Intanto, mentre i lavori accennati si facevano dal Comitato e l'interno
assentiva e noi ci rallegravamo nell'animo del potere poco o molto
giovare da lungi al paese, prendeva forma e corpo e sorgeva più
sistematica, più attiva e dannosa, quell'opposizione, della quale notai
più sopra i germi esistenti segnatamente in Parigi, ma che allora si
diffuse qua e là tra gli esuli in altri punti; opposizione che, versando
tra elementi eterogenei, atei, cattolici, militari, federalisti,
repubblicani e non repubblicani, era inefficace a fare o sostituire cosa
alcuna a ciò che per noi si tentava: ma efficace pur troppo--e chi non
lo è?--a distogliere, a intiepidire, a dissolvere, a dar pretesto
d'inerzia ai molti che abborrono in core dal sacrifizio qualunque siasi.
E trovarono faccendiere ed antesignano un Ferrari, ingegno francese al
peggiorativo, scrittore facile, ardito, superficiale: copista delle
negazioni di sessanta anni addietro, scettico di fede, di principî e di
dottrine; inavvertito--e questo è il segreto dell'ire--in Italia. Costui
stampò un libro a provare--dopo avermi biasimato per tenacità d'idee in
altri scritti--ch'io non era a vero dire repubblicano, ma monarchico
alternativamente e papista e non so che cosa altro; poi che all'Italia,
per rigenerarsi, bisognavan due cose: farsi scettica e farsi francese.
Or se in Italia sono uomini che accettino questi due rimedî alla
servitù, accettino anche quello ch'ei dice di me: non cercherò
convertirli. E non occorre che io parli altro di lui. Ma tra gli uomini,
che allora si fecero oppositori, sono parecchi ch'io stimo per doti di
core o di mente, e che diedero in altri tempi prova d'amore intenso
all'Italia. Ed è necessario citarne le accuse.
Erano varie e contradditorie, come le tendenze degli uomini dai quali
escivano.
Gli uni ci rimproveravano il silenzio, del primo Manifesto, intorno al
principio repubblicano, e ci accusavano di tener celata la nostra
bandiera. Non la celavamo; era incarnata in noi tutti che l'avevamo
difesa in Roma; era incarnata in me che aveva, venti anni prima, e poi
sempre, predicato repubblica, quando nessuno, in Italia, osava fiatarne.
E alla repubblica guidavano inevitabilmente le norme prefisse nel
Manifesto, allo stadio d'insurrezione e al modo d'assetto finale. Ma la
riverenza alla Sovranità Nazionale e il concetto puramente
insurrezionale che il Comitato s'era fatto della propria missione, ci
aveva persuasi a tacerne il nome. Pur nondimeno, dacchè repubblicani
eravamo e repubblicana era l'Associazione e repubblicane si
manifestavano le tendenze di tutto il partito d'azione in Italia,
deliberammo di troncare in un secondo Manifesto ogni dubbio,
dissenziente, per semplice opinione d'inopportunità, il solo Giuseppe
Sirtori, che ci lasciò, addolorati, e addolorato egli pure: tra lui e
noi, mallevadore d'affetto fraterno, rimaneva e rimane[54] il core, più
potente d'ogni passeggero dissidio.
Altri ci accusavano d'antagonismo alla Francia; ma a quale? alla Francia
governativa eravamo, per debito verso noi e verso la vera Francia,
irrevocabilmente nemici; e avversi alla Francia delle sêtte
intolleranti, traviate, esclusive, ch'io da più anni, vedeva--e lo
scriveva in Inghilterra e in Italia--spianar la via, colle stolte
minaccie a quanti possiedono, colle promesse inattendibili al popolo,
colle utopie senza mente a danno della libertà e col culto degli
interessi materiali, anzi degli appetiti, alla tirannide del primo che,
potente a giovarsi della corruttela, vorrebbe, ottenerla: colla buona,
colla pura Francia repubblicana, colla Francia dalle larghe e
filosoficamente religiose tendenze sociali, colla Francia sorella, non
monopolizzatrice d'una civiltà ch'è l'alito della vita europea, non
traduttrice del principio monarchico in una monarchia di nazione, noi
eravamo legati in concordia d'opere, nota a molti francesi, e indovinata
per istinto dal loro governo, che m'odia quanto io lo disprezzo. La
democrazia italiana sovveniva, mentre gli accusatori parlavano, la
democrazia francese d'azione, di consigli fraterni e d'ajuti materiali.
Eravamo antagonisti, non alla Francia dell'avvenire, ma al pregiudizio
servile di molti fra i nostri, i quali, senza pure operare a mutarla,
dichiaravano la Francia arbitra unica delle cose d'Europa e sola datrice
possibile di libertà a venticinque milioni d'uomini nati in Italia.
Parecchi tra gli adulatori della Francia repubblicana piaggiano oggi
all'imperatore.
Taluni riparlavano di suffragio; e a questi, dopo tutte le ragioni ch'io
dissi, concedemmo una doppia prova in un Comitato scelto per voti
dell'emigrazione in Marsiglia, e in un altro, eletto per la Sicilia da
tutti gli esuli di quell'inclita parte d'Italia. Le proteste di quei che
si dicevano lesi o delusi dall'elezione, l'inesecuzione degli ordini, i
dissidî insorti tra gli esciti dall'urne, costrinsero, dopo breve tempo,
i due Comitati a disciogliersi.
Lascio delle accuse volgari: delle pretese, mormorate appunto dagli
uomini che non hanno mai contribuito d'un obolo, che si desse conto ad
altri, che non al paese insorto e rappresentato, delle offerte, date e
impiegate segretamente, all'imprestito Nazionale:--dei motti codardi e
codardamente gittati contro le abitudini dei membri del Comitato,
mentre, rispettando all'inviolabilità del deposito e all'indipendenza
dell'anima loro, i membri del Comitato si facevano lietamente, per
vivere, maestri di lingue:--e d'altre consimili: il Comitato non dovea
che riderne, sprezzando, e rideva. Ma le più forti accuse, quelle che
trovavano più facilmente un'eco nei deboli d'intelletto o di fede, si
concentrarono su due punti, che meritano d'essere rapidamente toccati:
la guerra bandita al federalismo, e la teorica del governo dittatoriale
raccomandata all'insurrezione.
Io considero--e noi tutti consideravamo il _federalismo_ come la peste
maggiore che possa, dopo il dominio straniero, piombar sull'Italia; il
dominio straniero ci contende per poco ancora la vita; il federalismo la
colpirebbe d'impotenza e di condanna a lenta, ingloriosa morte, in sul
nascere. Rampollo d'un vecchio materialismo che, incapace d'affermare la
collettiva unità della vita, non può coll'analisi scoprirne se non le
manifestazioni locali e ignora la Nazione e i suoi fati, il federalismo
sostituisce, al concetto della missione d'Italia nell'Umanità, un
problema di semplice libertà e d'un più soddisfatto egoismo. Senza base
di filosofia:--senza teorica d'antecedenti storici in Europa, dacchè
tutte le federazioni non furono, nel passato, che concessioni imperfette
alla tendenza unitaria, cadute, appunto perchè imperfette, ogni
qualvolta si scontrarono coll'unità già ordinata:--senza argomenti
d'analogia nel presente, dacchè delle due sole confederazioni esistenti,
la Svizzera e l'America, questa rappresenta la sola unità possibile tra
i paesi d'un continente intiero, quella, formata per aggregazione
successiva, rappresenta la sola unità possibile tra popoli di lingua, di
razza, e di credenze diverse:--senza tradizione nazionale, dacchè non
furono mai in Italia se non leghe a tempo, limitate sempre a una parte
sola della Penisola, e tutte, dalla Lombarda infuori, funeste al
paese:--senza appoggio possibile di diplomazia, dacchè nè i federalisti
medesimi s'attentano di dichiarare giusta e da rispettarsi la divisione
attuale, ineguale, arbitraria, tirannica, come è, degli Stati:--senza
conforto d'aspirazione di popolo, dacchè il popolo non conosce se non
la nazione e la propria città:--il Federalismo italiano non è nè può
essere che capriccio intellettuale di letterati imprudenti o sogno
inconscio d'aristocrazie locali, accarezzato da mediocrità ambiziose
alle quali l'ampia sfera nazionale minaccia l'oblìo. E aristocrazie
locali di mediocrità; usurpazioni tanto più facili, quanto più la sfera,
nella quale tentano compiersi è angusta; influenze straniere e contrarie
di nazioni gelose esercitate, a seconda della posizione geografica,
degli interessi commerciali o dei ricordi storici, sul Sud, sul Centro,
o sul Nord dell'Italia; invidie e gare civili di supremazia mercantile o
politica rieccitate nelle diverse parti: debolezza perenne e perenne
mancanza d'iniziativa, scenderebbero inevitabili dal sistema federativo
applicato alla nazione risorta. Per tutte queste, e per più altre
ragioni, noi credemmo debito nostro il dichiararci, senza riguardo
alcuno ai pochi avversi, esclusivamente unitarî. Ma pensando come per
noi si temperava l'idea di unità e al come gli altri parevano capire il
federalismo, non mi venne mai fatto d'intender di che si lagnassero, o
che si vogliano. Com'essi, noi adoriamo, riverenti, la libertà:
com'essi, abborriamo dal concentramento amministrativo: com'essi teniamo
sacra la spontaneità della vita locale. Soli due elementi _storici_
esistono in Italia per noi: il Comune, dal quale incominciò lo sviluppo
della nostra vita; la Nazione verso la quale andò, d'epoca in epoca,
operandosi più sempre la fusione del nostro popolo. Sono i due elementi
che corrispondono ai due, violati alternativamente dai sistemi del
socialismo francese, _individuo_ e _società_, in ogni Stato; e,
com'essi, sono inviolabili e devono armonizzarsi, non negarsi l'un
l'altro. Il Comune, unità primordiale politica, deve ampliarsi e dotarsi
di forze proprie che gli consentano indipendenza, per quanto concerne
doveri e diritti locali, dal governo della Nazione: esercizio
d'attribuzioni, che costituiscano un primo grado d'educazione civile,
pratica al cittadino; e ricchezze che lo abilitino a irraggiare un
incivilimento progressivo nelle campagne, oggi isolate soverchiamente e
ignoranti. La Nazione, unità complessiva e suprema, rappresenta, tutela
e promove l'insieme dei doveri e diritti, che spettano a quanti nascono
tra l'Alpi e l'ultimo nostro mare, e costituiscono al di dentro e al di
fuori la missione Italiana. E mentre cura e vocazione della famiglia
dev'essere l'educare uomini al Comune, il Comune deve educare cittadini
alla Nazione, la Nazione educare le generazioni italiane a compiere la
parte e gli obblighi loro nell'Umanità. V'è chi possa levarsi
protestando contro questo ideale, o vagheggiarne, sotto nome di
federalismo, uno migliore? Io intendo--Dio mi guardi dall'approvarlo--il
federalismo monarchico di Gioberti e Mamiani; essi sacrificano Italia,
principî, avvenire a una pretesa opportunità o alla codarda ambizione
d'una famiglia di principi. Ma il federalismo repubblicano, il
federalismo che non ha innanzi se non tre vie:--sagrificare giustizia e
principî rispettando gli Stati attuali--affrontare tutti gli ostacoli
incontrati dagli unitarî e più altri nuovi per fondare ad arbitrio una
diversa serie di Stati--o scendere, per equa deduzione di logica, alla
sovranità d'ogni campanile, alle cento o duecento repubblichette, al
medio evo rifatto in faccia al moto verso gigantesche unità nazionali
che affatica l'Europa--mi riesce, io confesso, inintelligibile. E duolmi
che un ingegno potente d'analisi e di nozioni pratiche come quel di
Cattaneo, si lasci sospettare di siffatta follìa.
Ma l'altra accusa, vecchio grido d'allarme di quanti demagoghi mirarono
a conquistarsi, adulandone le incaute passioni, il popolo, sollecitava
pur troppo tutte le invidiuzze, le ambizioncelle, i sospetti e la foga
irrequieta di libertà, che s'agitano tra gli oppressi, e più
nell'emigrazione. I tristi--e dovrò dirne tra poco--non arrossivano far
discendere la questione del centro unico dittatoriale sul terreno degli
assalti personali; i migliori esageravano, dimenticando che una
insurrezione non è libertà, ma guerra per conquistarla, i pericoli d'una
dittatura che non potrebbe mai diventare tirannide, se non quando
gl'Italiani meritassero tutti d'essere servi--e nol meritano.
Taluni--perchè i più saviamente s'astennero--fra i membri dell'Assemblea
Romana, sognandosi pur sempre reduci in patria per virtù d'armi
francesi, poi che si sarebbe compita la pacifica rivoluzione dell'urne,
s'affrettarono a dichiarare, in un documento, che in qualunque luogo
avessero veduto compirsi l'insurrezione, essi si sarebbero
immediatamente raccolti, in virtù del loro mandato, come monade e nucleo
generatore di una Assemblea Nazionale, dirigendo intanto i primi moti
del popolo insorto: e ci mandarono, perchè il rifiuto ci chiarisse
pericolosi alla futura libertà del paese, quel documento, richiedendoci
di firmarlo. La nostra coscienza ci comandava di amare il popolo, e
d'ajutarlo a conquistarsi una Patria, non d'adularlo, ingannandolo; e
però ricusammo. Quei valentuomini non s'avvedevano che la loro proposta
era, più d'ogni altra, usurpazione dittatoriale di sovranità: i
rappresentanti del popolo in Roma, eletti dagli uomini, non d'Italia, ma
dello Stato, con mandato di provvedere alle sorti, non d'Italia, ma
dello Stato, avevano esaurito degnamente quel mandato, proclamando il 2
luglio dal Campidoglio una Costituzione buona in più parti, ma che certo
non sarà mai Costituzione d'Italia. Se non che, a una usurpazione che
avesse avuto in sè virtù di salvare la patria, noi avremmo piegato il
capo e, ripetendo la formola dei nostri padri, aderito. Ma io vedeva
dall'Assemblea Romana ricostituita escire, in forza d'un diritto
analogo, al quale di certo non mancherebbero gli invocatori, l'Assemblea
Veneta, l'Assemblea Toscana, l'Assemblea di Sicilia: e riviver con esse
tradizioni di partiti e illusioni o peggio, che sviarono a certa rovina
la rivoluzione del 1848; e l'impossibilità di condurre rapidamente,
energicamente, nazionalmente, fra le gelosie, le esigenze, le
improntitudini di quattro assemblee, l'insurrezione a buon porto; e,
s'anche miracoli di popolo le avessero procacciato vittoria, gravi e
quasi insuperabili pericoli all'Unità della Patria. E questi miei timori
si confermavano dal linguaggio d'uomini di Sicilia, Toscana, Venezia,
ch'io andava via via richiedendo del loro parere, e che, fautori d'una
Assemblea, erano pur tutti avversi al rivivere della Romana. Ond'io,
forte d'un voto esplicito, decisivo, dato da tutta quanta l'Associazione
di Roma e Provincie, minacciosamente ostili alla proposta di quei pochi
Rappresentanti, proponeva ad altri che si riunissero nel primo punto
libero bensì, per far atto degno veramente di loro e di Roma, e fecondo
di conseguenze giovevoli all'insurrezione, dicendo: _noi non
capitolammo, e non abdicammo il mandato davanti alle bajonette; noi, nei
quali vive per decreto di voto il pensiero di Roma, anima, centro,
altare d'Italia--ci raduniamo a scioglierci e abdicare il mandato
imperfetto davanti alla maestà del popolo insorto: con noi perisce ogni
diritto, ogni sovranità di passato: a cose nuove poteri nuovi: una sola
Assemblea è legittima, quella che la Nazione Italiana convocherà_. Ma
quando? E la questione, sciolta cogli uomini dell'Assemblea Romana dal
voto dell'interno e più dopo dai mutamenti di Francia, risorgeva, e
risorgerà, probabilmente, con altri, i quali vorrebbero i fati
dell'insurrezione affidati a una Assemblea nuova da raccogliersi
immediatamente.
Immediatamente? S'io avessi mai potuto sostituire, per accattare
suffragi, gli accorgimenti tattici dei più tra i cospiratori al libero
diritto favellare del pensatore patriota, avrei riecheggiato allora e
riecheggerei oggi quella parola. La forza delle cose avrebbe deciso e
deciderà sempre in favore dell'opinione ch'io mantengo. La convocazione
d'una Assemblea qualunque, esige un vasto tratto di terreno assicurato
dall'insulto nemico, tregua a quel primo stadio di guerra che assorbe il
popolo tutto nell'azione incessante, redazione di legge elettorale,
comizî, voto, comunicazione agli eletti, riunione da punti diversi,
verificazione: in tutto quel tempo l'insurrezione deve pur governarsi;
avrà capi quindi e autorità direttrice, e se i primi passi di
quell'autorità avranno creato vittorie, se avranno rivelato al paese gli
uomini potenti di concetto e audaci nell'eseguire che hanno, più
ch'altri, fede e sanno infonderla nelle moltitudini, non un'Assemblea
prematura oserà balzarla di seggio finchè dureranno i supremi pericoli.
Ma le reticenze, le transazioni colla propria e coll'altrui credenza, e
le tattiche dei machiavellucci parlamentari, arnesi buoni per monarchici
e monarchie, minacciarono di troppo in questi ultimi anni l'educazione
repubblicana del nostro popolo, perchè s'accettino da noi. E però dissi
allora e ridico: che il fidare le sorti d'una insurrezione italiana ad
un'Assemblea convocata dai primi tempi, riescirà, se mai si facesse, a
moltiplicare gli ostacoli e i pericoli sulla via dell'insurrezione,
senza educare il popolo a libertà vera o proteggerlo dalle brighe degli
ambiziosi. La nostra insurrezione potrà vincere--tante sono le forze che
possono adoprarsi in Italia--rapidamente: un anno, sei mesi forse--e gli
uomini delle guerre governative sorridano a posta loro--basteranno,
tante sono le conseguenze, possibili altrove, d'un moto nazionale
italiano, a far sì che si segni la pace oltr'Alpi; ma a patto che la
battaglia sia di giganti; a patto che le forze interne si concentrino
tutte a un intento da una volontà ferrea, non indugiata da gelosie,
paure o riguardi; a patto che le conseguenze dell'insurrezione italiana
si rendano inevitabili all'estero coll'audacia che lacera in viso ai
regnanti trattati e protocolli di diplomazia e costringe le nazioni
schiave a trasalire fra i ceppi, a sentire il tocco d'un'ora di vita
suprema voluta da Dio, a salutare con entusiasmo di fiducia il popolo
iniziatore; a patto che le operazioni, maturate, ordinate nel segreto
assoluto, prorompano, inaspettate, come colpi vibrati in duello; a patto
che gli animi, i pensieri, le azioni del popolo insorto, sollecitato,
affascinato dalla fredda audacia dei capi, non si sviino un solo istante
dal grande, dall'unico intento, insurrezione, guerra, vittoria. Ma chi
può mai sperar questo, se non da pochi individui puri, volenti,
energici, affratellati, quasi dita d'una stessa mano, in unità di
concetto e di moti liberi e mallevadori al paese solamente degli ultimi
risultati? Dove è la potestà esecutiva che possa mai attentarsi,
siedente un'Assemblea, di sprezzare le pretese della confederazione
Germanica nel Tirolo, di sprezzar le proteste di tutti i Consoli del
commercio europeo in Trieste, di abbandonare, occorrendo, il paese alle
devastazioni dei nemici racchiusi nelle fortezze del quadrilatero, per
trasportare altrove, tagliando il nemico dalla propria base, la forza
dell'insurrezione, senza chiederne assenso da quell'Assemblea? Pur
quelle e ben altre audacie racchiude il segreto della vittoria; e il
segreto, dato a discussioni, pubbliche o no poco monta, di parecchie
centinaja d'uomini, è segreto perduto. Citar Roma, citar Venezia, parmi,
più che argomento, artificio rettorico d'allievi inesperti. In Roma e in
Venezia sì trattava di tutelare città, non di fondare una Nazione: era
guerra non d'offesa ma di difesa; non passibile di concetti e disegni
radicalmente diversi; e ogni perdita di tempo era tolta dal continuo
contatto fra la potestà esecutiva e l'Assemblea; e il cannone nemico
tuonava alle porte, mirabil rimedio a lievi dissensi. E l'unico potente
esempio, che par soccorrere ai fautori dell'Assemblea, quello dei
prodigi operati in Francia sotto la Convenzione, è per me sofisma
pericoloso. Un unico esempio--ed unico è nella storia--mal fonda
teorica, alla quale s'affidi la salute d'un popolo; ma neppur
quell'unico regge. La Convenzione venne, terza assemblea in un paese già
concentrato a unità nazionale dopo tre anni di rivoluzione crescente, di
libera stampa, d'agitazione popolare e di società giacobine, e quando
fremeva nell'animo a tutti la coscienza d'una rivoluzione invincibile;
la nostra si raccoglierebbe in sui primi moti di una insurrezione,
incerta tuttavia de' suoi fati, in una terra che deve conquistarsi unità
e indipendenza ad un tempo, da un popolo d'elettori buoni per istinto,
ma ineducati, tra un popolo di eleggibili, ignoti per mancanza di
contatto colle moltitudini e di vita pubblica anteriore; predominante
necessariamente in essa una classe di cittadini timidamente devoti, di
pretese superiori all'intelletto e dotati della semi-scienza fatale alle
insurrezioni, che vede e calcola tutti i pericoli senza indovinare le
audacie sublimi che possono vincerli. Chi può dire: _noi avremo la
Convenzione?_ E nondimeno a quali patti fu grande d'energia la
Convenzione di Francia? Le denunzie che escivano pe' suoi membri dai
banchi de' giacobini si trasformavano in condanne sulle labbra degli
uomini del Comitato di salute pubblica o di Robespierre e si compievano
sul patibolo. La guerra civile inferociva in seno alla Convenzione; una
metà scannò l'altra: passeggiò su tutte, dominatrice tremenda, la
_ghigliottina_. La dittatura a tempo e limitata di pochi chiamati dal
popolo, invigilati dal popolo, mallevadori al popolo, è dunque
siffattamente pericolosa, che debba preferirsi la dittatura della
_ghigliottina_ e lo spettacolo di terrore e di sangue, ch'oggi ancora
impaurisce gli animi della Repubblica? Non so s'io traveda, ma la via
ch'io propongo parmi la sola che possa dar salute all'insurrezione e
liberare a un tempo l'Italia dalla tristissima necessità del terrore
ordinato in sistema e del sangue. Un'assemblea esige nel paese un
esercizio di libertà illimitata, che nel concitamento febbrile di quel
primo periodo, deve tradursi infallibilmente in licenza: si divide
essenzialmente in partiti, che rappresentati da uomini cinti della
fascia di mandatarî del popolo, si riproducono potenti non foss'altro
nel collegio degli elettori; e trapassando di crisi in crisi, di
discordia in discordia, finirà, checchè si faccia, per insegnare al
popolo l'anarchia--l'inerzia della stanchezza--o la dittatura: e alla
istituzione di un potere dittatoriale conchiusero, ne' momenti supremi,
le Assemblee quanto furono, antiche e moderne. Ma non cova maggiori
pericoli una dittatura, sancita per confessione implicita d'impotenza,
da un'Assemblea, che non quella alla quale il popolo fiderebbe nei primi
momenti il governo dell'insurrezione e a un tempo l'ufficio di
preparare, libero d'ostacoli e di pericoli, il terreno alla convocazione
dell'Assemblea? Non fu la maggior parte della via alla tirannide
agevolata a Luigi Napoleone dallo scredito in cui l'Assemblea era
caduta?
Non cito i danni minori:--l'imprudenza di dettar leggi regolatrici della
vita d'un popolo, prima che quel popolo abbia potuto manifestare la
somma di facoltà, di bisogni, di credenze, di aspirazioni che gli
compongon la vita:--il pericolo di soggiacere, senza pur avvedersene,
alle tradizioni d'un passato abbarbicato ancora alle menti:--la
certezza di subire, in disposizioni destinate a regolare un avvenire
pacifico, l'influenza d'un presente, affannato dall'ansie, dai sospetti,
dalle riazioni d'una guerra non per anco decisa:--e finalmente
l'allontanamento forzato dal campo, e dagli uffici praticamente utili
all'insurrezione, d'un numero d'uomini militari ed altri: benchè io
ricordi tuttavia che se la proposta ch'io, semplice rappresentante del
popolo in Roma, e antiveggendo i pericoli prossimi, feci all'Assemblea,
di disperdere i suoi membri a portar la croce di fuoco tra i loro
elettori nelle provincie, non fosse stata da improvvidi sospetti
respinta, forse le Romagne non davano il triste spettacolo--e so che
laveranno quell'onta--di lasciare il tedesco passeggiar senza ostacolo
da Bologna sino ad Ancona. Ma come può esistere Assemblea Nazionale
legislatrice su tutti e obbedita da tutti, se tutti, o i più almeno, fra
gl'Italiani non l'hanno eletta? Ben so ch'altri, a scansare l'ostacolo,
propose un'Assemblea, che andasse via via rafforzandosi dai
rappresentanti delle frazioni di territorio che s'andrebbero via via
emancipando. Ma le leggi via via votate non rimarranno pur sempre mal
ferme, per vizio d'illegalità, nell'animo dei non elettori? o dovranno
riesaminarsi ad ogni nuova infornata di rappresentanti? Pensando
all'immensa unità richiesta da un'impresa, come quella di far d'un
popolo insorto Nazione, e ad un tempo al continuo variar di tendenze,
all'incertezza di sistema governativo, alla instabilità d'ogni disegno
di guerra e pace, che prevarrebbero in quell'Assemblea, formata per
alluvione, non pare, a dir vero, proposta da senno.
Io intendo l'atto d'una prima Assemblea Nazionale Italiana, raccolta in
Roma, a definire e consecrare col Patto la terza vita d'un Popolo
predestinato, come il nostro, a infondere la propria nella vita
dell'Umanità, siccome l'atto il più solennemente religioso che possa, in
questa Europa sconvolta, compirsi; e lo vorrei tale nelle circostanze,
nella pace d'anima dei rappresentanti, liberi da ogni influenza d'eventi
passeggieri e violenti, nella maestà d'un Popolo circostante, purificato
dal martirio e in riposo sull'armi della vittoria. Vorrei che
gl'Italiani avessero prima imparato l'unità della Patria nel campo, la
missione della Patria nel sacrificio, la libertà della Patria nella
coscienza d'aver combattuto e vinto per essa. Vorrei che il Messia
dell'Italia, l'Assemblea Nazionale, avesse profeti che gli preparassero
la via. E cura del Governo d'Insurrezione sarebbe quella di prepararla
in quel breve periodo colla educazione iniziatrice, colla stampa
ordinata ad un fine, coll'associazione pubblica concentrata a una sola
bandiera, coll'esercizio della facoltà elettorale, dato, fin dov'è
possibile, ai militi e ai comuni pei loro uffici: di leggi, quel Governo
a tempo non dovrebbe farne se non concernenti la guerra, e le poche
richieste dai più urgenti bisogni del popolo e dalla necessità di fargli
intendere che combatte per sè, pel suo meglio. Commissioni o assemblee
di provincia, raccolte intanto senz'altro mandato che quello di snudare
le piaghe del passato, di studiare i nuovi bisogni, di preparar
materiali alla futura Assemblea, costituirebbero di fatto una potenza
invigilatrice, pel caso in cui il Governo d'Insurrezione accennasse
tradire o prolungasse il periodo transitorio oltre il termine indicato
dall'esito della guerra: guerra, ripeto, tanto più breve quanto più
concentrata, quanto più dittatoriamente diretta. Nè temo gran fatto
d'usurpazione da quei pochi: tremenda è la tirannide d'una Assemblea,
perchè il punirla minaccia le fondamenta dello Stato ed esige
l'insurrezione di tutto un popolo; ma i pochi, rivestiti di mandato a
tempo e per un intento definito, non avrebbero appoggio possibile se non
nella forza; e quella forza--non atteggiata ad esercito permanente e
separato dalla nazione--in un popolo ringiovanito nelle battaglie della
libertà, starebbe contr'essi. A me, nell'udire tanti puritani di libertà
affaccendarsi dall'esilio a custodire dalle ambizioni possibili la
patria futura, veniva spesso sul labbro: che! sognate un Cesare in ogni
patriota, a cui lo studio delle rivoluzioni suggerisca idee dissimili
dalle vostre, e non sapete giurare a voi stessi di essergli Bruti?