Il Comitato esciva, in parte dal fatto dell'associazione ordinata, in
parte dalla tradizione, buona a conservarsi, del Triumvirato di Roma.
Era in breve tempo confermato, con adesione scritta, ch'io serbo, da un
numero considerevole d'uomini che avevano rappresentato il popolo in
Roma e d'altri che avevano virilmente difeso, nella milizia o negli
ufficî civili, l'onore della nazione per tutte parti d'Italia. E presso
le moltitudini, vogliose sempre di trovar chi le guidi a fare, presso
quella gioventù santa che non ha vanità individuali da accarezzare, ma
non domanda se non di combattere, vincere, o morire ignota per la Patria
comune, non era per mancarci autorità direttrice, quanto almeno bastava
all'intento nostro. Pur nondimeno pareva onesto e giovevole,
segnatamente per l'estero, che i più noti fra gli esuli si
raggruppassero in questo lavoro di riordinamento interno e di
rappresentanza internazionale; e determinammo richiederli. Scrissi
allora io stesso a parecchi, tra i quali ricordo Enrico Cernuschi,
Amari, Montanelli, Manin, Cattaneo. Chi per una, chi per altra ragione,
ricusarono tutti. Manin non rispose. Cattaneo, ora avversissimo, senza
ch'io possa indovinare il perchè, rispose magnificando, dichiarando che
bastavamo, che la tradizione dell'unico potere popolarmente legale era
in noi, che ogni accessione avrebbe guastata l'integrità del concetto e
che egli ajuterebbe a ogni modo; e poco dopo inviava una forma di
cedola, quasi interamente adottata per l'imprestito Nazionale. A noi
dolse che uomini, il cui nome avrebbe potentemente giovato a operare una
più rapida unificazione degli elementi, mancassero alla chiamata, ma il
loro non fare lasciava intatto l'obbligo nostro, e deliberammo compirlo.
Saliceti e Sirtori, nomi cari, l'uno agli italiani di Napoli, l'altro a
quei del Lombardo-Veneto, s'erano uniti a noi.
Da taluno fra gli esuli fu susurrata allora l'idea--e fu l'unica, dacchè
gli altri non allegavano se non motivi di circostanze, o, peggio,
d'antipatie individuali--che un Comitato dovesse escire dal voto
universale dell'emigrazione, e comporsi di tanti individui quante sono
oggi, per nostra sventura, le parti d'Italia. E se noi non avessimo
avuto in core che la meschinissima ambizione di recitare una parte,
avremmo accettato: eravamo certi d'essere eletti. Ma troppi e troppo
fatali traviamenti erano già entrati a corrompere la schietta logica
dell'esercito della democrazia, perchè da noi si consentisse, con
tattica indegna della nostra coscienza, a sancirne un nuovo. Sulla non
infallibilità del suffragio universale, adoperato anche su larga scala,
e in condizioni normali, gli esperimenti non foss'altro di Francia
dovrebbero, a quest'ora, aver illuminato molti fra i nostri e insegnato
la suprema necessità d'accoppiarlo a un disegno d'educazione nazionale,
non solamente gratuita, ma obbligatoria per tutti. La ragionevolezza del
suffragio, a ogni modo, quand'è applicato ad un Popolo, sta nel patto
comune che gli elettori hanno davanti agli occhi scegliendo, e del quale
gli eletti s'assumono di farsi interpreti. Ma il proporre che si
scegliesse per via di suffragi un Comitato destinato a unificare, sotto
certe norme, il partito; e l'affidare l'esercizio del voto a una
emigrazione di tempi e di principî diversi, dispersa fra Tunisi e
Montevideo, fra Costantinopoli e Nuova York, vegliata, perseguitata,
impaurita spesso dai governi sulle cui terre s'accoglie, era consiglio
inattendibile e pericoloso: inattendibile, perchè proclamava un diritto
d'elezione dove non erano condizioni di libero voto, nè di metodo
uniforme, nè di pubblica discussione fraterna, nè di verificazione
severa: pericoloso, perchè fidava all'anarchia delle opinioni ed al caso
la scelta della bandiera, sotto la quale doveva ordinarsi il partito. La
bandiera era stata inalzata, tra un fremito d'assenso di quanti
intendono l'avvenire immancabile dell'Italia, nella metropoli della
Nazione, in Roma: nè potea, senza colpa, sottoporsi a vicende di voti
dati fuor di paese. Il problema s'agitava, del resto, in Italia; e in
Italia stavano gli elementi che solo potevano scioglierlo;
l'emigrazione non li rappresentava, nè l'interno avrebbe accettato il
suo voto, quando non fosse escito mirabilmente concorde colle proprie
tendenze.
Questa mania di suffragi, di sovranità popolare, omeopaticamente
applicata dove non è nè indipendenza, nè popolo, fu, tra noi, rovina di
molte imprese e indugio perenne al concentramento delle forze e alla
rapidità delle operazioni. Noi non siamo, giova pur sempre ripeterlo, la
Democrazia, ma un esercito di cospiratori--e chiamo cospirazione, tanto
il lavoro che si adopera a diffondere stampe vietate, quanto quello che
tende a preparar barricate--militante a conquistare un terreno alla
Democrazia. Le norme dell'assoluta libertà, applicate oggi al compimento
della nostra missione, ricordano il _Libertas_ che i genovesi scrivevano
un tempo sulle porte delle prigioni. Nelle congiure, come tra le
barricate, l'iniziativa scende, non sale. Spetta ai pochi che si sentono
fatalmente spronati a fare, e capaci d'indurre altri a seguire, e puri
d'anima e irrevocabilmente determinati a non adorar idoli d'opinione,
transazioni o menzogne, ma solamente l'idea che li guida e l'intento. E
se la loro è, come spesso avviene, illusione, il popolo non li segue.
Il popolo--il popolo dei volenti azione--accennava seguirci.
L'Associazione s'ordinava rapida e spontanea su tutti i punti; e il
primo atto d'ogni nucleo era un'adesione al Comitato Nazionale. Il
bisogno d'unità era universalmente sentito, e cancellava, nei migliori,
ogni lieve dissenso. I giovani che amavano, più che sè stessi, la
patria, non temevano sagrificata una parte d'indipendenza
nell'accentrarsi volontariamente a una direzione; non sospettavano che,
pel loro consenso, potesse mai inalzarsi un seggio d'autorità pericolosa
al paese: chi è degno di libertà non teme di perderla, nè la perde. Però
procedemmo, lasciando ch'altri dicesse, e presti a seguire chi facesse
meglio e più attivamente di noi.