E fu un secondo periodo d'operosità fraterna e d'amore che rinverdì a

forti e costanti propositi l'animo mio e quello di altri esuli

tormentati. Era davvero una santa opera santamente compita. Tutto era

gratuito nella scuola. Direttore, vice-direttore--ed era un Luigi

Bucalossi toscano, infaticabilmente devoto--maestri, quanti s'adopravano

intorno all'istruzione degli allievi, s'adopravano non retribuiti. Ed

erano tutti uomini che avevano famiglia e la sostentavano col lavoro.

Insegnavano il disegno Scipione Pistrucci, figlio del direttore, e un

Celestino Vai, vecchio bresciano, al quale era affidata la custodia

della scuola, impiegato oggi in Milano nell'ufficio dell'_Unità_ e del

quale non vidi mai uomo più amorevole agli allievi, più convinto del

dovere di tutti noi verso i poveri ineducati. Insegnavano a leggere e a

scrivere operai che dopo aver faticato tutta la giornata al lavoro,

rinunziavano alle sole ore che avessero libere per accorrere a compiere

l'ufficio assuntosi, ed erano a un tempo sottoscrittori. Il 10 novembre

d'ogni anno, anniversario della fondazione, noi raccoglievamo da circa

duecento allievi, prima a una distribuzione di piccoli premî ai

migliori, poi a una modesta cena, nella quale noi tutti facevamo da

scalchi, distributori e domestici, e ch'era rallegrata da canti

patriottici e da improvvisazioni del direttore. Una di quelle sere era

eguale, nelle conseguenze morali, a un anno d'insegnamento. Quei miseri,

che i padroni trattavano siccome schiavi, si sentivano uomini, eguali e

animati. Amiche e amici inglesi intervenivano a quelle cene di popolani

e ne uscivano commossi, migliori anch'essi. Ricordo la povera Margherita

Fuller venuta dagli Stati Uniti con non so quali diffidenze di noi.

Condotta in mezzo a una di quelle riunioni ci era, dopo un'ora, sorella.

L'anima sua candida, e aperta a tutti i nobili affetti, aveva indovinato

il tesoro d'amore che la religione del _fine_ aveva suscitato fra noi.

L'esempio fruttò, prima in Londra, dove i preti della Cappella sarda,

poi che videro inutili i loro sforzi per far cadere la nostra scuola, si

ridussero a impiantarne un'altra nella stessa strada: poi in America,

dov'io aveva in quel torno impiantato relazioni fraterne. Scuole simili

alla nostra furono istituite nel 1842, per cura di Felice Foresti e di

Giuseppe Avezzana, in Nuova York, per cura del professore Bachi in

Boston, e per cura di G. B. Cuneo in Montevideo.

Intanto la scuola mi fu, come dissi, occasione di contatto frequente

cogli operai italiani in Londra. M'occupai, scelti i migliori, d'un

lavoro più direttamente nazionale con essi. Fondai una sezione di

popolani nell'associazione e l'_Apostolato popolare_ col motto: _Lavoro

e frutto proporzionato_.

E ristrinsi pure in quelli anni i vincoli di fratellanza che, annodati

nella Svizzera tra noi e i Polacchi, erano stati rallentati dai casi. Nè

importa oggi ricordare i particolari di quel nuovo lavoro

internazionale.

Solamente a mostrare come fin d'allora l'Associazione oltrepassasse nel

suo concetto la sfera d'un moto nazionale polacco per allargarsi a

quella che comprende tutte le tribù slave, inserisco le linee seguenti

colle quali ci riunimmo a chi celebrava in Londra, il 25 luglio 1845, il

diciannovesimo anniversario della morte dei martiri russi--(1863).

* * * * *

Credendo che superiore a tutte le patrie esiste una patria comune nella

quale gli uomini son fatti cittadini dall'amore del bene, fratelli dal

culto della stessa idea, santi dal martirio e che Pestel, Mouravief,

Bestugef, Ryleief, Kochowski, morti per la redenzione delle famiglie

slave, sono concittadini e fratelli a quanti combattono sulla terra per

la causa del giusto e del vero.

Credendo che le famiglie slave sono chiamate a una grande missione

d'ordinamento interno e d'incivilimento da diffondersi altrove, che non

potranno compire se non con una serie di lavori fraterni, e che la

Russia e la Polonia devono, per ragioni storiche e geografiche, essere a

capo di quei lavori.

Credendo che la lega dei governi assoluti non può essere vinta se non

dalla santa alleanza dei popoli.

Credendo inoltre che le famiglie slave dovranno un giorno affratellarsi

specialmente all'Italia in una guerra al nemico comune, l'Austria.

Il comitato centrale della _Giovine Italia_, associazione nazionale,

unita in anima e cuore ai voti, alle speranze, alle aspirazioni dei

patrioti polacchi, dà nome e adesione alla commemorazione dei cinque

martiri russi.

* * * * *

Nel 1844 ebbe luogo la spedizione dei fratelli Bandiera. I _Ricordi_

ripubblicati in questo volume contengono quanto importa all'Italia, nè

intendo riparlarne. Ma l'incidente della violazione delle mie lettere

merita ch'io vi spenda alcune parole. È un episodio d'immoralità

ministeriale monarchica da porsi allato a quello della spia Conseil

riferito in questo volume; e quella immoralità dura tuttavia eretta a

sistema da pressochè tutti i governi d'Europa.

A mezzo quell'anno, or non rammento più se in giugno o sul cominciare

del luglio, m'avvidi che le lettere dei miei corrispondenti in

Londra--ed erano tra quelli i banchieri per mezzo dei quali mi giungeva

la corrispondenza straniera--mi venivano tarde di due ore almeno.

Concentrandosi dai diversi punti all'uffizio postale generale, le

lettere vi ricevono un timbro che accerta l'ora del loro arrivo: la

distribuzione a domicilio ha luogo nelle due ore che seguono. Esaminai

accuratamente quei timbri e trovai ch'erano generalmente doppî: al primo

era sovrapposto un secondo timbro, di due ore più tardo e collocato in

modo da celare il primo, e allontanare il sospetto. Bastava per me, non

per altri increduli d'ogni violazione di ciò che chiamano lealtà

britannica e che accoglievano con sorriso ironico i miei sospetti. I

timbri così sovrapposti lasciavano mal discernere le due ore diverse e

serbavano apparenza di lavoro affrettato e data illeggibile. Ideai

d'impostare io stesso all'uffizio centrale lettera diretta a me,

calcolando l'ora tanto che il primo timbro dovesse portare la cifra 10.

Or dopo avere ricevuto quel timbro, le lettere a me dirette erano, per

ordine superiore, raccolte e mandate a un uffizio segreto dov'erano

aperte, lette, risuggellate, poi rinviate al postiere incaricato della

distribuzione nella strada ov'io allora viveva, ch'era _Devonshir

Street, Queen square_. Quel nefando lavoro consumava due ore a un

dipresso; e il timbro da sovrapporsi alla cifra 10 dovea quindi portare

il 12 che, per quanto facessero lasciava visibile parte dello zero del

10. Chiarito quel punto, raccolsi altre prove. Feci impostare, in

presenza di due testimonî inglesi e ripetutamente, alla stessa ora e

allo stesso ufficio postale, due lettere, una delle quali era diretta al

mio nome, l'altra a un nome fittizio, ma alla stessa casa: i testimonî

venivano ad aspettare con me la distribuzione; e accertavano con

dichiarazione scritta come la lettera che portava il mio nome giungesse

invariabilmente due ore più tardi dell'altra. In altre lettere a me

dirette racchiusi granellini di sabbia o semi di papavero; e li

trovammo, aprendo con cura, smarriti. Istituimmo una serie d'esperimenti

intorno ai suggelli, scegliendo i più semplici e segnati di sole linee,

poi collocandoli sì che le linee cadessero sulla lettera ad angolo

retto; e ci tornarono identici di forma, ma colle linee piegate

lievemente ad angolo acuto. Inserii un capello sotto la ceralacca, e non

era più da trovarsi: risuggellando, lo consumavano. E via così, finchè

raccolto un cumulo di prove innegabili, misi ogni cosa in mano a un

membro del parlamento, Tommaso Duncombe, e inoltrai petizione alla

Camera perchè accertasse e provvedesse.

L'accusa produsse vera tempesta. Alle interpellanze che da ogni lato

furono mosse ai ministri, questi diedero per alcuni giorni risposte

evasive; poi, meglio informati sul conto mio e convinti ch'io non mi

sarei avventurato senza certezza di prove, confessarono, schermendosi in

parte con certo vecchio editto che risaliva alla regina Anna e a

circostanze eccezionali, in parte con insinuazioni a mio danno e come

s'io avessi macchinato pericoli all'Inghilterra. Confutai queste ultime

in modo da ridurre il ministro accusatore--ed era sir James Graham--a

farmi ammenda pubblica in parlamento. E quanto all'altra difesa,

afferrai la via che m'apriva per disvelare all'Inghilterra tutta la

piaga. Non era da credersi che gli stessi ministri e gli altri che li

avevano preceduti avessero resistito sempre, fuorchè in quell'unico

caso, alla tentazione di valersi, pei loro fini, di quell'editto

antiquato. Feci quindi chiedere e ottenni che s'istituissero due

commissioni d'investigazione nelle due Camere. E le relazioni che

fecero, comunque tendenti a palliare le colpe più che non a produrle

brutte com'erano, provarono che dal 1806 fino al 1844, da lord Spencer a

lord Aberdeen, tutti i ministri, compresi Palmerston, Russell e

Normanby, s'erano successivamente contaminati di quell'arbitrio--che non

solamente le mie e quelle d'altri esuli, ma le lettere di molti inglesi,

di membri del parlamento, di Duncombe medesimo, erano state violate a

quel modo--che si erano inevitabilmente praticati, a celare la colpa,

artifizî contemplati dalle leggi penali, falsificazione di suggelli,

imitazione di timbri e altri--che le mie erano state aperte per quattro

mesi.

E provarono cosa più grave: che l'arti nefande di Talleyrand e

Fouchè s'erano praticate dai ministri d'Inghilterra, non per indizî

ch'io cospirassi contro lo Stato o m'immischiassi pericolosamente di

faccende inglesi, ma per compiacere servilmente a governi stranieri

e dispotici, e che ad essi--a Napoli e all'Austria--si trasmettevano

regolarmente le cose che parevano più importanti nelle lettere a me

dirette. Molte di quelle cose riguardavano appunto il disegno, da me

combattuto, dei due Bandiera, e rivelate suggerirono al governo di

Napoli l'atroce pensiero di provocarli, di sedurli, per liberarsene,

all'esecuzione. I ministri inglesi s'erano fatti complici di

quell'assassinio; e lo sentivano e ne arrossivano. Lord Aberdeen, il

gentiluomo più onorato in Inghilterra per fama d'impeccabile

schiettezza e la cui parola era considerata da tutti come sillaba di

Vangelo, fu trascinato a mentire sfrontatamente alla Camera. Fatto

interrogare da me se si fosse data comunicazione dei segreti

contenuti nella mia corrispondenza a governi stranieri, il _nobile_

lord aveva, plaudente la Camera--a quale affermazione di ministri

non plaudono le Camere escite dalla legge del privilegio?--risposto:

_nè una sillaba di quella corrispondenza fu mai sottomessa ad agenti

di potenze straniere_. Poche settimane dopo, la relazione delle due

commissioni investigatrici gli gettava in viso: _le informazioni

raccolte dalla corrispondenza erano comunicate a un governo

straniero_. Io scrissi il dì dopo su' giornali, alludendo alle

calunnie insinuate contro me da sir James Graham, che quando uomini

di Stato scendevano alla parte di _falsificatori_ e _bugiardi_, non

era da stupirsi che fossero anche _calunniatori_.

Nè giova stupirne. Ogni governo fondato sull'assurdo privilegio

dell'eredità del potere e che si regge su vuote formole come quelle che

_il capo dello Stato regna ma non governa; che tre poteri serbandosi in

equilibrio perenne creano il progresso_, e siffatte delle monarchie

costituzionali, è trascinato inevitabilmente presto o tardi

all'immoralità. Vive di menzogne, di norme ideate, di tradizioni

diplomatiche vigenti in una piccola frazione di società privilegiata, in

guerra quindi più o meno dichiarata coll'altra, non delle inspirazioni

che salgono dalla coscienza _collettiva_ a quella dell'_individuo_. E

ogni vita artificiale e profondamente immorale esce dal vero e dalla

comunione colla umanità, ch'è la via per raggiungerlo. In quelli uomini

di governo naturalmente buoni e leali, ma veneratori di formole

artificiali architettate a sorreggere un concetto artificiale anch'esso

e non desunto dalla natura intima delle cose, s'era fatalmente smarrito

quel senso diritto e morale che insegna l'unità della vita, e si

commettevano, come _uomini di Stato_, ad atti davanti ai quali si

sarebbero ritratti impauriti com'uomini e nulla più. Intanto la loro

politica immoralità insegnava immoralità agli inferiori guidandoli a

dirsi: _se per utile dello Stato è lecito dissuggellare, violare gli

ultimi segreti, sottrarre e trasmettere l'altrui proprietà, perchè nol

potremmo noi per l'utile delle nostre famiglie?_ Non v'è forse paese in

Europa dove le lettere siano così frequentemente violate come in

Inghilterra; e parlando delle lettere contenenti danaro, il direttore

delle poste in quel tempo, lord Maberly, diceva _che tanto valeva

cacciarle sulla pubblica via quanto affidarle alla posta_. Ma se i più

tra gli uomini d'oggi non fossero schiavi d'anima ed educati dalla

monarchia a guardare, più che l'uomo, la veste dell'uomo--se rifiutando

l'immorale distinzione tra l'uomo _politico_ e il _privato_ e intendendo

che al primo, come a quello che si assume una parte educatrice nella

nazione corre anzi debito maggiore di scrupolosa onestà, visitassero

severamente la colpa--se il dì dopo la menzogna, le sale dei convegni

amichevoli si fossero tutte chiuse, come a uomo disonorato, a lord

Aberdeen--la lezione sarebbe stata proficua non foss'altro a' suoi

successori. Prevalse alla nozione morale il prestigio dell'aristocrazia

e dell'alto ufficio; e mentre il paese pur dichiaravasi avverso

all'abuso, lasciò che i colpevoli durassero amministratori. Però il

segreto delle corrispondenze è oggi come allora, comunque più raramente,

violato.

A me intanto quella violazione additò il momento proprio per trattare

davanti l'Inghilterra la causa, fin allora negletta, della mia patria e

con uno scritto diretto a sir James Graham cominciai quell'apostolato a

pro dell'Italia che diede più tardi origine ad associazioni, riunioni

pubbliche e interpellanze parlamentari. Lo intitolai: _l'Italia,

l'Austria e il Papa_, e lo pubblicai in inglese. Fu poi tradotto nella

_Revue indépendante_ di Parigi.

Le prove accumulate in quel libretto a far conoscere lo sgoverno

finanziario e amministrativo che pesava sulle provincie italiane

soggette all'Austria e al papato sono oggi inutili[44].

* * * * *

I documenti contenuti in questo volume riguardano un periodo solenne per

gloria e sventura, per errori, per insegnamenti e per delusioni. Queste

ultime mi riuscirono inaspettate e dolorosissime. Immemori della lunga

nostra predicazione e del culto da essi medesimi giurato ai _principî_

come a quelli che soli potevano dar salute all'Italia, i migliori tra i

nostri--e parecchi m'erano individualmente amicissimi--al primo apparire

d'una _forza_, o d'un fantasma di forza, disertarono la bandiera e si

fecero adoratori ciechi del _fatto_. Da pochissimi infuori, temprati non

solamente a combattere, ma, avversi i fati, a vivere solitarî nel mondo

delle credenze e delle aspirazioni al futuro, il partito si sviò tutto

quanto a transizioni, fazioni e concetti di leghe ipocrite e inefficaci

tra rappresentanti d'opposti principî che tendevano scambievolmente a

deludersi. L'Italia abbandonò allora le tradizioni generose della

propria vita per rincatenarsi a quelle che nei secoli XVI e XVII ci

vennero dalla incontrastata dominazione straniera e dalla inenarrabile

corruttela d'una Chiesa non italiana nè alloramai più cristiana.

Machiavelli prevalse a Dante. E i danni e la vergogna di quelle

trasformazioni durano tuttavia.

Io potrei--e molti forse lo aspettano da me--scrivere un capitolo di

storia che consegnerebbe al giudizio severo dei posteri molte debolezze

oggi ignote che diedero cominciamento a quella crisi di dissolvimento

morale; molte violazioni di solenni promesse rimaste arcane; molte

ingratitudini d'uomini debitori a noi di fama e d'altro e che ci si

fecero avversi appena videro schiudersi un'altra via per salire. Ma nol

farò. Per cagioni d'affetto patrio, io non potrei dir tutto e di tutti,

e anche il vero tornerebbe in certo modo ingiusto ai trascelti. Tacerò

dunque; e mi limiterò ad accennare rapidamente la serie dei fatti tanto

da porne alcuni, negletti finora o fraintesi, in luce migliore che giovi

alla storia del principio nazionale, unico fine del mio lavoro.

Poi, a che pro? Perchè m'occuperei d'individui? Le loro colpe, i loro

errori, le loro fiacchezze risalgono a cagioni morali e si ripetono oggi

e si ripeteranno in altri negli anni futuri, finchè durano quelle

cagioni, sole che importi distruggere. Le generazioni rappresentano, a

seconda dalla loro educazione morale, _idee_ o _interessi_: noi

possiamo, quand'esse vivono governate dalle prime, antivederne gli atti

e calcolarne logicamente, a pro dei nostri disegni, la capacità e la

costanza; quand'esse traviano dietro ai secondi, mutabili per

circostanze fuggevoli d'ora in ora, ogni logica è muta. La generazione

vivente nel 1848 non aveva filosofia, nella sua generalità, se non

quella degli _interessi_; interessi personali nei più guasti: interessi

di vittoria, di partito, d'odio al nemico, nei migliori. La fede senza

calcolo di frutto immediato nell'ideale e nell'avvenire, non era in

essa. Noi avevamo sperato sostituirle in un subito l'entusiasmo pel

bello e pel grande. E ci eravamo ingannati. La fede è dovere: il dovere

esige una sorgente, una nozione superiore all'umanità, Dio. E Dio non

era e non è pur troppo nella mente del secolo.

L'Italia era ed è tuttavia--e se s'eccettuino i buoni istinti che

incominciano, segnatamente nelle classi operaje delle città, a

rivelarsi--appestata di materialismo: materialismo che dalla filosofia

meramente analitica e negativa del secolo passato s'infiltrò nella vita

pratica, nelle abitudini, nel modo di considerare le cose umane. Le

ardite negazioni del secolo XVIII assalivano un dogma inefficace oggimai

perchè inferiore all'intelletto dell'umanità; erravano perchè

confondevano uno stadio consunto di religione colla vita religiosa del

mondo, una _forma_ collo spirito che la riveste a tempo, un periodo di

rivelazione coll'eterna rivelazione progressiva di Dio tra gli uomini;

ma combattevano non foss'altro nella sfera del pensiero e la vita

ritraeva ancora un non so che dell'antica unità. Oggi noi soggiaciamo

non ai _principî_, ma alle conseguenze di quel periodo: traduciamo la

dottrina negli atti, senza il vigore di battaglia ch'era nella dottrina

medesima. Un alito di fervore religioso fremeva tuttora per entro a

quella irreligiosa ribellione: gli uomini che abbiuravano il Dio del

mondo cristiano inneggiavano con lunghe apostrofi alla Dea Natura,

sollevavano sugli altari la Dea Ragione. Tra noi pochi--se pur

taluno--s'attenterebbero, richiesti, di rispondere che Dio non è, ma i

più non sanno e non curano di sapere ciò che importi Dio nella vita e

come tutta una serie di solenni e inevitabili conseguenze derivi da

quella prima nozione: facili a oziosamente accettarla a patto

d'esiliarla inerte, infeconda, in non so quale angolo del regno delle

astrazioni. La legge morale, conseguenza di Dio--la sanzione della legge

nella vita futura dell'individuo--il dovere che ne discende a ciascun di

noi--il vincolo fra terra e cielo, tra gli atti e la fede--sono cose

indifferenti agli uomini d'oggi. L'unità della vita è così smembrata per

essi; il nesso tra l'ideale definito dalla religione e il mondo

visibile, che deve esserne interprete e rappresentarlo nei diversi rami

dell'umana attività, è posto siffattamente in obblio che fu salutata a'

dì nostri siccome formola d'alto senno civile la vuota frase _libera

Chiesa in libero Stato_. Quella formola vale _legge atea_ e religione

falsa o vera, buona o trista non monta; vale progresso nella pratica e

immobilità nella teorica, anarchia perenne tra il pensiero e l'azione,

intelletto liberamente educato e coscienza serva. Diresti che nessuno

intravveda l'unica ragionevole soluzione al problema, la trasformazione

della Chiesa sì che armonizzi collo Stato e lo diriga, senza tirannide e

progressivamente, sulle vie del bene.

Senza cielo, senza concetto religioso, senza norma che _prescriva_ il

dovere e la virtù, prima fra tutte, dal sagrificio, la vita, sfrondata

d'ogni eterna speranza per l'individuo e d'ogni fede inconcussa

nell'avvenire dell'umanità, rimane in balìa degli istinti, delle

passioni, degli interessi, agitata, ondeggiante fra gli uni e gli altri

a seconda degli anni e dei casi. I generosi impulsi e la poesia d'un

entusiasmo naturalmente fervido quando l'anima vive più spontanea e meno

signoreggiata dal mondo esterno, suscitano i giovani a contrasto colla

tirannide e li avviano inconsci sulle vie dell'azione. Poi, quando le

aspirazioni, le rapide speranze e le illusioni dorate sugli uomini e

sulle cose si rompono alla fredda prosaica realtà del presente e le

inevitabili delusioni, le persecuzioni, le disfatte aspreggiano a ogni

tanto la via, sorge il dubbio, sorge quel senso di stanchezza che

persuade l'impossibilità della lotta e dietro a quello s'insinua

l'egoismo che tende a godere--dacchè l'immortalità è ignota--quaggiù. E

allora, la prima proposta d'un disegno che non rinnega ma dimezza e

pospone il programma, è ascoltata; il primo affacciarsi d'una forza

appartenente ad altro campo, ma che pur promette adoprarsi contro il

nemico, è salutato come un modo d'accostarsi con rischi e sagrificî

minori all'intento. L'anima senza una fede sulla quale possa riposare

secura e sentirsi potente a procreare fatti quando che sia, si

ribellerebbe forse a una diserzione, ma s'arrende agevolmente a

transazioni che pur vi conducono. Entrata su quella via di

machiavellismo e d'ipocrite concessioni, s'avvela; smarrisce a poco a

poco la luce del vero, s'avvezza ad affratellarsi col calcolo e muta più

o meno lentamente ma inevitabilmente natura, finchè avvedendosi, tardi e

quando è fatta incapace della virtù santa del pentimento s'irrita

intollerante del biasimo altrui e s'ostina, per orgoglio e per utile ad

un tempo, nel traviamento accettato.

Tale è la storia della generazione che, tra il 1847 e l'anno in cui

scrivo, mutò lato e bandiera. E si rifarà fino a che gli uomini si

rimarranno diseredati di Dio e d'una fede che insegni il Dovere. Io lo

ripeto sovente, perchè so che in questo è la radice d'ogni nostro male.

Il popolo d'Italia potrà essere fantasma di nazione, ma non nazione

vera, grande, potente a fare, conscia della propria missione e ferma di

compierla, se non rieducandosi a religione: religione intendo quale i

progressi intellettualmente compiti e le tradizioni, studiate a dovere,

del pensiero italiano l'additano.

* * * * *

Su questa condizione morale, o piuttosto immorale, di cose s'innestò la

parte così detta de' _moderati_, composta d'uomini che avevano, come

Farini, cospirato con noi e s'erano stancati d'una via sulla quale

incontravano a ogni passo pericoli e persecuzioni; d'altri ai quali,

come ad Azeglio, era ingenita una avversione aristocratica al popolo e

alla democrazia e finalmente d'alcuni timidi angusti intelletti

immiseriti fra le tradizioni del piccolo Piemonte e incapaci d'afferrare

ogni concetto che non avesse perno in un re, in una corte, in un

esercito regolare.

La tradizione della parte alla quale accenno non era splendida.

_Moderati_ si dicevano gli uomini che nel 1814 avevano, in Lombardia,

applaudito al ritorno degli eserciti austriaci: _moderati_ quei che

avevano nel 1821 legato i fati dell'insurrezione piemontese a un

principe disertore: _moderati_ quei che avevano nel 1831 tradito il moto

degli Stati romani prima colla teorica anti-nazionale del non-intervento

da una provincia nostra ad un'altra; poi colla codarda capitolazione di

Ancona. Ma erano _individui_, come ne trovi in ogni crisi, vuoti

d'intelletto rivoluzionario, non _partito_ costituito, ordinato. Ben di

fronte alla _Giovine Italia_ s'era formata, sotto nome di _Veri

Italiani_, una società di fautori monarchici che si raccolsero intorno a

un patrizio lombardo, Arconati, in Brusselle e di là s'adoprarono a

diffondere le prime aspirazioni verso la dinastia savojarda: ma

respinta dai buoni istinti del nostro popolo, abbandonata a poco a poco,

mercè il nostro apostolato, da' suoi migliori, s'era trascinata

nell'ombra seminando di soppiatto accuse ai repubblicani e germi di

divisione, senza copia di seguaci, senz'eco. La parte _moderata_ non

pensò a costituirsi davvero e a sostituire alla nostra la propria

influenza prima del 1843 e poco dopo la sventurata impresa dei fratelli

Bandiera. Quell'impresa, attribuita inonestamente da essi a noi e

segnatamente a me, aveva innegabilmente versato sconforto e diffidenza

nelle nostre fila. Le circostanze a ogni modo non correvano propizie a

disegni di moti e mi pareva che si dovesse lasciar tempo alle idee

perchè trapassassero a poco a poco dalla gioventù degli ordini medî al

popolo non foss'altro delle città. I vincoli dell'associazione s'erano

quindi allentati e io mi limitava a mantener contatto qua e là, in

Lombardia più che altrove, con nuclei di giovani uniti senza forma

definita e liberamente a un intento d'apostolato e a invigilare se mai

sorgesse il momento opportuno a far meglio. Di quell'intervallo di

stanchezza e d'inazione forzata da parte nostra si giovarono i

_moderati_.

La prima loro manifestazione fu nel 1845 in Rimini. E quasi a dichiarare

l'assoluta assenza d'idee politiche, inalzarono bandiera _bianca_.

Bensì, dovendo pur dire al popolo agitato, perchè movessero, diffusero

un manifesto steso dal Farini ch'era pallida copia del memorandum dato

inefficacemente dalle potenze al papa nel 1831. Quel manifesto

sostituiva al moto nazionale i moti _locali_; alle grandi vitali

quistioni dell'indipendenza, dell'unità, della libertà i miglioramenti

amministrativi economici.

Io so che i più tra i capi dei _moderati_ avevano essi pure

nell'animo--non dirò la libertà, della quale non curano o poco--ma

l'indipendenza d'Italia, la questione nazionale, la cacciata dello

straniero. Dico che il metodo loro insegnava a disperarne per un lungo

indefinito periodo di tempo e sviava dal segno, che noi gli avevamo

additato, l'educazione del popolo. Dico che moltissimi fra quelli uomini

non volevano l'unità, nessuno la credeva possibile. E dico che se i

principi più avveduti, meno tristi e meno spronati dalla fatalità che li

sospinge, per somma ventura e legge dei tempi, a rovina, avessero tanto

quanto soddisfatto a quel monco programma, noi non avremmo oggi ventidue

milioni d'Italiani stretti a unità di nazione, ma il vecchio mosaico di

grandi e piccole monarchie e leghe più o meno ipocrite e traditrici.

Quelle leghe furono l'ideale dei pensatori del partito: da Balbo fino a

Cavour. Giacomo Durando predicava le tre o cinque Italie a beneplacito

dei principi volonterosi. Mamiani era centro in Genova d'apostolato

federativo. Gioberti proponeva in una lettera del 16 marzo 1847 a Pietro

Santarosa che «s'ottenesse dall'Austria con rimostranze un mutamento di

politica in Lombardia tanto che _pacificata_ colla dolcezza e colle

riforme, potesse poi, _con agio e tempo_, ricevere _d'accordo coi

potentati_ un assetto definitivo.» Cavour proponeva, non molto prima che

Garibaldi scendesse nel regno, patti e alleanza al Borbone. L'assenza

d'ogni fede unitaria nei _moderati_ è fatto documentato che la storia

dei tempi, quando sarà imparzialmente scritta, registrerà; nè le

millanterie machiavelliche dei giorni posteriori all'unità conquistata

dal popolo varranno a cancellarlo.

E un altro fatto, conseguenza di questo primo e troppo trascurato

finora, verrà registrato dalla storia, base e scorta all'intelletto

degli eventi di tutto il periodo; ed è il dualismo perenne tra l'azione,

generatrice d'ogni mutamento importante, dell'elemento popolare nostro e

l'influenza, potente unicamente a menomare, a sviare dal segno quei

mutamenti, esercitata dai _moderati_. Oggi, a udirli, diresti avessero

fatto l'Italia e promosso col loro metodo quanto ebbe luogo negli ultimi

quindici anni. Ma quando il tempo e l'Italia rinsavita avranno imposto

silenzio al cicalìo di gazzette vendute e alle calunnie e alle lodi

sfacciate, i fatti e le inesorabili date diranno che dall'amnistia

papale infuori, ogni concessione di principi, ogni passo mosso innanzi

dal paese originò dall'azione, avversata dai _moderati_, del popolo, dai

moti di _piazza_ com'essi sprezzando dicevano.--Da sommosse in Livorno,

nelle Romagne, in Roma, l'accresciuta libertà di stampa e l'istituzione

delle guardie nazionali--dalle petizioni firmate a tumulto su per le vie

e dagli assalti ai conventi, la cacciata de' Gesuiti--dall'insurrezione

siciliana del 1848 gli Statuti regi--dalle cinque giornate di Milano la

guerra, miseramente tradita, d'indipendenza--come nella recente seconda

fase del periodo, dalle resistenze del popolo ai disegni federalisti del

Bonaparte, dalle nostre minacciate spedizioni su Roma, dal moto di

Sicilia, dalle imprese di Garibaldi, originarono le annessioni del

Centro, l'invasione delle Marche, l'emancipazione del Mezzogiorno. Il

nostro metodo sopravviveva, negli istinti del popolo, a noi. Soltanto i

_moderati_, fatti per lungo artificio e pompose ripetute promesse e

profezie misteriose e prontezza ad attribuire a sè stessi ogni successo

ottenuto e a prudenza di tattica il biasimo dato invariabilmente ai

tentativi, soli e visibili padroni del campo, raccoglievano, accettando

i fatti compiuti, i frutti di quelli istinti.

Miravano non a conquistare un governo all'Italia, ma a conquistarsi i

governi italiani: non s'indirizzavano al popolo, ma ai principi: non

provocavano insurrezioni, ma un lento e temperato progresso dall'alto al

basso: rinnegavano le associazioni segrete e la stampa clandestina e

tentavano ottenere alcune dosi omiopatiche di libertà dalle carezze,

dalle lusinghe, dalle adulazioni servili profuse ai governi. E quanto al

Lombardo-Veneto e all'Austria, non avevano concetto di sorta; e i

filosofi politici della setta si limitavano a vaticinare possibilità di

risolvere la questione quando suonasse, per virtù d'atomi confederati e

arcadiche conversioni di monarchi al progresso e al bene dei popoli,

l'ora dello smembramento dell'impero turco in Europa. Ma quando la

febbre popolare irrompeva--quando il sangue dei nostri martiri ribolliva

nelle viscere del suolo d'Italia e a guisa d'agente vulcanico lo

sollevava--si rassegnavano volonterosi e lasciavano intendere col loro

sorriso ch'essi avevano antiveduto e aspettato quei moti anormali come

conseguenza del loro operare sagace. Al popolo, politicamente ineducato

e ignaro del come importi allo sviluppo dei fatti la coscienza delle

vere loro cagioni, poco caleva di chi li rivendicasse: accettava chi più

s'acclamava suo capo: confondeva causa ed effetti; e quando gli

ripetevano che i suoi trionfi erano dovuti all'avere i _moderati_

conquistato un papa che lo benediceva e un re che _aspettava l'astro_ e

teneva allato la _spada d'Italia_, plaudiva, colla gaja noncuranza del

fanciullo, non--di tanto gli giovavano gli istinti e gli insegnamenti

raccolti--al papato o alla monarchia, ma a Pio IX e a Carlo Alberto.

Intanto i _moderati_ s'insignorivano del potere e si collocavano a capo

dell'alte sfere sociali.

Se non che non si viola impunemente la logica; ogni errore porge origine

a una serie d'inevitabili conseguenze. Ogni menzogna proferita e

accettata genera un grado d'immoralità che logora a un tempo vigore e

virtù nel core della nazione. E temo che la conseguenza più grave della

supremazia assunta dai moderati sarà pur troppo uno strato di nuova

immoralità sovrapposto ai molti che la tirannide e la paura e il

gesuitismo e il materialismo congiunti hanno steso d'antico intorno al

core d'Italia.

Una profonda immoralità è infatti radice a tutte le teoriche e al metodo

dei _moderati_. L'eterno vero è da essi perennemente sagrificato alla

misera _realtà_ d'un breve periodo; l'avvenire al presente; il culto dei

_principî_ all'_utile_ presunto della giornata; Dio all'idolo

subitamente inalzato dalla forza, dall'egoismo o dalla paura. Le forti

credenze, i forti affetti, i forti sdegni non allignano in quelle anime

fiacche, arrendevoli, tentennanti fra Machiavelli e Lojola, mute a ogni

vasto concetto, vuote d'ogni profonda dottrina, abborrenti dalla via

diritta, impastate di ripieghi, di transazioni, di finzioni,

d'ipocrisia. Noi li udimmo, i capi della fazione, a dirci, colle stesse

labbra che paragonavano nei loro congressi a Giove Olimpico il re di

Napoli e dichiaravano _miracolo_ il re di Piemonte e redentore novello

Pio IX: _è necessità dei tempi, ma in sostanza lavoriamo per voi_. Li

vedemmo insolenti col debole, striscianti in terrore davanti al potente;

stringere or col popolo ora collo straniero, a propiziarsi l'uno e

l'altro, patti che intendevano di non mantenere; dichiararsi riverenti

al papa pur cercando modo di scavargli la fossa; professarsi alleati

devoti del Bonaparte che abborrono come abborre chi soggiace e per

sentita viltà; cospirare a un tempo, per prepararsi la via a due

ipotesi, con Garibaldi e contro Garibaldi. Nè dico che a tutti fosse o

sia sprone su queste vie tortuose e indegne degli educatori d'un popolo

il basso desiderio di meritarsi una nomina di senatore o di consigliere

di Stato. Parecchi tra loro vissero o vivono indipendenti. Ma la

mancanza d'un concetto religioso e quindi l'intormentimento del senso

morale, il torpore delle facoltà lasciate alla sola sterile analisi e

l'interna anarchia delle idee senza base determinata, senza fede

d'intento, hanno pervertito in essi intelletto e cuore e li commettono

agli impulsi sconnessi che vengono ad essi di giorno in giorno dai casi,

dai menomi fatti o dalle apparenze di fatti. Quando Salvagnoli diceva a

Brofferio: _bisogna tirare innanzi come si può e del resto colla verità

non si governa_, ei sommava in sè la teorica di tutto il partito. Quando

i _moderati_ acclamavano a Gioberti come al primo pensatore e al più

potente filosofo che avesse l'Italia, preparavano ai posteri la giusta

misura della loro mente e dell'ideale filosofico che veneravano.

No; Gioberti, il gran sacerdote della setta, non era filosofo; e

l'essere egli stato generalmente riconosciuto siccome tale dimostrerà a

quali poveri termini fossero ridotti in Italia gli studî filosofici. La

filosofia è una affermazione dell'_individualità_ fra una sintesi

religiosa che cade e un'altra che sorge: è una coscienza del mondo

presente illuminata dai raggi d'un mondo futuro: è un criterio

determinato di vero fondato sulla universale tradizione del passato e

tendente con un metodo egualmente determinato a indagar l'avvenire.

Gioberti non ebbe vero intelletto di tradizione nè intuizione--oggi

nessuno vorrà negarlo--dell'epoca che va maturandosi. L'uomo che esordì

dalle dottrine di Giordano Bruno per sommergersi in un concetto

neo-guelfo di primato italiano per mezzo del papato--che salutò

d'entusiasmo la formola _Dio e Popolo_ per rinnegarla poi a profitto

d'un cattolicesimo rintonacato--che dopo d'avere fulminato dall'altezza

d'una coscienza filosofica gli artifici del gesuitismo, li adottò

cardine de' suoi disegni, appena entrato sull'arena della politica

pratica--che viaggiò di città in città, pellegrino crociato d'una

monarchia da lui sprezzata, adulando a ciascuna da Pontremoli a Milano

come a prima città d'Italia--che diceva a me nel 1847 in Parigi: _io so

che differiamo in fatto di religione; ma Dio buono! il mio cattolicesimo

è tanto elastico che potete inserirvi ciò che volete_--non fu nè

filosofo nè credente. Ingegno facile, rapido, trasmutabile, fornito

d'una erudizione copiosa ma di seconda mano e non derivata dalle

sorgenti, capace d'eloquenza, ma di parole più che di cose, fervido

d'imaginazione più che di core, non ambizioso nè cupido di potere o

d'agi ma vano e irritabile e intollerante d'ogni opposizione, Gioberti

soggiacque per impazienza di successo e per indole naturalmente

obbiettiva agli impulsi esterni, agli avvenimenti che si sottentravano e

v'accomodò, scendendo dalle serene-immutate regioni della filosofia, le

sue facoltà. Non diresse, riflesse. E dacchè il periodo era, come io

dissi, guasto d'immoralità, non cercò di vincerla, vi s'adattò. Ei fu,

inconsciamente, con Balbo e Azeglio, tra i primi corruttori della

giovine generazione: mentre Balbo insegnò la rassegnazione della scuola

cattolica e seminò lo sconforto nelle forze collettive del paese--mentre

Azeglio pose in core alle classi medie della nazione il materialismo

veneratore servile dei fatti e i germi d'un _militarismo_

pericoloso--Gioberti rivestì di sembianze filosofiche l'immorale

dottrina dell'_opportunità_ e mascherò da idea l'irriverenza alle idee.

E fu primo--biasimo assai più grave--che introducesse nel campo della

libertà l'arme atroce della calunnia politica e l'insana accusa di

settatori dell'Austria contro repubblicani e dissenzienti dal concetto

del _regno del nord_, dalle fusioni imposte, dalle guerre che

rispettavano il Trentino e Trieste e da ogni idea che non fosse sua.

I fatti del 1848 e del 1849 sono commento alle cose ch'io dico. A me non

tocca or ripetere ciò ch'io accennai di quei fatti nei _Cenni e

Documenti_ della guerra regia e negli altri scritti contenuti in questo

volume e nel seguente. Ma dirò--perchè importa al piccolo nucleo di

repubblicani che si serbarono in quei due anni incontaminati--come

sentissimo, come prevedessimo fin d'allora gli eventi e quale fosse la

norma della nostra condotta.

* * * * *

Fin da quando, gran tempo innanzi al delirio che invase nel 1847 le

menti, si mostrarono, nel mezzogiorno segnatamente, i primi indizî di

tentennamento fra i due _principî_, io mi diedi a combatterli più che

pubblicamente privatamente, per via di lettere. E ne inserirò qui a

saggio delle molte ch'io scrissi, una ch'io diressi a un Leopardi,

membro del Comitato napoletano, repubblicano nel 1833, incerto nel 1834

dopo il mal esito del tentativo sulla Savoja, monarchico dichiarato nel

1848 e autore d'un libro oggi dimenticato nel quale sono da trovarsi

parecchie falsità sul mio conto e su quello di parte nostra.

«..............Avete fede»--io gli diceva--nei destini d'Italia? Avete

fede nel secolo? V'arde il sacro pensiero di proclamare l'unità delle

famiglie italiane? Avete provato quanto ha di grande, di solenne, di

religioso, il concetto che chiama la generazione del secolo decimonono a

creare una Italia? Volete farla grande e bella fra tutte le nazioni?

Intendete come si tratti per noi d'un'opera immensa, divina, ove ci

riesca di darle la parola dell'epoca nuova, di cacciarla alla testa d'un

periodo di civiltà, di commetterle una missione che influisca

sull'umanità intera? Allora, staccatevi dalle idee di transazione anche

momentanea, anche concepita come gradino al meglio, e siate

repubblicano, repubblicano sin d'oggi apertamente e credente nella

possibilità, nella necessità del trionfo del simbolo repubblicano. Però

che tutte le altre idee sono illusioni, menzogne della vecchia politica

che s'è abbarbicata alle menti.

«Guardate all'Europa. Il suo moto è a repubblica, moto universale che

aumenta ogni giorno, che trascina gli intelletti un tempo più schivi,

fin Chateaubriand, fin Lamennais. La prima rivoluzione francese, avvenga

quando che sia, sarà per necessità repubblicana: la prima insurrezione

germanica, repubblicana per necessità: dacchè le divisioni politiche e

l'assenza d'una famiglia che abbia quanto basti d'influenza e di virtù

per riunirle, escludono il governo monarchico a quei che vogliono

unificare l'Alemagna.

«La Svizzera si regge a repubblica e progredisce verso un nuovo assetto

più popolare e più energicamente concentrato. E voi vorreste che

l'Italia, sorgendo a rivoluzione, gridasse un grido costituzionale

monarchico? Vorreste collocarla in condizioni di avere rivoluzioni

posteriori? Ridurla allo stato della Francia d'oggi? Porla retrograda

fra i popoli che s'affrettano alla meta? L'Italia si trascinerebbe

stentatamente dietro al moto europeo, quando è destinata a precorrerlo?

Il simbolo popolare, dovunque verrà proferito, darà a quel popolo la

palma dell'incivilimento europeo, e noi, questa palma vogliamo darla

all'Italia--e possiamo, volendo.

«Il simbolo popolare è unico a darle vigore e possibilità di unità.

Create una o più monarchie costituzionali: avrete sancita, educata,

fortificata la divisione in Italia: avrete di necessità creato

un'aristocrazia, elemento indispensabile nel reggimento monarchico

costituzionale: avrete forse gettati i germi d'una guerra civile

tremenda. Perchè non giova illudersi; cacciato un governo costituzionale

nel regno di Napoli, credete voi che il Piemonte e la Lombardia

s'uniscano sotto la bandiera di quel re? No. Le gare, le invidie sono

sopite perchè il simbolo popolare, che s'è affacciato, non ammette

irritabilità d'amor proprio di provincie; ma si ridesteranno formidabili

ogni qual volta si parlerà di monarchia. Il Piemonte non subirà mai un

re napoletano. Napoli non subirà mai un re piemontese. Avanza dunque una

federazione di re italiani. Una federazione di re non ha esistito, nè

esisterà mai.

«Una federazione non è che un passo mosso verso l'unità, e questa è

contraddittoria alla esistenza dinastica dei re. Una lega di re può

esistere--esiste; ma contro ai popoli, contro al moto delle idee, non a

favore della libertà e delle idee progressive. E d'altra parte, ponete

Napoli governata costituzionalmente, come farete cotesta lega?

Pacificamente o colle armi? Pacificamente no certo, nè alcuno lo crede.

Sarebbe portento tale che supererebbe le difficoltà d'una rivoluzione

repubblicana. Colle rivoluzioni non l'avrete mai; perchè, a cagion

d'esempio, l'insurrezione ligure non sarà mai che repubblicana[45].

Abbiatelo--dalle cagioni in fuori che fanno tendere Genova a separarsi

da un re piemontese--come fatto inevitabile, del quale io starei

mallevadore sulla mia testa. Allora, che farete in Italia? Se ponete

anche che le rivoluzioni strappino ovunque un patto costituzionale ai

nostri principi, poserete voi una confederazione italiana sulla lega dei

principi costituzionali, per violenza esercitata sovr'essi? Faranno

lega, forse; ma per emanciparsi dai popoli--non per altro. Noi vogliamo

non solo mutar le sorti d'Italia, ma rigenerarla; perocchè vogliamo

farne un gran popolo; ed elemento d'un popolo grande è, più che non si

pensa, un popolo schiavo, ma fremente. Gli estremi si toccano. Nelle

grandi scosse i popoli si ritemperano, si consacrano alle grandi cose.

Non così se, invece di chiamarli dal nulla alla creazione, volete

indugiarli in tentativi incerti e graduati. La monarchia costituzionale

è il governo più immorale del mondo; istituzione corrompitrice

essenzialmente, perchè la lotta organizzata, che forma la vitalità di

quel governo, solletica tutte le passioni individuali alla conquista

degli onori e della fortuna che sola dà adito agli onori. Vedete la

Francia! come ridotta in Parigi! e che indifferenza e che egoismo non la

ucciderebbe se non sorgessero tratto tratto i martiri repubblicani a

riconfortarla! Gli anni della _Restaurazione_, la _commedia dei quindici

anni_ e l'ipocrisia continua delle lotte d'opposizione parlamentare

l'hanno sfinita, gangrenata, guasta per modo, che se la sua missione

d'incivilimento è finita, se ad un popolo qualunque dà l'animo di

sorgere primo. E dovete paventare più per l'Italia.

«La Francia ha inaugurato il programma dell'èra moderna; la Francia ha

avuto la Costituente e la Convenzione: l'Italia, uscente dal servaggio

per addestrarsi nell'arena costituzionale, avrà da aggiungere ai vizî

del primo i vizî e le corruttele del reggimento monarchico-misto.

Quindi, troncato l'avvenire italiano--troncata, per un mezzo secolo, la

grandezza italiana--troncato, forse per sempre--io non cesserò mai di

ripeterlo a voi caldo e intelligente italiano--il primato morale

italiano sulla civiltà dell'Europa. Pure, se a fronte d'una quasi

impossibilità di sorgere come vogliamo, si mostrasse una certezza, una

speranza fondata di sorgere come possiamo! Ma noi abbiamo spiato bene

addentro il pensiero dell'Europa monarchica. Abbiamo esplorato tutte le

vie di miglioramento. Non ve n'è una fondata sulle mire dei governi.

Siamo soli, o coi popoli.

«L'Europa è in oggi un campo d'audacia pel partito repubblicano; un

campo d'astuzia pel partito monarchico dove la forza delle cose ha

strappato le concessioni; un campo di ferocia dove il dispotismo regna

sicuro.

«L'Austria e la Russia rappresentano quest'ultimo. La Francia e la

Spagna l'altro.

«L'Inghilterra nulla rappresenta nel sistema europeo. Il principio

motore del governo non è mutato. È l'egoismo nazionale, commerciale--e

non altro. Da Canning in giù, uomo mal noto ai buoni, e che in più cose

gode di fama usurpata, non v'è grado di progresso verso idee

d'equilibrio europeo. V'è una lotta segreta ma vivissima interna tra

l'aristocrazia e il popolo, che assorbe ogni cosa. L'alleanza colla

Francia è nulla, è parola cacciata a illudere i due popoli--null'altro.

Quando il governo inglese ebbe voce che si tenterebbero reazioni

Carliste in Francia, cacciò il partito whig e spinse il tory. Il nome di

Wellington rappresentante il dispotismo nella sua brutalità militare, fu

posto innanzi. Svanite le speranze dell'assolutismo si tornò alle

tendenze di Grey. Ma chiunque conosce l'Inghilterra, sa come in oggi gli

whigs, sieno ridotti, come perdano ogni giorno le forze nella gran

contesa che pende tra i tories e i radicali, e come non possedano più se

non quella vita che si trascina senza concetto di avvenire, senza idee

d'iniziativa Europea, senza possibilità di averle e praticarle.

L'Inghilterra non è, nè sarà mai alla testa di una propaganda qualunque.

Essa riconosce i fatti: riconosce la regina in Ispagna: riconosce D.

Pedro, perchè tende da secoli a farsi del Portogallo una specie di

colonia commerciale: riconoscerebbe noi, ove insorgessimo vigorosi.--Ma,

nè un uomo, nè un obolo dal governo per un punto ch'esso non desideri

far suo direttamente o indirettamente--siatene certo.

«La Spagna non è ora a porsi in calcolo per un appoggio, come non è per

un ostacolo ai progetti dei popoli. Il governo, intravedendo una

insurrezione, ha transatto; ma, nè buona fede al di dentro, nè influenza

vera al di fuori.--

«La Francia?--Luigi Filippo è collocato in un bivio. Il partito

repubblicano minaccia cacciarlo; le potenze del Nord minacciano

cacciarlo. La guerra, da qualunque parte venga, gli è mortale, ed egli

lo sa. La guerra trae seco infallibile--alla prima vittoria come alla

prima disfatta--il trionfo repubblicano. L'ira del popolo nel secondo

caso, le sole promozioni nel primo, bastano a rovinarlo, perchè

l'esercito, nella bassa ufficialità, gli è minato. Il re, il governo non

ha partito alcuno: partito di Luigi Filippo in Francia non esiste:

esiste un partito di ciò che è, dello _stato-quo_; un partito della pace

a ogni prezzo fondato sugli interessi immediati. Togliete la pace,

togliete l'unica speranza di quel partito che chiamano _juste-milieu_,

la rivoluzione è compiuta. Per questo il governo ha evitato la guerra

quando, due o tre volte, tutta l'Europa la gridava inevitabile. Noi

dicemmo il contrario sempre, perchè nessun governo si suicida. Per

questo Luigi Filippo ha sacrificato, nel 30 la Spagna, nel 31 l'Italia,

poi la Polonia--a malgrado delle promesse solenni. Per questo egli ha

obbedito agli ordini del Nord, che gl'imposero di vietare le

associazioni. Per questo ei s'è fatto capo, ora di fresco, della

crociata diretta dai governi contro i proscritti, temuti perchè

repubblicani e tutte le arti sue tendono a cacciarli in America. Per

questo egli ha avvertito sempre i governi di ciò che si tramava

contr'essi, ogni qualvolta gli venne fatto di risaperne come all'epoca

del tentativo di Francoforte. Per questo metterà sempre tutti gli

ostacoli che per lui si possono a qualunque moto italiano, perchè moto

italiano e guerra sono sinonimi. V'è tal cumulo di fatti oggimai sul

conto di Luigi Filippo, che il travedere intenzioni di progresso in lui

è un ostinarsi ne' sogni. Bensì la Francia lo inceppa, il fremito delle

nazioni lo inceppa; e però, mentre i re del Nord stanno Attila della

tirannide, a lui è stata affidata una parte ipocrita. Luigi Filippo è il

Tartuffo della santa lega. A lui è stato commesso il differire i moti,

che gli altri si riserbano di spegnere dov'ei non riesca. Quindi le voci

di leghe e di speranza cacciate a caso, onde i popoli seguano e si

ritengano nell'aspettativa e nell'inerzia. Sogni che sviano dal lavoro e

dalle vere terribili cospirazioni--inganni tesi per la millesima volta

ai cospiratori di tutti i paesi, senza che questi rinsaviscano mai. Quei

progetti che vi seducono gli furono affacciati, non da noi direttamente,

chè abbiamo cacciato il guanto e lo manteniamo, ma da gente inspirata da

noi e che doveva servirci di esploratrice--affacciati, nel 31, al segno

di proporre un re d'Italia che gli fosse figlio: affacciati in altra

forma risguardante l'Italia centrale, al tempo dell'occupazione di

Ancona--affacciati poco prima della spedizione di Savoja, e ogni volta

che si venne alle strette, un ritrarsi è un tradire. Abbiamo prove

materiali della politica che qui vi accenno.

«E perch'ei lo sa, perch'ei sa che in lui non avremo fiducia mai, che da

noi egli non ha speranza nè di rivelazione nè d'altro, intende a

cacciarci in America. E prima che ciò avvenga, potrebbe accadergli ciò

che gli troncasse a mezzo la via. Ma per somma disavventura, vi sono, a

Parigi specialmente, uomini illusi che vorrebbero ostinarsi a fidare, e

vi sono altri a' quali è principio opporsi ad ogni tentativo che non

venga da Parigi, e che, non sapendo il come, tentano illudere i nostri

concittadini a sperare in progetti, de' quali Luigi Filippo e i suoi

agenti ridono di soppiatto. Il nostro Pepe è fra quelli ed alcuni de'

nostri e molti dell'Italia centrale. Ma quali? Membri di governi

provvisorî, che tradirono la causa italiana alla illusione del _non

intervento_, e non possono in oggi condannarsi da sè, però insistono su

quelle miserie. Uomini d'una fratellanza che s'intitola de' _Veri

Italiani_, diretta sotterraneamente da quella stessa _alta vendita_ che

noi abbiamo denunciata, perchè è rovina alla causa, e che, prefiggendosi

apparentemente gli stessi principî che noi predichiamo, va pure

stillando negli animi la massima che nessun moto è da tentarsi, che

l'Italia è impotente a reggersi insorta, che dalla sola Francia può

partire il segnale.--E guai se coteste massime filtrano negli Italiani!

Guai se i buoni, come siamo noi e siete voi, non le contrastano a viso

aperto!

«Riflettete. Il partito dell'Austria, e però delle potenze del Nord, è

preso: guerra, guerra inevitabile a qualunque progresso italiano, perchè

qualunque progresso è mortale all'Austria; guerra, ne segua che può. E

quando essa vide il pericolo non si arretrò nè davanti a patti di non

intervento, nè a minaccie nè ad altro. Volete ch'essa si rassegni a

morire? A morire vilmente? Essa avventurerà la vita per tentare la

vittoria, anzichè rimanersi spettatrice inerte de' nostri progressi. La

guerra coll'Austriaco noi non possiamo evitarla mai, sia che moviamo a

gradi, sia che ci lanciamo d'un balzo all'ultimo della carriera. La

speranza di evitare questa guerra è la causa che ha perduto tutte le

nostre rivoluzioni. L'avere posto i re a direttori dell'impresa italiana

ci ha tratto in fondo fino ad oggi. Perdio! Ricadremo ne' vecchi errori?

Attraverso tanto sangue di martiri sparso per questa Italia che vogliamo

liberare, torneremo ancora una volta al punto d'onde partimmo?

«Torneremo nel 1834, al 1821?

«Io non vi ho parlato di principî perchè in politica l'unica vertenza

che può esistere fra gente come noi siamo non può posare che sulla

questione di fatto, di possibilità o d'impossibilità, ma pure è

necessario ch'io il dica; è necessario che sappiate a che attenervi

circa alle intenzioni della _Giovine Italia_. Nulla è mutato alle sue

leggi, al suo scopo, ai mezzi ch'essa intende di scegliere e di porre in

opera. Però essa insiste ed insisterà nel suo grido repubblicano, essa

rifiuterà qualunque transazione s'offrisse: essa crede alla potenza di

rigenerarsi in Italia, alla possibilità della iniziativa italiana in

Europa, al dovere di ogni buon Italiano di promuoverla con ogni mezzo.

L'impresa è grande, ma per questo è italiana. Per questo io v'invito a

promuoverla. Non vi sviate per quanto v'è di più sacro, dietro a

speranze chimeriche: queste speranze le abbiamo nutrite un giorno noi

pure: poi una accurata disamina e un addentrarci più sempre nel segreto

delle Corti alleate, e un'intima conoscenza delle molle che pongono in

gioco queste voci di transazione, ci hanno convinti che nulla v'ha da

sperare se non nell'armi, nel popolo e nei popoli. Come intendiamo

adoperar queste forze vi dirò domani in un'altra mia alla quale io vi

pregherò di risposta.

«Dio voglia, per l'Italia e per noi, ch'essa sia quale io la invoco e la

spero.

«Ho scritto a voi; ma, come bene intendete, per tutti i buoni che sono

con voi e che vi prego d'abbracciare per me.

«Siatemi fratelli, e innanzi.»

* * * * *

Quella lettera fu scritta nel 1834. Tredici anni dopo, quando

l'entusiasmo per Pio IX toccava i limiti della follìa e

Montanelli--anima buona, ma debole e affascinata successivamente dalla

_Giovine Italia_, dai sansimoniani, dai neo-cattolici, da Gioberti, da

tutti e da tutto--mi scriveva cose mirabili intorno alla trasformazione

del papato e all'accordo del dogma cattolico coi progressi dello spirito

umano, insistendo perch'io parlassi da convertito o tacessi, io

rispondeva il 16 luglio 1847: «.....Nell'impossibilità di ricreare la

fede in un dogma oggi essenzialmente in cozzo coi progressi irrevocabili

dell'intelletto spinto a nuovi mondi da Dio padre ed educatore, voi vi

troverete colla nuda e sola morale; e io so che nessuna morale può

durare feconda di vita nell'umanità senza un cielo e un dogma che la

sopportino. . . . . . . . . Lascio al tempo la verificazione dei miei

presagi, e s'io vedrò la vita dell'umanità rinnovarsi nella vostra

credenza, io mi prostrerò riverente agli altari dei nostri padri.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Andreste errato di molto se credeste me e quelli che stanno con me

intolleranti, esclusivi adoratori dei principî democratici repubblicani

e trattenuti per quelli dall'unirci a voi. L'avvenire democratico

repubblicano, non al modo degli Stati Uniti ma ben altro e ben

altrimenti religioso e derivante dall'autorità bene intesa, m'apparisce

così inevitabile, così connesso col disegno provvidenziale che si

manifesta nella progressione storica dell'umanità, ch'io non sento

bisogno alcuno d'essere intollerante. . . . . . Se oggi dunque la

maggioranza buona della nazione s'accentrasse intorno a un papa o a un

re e lo gridasse iniziatore de' suoi destini e questo papa o questo re

li iniziasse davvero, io primo dimenticherei che questo re m'ha rapito

il mio primo e migliore amico, che questo papa rappresenta

essenzialmente una credenza o per meglio dire un ricordo d'autorità

contro la quale tutta l'anima mia si ribella; e accetterei la bandiera

ch'egli m'offrisse e darei quel che m'avanzasse di vita e di sangue e

persuaderei gli amici miei a far lo stesso. . . . . . . Bensì, dov'è

essa questa bandiera intorno alla quale vorreste avermi? Io non conosco

che una sola bandiera, quella della nazione, quella dell'unità. Io vi

sacrificherei per un tempo, tutte l'altre parole che vorrei scritte sul

vostro vessillo; ma quell'una no. E mi parrebbe di tradire Dio, la

patria e l'anima mia. . . . . . .

«Non so se voi conosciate il papa, se ne abbiate quindi potuto ottenere

nel colloquio privato quella fede ch'io non potrei trarre se non dai

fatti. A me i fatti sinora non rivelano che il buon uomo, il principe

che tra per le necessità dei tempi più minacciosi ne' suoi Stati che non

altrove, tra per la bontà del cuore, ha dovuto vedere se amministrando

un po' meglio, con un po' più di tolleranza, con un po' più d'amore, le

condizioni de' suoi sudditi, non si potrebbe imporre fine ai tumulti,

alle congiure, alle insurrezioni fatte ormai permanenti. Dati i primi

passi, gli applausi poco dignitosi degli uni, le esagerazioni, ipocrite

nei più, d'entusiasmo. . . . . gli hanno fatto legge di durare nella

benevolenza, nelle parole della gratitudine e della fiducia. Più in là

non vedo per quanto io mi faccia. . . . . . Ho taciuto sempre per non

essere accusato di nuocere a progetti ignoti e ho studiati attentamente

gli atti, le parole del papa e degli scrittori _moderati_. Per questi

ultimi ho spesso arrossito; ma nel papa, io lo ripeto, non ho potuto

vedere che l'uomo buono, senza una fede, tentennante fra l'Austria e le

proprie tendenze, senza una sola delle intenzioni italiane ch'altri ha

voluto vedere ne' suoi primi atti. S'io m'inganno, il primo fatto che mi

smentirà mi troverà pronto a ravvedermi. Ma fino a quel fatto, dov'è la

bandiera di Pio IX? Dov'è la bandiera italiana senza la quale io non

intendo unione possibile ed efficace? Io invecchio e non posso

facilmente farmi entusiasta di sogni e di sogni, dato che tali fossero,

pericolosi. . . . . . .

«Non approvo la strategìa che m'indicate in poche linee, ma prima di

dirvi il perchè, vorrei farvi intendere che il mio non approvarla non

parte da spirito di liberalismo cospiratore. La cospirazione non è per

me un _principio_, è un tristissimo _fatto_, un derivato d'una

condizione di cose che la rende indispensabile. Tutte le mie tendenze

individuali stanno per la pubblicità e voi dovreste farmi giustizia e

ricordare che lasciandomi spesso tacciare di imprudenza, ho aggiunto

fino dalle prime mosse la pubblicità al lavoro segreto; che la _Giovine

Italia_ si mise subito in aperto contrasto colla vecchia Carboneria

fissa a voler procedere in tutto e per tutto nell'ombra; che da noi si

fece segretamente quello che non poteva farsi pubblicamente, ma che

inalzammo una bandiera e ci cacciammo a tenerla levata a viso aperto e

come predicatori di principî. Se v'è chi m'apra una via di predicare

unità di nazione in Italia, io lo benedirò e verrò immediatamente in

Italia. Ma qualunque predicazione non abbia quel nome, quel vocabolo a

principio e fine, tornerà, temo, non solamente inutile ma dannosa. Io

non posso accettare la strategìa che mi proponete perchè non può

condurre a quel fine; può condurre a conquistare qualche miglioramento

amministrativo, qualche concessione, qualche riforma di codici; può

condurre, se pur volete, a conquistare una porzioncella omiopatica di

libertà a ciascuno dei molti Stati in cui siamo divisi, non già a

riunirli, a farne nazione: può condurre, se vi ci concentriamo tutti, a

sviare gli animi dalla meta, a persuadere le popolazioni italiane che

possono migliorare le loro condizioni sotto gli attuali governi, a dare

sfogo all'attività concentrata dei giovani che un giorno avrebbe

prodotto l'esplosione nazionale, a cacciare nuovi germi di divisioni

federalistiche, a creare vanità locali, a generare spirito di

machiavellismo e di tattica dove abbiamo bisogno di fede, sincerità e

virtù vera. . . . .

«Mentr'io m'era deciso di tacere, sento ormai dovere di parlare e

parlerò fra non molto. Non parlerò esclusivo come parmi temiate; parlerò

d'Italia e d'unità nazionale, perchè i più fra i vostri la pongono in

dimenticanza; e mentre voi continuerete a giovarvi delle occasioni che,

non l'amore ma la debolezza dei governi vi porge, per spingere innanzi

le popolazioni assonnate e divise, io procurerò di tenere alzata la

santa bandiera, sì che, sospinte, sappiano a che fine dirigersi:

dirigersi, badate, quanto lentamente casi e tempi vorranno--la nostra

non è questione di tempo--ma dirigersi continuamente a quell'unico

intento che le moltitudini potrebbero facilmente dimenticare per

adagiarsi nel letto di rose dei miglioramenti materiali e

amministrativi:--soli che voi, seguendo il metodo attuale, possiate

ottenere e precariamente. . .»

E più dopo ancora, il 3 gennajo 1848, io scriveva a Filippo de Boni:

«. . . . . . . . . . Non so con quale occhio vediate ora l'andamento

delle cose nostre; ma due fatti son certi: il retrocedere del papa e il

pessimo maneggio dei _moderati_. Abbiamo taciuto: ceduto quanto si

poteva; ma non giova. Il silenzio è interpretato come congiura, e sapete

che vanno ripetendo per ogni dove ch'io sto maneggiando per un moto

repubblicano immediato! Perduto il papa, impazziscono pel _primo

capitano d'Italia_, l'eroe del Trocadero: perduto quello, impazziranno

pel Granduca; più tardi Dio sa per chi. Che sperare per la rigenerazione

d'Italia da un partito che grida _viva il re di Napoli_ dopo le atrocità

di Messina e di Reggio e stende petizioni a quel re imbrattato di

sangue? da un partito che predicò nel _Risorgimento_ l'unità d'Italia

essere assurda, illegale, funesta? da un partito che ne' suoi giornali

comincia a transigere coll'Austriaco e insinua che anche lo Stato del

Lombardo-Veneto _migliorerà_? da un partito ch'è una menzogna in faccia

a sè stesso, che si dichiara, in molti de' suoi membri, unitario e

nondimeno imprende a educare, terrorizzando, il popolo all'eccellenza

del federalismo, salvo, come dicevano in un convegno tenuto in Genova

per la _Lega_, a educarlo più tardi alla eccellenza dell'unità?

Coscienza di scrittori e d'apostoli.

«Mentr'io vi scriveva, giunge la vostra; e sospendo la mia _tirade_

contro i moderati, dacchè vedo che consentiamo. . . . . . Dal vostro

silenzio argomento che, voi non avete ricevuto la mia _Lettera al papa_,

ch'egli ebbe in settembre e ch'io ho consentito si stampasse perchè mi

pare che da un lato possa far sentire vieppiù il contrasto fra' suoi

doveri e la sua attuale condotta, e che dall'altro mantenga saldo il

nostro principio dell'unità.

«. . . . . . . . . Con tutta l'avversione ch'io ho a Carlo Alberto,

carnefice dei migliori miei amici, con tutto il disprezzo che sento per

la sua fiacca e codarda natura, con tutte le tendenze popolari che mi

fermentano dentro, s'io stimassi Carlo Alberto da tanto da essere

veramente ambizioso e unificar l'Italia a suo pro, direi _amen_.

«Ma ei sarà sempre un re della Lega; e l'attitudine militare ch'ei

prenderà, se la prenderà non farà che impaurir l'Austria e ritenerla

forse nei suoi confini, che i re della Lega rispetteranno; e questo è il

peggio.

«. . . . . . . . . . Vidi il nome vostro fra i collaboratori della

_Concordia_. Vorrei foste scelto a dirigere quel giornale. Valerio è una

delle migliori anime ch'io mi conosca in Torino; ma minaccia da molto di

cadere in quella politica sentimentale creata da taluno fra i

neo-cattolici, che perdona tutto, spera tutto da tutti, abbraccia re,

popoli, federalisti, unitari, e intende che la risurrezione d'Italia si

compia in Arcadia. Il titolo stesso è arcadico. _Concordia_? Tra chi?. .

. . . . »

* * * * *

Tra questa lettera e l'altra indirizzata a Montanelli io scrissi la

lettera a Pio IX contenuta in questa edizione. Quello scritto mi fu

apposto da uomini deliberati di trovare a ridire quasi deviazione

politica e prova a ogni modo di credulità nelle intenzioni del papa. I

critici o non lessero o non capirono, per ansia di cogliermi in fallo,

la mia lettera. Le forme adottate furono quelle senza le quali,

nell'Italia, allora tutta farneticante, non un uomo l'avrebbe letta. Ma

la sostanza diceva a Pio IX: «Albeggia un'epoca nuova: una nuova fede

deve sottentrare all'antica: questa nuova fede non accetterà interpreti

_privilegiati_ fra il _popolo_ e Dio. Se volete, giovandovi

dell'entusiasmo ch'or vi circonda collocarvi a iniziatore di

quell'epoca, di quella fede, scendete dal seggio papale e movete

apostolo del Vero tra le turbe come Pietro Eremita predicatore della

crociata. Il popolo vi saluterà capo e fonderà in Italia uno Stato che

cancellando l'atea formola: _sia dato l'uomo interno alla Legge e

all'Amore, l'esterno alla Forza_; adorerà l'altra: _l'uomo interno e

l'esterno, l'anima e il corpo son uno: una è la legge che deve

dirigerli_»--e diceva agli italiani: «È necessario che Pio IX sia tale,

s'ei deve rigenerarvi e crear l'Italia: or lo credete da tanto?»

Se quella lettera non fu intesa allora a quel modo da una gente che

delirava, non è colpa mia. Ma quei che dopo aver delirato e più volte

cogli altri s'atteggiano oggi a critici puritani del mio passato, sono

fanciulli davvero e non meritano ch'io mi dilunghi a confutare le loro

accuse.

Sei mesi dopo ch'egli aveva avuta la mia lettera Pio IX dava,

coll'enciclica del 19 aprile 1848, una solenne smentita alle adorazioni

dei neo-guelfi e ai sogni dei _moderati_. Se non che ad anime siffatte

tornava facile ogni cosa fuorchè il rinsavire. I neo-guelfi si

tramutarono in ghibellini; i _moderati_, che avevano dissertato a

provare la sola via di salvar l'Italia esser nel congiungimento del

_pastorale_ colla _spada_, dissertarono a provare che la _spada_

d'Italia bastava. Nel marzo intanto quella _spada_, che potea salvare

davvero l'Italia, era stata snudata dal popolo nel Lombardo-Veneto e

poco prima in Sicilia. E il primo suo lampeggiare in Sicilia aveva

convertito i principi agli ordini costituzionali e ottenuto in un subito

più assai che non avevano ottenuto le tattiche adulatrici di tutto un

anno: il secondo in Milano aveva sgominato un esercito creduto fin

allora invincibile e affrancato quasi dal nemico straniero il suolo

d'Italia. La vera forza era dunque visibilmente nel popolo. Bastava

intenderlo: bastava dire al popolo: _prosegui, l'impresa è tua_--ai

principi: _alleati tutti, padroni nessuno_--ai principi, al popolo,

all'Europa: _vogliamo essere uniti, liberi, forti: vinta la guerra

dell'indipendenza, l'Assemblea nazionale deciderà in Roma degli ordini

coi quali dovrà reggersi l'Italia_--perchè l'impresa si compisse in

guisa degna di noi. Un governo d'insurrezione e di guerra--e il nucleo

di quel governo esisteva nella commissione delle Cinque giornate--che

avesse affratellato in sè l'elemento lombardo col veneto e chiamato

qualch'altro dalla Sicilia e d'altrove, avrebbe, col programma

accennato, unificato fin d'allora l'Italia.

Se non che i _moderati_ dai quali l'insurrezione lombarda era stata

fino all'ultimo giorno avversata come impossibile--che avevano,

richiesti, spronati dai nostri, contribuito fra tutti d'una misera

somma di _settemila_ lire italiane alla lunga agitazione

anteriore--e che avevano invariabilmente alternato fra i tentativi

di conciliazione coll'Austria e gli inutili maneggi segreti colla

monarchia piemontese--s'impossessarono del moto appena lo videro

trionfante; gli uomini della commissione delle Cinque giornate

abbandonarono, per disdegnosa noncuranza, il potere a un governo

provvisorio che disprezzavano--e i giovani che avevano antiveduto,

preparato, capitanato sulle barricate il moto del popolo, inesperti,

soverchiamente modesti e paghi dei gloriosi fatti compiti, si

ritrassero dall'arena quando importava tenerla.

Quei giovani erano nostri. Nostri, esciti pressochè tutti dalla

_Giovine Italia_, amici miei e in contatto con me, erano Mora, Burdini,

Romolo Griffini, il povero Pezzotti, Carlo Clerici, De Luigi, Ercole

Porro, Daverio, Bachi, Ceroni, Antonio Negri, Bonetti, Pietro Maestri e

gli altri che avevano, stretti a nucleo e consigliandosi talora con

Carlo Cattaneo, educato il popolo all'abborrimento dello straniero,

diffuso scritti popolari, predicate le idee, insegnato ai giovani la

coscienza della propria forza, ispirata e diretta l'agitazione

progressiva che affratellò le moltitudini nel concetto e deliberato il

moto quando giunse la nuova delle concessioni imperiali: nostri e giova

or dirlo e nominarli, dacchè nessuno lo disse o li nominò. Al nucleo di

quei giovani repubblicani appartenevano Emilio Visconti Venosta oggi

ministro e un Cesare Correnti, spettabile per ingegno ma appestato di

scetticismo e senza fede ne' principii, della cui rovina m'occorrerà tra

non molto dar cenno.

Taluno fra quei buoni si lasciò, poco prima del moto, sedurre dal

raggiro monarchico e scese, a insaputa del nucleo, a patti coi

faccendieri torinesi che mentivano quando promettevano ajuti ma che

presentivano possibile l'insurrezione e miravano a impadronirsene.

Errarono tutti--e lo noto perchè l'errore si ripete generalmente nelle

insurrezioni e le svia--affaccendandosi a prestabilire un governo. Il

governo d'una insurrezione deve sorgere dall'insurrezione stessa; tra i

più arditi e a un tempo avveduti a guidare il popolo nella lotta.

Scegliendolo prima, la scelta cade inevitabilmente sovr'uomini stimati

influenti per uffici anteriori o ricchezza o tradizioni di famiglia,

buoni forse, ma che non avendo il segreto dei santi sdegni e delle sante

audacie del popolo, non hanno fiducia in esso nè intelletto d'iniziativa

rivoluzionaria nè coscienza del fine cercato dall'insurrezione e

tradiscono, sovente inconsci, il mandato per ignoranza o paura. Noi

vedemmo nell'ultimo mezzo secolo insurrezioni repubblicane date al

governo d'uomini d'opposizione monarchica--insurrezioni contro il

dominio straniero fidate a individui che avevano patteggiato con esso

accettandone incarichi pubblici--insurrezioni preparate e iniziate, come

in Polonia, dall'elemento democratico, cedute all'influenza di principi

e aristocrazie, consumarsi miseramente in un cerchio di transazioni che

senza fruttare un solo ajuto reale dai governi, incepparono, limitarono,

spensero l'energia popolare e l'entusiasmo delle nazioni sorelle. In

Lombardia--dacchè per inopportuna modestia, fiacchezza o noncuranza

colpevole, i promotori dell'insurrezione si ritrassero dal dirigerne lo

sviluppo--il governo fu dato a uomini inetti come Casati, aristocratici

come Borromeo, raggiratori come Durini: anime di cortigiani che non

potevano vivere senza padrone e cacciarono popolo, libertà, avvenire

d'Italia e ogni cosa, senz'ombra di patti a' piedi di Carlo Alberto.

Quand'io giunsi in Italia, era tardi per ogni rimedio. I _moderati_

guidavano dominatori: gli altri seguivano ciechi: il popolo, tra il

quale avevano diffuso le più atroci calunnie a danno dei repubblicani,

fidava illimitatamente nel re.

Due partiti s'affacciavano a un uomo della mia fede.

Ritrarsi; e come Trasea escì, ravvolta la testa nel manto, da un senato

corrotto e tremante, allontanarsi da una terra dimentica dei principii e

condannata a rovina: ricalcare le vie dell'esilio e dall'esiglio tenere

levata in alto la bandiera repubblicana: non guardare a tempi nè ad

uomini e dir tutta la verità, inascoltato, maledetto dai vivi, perchè i

posteri la ricevessero un giorno e ammirassero chi non l'aveva taciuta

mai:--ed era partito al quale tutte le sdegnose tendenze dell'animo mio

mi spronavano.

Rassegnarsi all'onnipotenza dei fatti e tentare lentamente di

modificarli tanto da trarne un grado di progresso verso non foss'altro

un dei termini del problema, l'unità: non separarsi dai proprî fratelli

perchè sviati: non interrompere, collocandosi in una sfera per allora

inaccessibile ad essi, la tradizione emancipatrice iniziata: confutare

colla pazienza dell'onesto e colla mesta riverenza alla volontà del

paese le accuse d'intolleranza, di spiriti esclusivi e dittatoriali,

versate sui repubblicani: tacere, senza apostasia, parte del vero perchè

l'altra possibilmente prevalesse; percorrere col popolo e senza

illusione la _via crucis_ delle delusioni onde conquistare il diritto di

dirgli un giorno: _io era teco: ricordati_; insegnare a ogni modo

l'amore, e il dovere perpetuo del sagrificio, anche della fama, e non

del vero ma d'ogni orgoglio del vero, a pro di chi s'ama.

E mi scelsi quest'uno.

Taluni, molt'anni dopo--Giuseppe Sirtori unico allora--mi rimproverarono

quella scelta. A Giuseppe Sirtori fondatore nel marzo del 1848 in Milano

d'una società democratica e che, partendo per Venezia, mi scrisse ch'io

_disertava_, non m'occorre rispondere: egli è oggi generale di re e

credente nella onnipotenza del regio statuto; io sono tuttavia esule e

repubblicano. Ma agli altri, fratelli miei di credenza, dirò ch'io ho

ripensato sovente a quel periodo della mia vita con profonda tristezza,

ma senz'ombra di rimorso. Noi eravamo fatti, quand'io giunsi in Italia,

impercettibile minoranza. Il popolo non era--nè sarà mai in Italia

monarchico; ma era ciò che oggi chiamano _opportunista_: vedeva una

forza ordinata, un esercito d'italiani presto a combattere contro

l'abborrito straniero e, a quanto gli predicavano uomini tenuti fino a

quell'ora da esso in conto di apostoli della libertà, unica sua salute:

quell'esercito era capitanato da un re; le acclamazioni salutavano

quindi liberatori, esercito e re. Sul compirsi della quinta giornata,

quando il popolo, ebbro di vittoria, era solo sull'arena, la parola

_repubblica_ avrebbe potuto proferirsi: nell'aprile avrebbe suscitato, e

senza pro, la pessima fra tutte guerre, la guerra civile. D'altra parte,

perchè parlare a ogni tratto di sovranità popolare, di riverenza alla

volontà del paese, e tenerle in niun conto non sì tosto si

pronunziassero in modo diverso dal desiderio? Non toccava a noi

repubblicani più che ad altri educare gli animi, salva la missione di

modificare le idee coll'apostolato, al dovere di non violarle colla

forza? Il diritto d'iniziativa era in noi quando, schiavo universalmente

il nostro popolo, noi dovevamo, noi soli potevamo aprire la via: desto e

libero il popolo, non avevamo diritto fuorchè di consiglio, di voto, o

d'azione in virtù d'un mandato affidatoci. E quanto al ritrarci

nell'isolamento per poter dire _tutto_ il vero, pareva a me tentazione

dell'_io_ inconsciamente geloso più di sè stesso, della propria dignità

o del proprio atteggiarsi pei posteri, che non del _fine_ da

raggiungersi e della patria, traviata, inferma, ingannata, pur sempre

patria, cara e sacra pel passato e per l'avvenire. Rousseau poteva

vivere solitario e dire senza reticenze quanto parevagli vero, perch'ei

non tentava nè presentiva la Rivoluzione imminente nella sfera dei

fatti; ma per noi, per me, la Rivoluzione era iniziata: egli era uomo di

pensiero soltanto, noi di pensiero e d'azione. E se avevamo una missione

speciale, era quella appunto di tradurre sempre--come e quanto

concedevano le circostanze--il pensiero in fatti: se un insegnamento

poteva escire dalla nostra vita era quello di non separarsi mai dalle

sorti della nostra terra, di dividere tutti i palpiti della sua vita, di

menomarne i mali o tentarlo quando non potevamo distruggerli, di

conquistarle un grado d'educazione, una frazione dell'ideale, quando

l'ideale stesso era--per colpe non nostre--impossibile.

Praticamente io antivedeva la rovina della guerra regia: ma una speranza

m'accarezzava l'anima sconfortata; e quella speranza avea nome Venezia.

Su Venezia sventolava la bandiera repubblicana. Quando l'imbecillità e

il tradimento avrebbero consumato l'opera loro nella Lombardia, gli

occhi di tutti, liberi di false visioni, si sarebbero rivolti a quella

bandiera. Da Venezia, fatta centro di resistenza e guida, avrebbe potuto

risorgere la guerra del popolo. Per questa idea ch'io taceva, io avviava

la legione Antonini a Venezia: per questa io consigliava a Garibaldi,

reduce da Montevideo, di recarvisi a porre se e il suo nucleo di prodi

a' cenni del governo veneto: per questa tentai più dopo di concentrarvi

i Polacchi condotti dal poeta Mickiewicz. Se non che l'imbecillità e il

tradimento dovevano distruggere, consumando l'opera loro in Milano, ogni

possibilità d'una nuova chiamata alla Lombardia.

Ho nominato la legione Antonini. E la seguente lettera ch'io indirizzai

a Lorenzo Valerio, direttore della _Concordia_, giornale torinese,

ricorderà come i _moderati_ d'allora intendessero in modo non dissimile

da quei d'oggi l'unione dei partiti e come incoraggiassero i nostri

sforzi.

«Signore.--In alcune linee inserite nel vostro numero del 25 aprile è

parlato della _banda d'operai male intenzionati_ provenienti di Francia

e scesi, credo, il dì dopo in Genova, per avviarsi qui dove si combatte

la guerra dell'indipendenza. La _banda male intenzionata_ è una legione

d'Italiani che all'annunzio ricevuto in terra straniera

dell'insurrezione lombarda decisero raggiungere in ogni modo i

combattenti la guerra santa. Il danaro indispensabile per la

mobilizzazione del corpo fu raccolto dall'_Associazione nazionale

italiana_ alla quale io presiedo; e il cui programma ripubblicato da più

giornali d'Italia e approvato dalla vostra censura, non espresse altro

simbolo fuorchè l'indipendenza e l'unificazione d'Italia.

Dall'Associazione escirono i capi della legione e le norme regolatrici

della mossa. Il capo che la dirige è il generale Antonini, incanutito

nelle guerre di Francia e di Polonia.

«La mossa fu preceduta da un indirizzo della legione ai loro fratelli

italiani, che fu reso pubblico in parecchi giornali, forse nel vostro, e

che avrebbe dovuto meritare agli uomini che lo dettarono risposta

fraterna assai diversa dalle misere calunnie diffuse da non so chi e che

mi pesa vedere riprodotte nel vostro giornale. La legione fu accolta in

Genova con apparato di precauzioni governative, e quel ch'è peggio, con

tale una freddezza dalla ingannata popolazione genovese che dev'essere

stata punta mortale al cuore d'uomini che accorrevano a dare il sangue

per la patria loro e molti de' quali si erano preparati a missione

siffatta con lunghi anni d'esilio e patimenti virilmente incontrati.

«È duro il discendere dopo lunga assenza e col palpito di chi cerca e

merita amore, sulla propria terra, e incontrarvi calunnie e minaccie

ridicole, è vero, di _bajonette_. È duro l'accorrere lietamente, in nome

d'Italia, ad affrontare le palle austriache per la libertà del paese, e

trovarsi a un tratto fra volti diffidenti e irosi, tra gente che accusa

la parola e il silenzio d'_ingratitudine_ e d'anarchia. Poco importa del

resto. Gli uomini devoti a un'idea non aspettano conforti se non dalla

propria coscienza e da Dio; ma stimandovi com'io vi stimo, ho sentito

necessità prepotente di richiamare la vostra attenzione sul carteggio

dei vostri corrispondenti di Genova, perchè le colonne della

_Concordia_ non si contaminino di ben altre _ingratitudini_ che non

quelle di che s'accusano in oggi, per nuova moda, uomini che hanno

lungamente amato, patito, operato, quand'altri taceva, per la patria

loro, unicamente perchè non rinnegano a un tratto le credenze maturate

per vent'anni di studî e «d'esiglio.»

_Milano, 27 aprile 1848._

Accettai dunque--e i miei amici accettarono con me--i fatti compiuti

come terreno donde movere innanzi. Piegammo la testa alla manifestazione

della volontà popolare che diceva _monarchia_ e pensammo a provvedere,

per quanto era in noi al trionfo d'una guerra che si combatteva sotto

bandiera non nostra, ma che ricacciando l'Austria oltre l'Alpi potea

farci liberi di conquistare l'unità della patria. Ma rassegnandoci al

silenzio, non rinnegammo la fede nel nostro ideale. Ci offrimmo alleati

leali e a tempo del campo regio; non dichiarammo che quel campo era il

nostro. Sospendemmo, come inopportuna e pericolosa all'impresa

emancipatrice dallo straniero, la predicazione dei nostri principî; non

ci facemmo predicatori di principî contrarî. E lo dico pensando ai

molti, i quali repubblicani giurati ieri, sono, mentr'io scrivo, giurati

monarchici, non per convincimento mutato, ma per ciò ch'essi chiamano

tattica e non è se non mancanza d'una fede qualunque. Essi non potranno

mai, checchè tentino, richiamarsi all'esempio nostro. Noi ci mantenemmo

puri di menzogna e d'ossequio servile; essi no. Dimenticando che primo,

supremo dovere verso un popolo che sorge a nazione è l'educazione morale

alla dignità dell'anima e alla costanza, essi, sperando in quel modo

ottenere qualche miglioramento finanziario, qualche riformuccia

amministrativa dalla parte avversa, gittano a' piedi della monarchia il

presente e l'avvenire; accettano _incondizionatamente_ l'istituzione

contro la quale predicavano pochi anni addietro; giurano che da uno

Statuto, il cui primo articolo è violazione della libertà di coscienza,

escirà logicamente ogni sviluppo possibile di libertà; teorizzano

sull'assurdo equilibrio dei tre poteri; s'irritano, pur sogghignando nel

loro segreto, se il sacro inviolabile nome del re è tratto sull'arena da

un incauto ministro e dichiarano che tutta la questione italiana si

risolve in un mutamento, non di principî, ma d'uomini. E gli avversi

ridono delle proteste additando, col rancore di chi non perdona, il

passato, e il popolo attinge in quel machiavellismo d'evoluzioni un

insegnamento d'immoralità o un senso di sfiducia egualmente dannosi.

Quei che verranno dopo noi li diranno apostati; io li compiango deboli e

malati della malattia d'un secolo scettico e senza ideale.

I pochi rimasti, nel 1848, fedeli all'ideale repubblicano seppero

rispettare la volontà, suprema s'anche errata, del popolo e serbarsi

nondimeno incontaminati. E v'insisto perchè, mentre taluni ci accusano

d'avere deviato in quel periodo dalla fede, i più persistono, ingannati

dalle calunnie d'allora, a credere che da noi escissero per avventatezza

repubblicana, semi d'anarchia e di ruina nel conflitto contro lo

straniero. Donde escissero quei semi è accertato negli scritti del

volume anteriore, nella memoria di Carlo Cattaneo _Sull'insurrezione di

Milano_ e nell'_Archivio triennale_ delle cose d'Italia. A me, in questo

lavoro che compendia la tradizione repubblicana italiana negli ultimi

trentaquattro anni, importa provare come il nostro linguaggio rimanesse

invariabilmente conforme al programma di condotta adottato; tanto che

gli Italiani sappiano potere la parte nostra ingannarsi ma non

ingannare.

Quel programma di condotta--unità nazionale anzi tutto; guerra concorde

contro lo straniero: sovranità del paese da interrogarsi al finir della

guerra--era già indicato sin dal febbrajo e prima dell'insurrezione

lombarda in una lettera ch'io indirizzai ai Siciliani e che riproduco:

«Siciliani!--Voi siete grandi. Voi avete in pochi giorni fatto più assai

per l'Italia, patria nostra comune, che non tutti noi con due anni

d'agitazione, di concitamento generoso nel fine, ma incerto e

diplomatizzante nei modi. Avete, esaurite le vie di pace, inteso la

santità della guerra che si combatte per le facoltà incancellabili

dell'uomo e del cittadino. Avete, in un momento solenne d'ispirazione,

tolto consiglio dalla vostra coscienza e da Dio: decretato che sareste

liberi: combattuto, vinto e serbato la moderazione dei forti nella

vittoria. E la vostra vittoria ha mutato--tanto i vostri fati sono

connessi con quelli della penisola--le sorti italiane. Per la vostra

vittoria s'è iniziato un nuovo periodo di sviluppo italiano: il periodo

del diritto, delle istituzioni, dei patti sostituito al periodo delle

_concessioni_ e delle riforme. Per la vostra vittoria, il popolo

italiano ha riconquistato la coscienza delle proprie forze, la fede in

sè. Per voi, noi, esuli dall'Italia, passeggiamo con più sicura e serena

fronte tra gli stranieri che ieri ci commiseravano ed oggi ci ammirano.

Dio benedica l'armi vostre, le vostre donne, i vostri sacerdoti e voi

tutti, come vostri fratelli v'amano e v'ameranno d'amore perenne e

riconoscente.

«Ma perchè noi v'amiamo riconoscenti, perchè ripetiamo con orgoglio il

vostro nome e le vostre gesta ai nostri ed agli stranieri perchè

salutiamo in voi un elemento iniziatore di progresso italiano, noi

abbiamo diritto di parlarvi liberi come fratelli a fratelli: abbiamo

diritto di ricordarvi i nostri comuni doveri: abbiamo diritto di dirvi:

_voi siete nostri; voi non potete staccarvi da noi, non potete esservi

rivelati ottimi fra quanti abitatori ha l'Italia, per ritrarvi, per

isolarvi. Foste grandi di prodezza e d'onore davanti agli obblighi del

presente; noi vi chiediamo d'essere grandi nell'amore, grandi nel

presentimento dell'avvenire._

«Voi siete in oggi parte importante, vitale, dello Stato più popoloso,

più forte per posizione, navigli e armi, d'Italia. Primi a levare in

esso il grido di libertà, primi al trionfo, salutati d'ammirazione

concorde dai vostri concittadini di terra-ferma, voi avete conquistato

una influenza che non morrà, una potenza morale che nessuno vuole o può

contrastarvi, diritti che nessuno s'attenterà più di rapirvi. Perchè

scemereste, separandovi, forza ai vostri concittadini e a voi? Perchè

dal rango che, uniti, potete occupare in Europa, scendereste, per

volontario suicidio, al quarto, all'ultimo rango, condannandovi a

debolezza perenne e alla inevitabile influenza straniera? Perchè il

governo di Napoli v'ha lungamente oppressi e trattati come popoli di

colonia? Ma non pesava la stessa tirannide su' vostri concittadini di

terra-ferma? Non l'abborrivano, non l'abborrono essi, come voi

l'abborrite? Non protestarono colle congiure, colle associazioni

segrete, col sangue dei migliori fra i loro? Non furono i vostri

carnefici carnefici ai Napoletani? Non corsero più volte patti solenni

d'insurrezione tra voi e gli uomini delle Calabrie? Non ebbero quei

patti solenne manifestazione in faccia all'Italia, in faccia all'Europa,

nella bandiera levata fra l'agosto e il settembre del 1847, per entro il

breve cerchio di quarantotto ore, in Reggio e in Messina? Ah, non

dimenticate, o Siciliani, l'alleanza che i martiri di Reggio e Messina

e Gerace segnarono del loro sangue. Non tradite nella vittoria le sante

promesse della battaglia. Siate ora e sempre fratelli, come giuraste.

Non fate che lo straniero dica esultando: _saranno liberi forse, uniti e

potenti non mai_. Avete insegnato all'Italia la potenza del volere;

insegnatele la santità dell'amore, insegnatele la religione dell'unità

che sola può ridarle gloria, missione e iniziativa, per la terza volta

in Europa.

«Io non sono napoletano. Nacqui in Genova, città grande anch'essa una

volta per vita propria, libera, indipendente: grande per aver dato, nel

1746, all'Italia sopita l'ultimo esempio di virtù cittadina, come voi

avete or dato il primo all'Italia ridesta. Come voi, fummo nel 1815

dati, senza consenso nostro, a un altro Stato d'Italia col quale pur

troppo i ricordi del passato aspreggiavano le contese e dal quale pur

troppo, come avviene sempre in ogni unione non liberamente scelta, ma

decretata dall'arbitrio straniero, avemmo per molti anni più danni assai

che vantaggi. E non per tanto, quanti fra noi amavamo la patria comune,

quanti avevano desiderio e certezza dell'avvenire, salutarono quella

unione come fatto provvidenziale. In questo lento ma costante moto di

popolazioni oggimai vicino al suo termine che, logorate con lavoro di

secoli influenze di razze dominatrici, aristocrazie feudali, ambizioni

di municipî discordi, prepara all'Europa, dopo l'Italia dei Cesari e

l'Italia dei Papi, l'_Italia del Popolo_, ogni frazione di terra

italiana unificata ad un'altra segna un trionfo per noi, una difficoltà

pacificamente rimossa. Ogni smembramento sarebbe un passo retrogrado.

Tolga il cielo che l'esempio funesto debba, o Siciliani, venirci da voi!

«La vostra questione, o Siciliani, sta, non fra Napoli e voi, ma tra voi

e l'Italia futura, tra un alto insegnamento d'unione e un pessimo

d'individualismo locale; tra l'Europa che deciderà dall'opere vostre se

noi risorgiamo a nazione o a mero egoismo d'utile materiale e di

libertà, e l'Austria che studia i modi di conculcarci e vi riescirà se

invece di stringerci a falange serrata, ci confineremo nella formola

immorale del _ciascuno per sè_, nell'esosa indifferenza alle sorti

comuni; e sta fra la vita potente, attiva europea, che si prepara a

venticinque milioni d'Italiani ricchi di mente, di cuore e di mezzi, e

l'esistenza nulla, impotente, dominata dalla prima influenza straniera

che vorrà soggiogarvi, destinata all'isola vostra se sola e non

immedesimata coi fati della penisola. Pensatevi. Molti fra voi vi

parlano di costituzioni vostre, di tradizioni, di diritto pubblico

fondato su precedenti del 1812. In nome di Dio, non tollerate che la

posizione conquistata da voi cogli ultimi fatti scenda a termini così

meschini. Se poteste mai rassegnarvi a ritrocedere nel passato e

cercarvi le origini del vostro diritto, rinneghereste a un tempo

l'Italia futura e la coscienza che vi spronava a insorgere e vi meritava

vittoria.

«Le origini del vostro diritto stanno, o Siciliani, non in una

costituzione ineguale alle ispirazioni dei tempi che vi fu data quando

il gabinetto inglese non aveva altro modo di far dell'Isola vostra una

_stazione militare_ per le sue armate e che vi fu tolta quando, caduto

Napoleone, quel bisogno cessò; ma nella vostra gloriosa insurrezione del

12 gennajo e nell'entusiasmo con che essa fu accolta da un capo

all'altro della penisola. E quel diritto non vi fallirà perchè fa parte

del nuovo diritto italiano, diritto che non conosce i trattati del 1815

e darà la formola d'una nuova vita che scenderà dalla nozione di Dio

all'interpretazione del popolo: vita d'una nazione che non fu mai sino

ad ora e sarà. Ma l'altro il vecchio diritto desunto da fatti non

nostri, scritto un terzo di secolo addietro a formole ambigue come la

parola dell'inganno, violato a ogni tratto dai principi e cancellate

oggimai da pianto e sangue di molti popoli, riannetterebbe il vostro

sviluppo a una tradizione di menzogne, vi travolgerebbe nelle reti d'una

diplomazia corrotta e corrompitrice, e vi preparerebbe, presto o tardi,

infallibilmente tradimenti eguali a quelli che già provaste.

«Siciliani, fratelli! Vi sentite voi forti per riassumere in voi soli la

vita, quale un giorno sarà, dell'Italia, maturi per balzare d'un salto

all'ideale che affatica l'anime nostre e costituirvi a un tratto con

ordini di governo superiori a quanti esistono in oggi, nucleo e

insegnamento vivo della nazione? In quell'unico caso, cesserebbe in me,

cesserebbe in noi tutti, il diritto di scongiurarvi all'unione cogli

Stati di terra-ferma. Ma se voi sentite prematuro il disegno, se tra voi

e Napoli non corrono in oggi se non questioni di forme, d'istituzioni

divergenti soltanto nei particolari, di maggiore o minore emancipazione

locale, ascoltate la parola d'un fratello vostro che ama, dopo Dio, la

patria comune e ha logorato in quell'amore la vita: è parola, oso dirlo,

di tutta Italia. Ponete quel santo nome di nazione sulla bilancia, non

date l'esempio d'uno smembramento ai fratelli che guardano in voi.

Rimanete uniti ai vostri concittadini della penisola: uniti per

combattere insieme ad essi le battaglie della libertà, per combattere

fra non molto insieme a noi tutti le battaglie dell'indipendenza: uniti

per confortarci del vostro aspetto e della vostra parola autorevole nei

nostri parlamenti, nelle nostre adunanze: uniti perchè i fratelli,

schiavi tuttora, si inanimiscano alla guerra sacra; uniti perchè lo

straniero senta la virtù del sacrificio nell'anime nostre e ammiri;

uniti perchè i fati dell'Italia si compiano, mercè vostra, più rapidi e

l'umanità si rallegri e Dio protegga bella di potenza e d'amore la terra

sua prediletta.»

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 27 / 125 题