13. Ogni privilegio è violazione dell'Eguaglianza.

Ogni arbitrio è violazione della Libertà.

Ogni atto d'egoismo è violazione della Fratellanza.

14. Ovunque il privilegio, l'arbitrio, l'egoismo s'introducono nella

costituzione sociale, è dovere d'ogni uomo, che intende la propria

missione, di combattere contr'essi con tutti i mezzi che stanno in sua

mano.

15. Ciò ch'è vero d'ogni individuo in riguardo agli altri individui che

fanno parte della Società alla quale egli appartiene, è vero egualmente

d'ogni popolo per riguardo all'Umanità.

16. Per Legge data da Dio all'Umanità, tutti i popoli sono liberi,

eguali, fratelli.

17. Ogni Popolo ha una missione speciale che coopera al compimento della

missione generale dell'Umanità. Quella missione costituisce la sua

Nazionalità. La Nazionalità è sacra.

18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto d'egoismo

esercitato a danno d'un Popolo è violazione della libertà,

dell'eguaglianza, della fratellanza dei Popoli. Tutti i Popoli devono

prestarsi ajuto perchè sparisca.

19. L'Umanità non sarà veramente costituita se non quando tutti i Popoli

che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro

sovranità, saranno associati in una federazione repubblicana per

dirigersi, sotto l'impero d'una dichiarazione di principî e d'un patto

comune, allo stesso fine: scoperta e applicazione della Legge morale

universale.»

* * * * *

Firmarono quei due atti, per gli Italiani, L. A. Melegari, Giacomo

Ciani, Gaspare Rosalez, Ruffini e Ghiglione con me: altri pei Polacchi e

pei Tedeschi. Poi, parecchi tra noi s'allontanarono per varie direzioni.

Rosales partì pei Grigioni, Ciani per Lugano, Melegari per Losanna,

Campanella per Francia[37], attivi tutti nel diffondere l'Associazione.

Tedeschi e Polacchi rimasero, i più almeno, in Isvizzera, ma separati e

in Cantoni diversi. Gustavo Modena durò nel Bernese dove qualche tempo

dopo contrasse amore con Giulia Calame, oggi di lui vedova, donna

mirabile, come per bellezza, per sentir profondo, per devozione e

costanza d'affetti e per amore alla sua seconda patria, che corse più

tardi ogni pericolo di guerra accanto al marito nel veneto e ch'io

imparai a conoscere nel 1849 durante l'assedio di Roma. I due Ruffini,

Ghiglione e io ci ricovrammo nel Cantone di Soletta, in Grenchen, nello

Stabilimento di Bagni tenuto dai Girard, ottima famiglia d'amici, nella

quale uomini e donne gareggiavano verso noi di cure protettrici e

gentili. Così dispersi, riuscivamo ad allontanare la tempesta e scemare

terrori e noje al Governo Centrale.

L'ideale della _Giovine Europa_ era l'ordinamento federativo della

Democrazia Europea sotto un'unica direzione, tanto che l'insurrezione

d'una Nazione trovasse l'altre preste a secondarla con fatti, o non

foss'altro con una potente azione morale che impedisse l'intervento ai

Governi. Però statuimmo che in tutte si cercasse di costituire un

Comitato Nazionale al quale si concentrerebbero a poco a poco tutti gli

elementi di progresso repubblicano, e che tutti questi Comitati

s'inanellassero per via di corrispondenza a noi come a Comitato Centrale

Provvisorio dell'Associazione; diramammo norme segrete per le

affiliazioni: determinammo le formole di giuramento per gli iniziati:

scegliemmo--ed era una fogliuzza d'ellera--un simbolo comune a tutti;

prendemmo insomma tutti quei provvedimenti che sono necessarî

all'andamento d'una associazione segreta. Bensì, io non poteva illudermi

sul suo diffondersi regolarmente o sul suo raggiungere mai un grado di

forza compatta e capace d'azione. La sfera dell'Associazione era troppo

vasta per poter ottenere risultati _pratici_; e il bisogno d'una vera

Fratellanza Europea richiedeva tempo e lezioni severe per maturarsi fra

i popoli. Io non tendeva che a costituire un apostolato d'idee diverse

da quelle che allora correvano, lasciando che fruttasse dove e come

potrebbe.

Buchez dichiarava allora nell'_Européen_ che quell'Atto racchiudeva una

dottrina affatto nuova; e soltanto aggiungeva, per obbligo di settario

monopolizzatore, parergli evidente che gli uomini dai quali scendeva ne

avessero desunto le inspirazioni da _lavori e comunicazioni orali della

sua scuola_[38]. La scuola di Buchez--più inoltrata, per quanto riguarda

la parte morale e la sostituzione dell'idea _Dovere_ a quella del nudo

_diritto_ di quelle che avevano voga tra gli uomini di parte

repubblicana--tentava, credo più per tattica che non per convincimento

profondo, un'opera allora e sempre impossibile, la conciliazione del

_dogma_ cristiano colla nuova fede nella Legge del Progresso; e

professava riverenza al Papato come a istituzione che le predicazioni

della Democrazia religiosa avrebbero ravvivata e ricostituita

_iniziatrice_ d'ogni futuro sviluppo. La scuola ch'io cercava promovere

e ch'era in germe nella _Giovine Europa_ respingeva fin dalle primo

linee: _un solo Dio; un solo padrone, la Legge di Dio; un solo

interprete della Legge, l'Umanità_, ogni dottrina di Rivelazione

esterna, immediata, finale, per sostituirle la lenta, continua,

indefinita rivelazione del disegno Provvidenziale attraverso la Vita

_collettiva_ dell'Umanità; e sopprimeva deliberatamente tra gli uomini e

Dio ogni sorgente intermedia di Vero che non fosse il Genio affratellato

colla Virtù, ogni potere, esistente in virtù d'un preteso diritto

divino, Monarca o Papa. Nuove a ogni modo, non nella sfera del

pensiero, ma nelle Associazioni politiche che s'agitavano allora in

Europa, erano di certo le idee della Nazionalità considerata come segno

d'una missione da compiersi a pro' dell'Umanità--della Legge morale

suprema sovra ogni Potere e quindi dell'unità destinata a cancellare un

giorno il dualismo fra le due potestà, spirituale e temporale--della

Libertà politica definita in modo da escludere da un lato l'assurda

teorica della _sovranità dell'individuo_, dall'altro i pericoli

dell'anarchia--e altre accennate nei due documenti. E forse, ripetute e

diffuse dai moltissimi affratellati, giovarono in parte a promovere

nelle file della Democrazia quella trasformazione di tendenze e dottrine

visibile in oggi, e senza la quale sono possibili sommosse più o meno

importanti, non rivoluzioni durevoli. Parlo delle tendenze che mirano a

farci escire dalla ribellione d'un materialismo che nega e non edifica

per assumere carattere di missione religiosa, positiva, organica e

capace di sostituire una Autorità vera e liberamente consentita alle

menzogne d'autorità che signoreggiano anch'oggi in Europa.

Fondammo il Patto della Giovane Europa sei giorni dopo l'insurrezione

Lionese, tre dopo la sconfitta, e mentre ogni speranza di moto Francese

sfumava. Era la nostra risposta alla vittoria conseguita dalla

_monarchia repubblicana_ sul popolo che s'era illuso a credere in essa.

Era, com'io l'intendeva, una dichiarazione della Democrazia ch'essa

viveva di vita propria, collettiva, europea e non dell'iniziativa d'un

_solo_ popolo, Francese o altro. Anche sotto quell'aspetto, credo che la

nuova istituzione giovasse. L'idea, che le Nazionalità contrastate

potrebbero impossessarsi un giorno dell'iniziativa perduta e

ricominciare sotto la loro bandiera il moto d'Europa, cominciò d'allora

a diffondersi.

Si trattava allora, non d'azione immediata, ma d'apostolato d'idee.

Cercai quindi contatto cogli uomini che, nel Partito, rappresentavano

sopratutto il Pensiero. Non serbai copia delle mie lettere nè le

risposte; le mie mi parvero sempre inutili fuorchè all'intento

immediato; e la vita errante, i pericoli ch'io corsi traversando spesso

paesi appartenenti a governi nemici e l'aver talora smarrito, per

singolare circostanze, carte date in custodia ad amici, mi suggerirono,

a torto, di dare, ogniqualvolta io m'avventurava, alle fiamme le lettere

altrui. Non m'avanza quindi vestigio di quella lunga attivissima

corrispondenza con uomini di terre diverse, da una lettera infuori

diretta a Lamennais e della quale un amico di quest'ultimo serbò copia.

E la inserisco come indizio delle idee che mi dirigevano in quella

molteplice corrispondenza.

«_12 ottobre 1834._

«_Signore._

«Ebbi la vostra del 14 settembre, io la serberò come ricordo prezioso,

come uno di quei ricordi che confortano e ritemprano nelle ore senza

nome che s'aggravano talora sull'anima con tutto il peso d'un passato e

d'un presente incresciosi e le susurrano il dubbio sull'avvenire. Vi

mando un esemplare della _Giovine Italia_. Là stanno in germe tutte le

nostre idee, tutte le nostre credenze: senza lo sviluppo e le

applicazioni che esigerebbero; ma pensammo che intendendo a mutare la

base dalla quale move in Italia lo spirito rivoluzionario, importava

d'insistere sui principî generali più che d'affaccendarci, a pericolo di

smarrirci, intorno a una moltitudine di questioni secondarie. Tra noi,

come altrove, arte, scienza, filosofia, Diritto, storia del Diritto,

metodo storico, tutte cose insomma aspettano un rinnovamento, ma

l'analisi ci ha troppo sviati perchè si possa da noi sperare di farla

stromento all'impresa. Sola la sintesi crea i grandi moti rigeneratori

che mutano i popoli e ne fanno Nazioni. È dunque anzi tutto necessario

di suscitare le anime coll'azione d'un principio unitario; dato

l'impulso, la logica, la forza delle cose e i popoli faranno il resto.

«Che vi dirò io, Signore, del timore espresso nella vostra lettera, che,

movendo guerra al Papato, si nuoccia per noi alla fede e alla morale

pratica? una lettera mal potrebbe trattare coi necessarî sviluppi una

questione di tanta importanza. Occorrerebbero lunghe e intime

conversazioni a spiegare i pensieri attraverso i quali s'è generato in

noi il convincimento le cui conseguenze vi sembrano pericolose.

Nondimeno, credetemi; non è irritazione di ribelle la mia. Tutte le

tendenze individuali dell'animo mi spronano a contemplare rispettando

ogni grande concetto unitario e organico; e non v'è illusione giovanile,

non sogno d'avvenire ch'io non abbia una volta almeno versato su quella

gigantesca rovina che racchiude la storia d'un mondo. Io, non foss'altro

per amore della mia terra, avrei voluto che un raggio del sole sorgente

della giovine Europa si posasse su quella rovina a redimerla e a

ravvivare in essa lo spirito di vita che animava Gregorio VII, senza il

pensiero dispotico proprio del suo, non del nostro tempo. Avrei

desiderato che almeno le due grandi istituzioni del medio evo, l'impero

ed il Papato, oggi cadenti a frantumi, senza gloria, senza onore, senza

eredità, fossero state capaci di morire rappresentate da uomini

inspirati, come chi sa d'aver compito sulla terra una missione sublime e

trasmette a un tempo alle generazioni la formola dell'epoca dominata dal

proprio concetto e la prima parola della nuova. Ma ciò non è. Quelle

rovine non hanno più se non una sorgente di poesia, quella

dell'espiazione. La condanna del Papato non vien da noi, ma da Dio: da

Dio che chiama il popolo a sorgere e a fondare la nuova unità nelle due

sfere del dominio spirituale e del temporale. Noi non facciamo che

tradurre il pensiero dell'epoca. E l'epoca respinge ogni potenza

intermedia tra sè e la sorgente della propria vita: essa si sente capace

di collocarsi al cospetto di Dio e chiedergli, come Mosè sul Sinai, la

legge dei proprî fati. L'epoca vi abbandona il papa per ricorrere al

Concilio generale della chiesa, vale a dire di tutti i credenti:

Concilio che sarà nello stesso tempo ciò ch'oggi chiamano costituente,

perchè riunirà ciò che fu sempre finora diviso e fonderà quell'unità

senza la quale non esiste fede nè morale pratica. Il papato deve perire,

perchè ha falsato la propria missione e rinnegato padre e figli ad un

tempo: e padre e figli gli maledicono. Il papato ha ucciso la fede sotto

un materialismo più assai funesto e abbietto di quello del XVIII secolo,

dacchè quest'ultimo aveva almeno il coraggio della negazione, mentre il

materialismo papale procede ravvolto nel mantello gesuitico. Il papato

ha soffocato l'amore in un mare di sangue. Il papato ha preteso

schiacciare la libertà del mondo, e sarà schiacciato da essa. E quando,

al primo grido d'un popolo, alla prima insurrezione veramente europea

per concetto e per fine, tre secoli solleveranno le loro accuse contro

un papato spirante, senza fede, senza forza, senza missione, e gli

intimeranno di ritirarsi e sparire, dov'è la potenza umana che potrà

salvarlo? Le grandi istituzioni non ricominciano la loro vita, perchè

non sono interpreti all'umanità che d'una sola parola.

«Il papato e l'impero d'Austria sono destinati a perire: l'uno per

avere impedito per tre secoli almeno la missione _generale_ che Dio

affidava all'umanità; l'altro per avere impedito per tre secoli

egualmente l'adempimento della missione _speciale_ che Dio affidava alle

razze. L'_umanità_ s'inalzerà sulle rovine dell'uno; la _patria_ su

quelle dell'altro. Pensateci, Signore. Non vi sorprenda l'ardita parola:

essa deve indicarvi la potenza ch'io vedo in voi e la fiducia che

m'inspirate. Dove andrebbe l'Europa se gli uomini di potenza e di fede,

si ostinassero a gridarle nei momenti che precedono la crisi suprema:

_tu dovrai desumere dal papato le norme della morale pratica?_ Qual

vincolo potrà congiungere in celeste armonia le due sorelle immortali

che han nome patria e umanità, se alla vigilia della nuova creazione i

credenti avranno insegnato ai popoli che soltanto nel Dio del medio evo

vive il segreto dell'unità?

«E un altro pensiero contenuto nella vostra lettera mi diede dolore. Voi

vi dichiarate convinto che nella sua condizione presente l'Italia è

incapace d'emanciparsi politicamente colle proprie forze. E questa idea

è quella appunto che, predicata e diffusa, ha tolto ogni forza ai nostri

tentativi d'emancipazione. Voi condannate all'impotenza ventisei milioni

d'uomini che hanno per basi di difesa le Alpi, l'Apennino ed il mare, ed

hanno, per rialzarsi, tremila anni di grandi ricordi. Voi rapite

all'Italia ogni missione sulla terra, dacchè senza spontaneità non

esiste missione, senza coscienza di libertà non esiste libertà, senza

conquista d'emancipazione con forze proprie non esiste coscienza di

libertà.

«Non manca forza all'Italia, Signore: essa ne ha tanta da superare

ostacoli due volte più gravi di quelli che abbiamo oggi a fronte. Manca

all'Italia la fede; non la fede nella libertà, nell'eguaglianza e

nell'amore--quella fede è manifestata nelle sue continue proteste--ma la

fede nella possibile realizzazione di quelle idee, la fede in Dio

protettore del diritto violato, la fede nella propria forza latente,

nella propria spada. L'Italia non ha fede nelle proprie moltitudini che

non furono chiamate mai sull'arena: non ha fede in quella unità di

missione, di voti, di patimenti, che può fare d'una prima vittoria una

leva potente a suscitare l'intera Penisola: non ha fede nel vigore

ignoto finora dei _principî_, che non rifulsero mai sugli occhi del

popolo, che non furono invocati mai e che dirigeranno, lo spero, la

nostra prima impresa di libertà. Ma questa fede, unica cosa che manchi

ad essa, albeggia, mentre noi ci scriviamo: sorge dalle lezioni del 1830

e del 1831 ch'essa, l'Italia, sta meditando: comincia a rivelarsi nei

fatti, tra le file della gioventù illuminata, da dove scenderà a poco a

poco sulle moltitudini; e progredirà, non dovete dubitarne, perch'essa

veste i caratteri d'una credenza religiosa. Guardate, Signore, alle

tendenze di spiritualismo che si ravvivano, ai rischi tremendi che

s'affrontano per leggere ciò che scriviamo, all'entusiasmo destato dalle

vostre calde, sublimi pagine, ai nostri tentativi ripetuti in onta al

mal esito, ai nostri apostoli, ai nostri martiri. Ora questa fede

sorgente, questa fede nell'azione che trae le sue forze dall'alto e

tenta di scendere sulle moltitudini, mancò finora alla lotta, non pesò

mai sulla bilancia dei fati rivoluzionarî d'Italia. Però che in Italia

si more da secoli per un istinto d'indipendenza, di ribellione,

d'avvenire mal definito; ma da due anni si more in Savoja, in Genova, in

Torino, in Alessandria, in Napoli, per la Giovine Italia, per giuramenti

prestati al popolo, per un convincimento che l'Italia può rigenerarsi

con forze proprie. E quando questa fede, questo nuovo principio,

splenderà sopra una bandiera nazionale a un tempo ed umanitaria, chi può

dire ch'essa soccomberà?

«Non giudicate, Signore, del nostro avvenire dal nostro passato. È tra

essi un abisso. Tutti i nostri tentativi rivoluzionari perirono; ma

tutti furono opera d'una casta militare o aristocratica e intesi a pro'

d'una casta: tutti s'arretrarono davanti alla parola generatrice delle

grandi rivoluzioni: _Dio e il Popolo_: tutti sagrificarono a non so

quali meschine speranze il dogma sublime dell'Eguaglianza: tutti furono,

in sul nascere, soffocati dal tradimento. E quel tradimento, che

allontanava il popolo e ricacciava la gioventù nello scetticismo, era

inevitabile: l'avevano posto al sommo dell'edifizio, in un disegno

diplomatico, in una promessa di principe, in una protezione straniera

sostituita alle battaglie per una santa causa. Gli uomini erano tuttavia

sotto il dominio d'una fredda scuola d'individualismo che agghiacciava

in una analisi materialista tutti i nobili pensieri, tutti i grandi

concetti di sintesi, d'entusiasmo, di sagrificio. E dato un falso

principio, bisognava subirne tutte le conseguenze fatali. E in virtù di

quel falso principio, tutti, amici e nemici, gridavano all'Italia: _i

tuoi figli non bastano a darti salute_; nessuno osava dirle: _levati

potente d'energia e di devozione, però che tu non devi sperare che ne'

tuoi figli e in Dio._

«La rigenerazione d'Italia non può compirsi per fatto altrui. La

rigenerazione esige una fede: la fede vuole opere: e le opere devono

essere sue, non imitazione dell'opere altrui. E d'altra parte, come può

mettersi amore in una libertà non conquistata con sagrifici? Come può

esistere libertà forte e durevole dove non è dignità d'individui e di

popolo? E come può esistere dignità d'uomini o popoli dove la libertà

porta sulla fronte il segno del benefizio altrui? L'azione crea

l'azione. Un solo fatto d'iniziativa è più fecondo di progresso morale a

un popolo decaduto, che non dieci insurrezioni determinate da una azione

esterna o da mene di diplomazia.

«Cerco diffondere, per tutte le vie possibili, la mia credenza. Incontro

ostacoli gravi, ma non mi sconforto. Da parecchi anni ho rinunziato a

quanto versa un'ombra, non foss'altro, di felicità sulla vita terrestre.

Lontano da mia madre, dalle mie sorelle, da quanto m'è caro, perduto

nelle prigioni il migliore amico de' miei primi anni giovanili, e per

altre cagioni note a me solo, ho disperato della vita dell'individuo, e

detto a me stesso: _tu morrai perseguitato e frainteso a mezzo la via._

Ma non avrei di certo trovato in me forza per vincere la tempesta e

rassegnarmi, se questa grande idea della rigenerazione italiana compita

con forze proprie non m'avesse dato il battesimo d'una fede.

Distruggetela; e per che o per chi lotterei? A che affaticarci, se

l'Italia non può sorgere che dopo una grande insurrezione francese?

«Io ho provato, Signore, un profondo dolore, quando, dopo d'avere pianto

e sorriso sugli ultimi versi del vostro capo XVIII--e detto a me stesso:

_ecco l'uomo che c'intenderà_--e scritto a voi l'animo mio

coll'entusiasmo e colla franchezza d'una fiducia senza confini--ho udito

dal vostro labbro, invece della confortatrice parola ch'io sperava

mandereste ai miei fratelli di patria, il freddo consiglio che m'è

toccato d'intender più volte dai diplomatici e dai falsi profeti:

_rimanetevi inerti e aspettate; forse, la libertà vi verrà dal nord,

forse, dall'ovest della Germania o dalla Penisola Iberica_. Ma io lessi

nelle vostre pagine inspirate, che la libertà splenderebbe su noi,

quando ciascuno di noi avrà detto a sè stesso: _voglio_ esser libero;

quando per diventarlo ciascuno di noi sarà pronto a sacrificare e

soffrire ogni cosa. Dirò io che noi non _siamo_ finora pronti a

sacrificare e patire quanto dovremmo? Lo so; ma perchè oggi ancora

l'anima nostra è ravviluppata di dubbio, non avremo certezza mai?

Perchè la fede or ci manca, dobbiamo disperare dell'avvenire? Io non vi

chiedeva di darci il segnale della battaglia: vi chiedeva per l'Italia

ciò che avete dato alla Polonia, un commento al consiglio che ho citato

dal vostro libro. Rimproverateci, come profeta, i nostri vizî, la nostra

fiacchezza, le nostre divisioni, la nostra mancanza d'ardire; ma diteci

a un tempo: _il giorno in cui vi sarete fatti migliori e fratelli tutti,

sarà il giorno della vostra emancipazione. Quando vorrete davvero, voi

non dovrete più temere i vostri nemici nè esigere, per vincere, cosa

alcuna dai vostri amici._

«Addio, Signore. Credete alla mia immensa stima. Senz'essa io non avrei

osato parlarvi, aperto il mio cuore.

«GIUSEPPE MAZZINI.»

Negli ultimi mesi del 1834 impiantai l'Associazione della _Giovine

Svizzera_: e s'ordinarono Comitati nel Bernese, nei Cantoni di Ginevra e

di Vaud, nel Vallese, nel Cantone di Neufchâtel e altrove.

La Svizzera era ed è paese importante non solamente per sè ma e

segnatamente per l'Italia. Dal 1.º gennajo 1338 quel piccolo popolo non

ha padrone nè re. Per esso, da oltre a cinque secoli, unica in Europa,

ricinta di monarchie gelose e conquistatrici, una bandiera repubblicana

splende, quasi incitamento e presagio a noi tutti, sull'alto della

regione Alpina. Carlo V, Luigi XIV, Napoleone passarono: quella bandiera

rimase immobile e sacra. È in quel fatto una promessa di vita, un pegno

di Nazionalità non destinata, com'altri pensa, a sparire. I trentatrè

pastori del Grütli che, eguali tutti e rappresentanti popolazioni

sorelle, inalzarono, oltre a cinque secoli addietro, contro la

dominazione di casa d'Austria, quella bandiera, furono di certo

interpreti, allora inconsci, d'un programma che Dio, segnando col dito

la gigantesca curva dell'Alpi, affidava alla forte razza disseminata,

quasi a difenderle, alle loro falde. Lungo quell'Alpi si stende una

fratellanza di tradizioni popolari, di leggende, d'abitudini

indipendenti e di costumanze che accenna a una missione speciale. Nel

riparto territoriale futuro d'Europa, la Confederazione Elvetica

dovrebbe trasformarsi in Federazione dell'Alpi, e affratellandosi da un

lato la Savoja, dall'altro il Tirolo Tedesco e possibilmente altre

terre, stendere una zona di difesa tra Francia, Germania e l'Alpi

Elvetiche e nostre. È l'idea ch'io cercai di diffondere e che, dovrebbe,

parmi, dirigere quanti guardano con ingegno severo all'avvenire delle

Nazioni. Oggi, gli uomini della monarchia l'hanno fatta, cedendo la

Savoja alla Francia, retrocedere d'un passo. Nondimeno chi sa gli eventi

tenuti in serbo dalla crisi trasformatrice che i tempi inevitabilmente e

rapidamente maturano?

Ma quando si fondava la Giovine Svizzera, la Nazione conservatrice in

Europa della forma repubblicana, era infiacchita, anneghittita dal

difetto di coesione interna, e quindi da un senso di debolezza servile

che la condannava, verso l'Europa dei re, a una politica ignominiosa e

suicida di concessioni, della quale dovevamo non molto dopo sperimentare

gli effetti. Lasciando da banda le cause morali che intiepidendo negli

animi ogni fede collettiva e il concetto del Dovere che ha base in essa,

li sospinge oggi su tutta quanta l'Europa a ravvilupparsi più o meno in

un manto d'indifferenza atea fra il bene e il male, quel senso di

debolezza era conseguenza diretta del vizio fondamentale mantenuto

ostinatamente nella Costituzione Svizzera; la mancanza di Rappresentanza

della Nazione.

Il concetto d'una Repubblica Federativa racchiude l'idea d'una doppia

serie di doveri e diritti: la prima spettante a _ciascuno_ degli Stati

che formano la Federazione; la seconda, all'_insieme_: la prima

destinata a circoscrivere e definire la sfera d'attività degli

individui, come cittadini dei diversi Stati, l'interesse _locale_; la

seconda destinata a definire quella degli stessi individui come

cittadini dell'intera Nazione, l'interesse _generale_: la prima

determinata dai delegati di _ciascuno_ degli Stati componenti la

Federazione; la seconda determinata dai delegati di _tutto_ il paese.

Or, nella Svizzera, questo concetto è violato. Gli Stati o Cantoni sono

rappresentati, governati da autorità che più o meno direttamente, più o

meno democraticamente, emanano dal popolo dei Cantoni: la Dieta, o

Governo centrale, è composta dei delegati di _ciascun_ Cantone scelti

dai grandi Consigli dei Cantoni medesimi; la Svizzera non ha quindi

rappresentanti proprî, e il Potere Nazionale non è che un secondo

esercizio della Sovranità Cantonale. In questa Dieta scelta sotto

l'inspirazione degli interessi locali, ogni Cantone, qualunque ne sia

l'importanza, l'estensione, la popolazione--e sebbene gli oneri ne siano

determinati dal numero de' suoi abitanti--ha un voto. Un voto è dato a

Zurigo che, popolato di circa 225,000 abitanti, versa nell'esercito

federale un contingente di circa 4,000 uomini e nell'erario tra i

settanta e gli ottanta mila franchi: un voto a Zug che ha da 14,000

abitanti e contribuisce di 250 soldati e di 2,500 franchi al paese. Un

voto rappresenta i 355,000 abitanti di Berna e i 13,000 d'Uri. Ove i

piccoli Cantoni s'uniscano in un intento, una minoranza di mezzo milione

o poco più tiene fronte a una maggioranza di due milioni incirca di

Svizzeri. E quasi a evitare la possibilità che una inspirazione

nazionale sorga efficacemente nel core d'uno o d'altro Delegato, un

mandato _imperativo_ cancella in lui ogni spontaneità di coscienza. I

rappresentanti sono vincolati da istruzioni precise date dai grandi

Consigli Cantonali, e le questioni, comunque urgenti, che sorgono

inaspettate, non possono sciogliersi se non interrogando nuovamente

quelle sorgenti d'autorità.

Mercè condizione siffatta di cose, i Gabinetti stranieri riescono

facilmente dominatori sulla mal connessa Confederazione. Essi mal

potrebbero tentare d'atterrire o corrompere un popolo di due milioni e

mezzo di repubblicani; ma possono, indirizzandosi separatamente ai

piccoli Cantoni, giovandosi delle loro tendenze aristocratiche e della

loro ignoranza, o accarezzando di speranze e di piccole concessioni un

Cantone a danno dell'altro, conquistarsi una minoranza _legalmente_

potente a equilibrare le tendenze della maggioranza del popolo. E quelle

seduzioni alternate colla minaccia perenne e temuta a torto dalla

Svizzera di ridurre a nulla quella mallevadoria di _neutralità_ che crea

non securità ma dipendenza al paese, riescono a perpetuare nella

Confederazione una debolezza che ordinamenti migliori cancellerebbero.

L'assetto pubblico non tende, come dovrebbe, a porre in armonia verso un

_fine_ comune le esistenze Cantonali, ma soltanto a proteggerne la quasi

assoluta indipendenza. L'autorità Federale manca di relazione diretta

coi cittadini, e di forza per costringere i violatori de' suoi Decreti.

Il sistema aristocratico, assurdo, di rappresentanza mantiene un

principio funesto d'ineguaglianza nel core della Nazione, e semina

rancori e gelosia tra Cantone e Cantone. La Confederazione non ha

coscienza d'unità Nazionale. I Cantoni si toccano, non s'associano. Il

diritto civile, la legislazione penale, la fede politica, si mantengono

troppo diversi. E se non fosse il vigore che spetta naturalmente

all'istituzione repubblicana, la Svizzera, mercè l'arti dei Governi che

la circondano, sarebbe da lungo caduta nell'anarchia o nell'agonia lenta

e disonorevole dell'impotenza.

Ho accennato queste cose per rendere ragione a un tempo dell'intento e

del diritto della _Giovine Svizzera_. Congiurare per congiurare fu in

passato vezzo di molti, non mio. Frammischiarsi deliberatamente nelle

faccende interne d'una Nazione straniera è materia grave e pericolosa.

Ma quando un vizio politico genera conseguenze Europee come le

capitolazioni militari a servizio del dispotismo, concessioni

ecclesiastiche a Roma papale, potenza all'ordine de' Gesuiti e

violazioni perenni del Diritto d'Asilo, ogni uomo che crede potersi

inframmettere utilmente a combatterlo, deve farlo. La libertà è diritto

Europeo. L'arbitrio, la tirannide, l'ineguaglianza non possono esistere

in una Nazione senza nuocere alle altre. I Governi lo sanno, ed è tempo

che noi lo impariamo.

La _Giovine Svizzera_ ebbe missione di combattere i vizî accennati; e se

l'una o l'altra delle loro conseguenze sparì o è presso a sparire

l'apostolato fondato da noi non v'ebbe parte.

* * * * *

Lo scritto _dell'Iniziativa rivoluzionaria in Europa_[39], steso sul

finire del 1834, fu inserito nella _Revue Républicaine_, del gennajo

1835. Diretta da Godefroy, Cavaignac e Dupont, quella Rivista parigina

rappresentava le opinioni della parte repubblicana ordinata sul terreno

dell'azione nella Società dei _Diritti dell'uomo_. La questione Europea

v'era di tempo in tempo tentata con aspirazioni generose, ma governate

sempre dall'idea che alla Francia spettasse, quasi per decreto di

Provvidenza, l'_iniziativa_ del Progresso in Europa. E questa idea,

filosoficamente e storicamente falsa e funestissima alla vera morale

emancipazione dei popoli, avversava ostinatamente su tutti i punti, e

segnatamente nella Svizzera dove l'_Alta Vendita_ di Buonarroti aveva

tuttavia molti seguaci, il nostro lavoro. Io la combatteva con frequenti

circolari diramate segretamente, suprema formola delle quali erano le

parole: _nè Uomo-re nè Popolo-re_. Ma richiesto di qualche lavoro dagli

Editori della _Revue_, stimai opportuno di trattare apertamente la

questione. La Storia degli anni che seguirono confermò le mie idee; ma

allora le apparenze mi stavano contro: il Partito repubblicano era

potente per numero, audacia, intelletto e virtù, nella Francia del 1834,

e i popoli guardavano tutti riverenti in Parigi come unico centro di

speranze e di vita (1862).

Fondai nel giugno del 1835 un giornale destinato a estendere

l'Associazione e le sue idee nella Svizzera. Esciva due volte la

settimana, su due colonne, francese l'una, tedesca l'altra.

Avevamo fatto acquisto d'una stamperia in Bienna, nel Cantone di Berna.

Il professore Weingart, svizzero, dirigeva lo Stabilimento, nel quale

allogammo operai profughi, tedeschi e francesi. E una Commissione

d'uomini svizzeri, taluni, come Schneider, membri del Gran Consiglio,

somministrava i mezzi e additava e confermava i lavori. Pubblicavamo,

oltre il giornale, opuscoli politici e una Biblioteca popolare

economica.

Il giornale, che portava il nome dell'Associazione e la formola:

_Libertà, Eguaglianza, Umanità_, era diretto da me; ma, poi ch'io doveva

starmi pur sempre semi-celato, Direttore visibile era un Granier,

estensore in capo un tempo della _Glaneuse_ in Lione e che

l'insurrezione repressa aveva balestrato fra noi. Traduttore tedesco era

un Mathy, giovine assai capace e fervido allora d'entusiasmo per la

nostra fede, più dopo, poi ch'ei ripatriò, mutato, come dicono, in

_conservatore_.

Tendevamo a formare una scuola e a richiamare la politica dalle gare

meschine delle fazioni e dal culto esclusivo degli interessi materiali

agli alti principî di moralità religiosa senza i quali i mutamenti non

durano o volgono a liti d'individui o sette anelanti il potere. E il

nostro linguaggio era pacifico, grave, filosofico, inusitato nella

polemica giornaliera d'allora. Nondimeno, e appunto perchè nuovo, fruttò

corrispondenti ed amici in tutti i Cantoni: pochi ma buoni, come diceva

Manzoni dei versi del Torti. Erano giovani stanchi di scetticismo

ribelle e di negazioni, ministri protestanti che c'interrogavano sul

carattere religioso della nostra dottrina di Progresso, madri che

avevano fino a quel giorno raccomandato ai figli di tenersi lontani dal

subuglio, sterile fuorchè d'ire e pericoli dei Partiti e che

intravvedevano, leggendoci, un Dovere d'amore e di Verità da compirsi e

insegnarsi. Sei mesi dopo il primo numero della _Jeune Suisse_ noi ci

trovammo, comunque assaliti rabbiosamente dai materialisti della vecchia

scuola economica come Fazy e altri simili a lui, a capo d'un numero di

Svizzeri affratellati all'apostolato Italiano e presti ad opere attive

per avviare la loro Patria all'intelletto della missione che Dio le

assegnava.

Scrissi in quel giornale da cinquanta a sessanta articoli d'argomento

Svizzero o intorno alla questione Europea[40]. Le più tra le idee ch'io

v'espressi furono più dopo da me trasfuse in altri scritti.

* * * * *

Gli scritti che s'andavano via via stampando da Tedeschi e Svizzeri

affratellati con noi, e il giornale, e più l'importanza che l'apostolato

italiano conquistava visibilmente in una terra strategicamente

pericolosa, indifferente fino allora al moto europeo, davano intanto

pretesto e cominciamento a una persecuzione assai più accanita della

prima. Finchè l'agitazione repubblicana si concentrava tutta, per

assenso di popoli inserviliti, in un solo fôco, Parigi, era facile

invigilarla e combatterla; non così quando, emancipati gli animi dal

pregiudizio che affidava l'iniziativa perenne del moto alla Francia,

sorgesse in più punti, assalitrice ovunque vivesse istinto di nazione e

coscienza di diritti violati. I governi collegati vedevano inquieti

levarsi o farsi potente una bandiera che mirava a un nuovo riparto

d'Europa e che presentivano dovere essere un dì o l'altro la bandiera

dell'Epoca. E deliberarono di soffocarla.

Le varie diplomazie, dalla Francia ai governucci italiani, dalla Russia

all'Austria e ai governucci Germanici intimarono al fiacco e illiberale

governo elvetico d'imporre fine al nostro apostolato e disperdere

l'associazione. E a rendere la turpe concessione possibile,

s'adoperarono i soliti modi: false accuse e agenti provocatori. Sul

cadavere d'un Lessing accoltellato da mano ignota e per cagione ignota

presso Zurigo, architettarono tutto un edificio di società segreta

all'antica, di giuramenti terribili, di tribunali vehmici e di condanne

mortali pronunziate dalla _Giovine Germania_. Su qualche parola

avventata, espressione d'un desiderio inefficace, composero lunghe e

minute rivelazioni di disegni, ordini, armi raccolte per invadere un

punto o l'altro della frontiera Germanica. E a far nota di parole

imprudenti e provocarle ove non escivano volontarie, seminarono le

nostre file d'incitatori e di spie. Un Giulio Schmidt, sassone, trovò

modo, fingendosi agli estremi di povertà e supplicando lavoro,

d'introdursi nella nostra stamperia. Un Altinger, israelita, che

assumeva il nome di barone Eib, si diede a promuovere, con un segreto

che voleva esser tradito, arrolamenti fra gli operai tedeschi. Una

circolare fu coniata in mio nome nell'ambasciata francese diretta allora

dal duca di Montebello e diramata a parecchi tra gli esuli cacciati di

Svizzera dopo la spedizione di Savoja e soggiornanti in varie città

della Francia, a invitarli a Grenchen ov'io era per irrompere di là nel

Badese. Potrei citar venti fatti di questo genere, ma si riassumono

tutti, nei loro caratteri di profonda immoralità e di perfidia, in quel

di Conseil che or ora ricorderò.

Le accuse segrete appoggiavano le Note pubbliche. E la guerra

diplomatica inspirata e iniziata dall'Austria, dalla Prussia e dalla

Russia, finì per concentrarsi sotto la direzione della Francia. Fu

sempre abitudine della Francia monarchica di fare il male per impedire

ad altri di farlo; e le monarchie dispotiche si valsero di quella

vecchia tendenza per ottenere il fine voluto e rovesciarne i tristi

effetti sulla monarchia costituzionale sospetta ad esse e temuta:

minacciarono intervento perchè la Francia s'affrettasse ad intervenire;

e riuscirono. Era anima del ministero francese Thiers. E' s'assunse di

capitanare l'ignobile impresa.

Intanto, il governo centrale (_vorort_), credulo alle pazze denunzie,

cominciava la codarda persecuzione contro gli esuli repubblicani. Il 20

maggio ebbi avviso da un ingegnere amico in Soletta che si distribuivano

cartucce alla piccola guarnigione della città prima d'avviarla a una

spedizione pericolosa. Alcune ore dopo duecento soldati e una mano di

gendarmi circondavano e invadevano lo stabilimento dei Bagni. V'eravamo

in tre, io e i due fratelli Ruffini; ma tra l'avviso e l'arrivo, era

giunto, inaspettato, dalla Francia Harro Haring: gli era stata mandata

la circolare apocrifa di convocazione, ed egli avea creduto, accorrendo,

di compiere il debito suo. Era munito di passaporto inglese e lo ammonii

di mostrarsi ignoto a noi; se non che quand'egli udì il capo di quella

forza a intimarmi di seguirlo a Soletta, ei disse il proprio nome e fu

imprigionato con noi.

Condotti nel carcere di Soletta, fummo, senza esame di sorta, lasciati

liberi dopo ventiquattr'ore: la gioventù della città minacciava

liberarci da sè. La lunga perquisizione nei Bagni di Grenchen non aveva

scoperto un fucile, un proclama, una circolare, un solo indizio della

pretesa spedizione germanica. Ci fu nondimeno intimato d'escir dal

Cantone. Varcammo il limite e ci ricovrammo nel primo paesetto al di là,

Langenau nel Bernese, in casa d'un ministro protestante, che ci accolse

come apostoli d'una fede proscritta, ma santa e destinata al trionfo.

Non per questo la persecuzione si rallentò. Il governo centrale avea,

nelle sue inquisizioni, trovato, rimpiattati in uno o in un altro

Cantone, parecchi tra i cacciati del 1834, e a rabbonire i governi

stranieri decretò che sarebbero ricondotti alla frontiera. Un dispaccio

sommesso annunziava il 22 giugno all'ambasciatore francese la decisione,

e chiedeva l'ammessione dei cacciati sul territorio di Francia:

aggiungeva, pegno di devozione, la lista dei condannati e di quei

ch'erano fra noi più sospetti. Ogni concessione codarda imbaldanzisce a

insolenza il nemico, e, mercè i suoi ministri, l'Italia d'oggi lo sa. Il

duca di Montebello rispose il 18 luglio colla Nota la più

minacciosamente oltraggiosa possibile. Invocava, esigeva un sistema di

mezzi coercitivi a danno degli esuli e annunziava che se la Svizzera non

ponesse fine a ogni tolleranza contro _gli incorreggibili nemici del

riposo dei governi, la Francia provvederebbe da sè_.

Era un guanto di sfida cacciato, senz'ombra di pretesto,

all'indipendenza della Svizzera, nella quale Luigi Filippo aveva ne'

suoi anni di sventura, trovato asilo. E a creare quell'ombra, s'adoprò

un mezzo siffattamente immorale che giova ricordarlo a insegnamento del

fin dove scendano le monarchie costituzionali dell'oggi, e a conforto

dei repubblicani, contro i quali nessuno può sollevare accusa siffatta.

Sui primi del luglio di quell'anno 1836, un Augusto Conseil, affiliato

alla polizia parigina, era stato chiamato al ministero dell'interno e

spedito in Isvizzera con una missione riguardante gli esuli. Ei doveva,

prima di tutto, tentare ogni via di contatto con noi, rappresentarsi

come complice d'Alibaud, che aveva tentato poco innanzi di uccidere il

re, e conquistarsi così la nostra fiducia: poi, cacciati noi,

accompagnarci in Inghilterra e rimanerci vicino, denunziatore perenne:

intanto, la sua presenza tra noi convaliderebbe davanti al governo

svizzero le accuse di disegni regicidî che si movevano nelle Note. E a

far sì ch'ei fosse creduto ciecamente da noi, l'ambasciata francese in

Berna dovea ricevere da Parigi denunzia formale che lo indicherebbe

partecipe dei tentativi di Fieschi e Alibaud e incarico di chiederne al

governo elvetico la consegna o la cacciata. Per tal modo egli avrebbe

potuto seguirci. Gli fu dato danaro, un passaporto col nome di Napoleone

Cheli, e un indirizzo per corrispondere. Ei partì il 4 luglio alla

nostra volta. La denunzia fu spedita poco dopo e trasmessa il 19 luglio

dal Montebello al Direttorio svizzero. Conseil era in Berna dal 10.

Là, ei trovò modo d'affiatarsi con due esuli italiani, Boschi e

Primavesi, poi con un Aurelio Bertola, preteso conte di Rimini,

avventuriero tristissimo e truffatore, ch'io feci qualche anno dopo

imprigionare a Londra, ma che trovava allora suo pro' nel recitare la

parte di patriota perseguitato; e mentr'ei cercava d'ascriverli alla

società segreta francese _delle famiglie_ onde ne stendessero le fila in

Berna, parlò loro delle sue relazioni coi regicidî, annunziò nuovi

tentativi e chiese un abboccamento per rivelazioni importanti con me.

Avvertito, fiutai la spia: un complice d'Alibaud non si sarebbe svelato

mai a uomini ignoti a lui, e trovati a caso per via o in un caffè.

Ricusai l'abboccamento e consigliai si costringesse impaurito a cedere

le proprie carte. Ma prima che ciò si facesse, egli, sviato dalla

polizia Bernese, ripartiva per Besançon, in cerca di nuove istruzioni da

Parigi, di danaro e d'un altro passaporto.

Gli fu spedita ogni cosa e istruzione di tornare a Berna e presentarsi

per consigli all'ambasciatore francese, fatto complice della trama egli

pure. Tornò, sotto il nome di Pietro Corelli, il 6 agosto. Ebbe un

abboccamento la sera col duca di Montebello. Il 7, Boschi, Primavesi,

Migliari e Bertola che l'avevano incontrato nell'albergo del Selvaggio,

seguirono il mio consiglio e minacciandolo, ebbero le sue carte e

confessione esplicita d'ogni cosa.

Importava dimostrare più sempre la complicità dell'ambasciatore. Conseil

fu quindi indotto a ripresentarglisi, seguito da lungi, la sera. V'andò;

nol vide; ma vide in sua vece il segretario Belleval e n'ebbe danaro, un

altro passaporto col nome d'Hermann e una lista d'esuli da invigilarsi:

la lista conteneva, s'intende, il mio nome, quello dei fratelli Ruffini,

e poi altri d'esuli tedeschi e francesi.

Le prove bastavano per chiarire ogni cosa e somministrare al governo

svizzero un'arme potente per respingere le audacie francesi. Diemmo

quindi conoscenza di tutto alla polizia. Una istruzione governativa

iniziata il 16 agosto fu conchiusa da un documento contenente la

confessione di Conseil[41].

E nondimeno, in una Nota del 27 settembre, il duca di Montebello parlava

sfrontatamente alla Svizzera il linguaggio della virtù calunniata,

parlava di dignità offesa, sospendeva ogni relazione officiale colla

Svizzera e minacciava di peggio. Tutta questa galante gentaglia che

prende nome di diplomatici, ambasciatori, segretarî di legazione e che

rappresenta in Europa le monarchie, vive, move e respira, siccome in

proprio elemento, nella menzogna. Gli uomini politici dei nostri giorni

si tengono onorati del loro contatto e s'affaccendano a ottenerne un

sorriso, una stretta di mano. Io crederei insozzata la mia dalla loro.

Il primo tra essi non vale l'onesto operajo che dice ruvidamente il vero

e arrossisce se colto in fallo.

Gli uomini che governavano a quel tempo la Svizzera erano opportunisti,

machiavellici, _moderati_; immorali quindi e codardi. L'imitazione di

quelle che chiamano abitudini e tradizioni _governative_ e non sono se

non una deviazione dall'unica morale e logica idea del GOVERNO

_rappresentare tra i popoli per mezzo d'un popolo il Vero ed il Giusto_,

aveva infiacchito in essi il severo costume e il vigore repubblicano.

Invece di rispondere all'ambasciatore: _mentite_ e chiederne il richiamo

al governo; invece di dire ai gabinetti stranieri: _voi non avete

diritto di giudici in casa nostra; lasciateci in pace_--e certi come pur

erano per esperienza che nessuno avrebbe osato di varcare la frontiera e

assalirli--risposero sommessamente alle Note, querelandosi d'essere

fraintesi, invocando le vecchie alleanze, gli antichi vincoli

d'amicizia. I governi, vedendoli tremanti, insolentivano più che mai.

Allora, io diceva agli Svizzeri: «La sicurezza e l'indipendenza della

patria sono nelle vostre antiche virtù e nell'onore. I suoi nemici

stanno fra quei che tradiscono quelle virtù e contaminano l'onore della

bandiera repubblicana piantata sul sepolcro dei loro padri. Che importa

il godimento precario d'un diritto d'associazione o di stampa, se la

santità di quel diritto v'è ignota, se invece di ravvisare in esso

l'applicazione d'un principio universale, frammento della legge di Dio,

voi insegnate ai vostri figli a non vedervi che un semplice _fatto_? Che

importa la libertà s'essa deve, colla paura nell'anima e la vergogna

sulla fronte, trascinarsi, in sembianza di cortigiana avvilita,

d'ambasciata in ambasciata, per mendicarvi alla diplomazia monarchica

una esistenza d'un giorno? Libertà siffatta non è se non amara

derisione; e simile alla ironica leggenda che una mano d'empio

inchiodava sulla croce di Cristo, essa forma l'eterna condanna degli

uomini che la scrivono sulla bandiera e crocefiggono il Giusto al

disotto.

«Sventura agli uomini che, sconoscendo quanto ha di santo l'esilio,

calpestando la sacra ospitalità, speculano sull'isolamento del

proscritto e pongono una corona di spine sulla testa consecrata dal

battesimo dei patimenti e del sagrificio! Sventura al popolo capace

d'assistere indifferente a quello spettacolo e senza sentirsi spronato a

levare la mano e dire: _quei proscritti sono fratelli che Dio ci manda;

rispetto per essi e per noi_! La libertà de' suoi padri si dissolverà

come ghiaccio al sole, alla prima difficile prova. Le lagrime provocate

dal suo egoismo testimonieranno contr'esso. Esse ne cancelleranno la

gloria e il nome. Perchè Cristo disse: _date da mangiare agli affamati e

da bere a chi ha sete_. Ma la libertà è il pane dell'anima e

l'ospitalità è la rugiada versata da Dio sui buoni, perch'essi la

riversino sulle fronti solcate dalla persecuzione.» (_Giov. Svizz._, 2

luglio 1836.)

E il popolo era, come sempre, diverso da' suoi raggiratori e presto a

incontrare ogni sagrificio per mantenere intatto l'onore del paese. Il

fermento era generale e generale il grido di resistenza. Radunanze

patriotiche di diecimila uomini a Reiden, di ventimila a Viediken, ne

facevano fede. Ma alle titubanze accennate s'aggiungevano le divisioni

inerenti ad ogni federazione e fomentate dalle monarchie,

ch'esercitavano influenza sopra un Cantone o sull'altro, la Prussia su

Neuchâtel, l'Austria sui tre piccoli Cantoni, la Francia pel contatto

dell'ambasciata, su Berna. Di fronte allo scandalo di Conseil e malgrado

l'energica opposizione di parecchi fra i deputati, la Dieta ritrattò

ogni espressione che nelle Note anteriori avesse sembianza d'accusa o

rimprovero al governo francese, e decretò si procedesse più severamente

che mai contro gli esuli pericolosi.

Era un aprire il varco all'arbitrio, e fu spinto all'estremo. Non

potendo e pur volendo sopprimere il giornale _La Giovine Svizzera_, il

governo imprigionò, sotto diversi pretesti, prima il traduttore tedesco,

poi il correttore, e dopo lui i compositori tedeschi e francesi, e

finalmente taluni fra i collaboratori, cittadini svizzeri, come Weingart

e Schïeler: a noi la vita errante e l'impossibilità di comunicazioni

regolari coi nostri vietavano di sottentrare con un lavoro periodico. Il

giornale fu quindi costretto a cessare sul finire di luglio.

«Un vento gelato del nord»--io diceva in uno degli ultimi articoli, il

18 giugno--«ha soffiato sull'anime. Odo voci ignote a mormorare parole

ignote anch'esse finora su questa terra repubblicana: _rompiamo cogli

esuli, rannodiamo coi governi: sagrifichiamo ad essi questa mano

d'agitatori: proscriviamo i proscritti, e rovesciamo sulle loro teste le

colpe delle quali i governi ci accusano_. E si stendono liste di

proscrizione, s'imprigionano ad arbitrio gli esuli contro i quali non

milita accusa: novanta individui formano una categoria di _sospetti_:

hanno ricompensa le denunzie e prezzo le teste. I giornali ridondano di

calunnie. Non siamo interrogati nè ammessi ad esame. Segnati quasi capi

d'armento, siamo destinati gli uni all'Inghilterra, gli altri

all'America. Perchè? In virtù di qual diritto? Per quali scoperte? Quali

delitti furono commessi da noi? Su qual codice è fondato il giudizio?

Quali testimonianze s'invocano? Quali giustificazioni ci sono chieste?

Come nell'antica Venezia, la persecuzione è fondata su denunzie segrete.

Le condanne non poggiano sul diritto comune, su leggi note. Non v'è

legge per noi. Il nostro presente, il nostro avvenire è dato in balìa al

_diritto dello Stato_, a un non so che d'incerto, d'indefinito, a una

autorità cieca e sorda come l'Inquisizione di Schiller, senza nome

siccome l'Ateo. E non una voce di patriota influente, di legislatore

repubblicano, si leva per protestare in nome degli uomini ai quali ogni

protesta è vietata, e dire: _i proscritti sono uomini: hanno diritto ad

ogni umana giustizia: ogni condanna non fondata sulla legge di tutti è

iniqua: ogni giudizio non preceduto da pubblica discussione, e da libera

illimitata difesa, è delitto davanti agli uomini e a Dio_. No; non una.

Diresti che lo monarchie esiliandoci dalla Patria ci esiliassero

dall'Umanità.

«Dall'Umanità? Sì--e Dio sa che il dolore da me provato mentr'io scrivo

questo parole non deriva da considerazioni individuali--non ho mai

sentita così profondamente com'oggi la verità di quel detto di

Lamennais: _Dio versi la pace sul povero esule, perch'egli è, dovunque,

solo_.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Io scrivo senz'odio e senza amarezza.--Il primo mi fu sempre ignoto. Ma

uno sdegno profondo mi solca l'anima, quand'io penso al come si giochi

quaggiù sul tappeto d'una Cancelleria la libertà, la dignità, l'onore

d'un popolo--quand'io vedo i delegati d'una repubblica ordinare, a

benefizio delle polizie monarchiche, _una tratta di bianchi_--quando odo

uomini che sono padri, fratelli, sposi, pronunziare spensieratamente,

presso alla culla dei loro bambini, il nome d'_America_ per altri uomini

che hanno perduto ogni cosa e ai quali unico conforto è forse di poter

guardare all'Alpi o al Reno, pensando che la loro patria è al di là. Son

essi conscii di quel che fanno? Ricordano che noi pure, proscritti,

abbiamo madri, vecchi padri e sorelle? Sanno le conseguenze che quella

loro spensierata parola può trascinare per essi e per noi?

«Un giorno, nel 1834, un uomo mi venne innanzi richiedendomi d'ajuto

fraterno. Era un proscritto, proscritto da vent'anni, e aveva bevuto a

lenti sorsi tutto quanto il calice amaro che l'esilio versa sui poveri e

soli. L'avevano sospinto da Berna a Ginevra, da Ginevra in Francia. La

Francia lo aveva respinto, perch'ei mancava di carte regolari. Avea

ricorso il paese a piedi e trovato un rifugio in Berna dove alcuni

Italiani prendevano cura di lui. Fu riconsegnato ai gendarmi e respinto

su Ginevra. Là, fu messo in prigione, per avere osato tornarvi, poi

scacciato com'uomo senza domicilio legale.--Io lo vidi quand'ei compiva

a quel modo il terzo viaggio. Le lagrime gli scendevano giù per le

guancie, mentr'ei mi narrava i suoi casi. Commoveva profondamente. Gli

intimarono, poco dopo, di partire per l'Inghilterra. E partì,

attraversando Svizzera e Francia pedone.

«Quell'uomo era napoletano e si chiamava Carocci. Morì attraversando il

mare.

«Sua madre e suo padre vivevano ancora. Aveva fratelli e sorelle. Dio

perdoni ai repubblicani che avvelenarono di dolore i loro giorni.»

Nulla d'individuale, come dissi, inspirava le mie lagnanze. Non ho mai

tentato, attraverso le persecuzioni alle quali soggiacqui, d'impietosire

alcuno per me. Quando un _conclusum_ della Dieta m'intimò l'esilio in

perpetuità dalla Svizzera, mi strinsi nelle spalle e rimasi. Rimasi,

cercato inutilmente per ogni dove, fino al dicembre di quell'anno, e

sarei rimasto indefinitamente se il modo di vita, che ci era comandato

dalle circostanze, non avesse seriamente minacciato la salute dei due

amici che dividevano meco la persecuzione.

Nel gennajo del 1837, io giunsi in Londra con essi.

* * * * *

Ma in quelli ultimi mesi, io m'era agguerrito al dolore e fatto davvero

tetragono, come dice Dante, ai colpi della fortuna che m'aspettavano.

Non ho mai potuto, per non so quale capriccio della mia mente, ricordare

le date di fatti anche gravi, spettanti alla mia vita individuale. Ma

s'anch'io fossi condannato a vivere secoli, non dimenticherei mai il

finir di quell'anno e la tempesta per entro i vortici della quale fu

presso a sommergersi l'anima mia. E ne acenno qui riluttante, pensando

ai molti che dovranno patire quel ch'io patii e ai quali la voce d'un

fratello escito--battuto a sangue, ma ritemprato--dalla burrasca, può

forse additare la via di salute.

Fu la tempesta del Dubbio: tempesta inevitabile credo, una volta almeno

nella vita d'ognuno che, votandosi ad una grande impresa, serbi core e

anima amante e palpiti d'uomo, nè s'intristisca a nuda e arida formola

della mente, come Robespierre. Io aveva l'anima traboccante e assetata

d'affetti e giovine e capace di gioja come ai giorni confortati dal

sorriso materno e fervida di speranze se non per me, per altrui. Ma in

quei mesi fatali mi s'addensarono intorno a turbine sciagure, delusioni,

disinganni amarissimi, tanto ch'io intravidi in un subito nella scarna

sua nudità la vecchiaja dell'anima solitaria e il mondo deserto d'ogni

conforto nella battaglia per me. Non era solamente la rovina, per un

tempo indefinito, d'ogni speranza italiana, la dispersione dei nostri

migliori, la persecuzione che disfacendo il lavoro svizzero ci toglieva

anche quel punto vicino all'Italia, l'esaurimento dei mezzi materiali,

l'accumularsi d'ogni maniera di difficoltà pressochè insormontabili tra

il lavoro iniziato e me; ma il disgregarsi di quell'edifizio morale

d'amore e di fede nel quale soltanto io poteva attingere forze a

combattere, lo scetticismo ch'io vedea sorgermi innanzi dovunque io

guardassi, l'illanguidirsi delle credenze in quei che più s'erano

affratellati con me sulla via che sapevamo tutti fin dai primi giorni

gremita di triboli, e più ch'altro, la diffidenza ch'io vedeva crescermi

intorno ne' miei più cari delle mie intenzioni, delle cagioni che mi

sospingevano a una lotta apparentemente ineguale. Poco m'importava anche

allora che l'opinione dei più mi corresse avversa. Ma il sentirmi

sospettato d'ambizione o d'altro men che nobile impulso dai due o tre

esseri sui quali io aveva concentrato tutta la mia potenza d'affetto, mi

prostrava l'anima in un senso di profonda disperazione. Or questo mi fu

rivelato in quei mesi appunto nei quali, assalito da tutte parti io

sentiva più prepotente il bisogno di ricoverarmi nella comunione di

poche anime sorelle che m'intendessero anche tacente; che indovinassero

ciò ch'io, rinunziando deliberatamente a ogni gioja di vita, soffriva; e

soffrissero, sorridendo, con me. Senza scendere a particolari, dico che

quelle anime si ritrassero allora da me.

Quand'io mi sentii solo nel mondo--solo, fuorchè colla povera mia madre,

lontana e infelice essa pure per me--m'arretrai atterrito davanti al

vuoto. Allora, in quel deserto, mi s'affacciò il Dubbio. Forse io errava

e il mondo aveva ragione. Forse l'idea ch'io seguiva era un sogno. E

fors'io non seguiva _una_ idea, ma la _mia_ idea, l'orgoglio del _mio_

concetto, il desiderio della vittoria, più che l'intento della vittoria

l'egoismo della mente e i freddi calcoli d'un intelletto ambizioso,

inaridendo il core e rinegando gli innocenti spontanei suoi moti che

accennavano soltanto a una carità praticata modestamente in un piccolo

cerchio, a una felicità versata su poche teste e divisa, a doveri

immediati e di facile compimento. Il giorno in cui quei dubbi mi

solcarono l'anima, io mi sentii non solamente supremamente e

inesprimibilmente infelice, ma come un condannato conscio di colpa e

incapace d'espiazione. I fucilati d'Alessandria, di Genova, di Chambery,

mi sorsero innanzi come fantasmi di delitto e rimorso pur troppo

sterile. Io non potea farli rivivere. Quante madri aveva già pianto per

me! Quante piangerebbero ancora s'io m'ostinassi nel tentativo di

risuscitare a forti fatti, al bisogno d'una Patria comune, la gioventù

dell'Italia? E se questa Patria non fosse che una illusione? Se l'Italia

esaurita da due Epoche di civiltà, fosse oggimai condannata dalla

Provvidenza a giacere senza nome e missione propria aggiogata a nazioni

più giovani e rigogliose di vita? D'onde traeva io il diritto di

decidere sull'avvenire e trascinare centinaja, migliaja d'uomini al

sagrifizio di sè e d'ogni cosa più cara?

Non m'allungherò gran fatto ad anatomizzare le conseguenze di questi

dubbi su me: dirò soltanto ch'io patii tanto da toccare i confini della

follìa. Io balzava la notte dai sonni e correva quasi deliro alla mia

finestra chiamato, com'io credeva, dalla voce di Jacopo Ruffini. Talora,

mi sentiva come sospinto da una forza arcana a visitare, tremante, la

stanza vicina, nell'idea ch'io v'avrei trovato persona allora

prigioniera o cento miglia lontana. Il menomo incidente, un suono, un

accento, mi costringeva alle lagrime. La natura, coperta di neve com'era

nei dintorni di Grenchen, mi pareva ravvolta in un lenzuolo di morte

sotto il quale m'invitava a giacere. I volti della gente che mi toccava

vedere mi sembravano atteggiarsi, mentre mi guardavano, a pietà, più

spesso a rimprovero. Io sentiva disseccarsi entro me ogni sorgente di

vita. L'anima incadaveriva. Per poco che quella condizione di mente si

fosse protratta, io insaniva davvero o moriva travolto nell'egoismo del

suicidio.

Mentr'io m'agitava e presso a soccombere sotto quella croce, un amico, a

poco stanze da me, rispondeva a una fanciulla che, insospettita del mio

stato, lo esortava a rompere la mia solitudine: _lasciatelo, ei sta

cospirando e in quel suo elemento è felice_. Ah! come poco indovinano

gli uomini le condizioni dell'anima altrui, se non la illuminano--ed è

raro--coi getti d'un amore profondo!

Un giorno, io mi destai coll'animo tranquillo, coll'intelletto

rasserenato, come chi si sente salvo da un pericolo estremo. Il primo

destarmi fu sempre momento di cupa tristezza per me, come di chi sa di

riaffacciarsi a una esistenza più di dolori che d'altro: e in quei mesi

mi compendiava in un subito tutte le ormai insopportabili lotte che

avrei dovuto affrontare nella giornata. Ma quel mattino, la natura

pareva sorridermi consolatrice e la luce rinfrescarmi, quasi

benedizione, la vita nelle stanche vene. E il primo pensiero che mi

balenò innanzi alla mente fu: _questa tua è una tentazione dell'egoismo:

tu fraintendi la Vita_.

Riesaminai pacatamente, poi ch'io lo poteva, me stesso e le cose. Rifeci

da capo l'intero edifizio della mia filosofia morale. Una definizione

della Vita dominava infatti tutte le questioni che m'avevano suscitato

dentro quell'uragano di dubbî e terrori, come una definizione della Vita

è base prima, riconosciuta o no, d'ogni filosofia. L'antica religione

dell'India aveva definito la Vita: _contemplazione_; e quindi l'inerzia,

l'immobilità, il sommergersi in Dio delle famiglie Ariane. Il

Cristianesimo l'avea definita _espiazione_: e quindi le sciagure

terrestri considerate come prova da accettarsi rassegnatamente,

lietamente, senza pur cercar di combatterle; la terra, guardata come

soggiorno di pena; l'emancipazione dell'anima conquistata col disprezzo

indifferente alle umane vicende. Il materialismo del XVIII secolo avea,

retrocedendo di duemila anni, ripetuto la definizione pagana: _la Vita è

la ricerca del benessere_; e quindi l'egoismo insinuatosi in noi tutti

sotto le più pompose sembianze, l'esoso spettacolo d'intere classi che

dopo aver dichiarato di voler combattere per il benessere di _tutti_,

raggiunto il proprio, sostavano abbandonando i loro alleati, e

l'incostanza nelle più generose passioni, i subiti mutamenti quando i

danni della lotta pel bene superavano le speranze, i subiti sconforti

nell'avversità, gli interessi materiali anteposti ai principî e altre

molte tristissime conseguenze che durano tuttavia. M'avvidi che,

comunque tutte le tendenze dell'anima mia si ribellassero a quella

ignobile e funesta definizione, io non m'era tuttavia liberato

radicalmente dalla sua influenza predominante sul secolo e nutrita

tacitamente in me dai ricordi inconscî delle prime letture francesi,

dall'ammirazione all'audacia emancipatrice dei predicatori di quella

dottrina e da un naturale senso d'opposizione a caste e governi che

negavano nelle moltitudini il diritto al benessere per mantenerle

prostrate e schiave. Io avea combattuto il nemico in altrui, non

abbastanza in me stesso. Quel falso concetto della Vita s'era spogliato,

a sedurmi, d'ogni bassa impronta di desiderî materiali e s'era

riconcentrato, come in santuario inviolabile, negli affetti. Io avrei

dovuto guardare in essi come in benedizione di Dio accolta con

riconoscenza qualunque volta scende a illuminare e incalorire la vita,

non richiesta con esigenza a guisa di diritto o di premio; e aveva

invece fatto d'essi una condizione al compimento dei miei doveri. Io non

avea saputo raggiungere l'ideale dell'amore, l'amore senza speranza

quaggiù. Io adorava dunque, non l'amore, ma le gioje dell'amore. Allo

sparire di quelle gioje, io avea disperato d'ogni cosa, come se il

piacere e il dolore côlti fra via mutassero il _fine_ ch'io m'era

proposto raggiungere, come se la pioggia o il sereno del cielo potessero

mai mutare l'intento o la necessità del viaggio. Io rinegava la mia fede

nell'immortalità della vita e nella serie delle esistenze che mutano i

patimenti in disagi di chi sale un'erta faticosa in cima alla quale sta

il bene, e sviluppano, inanellandosi, ciò che qui sulla terra non è se

non germe e promessa: negava il Sole, perch'io non poteva, in questo

breve stadio terrestre, accendere alle sue fiamme la mia povera lampada.

Io era codardo senza avvedermene. Serviva all'egoismo pure illudendomi

ad esserne immune, soltanto perch'io lo trasportava in una sfera meno

volgare e levata più in alto che non quelle nelle quali lo adorano i

più.

La Vita è Missione. Ogni altra definizione è falsa e travia chi

l'accetta. Religione, Scienza, Filosofia, disgiunte ancora su molti

punti, concordano oggimai in quest'uno: che ogni esistenza è un _fine_:

dove no, a che il moto? a che il Progresso, nel quale cominciamo tutti,

a credere come in Legge della Vita? E quel _fine_ è uno: svolgere, porre

in atto tutte quante le facoltà che costituiscono la natura umana,

l'_umanità_, e dormono in essa, e far sì che convergano armonizzate

verso la scoperta e l'applicazione pratica della Legge. Ma gli individui

hanno, a seconda del tempo e dello spazio in cui vivono e della somma di

facoltà date a ciascuno, _fini_ secondarî diversi, tutti sulla direzione

di quell'uno, tutti tendenti a svolgere e associare più sempre le

facoltà collettive e le forze. Per l'uno è giovare al miglioramento

morale e intellettuale dei pochi che gli vivono intorno; per un altro,

dotato di facoltà più potenti o collocato in più favorevoli circostanze,

è promovere la formazione d'una Nazionalità, la riforma delle condizioni

sociali in un popolo, lo scioglimento d'una questione politica o

religiosa. Il nostro Dante intendeva questo più di cinque secoli

addietro, quand'ei parlava del _gran Mare dell'Essere_, sul quale tutte

le esistenze erano portate dalla virtù divina _a diversi porti_. Noi

siamo giovani ancora di scienza e virtù, e una incertezza tremenda pende

tuttavia sulla determinazione dei _fini_ singolari, verso i quali

dobbiamo dirigerci. Basti nondimeno la certezza logica della loro

esistenza; e basti il sapere che parte di ciascun di noi, perchè la vita

sia tale e non pura esistenza vegetativa o animale, è il trasformare più

o meno, o tentare di trasformare, negli anni che ci sono dati sulla

terra, l'elemento, il _mezzo_, nel quale viviamo, verso quell'unico

fine.

La Vita è Missione; e quindi il Dovere è la sua legge suprema.

Nell'intendere quella missione e nel compiere quel dovere sta per noi

il mezzo d'ogni progresso futuro, sta il segreto dello stadio di vita al

quale, dopo questa umana, saremo iniziati. La Vita è immortale: ma il

modo e il tempo delle evoluzioni attraverso le quali essa progredirà è

in nostre mani. Ciascuno di noi deve purificare, come tempio, la propria

anima d'ogni egoismo, collocarsi di fronte, con un senso religioso

dell'importanza decisiva della ricerca, al problema della propria vita,

studiare qual sia il più rilevante, il più urgente bisogno degli uomini

che gli stanno intorno, poi interrogare le proprie facoltà e adoperarle

risolutamente, incessantemente, col pensiero, coll'azione, per tutte le

vie che gli sono possibili, al soddisfacimento di quel bisogno. E

quell'esame non è da imprendersi coll'analisi che non può mai rivelar la

vita ed è impotente a ogni cosa se non quando è ministra a una sintesi

predominante, ma ascoltando le voci del proprio core, concentrando a

getto sul punto dato tutte le facoltà della mente, coll'intuizione

insomma dell'anima amante compresa della solennità della vita. Quando

l'anima vostra, o giovani fratelli miei, ha intravveduto la propria

missione, seguitela e nulla v'arresti: seguitela fin dove le vostre

forze vi danno: seguitela accolti dai vostri contemporanei o fraintesi,

benedetti d'amore o visitati dall'odio, forti d'associazione con altri o

nella tristissima solitudine che si stende quasi sempre intorno ai

Martiri del Pensiero. La via v'è dimostra: siete codardi e tradite il

vostro futuro, se non sapete, per delusioni o sciagure, correrla intera.

_Fortem posce animum, mortis terrore carentem,

Qui spatium vitæ extremum inter munera ponat

Naturæ, qui ferre queat quoscumque labores,

Nesciat irasci, cupiat nihil_. . . . . . . . .

Son versi di Giovenale, che compendiano ciò che noi dovremmo invocare

sempre da Dio, ciò che fece Roma signora e benefattrice del mondo. È più

filosofia della vita in quei quattro versi d'un nostro antico che non in

cinquanta volumi di quei sofisti che da mezzo secolo inorpellano,

traviandoli, con formole d'analisi e nomenclature di facoltà la troppo

arrendevole gioventù.

Ricordo un brano di Krasinski, potente scrittore polacco ignoto

all'Italia, nel quale Dio dice al poeta: «Va e abbi fede nel nome mio.

Non ti calga della tua gloria, ma del bene di quelli ch'io ti confido.

Sii tranquillo davanti all'orgoglio, all'oppressione, e al disprezzo

degli ingiusti. Essi passeranno, ma il mio pensiero e tu non

passerete.... Va e ti sia vita l'azione! Quand'anche il core ti si

disseccasse nel petto, quand'anche tu dovessi dubitare de' tuoi

fratelli, quand'anche tu disperassi del mio soccorso, vivi nell'azione,

nell'azione continua e senza riposo. E tu sopravviverai a tutti i

nudriti di vanità, a tutti i felici, a tutti gli illustri; tu

risusciterai non nelle sterili illusioni, ma nel lavoro dei secoli, e

diventerai uno tra i liberi figli del cielo.»

È poesia bella e vera quant'altra mai. E nondimeno--forse perchè il

poeta cattolico, non potè sprigionarsi dalle dottrine date dalla fede

cattolica per intento alla vita--spira attraverso a quelle linee un

senso di mal represso individualismo, una promessa di premio ch'io

vorrei sbandita dall'anima sacra al Bene. Il premio verrà, assegnato da

Dio: ma noi non dovremmo preoccuparcene. La religione del futuro dirà al

credente: _salva l'anima altrui e lascia cura a Dio della tua_. La fede,

che dovrebbe guidarci splende, parmi più pura, nelle poche parole di un

altro polacco, Skarga, anche più ignoto di Krasinski, ch'io ho ripetuto

sovente a me stesso: «Il ferro ci splende minaccioso sugli occhi: la

miseria ci aspetta al di fuori; e nondimeno, il Signore ha detto:

_andate, andate senza riposo_. Ma dove andremo noi, o Signore? _Andate a

morire voi che dovete morire: andate a soffrire voi che dovete

soffrire!_»

Com'io giungessi a farmi giaculatoria di quelle parole--per quali vie di

lavoro intellettuale io riuscissi a riconfermarmi nella prima fede e

deliberassi di lavorare sino all'ultimo della mia vita, quali pur

fossero i patimenti e il biasimo che m'assalirebbero, al _fine_

balenatomi innanzi nelle carceri di Savona, l'Unità Repubblicana della

mia Patria--non posso or dirlo nè giova. Io vergai in quei giorni il

racconto delle prove interne durate e dei pensieri che mi salvarono, in

lunghi frammenti d'un libro foggiato, quanto alla forma, sull'Ortis,

ch'io intendeva pubblicare anonimo sotto il titolo di _Reliquie d'un

Ignoto_. Portai meco, ricopiato a caratteri minutissimi e in carta

sottile, quello scritto a Roma e lo smarrii, non so come, attraversando

la Francia al ritorno. Oggi, s'io tentassi riscrivere le mie impressioni

d'allora, non riuscirei.

Rinsavii da per me, senza ajuto altrui, mercè una idea religiosa ch'io

verificai nella storia. Scesi dalla nozione di Dio a quella del

Progresso; da quella del Progresso a un concetto della Vita, alla fede

in una missione, alla conseguenza logica del dovere, norma suprema; e

giunto a quel punto, giurai a me stesso che nessuna cosa al mondo

avrebbe ormai potuto farmi dubitare e sviarmene. Fu, come dice Dante, un

viaggio dal martirio alla pace[42]: pace _violenta e disperata_ nol

nego, perch'io m'affratellai col dolore e mi ravvolsi in esso, come

pellegrino nel suo mantello; pur pace, dacchè imparai a soffrire senza

ribellarmi e fui d'allora in poi in tranquilla concordia coll'anima mia.

Diedi un lungo tristissimo addio a tutte le gioje, a tutte le speranze

di vita individuale per me sulla terra. Scavai colle mie mani la fossa,

non agli affetti--Dio m'è testimone ch'io li sento oggi canuto come nei

primi giorni della mia giovinezza--ma ai desiderî, alle esigenze, ai

conforti ineffabili degli affetti, e calcai la terra su quella fossa, sì

ch'altri ignorasse l'io che vi stava sepolto. Per cagioni, parecchie

visibili, altre ignote, la mia vita fu, è e durerebbe, s'anche non fosse

presso a compirsi, infelice; ma non ho pensato mai, da quei giorni in

poi, un istante che l'infelicità dovesse influir sulle azioni. Benedico

riverente Dio padre per qualche consolazione d'affetti--non conosco

consolazioni da quelle infuori--ch'egli ha voluto, sugli ultimi anni,

mandarmi, e v'attingo forza a combattere il tedio dell'esistenza che

talora mi si riaffaccia; ma s'anche quelle consolazioni non fossero,

credo sarei quale io sono. Splenda il cielo serenamente azzurro come in

un bel mattino d'Italia o si stenda uniformemente plumbeo e color di

morte come tra le brume del settentrione, non vedo che il Dovere muti

per noi. Dio è al disopra del cielo terrestre e le sante stelle della

fede e dell'avvenire splendono nell'anima nostra, quand'anche la loro

luce si consumi senza riflesso come lampada in sepoltura.--(1862).

* * * * *

I primi tempi del mio soggiorno in Londra non corsero propizî al lavoro

politico. Alla crisi morale durata nella Svizzera sottentrò--conseguenza

in parte d'obblighi da me contratti per le cose d'Italia e ai quali io

dovea consecrare il denaro destinato alla vita, in parte di danaro

speso per altri--una crisi d'assoluta miseria che si prolungò per tutto

l'anno 1837 e metà del 1838. Avrei potuto vincerla svelando le mie

condizioni: mia madre e mio padre avrebbero trovato lieve ogni

sagrifizio per me; ma essi avevano sagrificato già troppo e mi parve

debito tacere con essi. Lottai nel silenzio. Impegnai, senza possibilità

di riscatto, quanti rari ricordi io aveva avuto da mia madre e da altri;

poi gli oggetti minori, finchè un sabato io fui costretto a portare, per

vivere la domenica, in una di quelle botteghe, nelle quali s'accalca la

sera la gente povera e la perduta, un pajo di stivali e una vecchia

giubba. Mi trascinai, mallevadori taluni fra' miei compatrioti, d'una in

altra di quelle società d'imprestiti che rubano al bisognoso l'ultima

goccia di sangue--e talora l'ultimo pudore dell'anima--sottraendogli il

trenta o quaranta per cento su poche lire da restituirsi di settimana in

settimana, a ore determinate, in uffici tenuti, fra malviventi e

briachi, nei _public houses_ o luoghi di vendita di birra e bevande

spiritose. Attraversai a una a una tutte quelle prove che, dure in sè,

lo diventano più sempre quando chi le incontra vive solitario,

inavvertito, perduto in una immensa moltitudine d'uomini ignoti a lui e

in una terra dove la miseria, segnatamente nello straniero, è argomento

di diffidenze sovente ingiuste, talora atroci. Io non ne patii più che

tanto nè mi sentii un solo istante avvilito o scaduto. Nè ricorderei

quelle prove durate. Ma ad altri condannato a durarle e che si crede per

esse da meno, può giovare l'esempio mio. Io vorrei che le madri

pensassero come nessuno sia, nelle condizioni presenti d'Europa, arbitro

della propria fortuna o di quella dei proprî cari, e si convincessero

che, educando austeramente e in ogni modo di vita i figli, provvedono

forse meglio al loro avvenire, alla loro felicità e all'anima loro che

non colmandoli d'agi e conforti e snervandone l'indole che dovrebbe

agguerrirsi fin dai primi anni contro le privazioni e gli stenti. Io

vidi giovani italiani, chiamati dalla natura alla bella vita,

travolgersi miseramente nel delitto o ricovrarsi sdegnosi nel suicidio

per prove ch'io varcai sorridendo, e accusati mallevadrici le madri. La

mia--benedetta sia la di lei memoria--m'aveva preparato, con quell'amore

che pensa all'avvenire possibile, tetragono ad ogni sventura.

Uscito da quelle angustie, mi feci via colle lettere. Conobbi e fui

noto. Ammesso a lavorare nelle _Riviste_--taluna delle quali mi

retribuiva una lira sterlina per ogni pagina--scrissi quanto era

necessario per equilibrare la modesta rendita colle spese maggiori in

Inghilterra che non altrove. I più tra quei lavori di critica letteraria

sono compresi in questa edizione, e i lettori possono giudicarne i

demeriti o i meriti. A me, pei soggetti direttamente italiani o per le

frequenti allusioni alle vere condizioni della nostra terra, furono

scala a richiamare l'attenzione degli Inglesi sulla nostra questione

nazionale interamente negletta, e preparare il terreno a

quell'apostolato deliberatamente politico che avviai in Inghilterra dopo

il 1845 e che vi fruttò, credo, gran parte delle attuali tendenze a pro

della nostra unità.

In Inghilterra, paese dove la lunga libertà educatrice ha generato

un'alta coscienza della dignità e del rispetto dell'individuo, le

amicizie crescono difficili e lente, ma più che altrove sincere e

tenaci. E più che altrove è visibile negli individui quella unità del

pensiero e dell'azione ch'è pegno d'ogni vera grandezza. Non so quale

tendenza esclusivamente analitica, ingenita nelle tribù anglo-sassoni e

fortificata dal protestantismo, insospettisce gli animi d'ogni nuovo e

fecondo principio sintetico e indugia la nazione sulle vie del progresso

filosofico e sociale; ma in virtù di quella unità della vita alla quale

accenno, ogni miglioramento, conquistato una volta che sia, è

conquistato per sempre; ogni idea accettata dall'intelletto è certa di

trapassare rapidamente nella sfera dei fatti: ogni concetto, anche non

accettato è accolto con tolleranza rispettosa, purchè le azioni di chi

lo professa ne attestino la sincerità. E le amicizie s'annodano profonde

e devote a fatti più che a parole anche tra uomini che dissentono

sovr'una o altra questione. Molte delle mie idee sembravano allora

talune, sembrano tuttavia, inattendibili o pericolose agli Inglesi; ma

la sincerità innegabile di convinzioni immedesimate con me e logicamente

rappresentate dalla mia vita, bastò ad affratellarmi parecchie tra le

migliori anime di quest'isola. Nè io mai le dimenticherò finch'io viva,

nè mai proferirò senza un palpito di core riconoscente il nome di questa

terra ov'io scrivo, che mi fu quasi seconda patria e nella quale trovai

non fugace conforto d'affetti a una vita affaticata di delusioni e vuota

di gioje. Appagherei l'animo mio citando molti nomi di donne e d'uomini,

s'io scrivessi ricordi di vita individuale più che di cose connesse col

nostro moto politico; ma non posso a meno di segnare in questa mia

pagina il nome della famiglia Ashurst, cara, buona e santa famiglia, che

mi circondò di cure amorevoli tanto da farmi talora dimenticare--se la

memoria de' miei, morti senza avermi allato, lo consentisse--l'esilio.

* * * * *

Il consorzio d'uomini letterati e lo scrivere intorno al moto

intellettuale d'Italia ridestarono in me, in quei primi tempi di

soggiorno in Inghilterra, il desiderio lungamente nudrito di crescere

più sempre fama ad uno scrittore, al quale più che ad ogni altro, se

eccettui l'Alfieri, l'Italia deve quanto ha di virile la sua letteratura

degli ultimi sessanta anni. Parlo d'Ugo Foscolo, negletto anch'oggi

affettatamente dai professori di lettere, pur maestro di tutti noi, non

nelle idee mutate dai tempi, ma nel sentire degnamente e altamente

dell'arte, nell'indole ritemprata dello stile e nell'affetto a quel

grande nome di patria dimenticato da quanti a' suoi tempi scrivevano--ed

erano i più--in nome di principi, d'accademie o di mecenati. Io sapeva

che dei molti lavori impresi da lui nell'esilio parecchi erano stati

soltanto in parte compiti, altri erano, per la morte che lo colpì povero

e abbandonato, andati dispersi. Mi diedi a rintracciar gli uni e gli

altri. E dopo lunghe infruttuose ricerche, trovai, oltre diverse lettere

a Edgar Taylor--oggi contenute pressochè tutte nell'edizione ch'io pure

ajutai, di Lemonnier--quanto egli aveva compito del suo lavoro sul poema

di Dante, e in foglietti di prove, due terzi a un dipresso della

_Lettera apologetica_ ignota allora intieramente all'Italia.

Quest'ultima scoperta fu una vera gioia per me. Quelle pagine, senza

titolo o nome dell'autore, stavano cacciate alla rinfusa con altri

scritti laceri, e condannati visibilmente a perire, in un angolo d'una

stanzuccia del librajo Pickering. Come nessuno fra i tanti Italiani

stabiliti in Londra o viaggiatori a diporto andasse in cerca di quelle

carte quando tutte potevano senza alcun dubbio ricuperarsi, e toccasse a

un altro esule, fra le strette egli pure della miseria, la ventura di

restituirne, undici anni dopo la morte di Foscolo, parte non foss'altro

al paese, è memoria fra le tante di noncuranza e d'ingratitudine, vizî

frequenti nei popoli inserviliti. Ma oggi che gli Italiani millantano

d'essere liberi, perchè, a espiar quell'oblìo non sorge una voce che

dica: «Invece di mandar doni a principesse che nulla fanno o faranno mai

pel paese, e inalzar monumenti a ministri che nocquero ad esso, ponete,

in nome della riconoscenza, una pietra che ricordi chi serbò inviolata

l'anima propria e la dignità delle lettere italiane, quando tutti o

quasi le prostituivano?» Se non che forse, meglio così. L'Italia d'oggi

serva atterrita e ipocrita del Nipote, mal potrebbe consolare l'ombra

dell'uomo che stette solo giudice inesorabile e incontaminato

dell'ambiziosa tirannide dello Zio.

Comunque, rinvenni io quelle carte; e lo dico perchè altri, non so se a

caso o a studio, ne tacque. Ma il librajo, ignaro in sulle prime di quel

che valessero e sprezzante, poi fatto ingordo dalla mia premura,

ricusava cederle s'io non comprava il lavoro sul testo dantesco--e ne

chiedeva quattrocento lire sterline. Io era povero e non avrei potuto in

quei giorni disporre di quattrocento soldi inglesi. Scrissi a Quirina

Magiotti, rara donna e rarissima amica, perchè m'ajutasse a riscattar le

reliquie dell'uomo ch'essa aveva amato e stimato più ch'altri nel mondo:

e lo fece; ma il librajo insisteva per cedere indivisi i due lavori o

nessuno, ed essa non poteva dar tutto. Com'io, dopo molte inutili prove,

riuscissi a convincere Pietro Rolandi, librajo italiano in Londra e che

m'era amorevole, d'assumersi il versamento di quella somma e per giunta

le spese dell'edizione, davvero nol so. Fu miracolo d'una fermissima

volontà di riuscire da parte mia sopra un uomo calcolatore, trepido per

abitudine e necessità, ma tenero in fondo del core delle glorie del

paese più che i librai generalmente non sono.

Altre pagine del prezioso libretto, connesse appunto colle racquistate

da me, furono poco dopo trovate in un baule di carte foscoliane

sottratto alla dispersione dal canonico Riego, unico che vegliasse,

nell'ultima malattia, al letto dell'esule, acquistato poi da Enrico

Mayer e altri amici in Livorno, ma non esaminato fino a quei tempi. La

scoperta dei frammenti smarriti ridestò in essi tutti un ardore di

ricerca che fruttò all'Italia dapprima il volume di scritti politici

d'Ugo Foscolo ch'io pubblicai in Lugano, poi l'edizione fiorentina delle

opere diretta con intelletto d'amore dall'Orlandini. Manca una vita

ch'io m'era assunto di stendere e che pur troppo mi fu vietata dalle

circostanze e da cure diverse. Unico avrebbe potuto--e dovuto--scriverla

degnamente G. B. Niccolini; ed è morto, e aspetta tuttavia anch'egli la

sua.

Ma, l'edizione del Dante Foscoliano mi costò ben altre fatiche.

M'offersi, com'era debito mio verso il generoso editore, di dirigere

tutto il lavoro e corregger le prove. Ora, strozzato dalla miseria e

dalla malattia, Foscolo non aveva compito l'ufficio suo fuorchè per

tutta la prima cantica. Il _Purgatorio_ e il _Paradiso_ non consistevano

che delle pagine della volgata alle quali stavano appiccicate liste di

carta preste a ricevere l'indicazione delle varianti, ma le varianti

mancavano e mancava ogni indizio di scelta o di correzione del testo.

Rimasi gran tempo in forse s'io non fossi in debito di dichiarare ogni

cosa al Rolandi; ma Pickering era inesorabile a vendere tutto o nulla, e

il librajo italiano non avrebbe probabilmente consentito a sborsare

quella somma per sola una cantica. A me intanto sembrava obbligo sacro

verso Foscolo e la letteratura dantesca di non lasciare che andasse

perduta la parte di lavoro compita; e parevami di sentirmi capace di

compirlo io stesso seguendo le norme additate da Foscolo nella

correzione della prima cantica e immedesimandomi col suo metodo,

l'unico, secondo me, che riscattando il poema dalla servitù alle

influenze di municipio, toscane o friulane non monta, renda ad esso il

suo carattere profondamente italiano. Tacqui dunque e impresi io stesso

la difficile scelta delle varianti e la correzione ortografica del

testo. Feci quel lavoro quanto più coscienziosamente mi fu possibile e

tremante d'essere per desiderio di sollecitudine irriverente al genio di

Dante e all'ingegno di Foscolo. Consultai religiosamente i due codici

ignoti all'Italia di Mazzucchelli e di Roscoe. Per sei mesi il mio

letto--dacchè io non aveva che una stanza--fu coperto dalle edizioni del

poema attraverso le quali io rintracciava le varie lezioni che la

mancanza d'un testo originale, l'ignoranza dei tardi copisti e le borie

locali accumularono per secoli su quasi ogni verso. Oggi, credo mio

debito dir tutto il vero e separare il mio lavoro da quello di

Foscolo[43].--(1863).

* * * * *

Come le conseguenze logiche della nostra fede mi trascinassero a

lavorare non solamente _pel_ popolo, ma _col_ popolo, non occorre

ripeterlo. E i pochi popolani d'Italia coi quali, nei casi passati, io

aveva avuto contatto mi s'erano mostrati tali e così vergini di calcolo

e di basse passioni da confortarmi davvero al lavoro. Ma le opportunità

per addentrarmi nello studio di quel prezioso elemento m'erano finora

mancate. Londra m'offrì inaspettatamente la prima, e m'affrettai ad

afferrarla.

Affiatandomi, sulle vie della vasta città, con taluni di quei giovani

che vanno attorno coll'organino, imparai, con vero stupore e dolore

profondo, le condizioni di quel traffico, condotto da pochi speculatori,

ch'io non saprei additare con altro nome che con quello di _tratta dei

bianchi_: vergogna d'Italia, di chi siede a governo e del clero che

potrebbe, volendo, impedirlo. Cinque o sei uomini italiani stabiliti in

Londra, rotti generalmente ad ogni mal fare e non curanti fuorchè di

lucro, si recano di tempo in tempo in Italia. Là, percorrendo i

distretti agricoli della Liguria e delle terre parmensi, s'introducono

nelle famiglie dei montagnuoli, e dove trovano i giovani figli più

numerosi, propongono i più seducenti patti possibili: vitto abbondante,

vestire, alloggio salubre, cure paterne al giovine che s'affiderebbe ad

essi: una certa somma, dopo trenta mesi, pel ritorno e per compenso

dell'opera prestata. E steso un contratto; se non che i poveri

montagnuoli non sanno che i contratti stesi sul continente non hanno, se

non convalidati dai consoli inglesi, valore alcuno in Inghilterra.

Intanto, i giovani raccolti a quel modo seguono lo speculatore a Londra:

ivi giunti, si trovano schiavi. Alloggiati, quasi soldati, in una stanza

comune, ricevono, i giovani un organino, i fanciulli uno scojattolo o un

topo bianco, gli uni e gli altri ingiunzioni di portare, la sera, al

padrone una somma determinata. La mattina, hanno, prima d'uscire, una

tazza di the con un tozzo di pane; ma il pasto della sera dipende

dall'adempimento della condizione: chi non raccoglie, non mangia; e i

più giovani sono, per giunta, battuti. Io li vedeva, la sera in inverno,

tremanti per freddo e digiuno, chiedenti, quando la giornata era

stata--come in quella stagione è sovente--poco proficua, l'elemosina

d'un soldo o di mezzo soldo agli affrettati pedoni, onde raggiungere la

somma senza la quale non si attentano di tornare a casa. E non basta:

l'avidità dei padroni arbitri onnipotenti trae partito dalle infermità,

che commovono, quando sono visibili, le buone fantesche inglesi. Taluno

di quelli infelici, sospinto sulla strada benchè consunto dal morbo e

col pallore della morte sul volto, fu raccolto dagli uomini della

polizia e portato allo spedale, dove morì senza proferire parola. A tal

altro è ingiunto di fingersi mutolo, ferito in un piede o côlto da

convulsioni epilettiche. Costretti da minacce tremende a mentire per

conto dei loro tiranni, quei giovani, esciti buoni dalle loro montagne,

imparano a mentire e architettare inganni anche per conto proprio, e

tornano in patria profondamente corrotti. Spesso, sullo spirare dei

trenta mesi, i padroni si giovano d'un pretesto qualunque, d'una lieve

infrazione, facilmente provocata, ai patti, per cacciare sulla strada

quelli infelici senza pagar loro la somma stipulata colla famiglia, e

condannarli al bivio di perire di stenti o vivere d'elemosina e furti.

Una circolare diramata dal governo ai sindaci di comune e ai parrochi,

perch'essi, influenti come sono nelle piccole località, illuminassero le

famiglie sulle tristi condizioni alle quali, cedendo agli allettamenti

de' speculatori, espongono i figli, basterebbe probabilmente a imporre

fine al traffico o a moderarlo. La legalizzazione consolare inglese data

in Italia ai contratti, e alcune istruzioni mandate agli agenti

governativi italiani in Inghilterra perchè vegliassero a proteggere quei

meschini, raddolcirebbero a ogni modo la loro sorte. Ma i governi

monarchici s'occupano di ben altro. E quanto al clero italiano in

Londra, i miei articoli sulla scuola gratuita mostrano abbastanza il

come, diseredato omai non solamente di fede ma di carità, intenda la

propria missione.

Tentai dunque d'alleviare in altro modo quei mali e istituii a un tempo

un'associazione per proteggere quei giovani abbandonati, e una scuola

gratuita per illuminarli sui loro doveri e sui loro diritti, onde

ripatriando inspirassero migliori consigli ai loro compaesani. Più volte

trassi i padroni, rei di violenza, davanti alle corti di giustizia. E il

sapersi adocchiati li persuase a meno crudele e meno arbitraria

condotta. Ma la scuola ebbe guerra accanita da essi, dai preti della

Cappella sarda e dagli agenti politici dei governi d'Italia. Prosperò

nondimeno. Fondata il 10 novembre 1841, durò sino al 1848, quando la mia

lunga assenza e l'idea che il moto italiano, consolidandosi, aprirebbe

tutte le vie all'insegnamento popolare in Italia, determinò quei che

meco la dirigevano a chiuderla. In quei sette anni, la scuola diede

insegnamento intellettuale e morale a parecchie centinaja di fanciulli e

di giovani semibarbari che s'affacciavano sulle prime sospinti da

curiosità e quasi paurosi alle modeste stanze del numero 5, Hatton

Garden, poi s'addomesticavano a poco a poco conquistati

dall'amorevolezza de' maestri, finivano per affratellarsi lietamente e

con certo orgoglio di dignità acquistata all'idea di rimpatriare

educati, e accorrevano, ponendo giù l'organino, ad assidersi per una

mezz'ora, tra le nove e le dieci della sera, sui nostri banchi.

Insegnavamo ogni sera leggere, scrivere, aritmetica, un po' di

geografia, disegno elementare e d'ornato. La domenica, raccoglievamo gli

allievi a un discorso d'un'ora sulla storia patria, sulle vite de'

nostri grandi, sulle più importanti nozioni di fisica, sopra ogni cosa

che paresse giovevole a secondare e inalzare quelle rozze menti

intorpidite dalla miseria e dalla abbietta soggezione ad altri uomini.

Quasi ogni domenica per due anni parlai di storia italiana o di

astronomia elementare, studio altamente religioso e purificatore

dell'anima che, tradotto popolarmente ne' suoi risultati generali,

dovrebbe essere tra i primi nell'insegnamento. E da forse cento discorsi

sui doveri degli uomini e su punti morali furono recitati da Filippo

Pistrucci, improvvisatore noto un tempo all'Italia, e che, creato da me

direttore della scuola, s'immedesimò con zelo senza pari colla propria

missione.

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I · 第 26 / 125 题