemi sociali, senza trapassare tutto quel trambusto, pregno di
sangue e risse civili, che sotto nome usurpato di _socialismo_ minaccia
oltr'Alpi di convertire la santa dottrina d'associazione in rapina, e la
nostra fede di libero progresso e d'amore in tirannide d'egoismo
ordinario. La comune oppressione ha generato fratellanza comune: il
prete cattolico e il pensatore, il proprietario e il popolano hanno
segnato col loro sangue sul palco un patto, che l'anime hanno raccolto e
che manterranno nei giorni di redenzione. Ma da tutte le classi, e
segnatamente dov'è mezza scienza, s'è formata, dopo il 1849, una setta
di giovani, vecchi a venticinque anni, e scettici pur colle sacre parole
della fede italiana sul labbro, che hanno smarrito tra i sofismi di un
raziocinio di terza sfera ogni potenza d'intuizione e intisichito
l'entusiasmo tra le anatomie d'una analisi, senza lume di sintesi che la
diriga: li diresti i primi cristiani intesi a fondare il mondo novello
colla triste dialettica dei Greci del Basso Impero. Io mi trovava
innanzi, dopo i dottrinarî monarchici del 1848, i dottrinari
repubblicani. Dovea, dopo i tanti, toccarmi il dolore senza nome di
veder morta in quattro anni nella vita dell'anima mezza una generazione
di giovani amici, che avevano dalle barricate Lombarde, dalle lagune
Venete, dai bastioni di Roma, bandito all'Europa, tra il plauso e le
speranze dei popoli, che l'Italia aveva finalmente riconquistato la
coscienza delle proprie forze.
Erano popolo allora; avean fede in esso, potenza sovr'esso e vincevano.
Da quei momenti di ispirazione, di comunione coll'avvenire d'Italia, di
suprema unità tra le facoltà della mente e del core, è scesa l'aureola
che incorona a parecchi tra loro la fronte, che additava ai nostri
affetti i migliori tra gli apostoli della Patria, e che rende oggi più
intenso il nostro dolore. Oggi, il guardo semispento, il sorriso arido
dell'incredulo, le braccia pendenti a sconforto, accusano la mente
adombrata di formole, la vita smembrata, illanguidita fra piccoli
sistemi e piccoli calcoli, e la fiamma dei forti pensieri, la fiamma che
illumina e crea, spenta o vicina a spegnersi sotto influenze estranee,
spregevoli; forse, per molti, sotto il freddo alito inavvertito
dell'egoismo. Prima loro piaga è l'orgoglio; non l'orgoglio che a me,
incanutito, rigonfia l'anima giovane tuttavia, l'orgoglio del nome e
dell'avvenire italiano, l'orgoglio del guanto gittato solennemente da
noi a quanti s'adoprano a tenerlo prostrato nel fango, ma l'orgogliuzzo
dell'io, l'orgogliuzzo saccente, cresciuto su qualche pagina di Jomini o
di Machiavelli; l'orgogliuzzo che, senza attentarsi di guidare, s'irrita
all'idea di seguire, che arrossisce, quasi côlto in fallo, quando il
core s'è sollevato, memore a una parola d'entusiasmo e di fede; che
rinnega le grandi speranze e le ispirazioni d'azione mormorate al loro
orecchio dal Dio dell'Italia, quando l'anima loro era vergine, più
potente d'intuizione e migliore che oggi non è. Seconda piaga è
l'inaridirsi in una atmosfera artificiale di libri e d'uomini, morti
senza scendere a ritemprarsi tra il popolo sul quale lo istinto non
allacciato da erudizioni, e l'amore e l'odio versano più gran parte di
verità che non sul gabinetto del letterato. Non lo studiano, non lo
conoscono, e ne diffidano. E mi dicevano ch'io m'esagerava le tendenze e
le capacità delle moltitudini, alle quali, senza eccitamento di eventi
stranieri e insurrezioni di mezza Europa, sarebbe stato impossibile
persuadere d'entrar nella lotta.
Interrogai, non per convincermi, ma per convincerli, le moltitudini.
Non dirò il come; e ognuno intende il perchè. Ma affermo solennemente e
come s'io parlassi a Dio stesso, che dal popolo, esplorato interrogato
in tutte le frazioni che lo compongono, non escì che una sola risposta:
_azione, azione immediata: date chi guidi, agiremo tutti_. Non
chiedevano di Francia o d'altro; non numeravano l'armi; un ferro,
dicevano, ci darà un fucile. La tradizione delle Cinque giornate vive
venerata ed intatta nel petto dei popolani e la coscienza delle forze
italiane con essa. Un patto di patria vendetta annoda senza forme, in un
solo concetto, in una sola speranza, tutta una popolazione. L'Austria
può spegnere infamemente a sua posta: se i consiglieri dell'imperatore
non trovano modo di verificargli il voto che faceva Nerone, il vulcano
eromperà un dì o l'altro a sotterrargli carnefici, battaglioni ed
Impero. E potrei citare, per onore al popolo e documento di progresso
operato in esso, prove di segreti fidati a centinaja, e tuttavia
inviolati, più eloquenti che non tutte le prove d'ardire e coraggio
indomato date dai pochi che agirono.
Questi ragguagli furono dati da me e da altri alla classe d'uomini, dei
quali io parlava poc'anzi, e che dovrebbero esser guida nell'impresa
patria alla inesperienza dei popolani. E allora, dacchè quella prima
obbiezione spariva, sorsero, delusione amarissima a me che stimava ed
amava quegli uomini come legione sacra nel nostro campo, dubbiezze
d'ogni maniera, opposizioni che tradivano una codardia morale strana in
chi aveva affrontato e affronterebbe anche oggi, non v'ha dubbio, la
morte in una posizione o sopra una barricata, purch'altri avesse
iniziato la guerra. Dicevano le condizioni politiche d'Europa avverse;
numeravano i gabinetti ostili all'emancipazione d'Italia: registravano i
reggimenti austriaci, prussiani, russi; e chiedevano dov'erano i nostri.
Dei popoli dimenticavano perfin l'esistenza, delle questioni che pendono
tremende fra i gabinetti non sapevano o non curavano; degli elementi di
dissolvimento, esistenti innegabilmente in seno dell'esercito austriaco,
non tenevan conto; della rapidità colla quale si erano pochi anni
addietro ordinate forze in Italia, ovunque i capi avevano _voluto_
ordinarle, non ricordavano cosa alcuna. Il problema posto per essi era
una piccola minoranza d'uomini iniziatori di lotta sul terreno lombardo,
l'Europa dei popoli immobile, e tutte le forze alleate del dispotismo,
anzi della monarchia, dall'altro lato. Posto a quel modo, il problema
era senz'altro deciso: se non che, il porlo a quel modo e dichiarare
ch'essi non conoscevano addentro nè l'Italia, nè l'Europa dei popoli, nè
quella dei re, tornava tutt'uno. Ammettevano, i più tra loro, la
possibilità dell'insurrezione; s'arretravano, atterriti, davanti alla
guerra che seguirebbe. Potevano, e non volevano. Il popolo sentiva di
potere e voleva.
Il popolo si era commosso alle inchieste: commosso tanto più, quanto più
era stato fino allora negletto. Il popolo, illuso anch'esso, non potea
credere che gli uomini, i quali avevano da molti anni rifatto
l'alfierianismo, ripetuto classicamente all'Italia gli acerbi rimproveri
tradizionali nei nostri poeti da Dante fino a Leopardi, e predicato con
me la necessità d'aver fede in sè, di liberarsi con armi proprie e di
non guardare per ajuti oltre i nostri confini, potessero ritrarsi quando
appunto gl'Italiani accennavano d'aver raccolto e di voler ridurre ad
atto l'insegnamento. E si apprestava a combattere da sè, certo d'essere,
dopo poche ore, seguito. Ed io pure era certo di questo. Ma posta una
volta in chiaro la determinazione dei popolani, non dovevano quegli
uomini fortificarla ora, priva d'ajuto, di consiglio o di direzione?
Sperammo che lo avrebbero fatto. Sperammo che ad essi non sarebbe
bastato l'animo di starsi freddi spettatori dei preparativi del loro
popolo, d'assistere come in un gioco, al trarre dei primi dadi, per
vedere quanto corressero avverse o propizie le probabilità. L'altrui
esitanza non mutava, a ogni modo, gli obblighi nostri; e, determinato
dagli ultimi avvisi, lasciai Londra e toccai la frontiera d'Italia.
Aurelio Saffi era partito già prima, ed altri dei nostri. Mattia
Montecchi dissentiva allora da ogni tentativo, e rimase. Ad altri esuli,
che partecipavano al nostro lavoro, non feci motto partendo, sì perch'io
m'era fatto legge inviolabile di segreto con tutti, e sì, perch'io
durava tuttavia incerto sulle ultime e irrevocabili decisioni.
E l'ultime irrevocabili decisioni furono prese in tempo così poco
lontano dai fatti, ch'io, s'anche avessi voluto, non avrei avuto agio di
avvertire, di consultare o convincere chi rimaneva. E questo io noto per
l'Agostini. Usai del suo nome, il quale, come di segretario, non scemava
nè cresceva gran fatto valore al proclama, perchè io l'aveva lasciato
farneticante, al cospetto di tutti i nostri, per l'azione pochi giorni
prima ch'io mi partissi, e stimai dargli prova d'amicizia e pegno
d'onore firmando per lui. Duolmi il dover pensare che, se il tentativo
avesse sortito buon esito, egli avrebbe raccolto grato quel pegno e
ringraziato me della fede riposta in lui.
Scrivo quando gli uomini dell'interno potrebbero, s'io non parlassi il
vero, smentirmi; scrivo agli Italiani che mi sanno, qualunque sia la
loro opinione sul conto mio, ardito e sprezzatore quanto basta per dire,
se fosse, _mossero arrendendosi a un cenno mio_: e aggiungo che s'io mai
potessi falsare i fatti e cedere all'impulso di disdegno e di sfida
generato nell'animo mio dal sozzo inveire che fu fatto contro di me, mi
sentirei affascinato a dire quelle parole. Ma mi parrebbe di menomare
l'importanza del tentativo e di sottrarre parte di lode ad un popolo
ch'io ammiro, compiangendo chi non lo fa. Le decisioni furono prese
all'interno: spontanee, e da uomini i quali credevano che la
determinazione fatta irrevocabile bastasse, come dissi, a trascinar
sull'arena i buoni dubbiosi. Più dopo, era tardi: il popolo era in
fermento e disse: _faremo da noi_. M'era noto il disegno, e braccia di
popolani bastavano a compirlo. Nondimeno, scrivendo e parlando, il mio
linguaggio fu sempre, sino agli ultimi, questo: _vi sentite tali da
eseguire il disegno? siete convinti, colla mano sul core, di poter
convertire la prima battaglia in vittoria? potete darci in una il frutto
delle Cinque giornate? fate e non temete la guerra. Se vi sentite mal
fermi, se vi stanno contro forti probabilità, arretratevi: sappiate
soffrire ancora_. Quando ebbi risposta: _facciamo_, non vidi che un solo
dovere; ajutare--e ajutai. Diedi quella parte d'opera che mi fu chiesta:
scrissi un proclama che domandavano: provvidi perchè il moto, appena si
mostrasse forte, fosse seguito altrove. E rifarò, dove occorra, le
stesse cose. Altri, tra miei colleghi, fece lo stesso: e rifarebbe, è
conforto il dirlo, occorrendo.
Perchè non fu eseguito il disegno, confessato certo nell'esito anche da
chi dissentiva? Perchè una sola frazione di popolo oprò, mentre l'altre
non si mostrarono? Nessuno, spero, tra gli onesti si aspetta ch'io, per
compiacere a gazzettieri di corte, o di ciambellani in aspettativa,
tradisca segreti che involgono vite e speranze future. Basta a me, al
mio collega e a quanti fra gli esuli si adoperarono con noi, l'aver
dichiarato, senza timore d'essere smentiti da quei che all'interno
guidavano, che noi seguimmo e non provocammo, che diemmo ajuti, e non
cenni a chi volea fare; che per noi si fece ciò che ci parve fosse
debito nostro, e non s'impose ad altri di fare il loro. Bastino, a
provare la vastità del disegno, la moltitudine d'elementi che
s'agitavano in seno al popolo milanese e i pericoli che l'Austria corse,
i terrori e le incertezze dell'Austria, le querele congiurate di tutte
le monarchie, gli audaci fatti compiti dai pochi in Milano, l'attitudine
tuttavia minacciosa dei popolani. E bastino a provare, per gli animi
spassionati, il vero di quello ch'io prediceva sugli effetti inevitabili
d'una prima vittoria italiana, le nuove, registrate di giorno in giorno
dalle gazzette e dai decreti dei Generali Austriaci, sull'attitudine dei
paesi stranieri, il fremito dell'Ungheria, della Transilvania, de' paesi
Germanici, gli _stati d'assedio_ e le proscrizioni. Or penda sul capo al
nemico la spada di Damocle. Ei sa che sta in mani italiane troncare il
crine che la sostiene. Noi non abbiamo più ostacolo d'impotenza; ma
soltanto una falsa funesta idea preconcetta, che un generoso impulso di
core o la mente illuminata da più severe meditazioni può distrugger
domani.