IV.

Non so s'io m'illuda: ma non parmi che queste norme possano formar

soggetto, da una in fuori, di controversia da chi accetti pel paese la

necessità d'una crisi rivoluzionaria: sgorgano da una logica elementare

documentata da quante rivoluzioni vollero riescire a buon porto e

riescirono. Comunque--e importa notarlo--nol formarono allora. Espresse

senza riguardi ed ambagi fin dal primo Manifesto del Comitato, furono

accolte con favore dalla generalità del partito; combattute

tiepidamente, e senza il corredo delle solite villanie, dai giornali

pagati per essere avversi. Nessuno levò allora la voce--ed era il

momento naturalmente additato alla buona fede--per dichiarare che la

nostra teorica rivoluzionaria era falsa; nessuno escì in campo a

proporne un'altra; nessuno s'attentò di fare atto pubblico di codardia e

di dirci: _l'Italia, checchè facciate, è e sarà pur sempre impotente a

movere ed emanciparsi, se prima non move la Francia o un'altra

contrada_. Gli umori che serpeggiavano fra taluni, segnatamente in

Parigi, si strisciavano, come dissi, rodendoli, intorno a nomi, non a

idee, d'individui. E noi, poco curanti di questo, procedemmo, con animo

alacre, nell'opera incominciata e nella pratica delle dottrine

enunciate. Primo passo su questa via, e nuovo indizio che per noi si

tendeva all'azione, fu l'emissione dell'Imprestito Nazionale: concetto

arditamente buono, che fu accolto con tanto favore da rivelare l'animo

del paese, ancorchè il risultato materiale non fosse gran cosa; diedero,

non i ricchi, colpevoli d'un'avarizia che espiano cogli imprestiti

forzosi e coi sequestri dell'Austria, ma i poveri.

Io non dirò, per ragioni facili a indovinarsi, quello che sotto

l'ispirazione del Comitato e la forte instancabile attività iniziatrice

di Roma si facesse all'interno; e soltanto affermo il lavoro condotto al

punto di dare certezza, che ove una vigorosa iniziativa sorgesse in una

parte d'Italia, sarebbe, più o men rapidamente, ma infallibilmente,

seguita da tutte l'altre; e della vigorosa unità del partito hanno, del

resto, dato indizî che bastano l'audacia inconquistabile della stampa

clandestina, le dimostrazioni periodiche a ricordo della repubblica in

Roma e provincie, i fatti compiti a danno di delatori in Milano ed

altrove, i terrori dei governi e le vittime, pescate il più delle volte

a caso, pure in tutte le classi, dal prete fino al più umile popolano.

Ma all'estero, accettate dal Comitato Europeo le basi intorno

all'iniziativa e alle relazioni internazionali accennate più sopra, il

lavoro assunse proporzioni importanti davvero e preparò risultati, che

agevoleranno all'Italia, quando vorrà coglierli, la via per collocarsi,

tra le nazioni, su quell'altezza, alla quale i fati la chiamano. Per

questo almeno io sento di meritare--e mi preme più assai di meritarla

che non d'averla--la gratitudine del paese. Per circolari, indirizzi e

inviati, il nome e la parola d'Italia suonarono potenti in tutte le

file, disgiunte prima del 1848, rannodate ora a un disegno comune della

democrazia Europea. L'alleanza, temuta e inutilmente assalita con

tutt'arti possibili, tra gli ungheresi e noi, più visibile dacchè

l'elemento rivoluzionario ungarese s'incarna in un uomo, non fu se non

una delle molte che traemmo--educandole con amore attraverso difficoltà

più gravi che altri non pensa--dai germi che le delusioni del 1848

avevano seminati. Dalla penisola Iberica, destinata ad unificarsi, fino

alla Grecia alla quale apparterrà un giorno, checchè facciano le

diplomazie per galvanizzare un cadavere, il primato su Costantinopoli;

in Polonia, centro pur sempre d'una delle quattro divisioni future del

mondo Slavo; nelle valli, troppo dimenticate dall'Italia, dove s'agita,

in cerca dell'avvenire, una gente romana di nome, di ricordi e

d'affetti, da Traiano in poi; in Germania; in Oriente, tra popolazioni

varie, taluno semi-barbare, ma il cui sommoversi cova inevitabile la

guerra europea, noi cercammo e trovammo nemici all'Austria. I pensatori,

ai quali è centro di politica europea Moncalieri, sorridano increduli a

posta loro, ma chi cerca appurare il vero, viaggi per quei paesi,

interroghi, e veda se l'importanza data all'Italia non è cresciuta di

tanto, da far parere ogni suo moto, ogni sua sommossa, fatto grave di

conseguenze ai moti e al progresso d'Europa. Questo cangiamento nella

teorica dell'iniziativa europea, accettato senza analisi di cagioni dai

popoli, è dovuto alle manifestazioni che nel 1848 e nel 1849 rivelarono

un'Italia, ignota fino a quei giorni. Il Comitato Nazionale non fece che

indovinar quel fatto, giovarsi dei diritti che dava a chi parlasse in

nome d'Italia, e fondarvi sopra una fratellanza più positiva, un accordo

predeterminato pel caso d'azione. Pur tanti anche oggi fra i nostri--e

dovrò or ora, con dolore e rossore, accertarlo--dimenticano quel fatto

supremo e guardano all'Italia, siccome a schiava giacente, finchè

piaccia a Parigi o a Berlino di dirle: _sorgi!_ dimenticano che non è

senza merito di fede in noi l'avere inteso quanta parte di vita europea

s'agita nella patria nostra, e l'aver preparato, come meglio si poteva,

il terreno ad alleanze, che l'Italia dovrà e potrà stringere fin dai

primi giorni del suo risorgere.

E in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America--in questi ultimi per

opera in parte di Kossuth, che affratellò sempre i fati dell'Ungheria e

dell'Italia--l'opinione, sistematicamente traviata dalla stampa ligia

alla monarchia piemontese, si trasformava, si incaloriva rapidamente. Il

mutamento in America, dove le tradizioni isolatrici dei fondatori

dell'Unione, cedono alla coscienza e al fremito della vita virile,

assumeva aspetto più pratico che gli eventi--se l'Italia vorrà dar moto

agli eventi--riveleranno. In Inghilterra a ogni modo la Nazione

sottentrava nelle menti al Piemonte; il popolo d'Italia sottentrava

negli affetti a una aristocrazia, i cui ricordi avevano data

all'emigrazione patrizia del 1821: cresceva e cresce l'irritazione

contro l'Austria quasi eguale a quella che suscita negli animi contro il

papato. A capo della propaganda trasformatrice si poneva

un'Associazione, fondata, dopo l'istituzione del Comitato, dai migliori

amici ch'io m'abbia. E se i miracoli delle Cinque giornate, o fatti come

quei di Roma, verranno mai a verificare le predizioni e rafforzarne il

linguaggio, vedremo, dove prima non fu se non tiepida e sterile

ammirazione, fremere una vita larga d'affetti operosi e d'ajuti.

Ma tutto questo a che pro? a che sollecitare gli animi con un cumulo di

lavori e speranze se l'Italia, diseredata di vita e potenza propria,

doveva aspettare, a tempo incerto, indefinito, libertà dalla Francia? A

che edificare con ostinato studio nella fratellanza europea una

iniziativa alla cospirazione italiana, se non per trarne, quando

occorresse, una possibilità d'iniziativa all'Italia? E chi mai poteva

credere che noi tentassimo imprestiti, predicassimo la necessità di

procacciarsi materiale di guerra e spingessimo con quanto ardore

potevasi adoperare, a concentramento di forze, se non per agire?

Nessuno lo credeva. Quanti s'accostavano a noi sapevano e udivano

ripetersi dalle nostre labbra che noi, pronti a seguire s'altri facesse,

tenevamo l'Italia capace, come ogni altra nazione, di fare ed esser

seguita. Se v'è taluno tra i nostri ch'oggi affermi il contrario, o

dimentica o inganna. Io non ingannai nè dimentico. E questo mio serbarmi

indeclinabilmente fedele al primo proposito, rimprovero, credo,

acerbissimo, checchè millantino, a quei che mutano ad ogni tanto o

dicono ciò che non pensano, è sorgente precipua d'ire e d'accuse. Se non

che a me torna più conto di starmi in pace colla mia coscienza, che non

cogli uomini de' miei giorni; porto, come i cavalieri crociati, il mio

simbolo sul petto e morrò con esso.

La coscienza mi dettava allora, com'oggi: che ad ogni uomo della mia

terra, il quale mi richiedesse del fine a cui s'ha da tendere, io

dovessi rispondere: _all'azione_:--ch'io predicassi, come obbligo oggi

supremo d'Italia, il prepararsi a insorgere e insorgere:--ch'io

nondimeno non dovessi illudere, affascinare gli animi a moti non

desiderati, sostituendo al loro il giudizio mio:--ma che qualunque

volta, da uomini capaci di rappresentare il voto delle moltitudini, mi

fosse detto: _vogliamo agire_, io dovessi dir loro: «Dio benedica il

generoso concetto,» e, come meglio potessi, ajutarli. Non ho tradito

alcuno di quei consigli. Quei che maravigliano in oggi del mio dire al

paese di lavorare ad insorgere, dimenticano ch'io, da ventiquattro anni,

predico la stessa cosa: quei che mi accusano d'aver detto o di dire:

_insorgete comunque; insorgete anche pochi; insorgete a ogni patto_,

affermano, consci o inconsci, quel che non sanno.

Gl'italiani devono insorgere pronti a morire, ma quando le probabilità

stanno per la vittoria. Soltanto, taluni non credono io credo che

probabilità siffatte possano raggiungersi dall'Italia guardando a sè

stessa, non a Londra o a Parigi.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 35 / 125 题