I.

Roma era caduta; ma come chi deve infallibilmente risorgere. I Francesi

occupavano le mura e le vie della città e cancellavano le insegne e la

sacra formola della Repubblica; ma non potevano cancellare due grandi

fatti, conseguenza dell'eroica difesa: il Papato moralmente spento e

l'unità italiana moralmente fondata. Il Papa, rimesso in seggio da una

gente materialista, affogava nel sangue dei martiri d'una nuova fede; e

l'Italia aveva trovato il suo centro. Parvemi che la conquista fosse

tale da non doversi commettere alle incertezze, all'anarchia del

partito, e che fosse pensiero degno del luogo il cacciare nel terreno

della sconfitta il germe della vittoria futura. E prima di ritrarmi,

ultimo fra i noti, da Roma, lasciai fondata l'Associazione Nazionale. Il

Comitato Nazionale doveva esserne il centro visibile.

Quale era il mio intento, quale era il nostro, dacchè allora eravamo

tutti concordi? L'azione: l'azione fisica, diretta, insurrezionale.

Riordinando l'Associazione, noi intendevamo ordinare il partito

all'azione. Il Comitato Nazionale doveva condurlo fino al punto in cui

l'azione fosse possibile; poi sparire tra le file del popolo

combattente.

Due anni prima, la missione degli influenti nel Partito poteva essere

diversa. Viveva abbastanza diffuso, conseguenza naturale d'una

oppressione stolta e feroce ad un tempo, l'abborrimento all'austriaco,

ma localmente, senza vincolo, senza simbolo, senza speranza comune. La

nazione era aspirazione di menti e d'anime elette, non fede di

moltitudini. Mancava al popolo d'Italia, non l'istinto, il desiderio del

meglio, ma la conoscenza della propria forza. Quando noi, repubblicani,

dicevamo ai giovani lombardi del ceto medio o patrizio: «Voi avete

bisogno del popolo; ma questo popolo non l'avrete se non osando, creando

in esso, col fascino della fede incarnata in voi stessi, l'opinione

della propria potenza,» crollavano, increduli, il capo; e disperavano,

pochi mesi, pochi giorni prima della insurrezione lombarda, di

trascinare sul campo d'azione le moltitudini. I fatti soli potevano

convincerli; e quei fatti dovevano escire, non dalla volontà d'uno o di

pochi individui, bensì da circostanze propizie, presentite, non create

da noi. Allora l'azione poteva e doveva predicarsi, come intento finale

e mezzo unico di riscossa, quando che fosse, senza tempo determinato: a

guisa d'apostolato educatore, più che come disegno pratico di congiura.

Ma, nel 1849, le condizioni erano radicalmente mutate. Il popolo aveva

detto in Sicilia ai suoi oppressori: _aderite alle domande nostre il tal

giorno, o insorgiamo_: ed era insorto e aveva vinto. Braccia di popolo

pressochè inermi avevano emancipato in cinque giorni il Lombardo-Veneto

dall'Alpi al Mare. I popolani di Bologna avevano, soli, e abbandonati da

chi più doveva combatter con essi, combattuto due eroiche battaglie

contro gli Austriaci. Brescia aveva segnato in ognuna delle sue strade

una pagina storica. In Roma, nel cuore della Nazione, s'era manifestata

tanta vita da rifare un popolo intero. In Venezia, guerra, bombe, colèra

e fame non avevano potuto suscitare un tumulto, strappare un gemito. I

nostri giovani militi s'erano fatti, in pochi mesi di combattimenti,

vecchi soldati. E tutti questi miracoli di virtù guerriera e di

sacrificio s'erano compiti in un fremito di patria comune, sotto la

grande ombra d'una bandiera che portava il nome d'Italia. E l'ultima

codarda illusione che aveva affascinato il popolo a credere possibili

fondatori di libertà nazionale un papa ed un re, s'era logorata e per

sempre in un esperimento, al quale io, non volendo che la bandiera

repubblicana si contaminasse, al primo apparire, di guerra civile, aveva

assistito, cupamente rassegnato e con dolorosa pazienza, che mi fu poi,

da uomini pazienti allora, oggi più che pazienti, rimproverata. Davanti

a cosiffatte innegabili rivelazioni, con un popolo ridesto alla fede,

che aveva in due anni imparato, non solamente a morire, ma a vincere, le

parti d'un Comitato Nazionale non eran più dubbie.

Fondare all'interno l'unità del Partito: concentrarne la forza a

principî comuni, a intento comune: preparare le cose in modo che

l'impresa, ove fosse vigorosamente iniziata in un punto, diventasse

infallibilmente impresa nazionale italiana: predicare il dovere e la

possibilità dell'azione: poi, quando il popolo decretasse di movere,

ajutarne, con un po' di materiale raccolto, le prime mosse.

Fondare, all'estero, l'unità della Democrazia: cacciar le basi

dell'alleanza futura dei popoli nell'alleanza, sopra un terreno comune,

degli influenti sul partito attivo in ogni Nazione: far sì che, data una

iniziativa italiana, fosse rapidamente seguita dai popoli aggiogati ora

sotto l'Austria e ajutata di favore operoso dagli altri.

Fu questo il programma del Comitato, dichiarato apertamente, come da noi

si usa; svolto nelle molteplici comunicazioni private, praticato con

insistenza dal primo fino all'ultimo giorno. Ogni altro programma

avrebbe fondato un ozioso dominio di setta, e dato al carnefice vittime

senza scopo. Or noi non eravamo settarî, ma apostoli, credenti in una

fede di non lontano risorgimento; non eravamo sì illusi da volere che un

popolo risorgesse senza sacrificio di vite, ma nè sì stolidi e appestati

di egoismo da guardare freddamente al patibolo dei nostri migliori e non

desumerne, com'oggi altri fanno, che un insegnamento di pazienza

servile.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 32 / 125 题