III.

Fondato il Comitato Europeo, e costituita, vincolo di fratellanza tra

esso e il Comitato Nazionale Italiano, l'identità di credenze, noi

predicammo, dentro e fuori, le poche semplici norme, che ci parevano

meglio opportune a guidare il partito sulle vie dell'azione, e a dargli

vittoria. Come individui, ciascun di noi serbava libero il pensiero,

libera la diffusione delle proprie idee sui problemi di soluzione

pacifica e più remota, che tormentano il secolo e ne vaticinano la

grandezza: come nucleo collettivo, dovevamo tenerci per entro i limiti

di sfera men vasta, sopra un terreno già conquistato e accettato dai

più. E noto questo, perchè a taluni, i quali non hanno cura se non di

scrivere libri, libercoli, o articoli, parve bello l'atteggiarsi a

pensatori più arditi, e rimproverarci l'incerto, il limitato, come essi

dicevano, del nostro programma. Scambiavano i caratteri della nostra

missione; e confondevano, col lento e solenne svolgersi della

rivoluzione, i preparativi d'una insurrezione. Noi non potevamo ridurci

a proporzione di _setta_; dovevamo studiare di rappresentare tutto

quanto il Partito. Dovevamo essere repubblicani, perchè la monarchia

spegnerebbe in sul nascere la nostra rivoluzione; unitarî, perchè, senza

unità, l'Italia non può essere nazione; ma lasciare ogni altra questione

alla nazione e alle ispirazioni dell'avvenire.

Le norme fondamentali da noi proposte eran queste:

Per forza di cose e d'idee, di leghe regie e istinti di popoli, di

intuizione logica e di storia severamente documentata negli ultimi

anni, l'Europa dovea considerarsi come divisa in due campi: il campo

della tirannide e del privilegio dei pochi, e il campo della libertà e

delle nazioni associate. La Democrazia, chiesa militante dell'avvenire,

doveva ordinarsi ad esercito, presta a promuovere pacificamente lo

sviluppo progressivo dei popoli, dove son liberi i mezzi pacifici; a

rovesciare colla forza la forza dove quei mezzi sono contesi. Le nazioni

dovevano riguardarsi come divisioni di quell'esercito, chiamato ad

operare sotto un disegno comune e sotto la mallevadoria d'uomini,

vincolati da un patto a non ricadere nell'esoso egoismo locale, che rese

impotenti i moti del 1848. La questione d'iniziativa, fidata

teoricamente ai fati provvidenzialmente preordinati e alla coscienza

d'ogni nazione, perdeva così l'importanza pratica, che l'orgoglio degli

uni e la servilità degli altri avevano fatto degenerare funestamente in

monopolio esclusivo. Poco importava su qual punto strategico d'Europa

s'aprisse la lotta, purchè tutte le forze dell'esercito democratico

sottentrassero alla battaglia. Sorelle sul campo, le nazioni

rimarrebbero tali, vinta la guerra, quando, riordinata la Carta

d'Europa, un Congresso di rappresentanti, scelti da esse, darebbe al

nuovo riparto consecrazione di comune consenso. I popoli, indipendenti

nell'assetto interno, alleati per tutto ciò che riguarda gl'interessi

europei e le relazioni internazionali, s'avvierebbero così alla

risoluzione pacifica dell'eterno problema, svisato quasi sempre dalle

sêtte moderne, armonia tra l'_associazione_ e la _libertà_.

E le stesse norme dovevano più o meno applicarsi al problema italiano.

Il campo italiano si divideva, come sempre, in due parti: gli uomini che

s'ostinavano ad aspettare la libertà della patria dalla diplomazia, da

disegni arcani di principi ambiziosi o da guerre straniere, e gli uomini

ch'erano fermi a cercarla nell'azione delle forze italiane, ajutate

dall'elemento popolare europeo. A questi soli il Comitato Nazionale si

rivolgeva: da questi soli chiedeva concentramento ordinato sotto un

disegno comune e un'unica direzione; gli altri sarebbero stati

trascinati dal fatto. E questo fatto non doveva, nè poteva avere un

giorno predeterminato a manifestarsi;--la nostra era questione d'idea,

non di tempo--ma, accettato come possibile, e maturato tanto da

raggiungere condizioni ragionevoli di vittoria probabile, prorompere,

quando il partito credesse, conseguenza di moti europei o principio ad

essi.

Intento del fatto doveva essere conquistarci una Patria, costituirci in

Nazione; una dunque doveva esserne la bandiera: inalzarsi, ovunque le

circostanze darebbero, in nome di tutti; proteggersi da tutti; trionfare

per tutti: guerra di popolo, governo di popolo. E perchè il popolo

potesse rivelare solennemente l'animo proprio, i proprî bisogni e la

propria fede:--perchè non traesse, come nel 1848, da pericoli

ipocritamente esagerati, o da speranze ipocritamente affacciate,

occasione a cedere improvvidamente le proprie sorti ad ambizioni di

principi e raggiri di cortigiani sofisti:--perchè, col decidere

immaturamente, prima d'essere libero tutto ed affratellato, non

richiamasse a vita, spenti, ma da poco, germi fatali di

federalismo:--perchè, infine, le incertezze, le oscillazioni, i pericoli

d'una libertà mal ferma, sospettosa quindi e facile a sùbiti sconforti e

a mortale anarchia, non si trapiantassero nel campo, non disviassero

dalla suprema necessità di combattere, non involassero, spegnendo la

vittoria in fasce, i frutti della vittoria:--il Comitato Nazionale

segnava due periodi alla risoluzione del problema; il primo, periodo

d'insurrezione, da governarsi con assoluta unità da un nucleo di pochi

buoni e volenti, acclamato e vegliato dal popolo, operante a rendere

nazionale, popolare, rapida e tremenda la guerra; il secondo, non

ottenuta, ma assicurata la vittoria, e libero, se non tutto, quasi tutto

il popolo d'Italia, da reggersi normalmente e svolgersi, sotto la tutela

d'una libertà meritata, dall'Assemblea Nazionale, raccolta, per voti di

tutti, in Roma.

Il Comitato Nazionale prometteva di sciogliersi davanti al Governo

d'insurrezione: la nostra missione era quella d'agevolare

l'insurrezione, non di dirigerla. E davanti al Concilio della Nazione,

il Governo d'insurrezione dovea render conto, sciogliersi, o portar la

testa sul palco. Norme siffatte, accettate, predicate, radicate per

tutto quanto il partito, bastavano per sè sole a spegnere ogni pericolo

d'usurpazione; ma s'altre, più positivamente proteggitrici, fossero

state credute necessarie per quel primo periodo, il popolo le avrebbe

architettate e sancite. Quanto ai cento problemi dell'avvenire, noi

collettivamente, non dovevamo occuparcene; ed era debito del Comitato

educare, coll'esempio, gli animi a fidare nel senno, raccolto in

Assemblea, del paese. Solamente, poi che senza tradir la nazione non

potevamo non dirci unitarî, aggiungevamo che l'unità vagheggiata non era

l'unità napoleonica--che non dovrebbe confondersi col concentramento

amministrativo--che l'associazione e la libertà, la Nazione ed il

Comune, erano, due eterni elementi, sacri egualmente, dello Stato, come

per noi si ideava;--e che all'elemento _reale_, storico, del Comune,

ampliato e sostituito all'elemento _fattizio_, arbitrario, degli Stati

d'oggi, doveva senz'altro attribuirsi quanta forza bastasse a non

renderne illusoria la libertà, quanta indipendenza potesse localmente

ordinarsi senza travolgere la Nazione nell'anarchia di vita politica e

d'educazione.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 34 / 125 题