Poco dopo, nel programma dell'Associazione nazionale italiana ch'io
fondai, nel mio breve soggiorno in Parigi, il 5 marzo, io diceva:
«. . . . . . . . . . . . Qualunque sia, nelle nostre menti il concetto
del progresso futuro, qualunque la forma che lo rivelerà alle nazioni
europee, noi tutti sappiamo che fummo grandi--che vogliamo e dobbiamo
esser grandi, più grandi che mai non fummo pel bene della patria e
dell'umanità--e che nol possiamo se non vivendo d'una vita comune,
ordinandoci forti e compatti sotto una sola bandiera, affratellandoci in
un solo patto d'amore, sommando in una tutte quante le facoltà, le
forze, le aspirazioni del core e del senno italiano. Sappiamo che tra
noi e quel patto d'amore fraterno ed uno sta l'Austria--che all'Austria
soggiacciono molti milioni d'Italiani fratelli nostri--che prima della
loro emancipazione noi non possiamo aver patria--che vita, libertà,
forza, unità, securità di progresso, saranno menzogna per noi, finchè
non avremo con guerra aperta, ostinata, irreconciliabile, cacciato oltre
le ultime Alpi lo straniero che contamina le nostre contrade. Sappiamo
che fintantochè un solo Italiano avrà chiuso il labbro e compresso il
pensiero dalla forza brutale straniera, tutto sarà per noi provvisorio e
incerto; e a fronte dei nostri patti, dei nostri imperfetti progressi
quell'Italiano potrà sorgere e dire: _io pure nacqui sul vostro terreno:
a me pure Dio rivelava parte dell'idea che l'Italia è chiamata a
rappresentare nel mondo: e il mio labbro fu muto e il mio senno e il mio
cuore non ebbero parte nei vostri consigli, nei decreti ai quali voi
volete ch'io, non consultato, soggiaccia._
«Rappresentare questo pensiero, questa comune credenza è l'intento
dell'Associazione in nome della quale parliamo. L'Associazione non è
toscana, piemontese o napoletana; è italiana: non tende a discutere
questioni d'interessi locali; tende ad armonizzarli, a unificarli nel
grande concetto nazionale: non prefigge a' suoi sforzi il trionfo
predeterminato d'una o d'altra forma governativa; ma li consacra a
promuovere, con tutti i mezzi possibili e in accordo colle ispirazioni
progressivamente manifestate dal popolo italiano lo sviluppo del
sentimento nazionale; li consacra ad affrettare col consiglio e
coll'opera, collo studio accurato dei voti dei più e coll'esercizio del
diritto di suggerimento fraterno, il momento in cui il popolo italiano
fatto nazione, libero indipendente, forte della coscienza de' proprî
diritti e della propria missione, santo dell'amore che annoda in bella
eguaglianza i credenti in comuni doveri, potrà dar voto solenne intorno
alle forme di viver civile che meglio gli converranno, intorno alle
condizioni politiche, sociali, economiche che ne costituiranno
l'essenza.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«È questo un momento solenne: momento di crisi suprema, di nuova vita
europea. Qui d'onde scriviamo, un popolo glorioso tra quanti mai furono,
ha provato l'onnipotenza della volontà nazionale e rovesciando in poche
ore un edifizio a cui gli eserciti, le corruttele, le false dottrine e
le diplomazie promettevano lunga durata, ha iniziato un nuovo diritto
europeo. Ma a noi rimane intatta una grande missione: cancellare dal
mondo europeo un'antica ingiustizia e sostituire sulla Carta d'Europa,
coll'esempio della nostra emancipazione, una libera federazione di nuove
nazioni a un impero fattizio, colpevole d'avere negato per secoli la
santa legge di progresso che Dio prefiggeva all'umanità. . . . . . »
* * * * *
E il 22 marzo, in un indirizzo al governo repubblicano di Francia, io
definiva nuovamente in questi termini il fine dell'Associazione.
«. . . . . . . . Il suo scopo, signori, è quello che fu annunziato o
preveduto da tutti i grandi italiani, da Arnaldo da Brescia fino a
Machiavelli, da Dante fino a Napoleone, che appartiene a voi come a noi:
l'unificazione politica della penisola; l'emancipazione dal mare
all'Alpi di questo suolo dal quale esciva due volte la parola d'ordine
dell'unità europea; la fondazione d'una nazionalità forte e compatta che
possa pel bene del mondo collocarsi nella confederazione dei popoli e
apportare al lavoro comune le ispirazioni e il sagrificio, il pensiero e
l'azione di venticinque milioni d'uomini liberi, fratelli e uniti in una
sola fede nazionale: DIO E IL POPOLO in una sola fede internazionale:
DIO E L'UMANITÀ.
«Questa fede, signori, è, malgrado gli sforzi fatti per oscurarla, la
fede dei nostri padri. Dalla scuola pitagorica dell'Italia meridionale
sino ai filosofi pensatori del secolo XVII--fra le torture che invano
tentavano d'annientare l'idea sociale di Campanella e le palle che
troncavano sulle labbra dei fratelli Bandiera il loro ultimo grido di
viva l'Italia! il genio italiano ha sempre dichiarato, con una serie non
interrotta di proteste individuali che sua tradizione nazionale era
UNITÀ E LIBERTÀ: unità come pegno della missione, libertà come pegno di
progresso.
«Fra i ceppi, fra le corruttele figlie del dispotismo, sotto la
bajonetta straniera che minacciava ogni battito del suo core, dal fondo
delle segrete, dall'alto dei patiboli, il genio italiano gridò sempre
alle attente nazioni: l'Italia non è morta; essa sta trasformandosi, e
la sua grande idea escirà pura, com'oro dal crogiolo, dai suoi trecento
anni di schiavitù, quando l'opera di fusione sarà compita quando le
popolazioni italiane si stringeranno in un amplesso unanime intorno alla
santa bandiera della patria comune per dare all'Europa, dopo l'Italia
degli imperatori e l'Italia dei papi, l'immenso spettacolo dell'Italia
del popolo.
«Questo momento, signori, noi lo crediamo vicino.»
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
* * * * *
Con queste idee, con questo programma, io mi recai in Milano. E le prime
parole indirizzate ai Bresciani, i quali si querelavano, per non so
quale faccenda interna, di Milano, furono di concordia e di pace. «Oggi
l'uomo--io diceva--non è che l'incarnazione d'un dovere. Troppo grandi
cose avete da fare, perchè vi sia lecito pensare alle locali vertenze.
Avete in mira, voi come Milano, come tutte le altre città dello Stato, i
destini di venticinque milioni d'uomini che vi sono fratelli, il
rinnovamento della terra che v'ha dato vita la creazione d'un popolo,
gran parte dei fati europei, però che i fati europei dipendono
essenzialmente da noi. E a compiere i vostri doveri, avete d'uopo di
miracoli d'amore; avete d'uopo di sorridere come a gioja suprema, ad
ogni sagrificio d'individualità, che le circostanze vi chieggano. Ho
sentito ieri, vedendo sfilare i soldati del reggimento Ceccopieri
tornati alla bandiera della patria, un bisogno prepotente d'abbracciar
con amore il mio primo nemico, un bisogno di qualche grande sagrificio
pel bene comune, per farmi degno della mia contrada. Voi tutti sentite
com'io sento...» Nè queste idee furono tradite mai da me e da' miei
amici. Le mantenemmo fedelmente, tra diffidenze, calunnie e minacce, per
tutto il periodo della guerra regia. Forse, se tutti gli uomini di parte
nostra si fossero schierati risolutamente con noi intorno al programma:
_Guerra e Costituente Nazionale dopo la guerra_, che poggiava su
promesse solenni date da Carlo Alberto e dal governo provvisorio, la
lotta contro l'Austria avrebbe avuto esito diverso. Ma i più tra i
nostri si diedero, come dissi, senza patti. La monarchia rimase
incondizionatamente padrona.
* * * * *
Il giorno istesso in cui doveva, in seno al governo, discutersi il
malaugurato decreto della _fusione_, comparve inaspettato nella mia
stanza Cesare Correnti, seguito da Anselmo Guerrieri, e mi parlò,
com'uomo che v'intravvede rovina, della proposta. Dissi a lui e al
Guerrieri ciò ch'io avea detto poche ore prima a un altro membro del
governo, Durini, che m'aveva inutilmente tentato perch'io aderissi. La
_fusione_ subitamente richiesta e con aperta violazione dei patti, dal
re era indizio certo ch'ei sentiva le sorti della guerra corrergli
avverse e premeditava ritrarsi, ma con un documento di signoria da
dissotterrarsi quando che fosse in futuro. L'adesione intanto
persuaderebbe la Lombardia del contrario e infondendole più sempre fede
nella determinazione del re, l'addormenterebbe a stimarsi secura e
difesa quando appunto importava risuscitarne l'energia e prepararla a
salvarsi da sè. Le promesse tradite irriterebbero i partiti che si erano
persuasi per amor di patria a tacere. L'ingrandimento della monarchia di
Savoja, non più sospetto ma fatto, darebbe a tutti gli altri principi
d'Italia il pretesto, da lungo cercato, per separarsi da una guerra
senza speranza per essi. Il re, soddisfatto d'avere conquistato un
_diritto_ alle terre lombarde, si rassegnerebbe più facilmente a
differirne l'attuazione e cedere per allora il campo all'Austriaco. La
Lombardia, non più alleata ma suddita, perderebbe ogni opportunità di
preparare la propria difesa, e perderebbe, soggiacendo, anche l'unico
vanto, prezioso per l'educazione e per l'avvenire d'Italia, d'aver
mirato a fondare, anzichè un misero regno del Nord, l'unità nazionale.
Queste e altre cagioni trovavano assenso nei due, i quali si
dichiaravano deliberati in ogni modo d'opporsi e chiedevano d'intendersi
con me sul come. Proposi che s'intendessero con Pompeo Litta e
coll'Anelli di Lodi--unico per fede, onestà incontaminata e senno
antiveggente in quel gregge di servi--poi, esaurito ogni argomento,
protestassero uniti contro il voto della maggioranza, si ritirassero dal
governo e pubblicassero, esponendone le cagioni, dimissioni e protesta:
lasciassero il resto a noi. Noi avremmo con una manifestazione popolare
costretto il governo a dimettersi; ma invece di sostituire all'elemento
monarchico il nostro e ad evitare ogni pericolo d'aperto contrasto col
re, avremmo acclamato i quattro oppositori e senza rompere interamente
la tradizione legale raccolto intorno a quel nucleo d'antichi governanti
altri nuovi non repubblicani, ma consapevoli dei pericoli che
s'addensavano e capaci di scongiurarlo o tentarlo. La proposta fu
accettata e promisero: Correnti più assai concitatamente dell'altro; e
poco mancò, tanto pareva fremente e melodrammatico, ch'ei non giurasse
sul pugnaletto che aveva a fianco.
Il giorno dopo, i primi nomi che mi ferirono l'occhio in calce al
decreto furono quei di Correnti e Guerrieri. Seppi che quest'ultimo,
natura buona ma debole, s'era lasciato travolgere dal compagno e ne ebbe
per molti giorni rimorso vivissimo.
Rividi, caduta Milano, Correnti. Io era nel giardino Ciani in Lugano con
Carlo Cattaneo e altri, quando Pezzotti--uno de' migliori nostri e che
morì suicida nelle prigioni dell'Austria--venne a dirmi che Correnti
chiedeva vedermi. Ricordo ancora il volto di pentito e l'accento di
supplichevole con cui, fisso l'occhio al suolo, ei mi disse: _non
parlarmi del passato, ma usciere, sentinella, ufficiale, fatemi ciò che
volete, pur ch'io giovi al paese_. Riferii quelle parole agli amici:
diffidavano tutti. Pensai nondimeno che s'egli avea male operato, i casi
di Milano erano tali da guarire radicalmente chi non fosse profondamente
corrotto. E divisai d'avviarlo a Venezia, dove il popolo teneva levata
in alto la bandiera tradita dalla monarchia. In Lombardia, Garibaldi
errava tuttavia in armi tra Como e Varese. Migliaja d'esuli
s'accalcavano nel Cantone Ticino e potevano, se una opportunità
s'affacciasse, rivarcare la frontiera. Gli spiriti duravano in fermento
nelle valli bergamasche e bresciane, importava dare un centro visibile,
una bandiera, una direzione semi-legale all'agitazione e mi pareva che
dovesse trovarsi in Venezia. Manin v'era l'anima della difesa. Deliberai
dunque d'inviargli Correnti a dirgli le nostre forze, le nostre speranze
e persuaderlo che concentrasse in sè la direzione del moto, additasse il
dovere alla Lombardia e dicesse: _Venezia, emancipata dal tradimento,
combatte non per sè, ma per tutti: stringetevi tutti intorno alla sua
bandiera repubblicana_. Il pentito accettò la proposta festante: ebbe
lettere e danaro da noi; e partì, accompagnato da un fidatissimo nostro,
Ercole Porro.
Non so che cosa ei dicesse a Manin: so che Manin nulla fece di quanto
era debito suo; ch'ei, Correnti, non si fece mai vivo con noi; e che lo
udimmo poco dopo in Torino, faccendiere di quella inetta, assurda,
aristocratica congrega che s'intitolava Consulta e accoglieva Casati e
quanti altri avevano con lui rovinato il paese.
Ho citato fra i tanti quest'incidente perch'altri indovini quale storia
io potrei tessere dei _moderati_ di quel periodo--perchè gl'Italiani
v'imparino a non fidarsi, fino a vittoria compiuta, di subiti
pentimenti--e perchè i giovani vedano come le tendenze scettiche possano
travolgere a bassa e sleale condotta le menti più svegliate e chiamate
ad altro.
Tentammo il possibile per ricominciare popolarmente la lotta e la
iniziammo in Val d'Intelvi. Ma da un lato gare inaspettate fra d'Apice e
Arcioni, capi militari dell'impresa, dall'altro la potenza del
pregiudizio monarchico che immobilizza la leva dell'azione nella
capitale e, quella caduta, sconforta dall'osare le città di provincia,
fecero inutile ogni tentativo. Di tutto quello splendido moto di
popolazioni, non rimase se non un potente insegnamento, ch'io sperai
fosse allora raccolto e non fu. Tutte quelle migliaja d'esuli d'ogni
condizione e d'ogni colore che giuravano non commetterebbero più mai le
sorti della patria a un principe e applaudivano freneticamente agli
ultimi versi della _Clarina_ di Berchet recitati da Gustavo Modena,
sagrificavano come prima servili, pochi anni dopo, alla monarchia.
Lasciai, disperata ogni cosa in Lombardia, la Svizzera e m'avviai, per
Francia, verso Toscana.
* * * * *
Il papa era intanto fuggito. Roma era fatta libera di governarsi a suo
modo. Venezia prometteva lunghe difese. La rivoluzione viveva tuttavia
in Toscana, governata da uomini, un tempo, di fede nostra. La cessione
di Milano lasciava screditata la monarchia, irritati gli animi e
disposti ad accettare il principio contrario. L'impresa nazionale,
caduta nel nord, potea risorgere dal centro. Da Roma dovea escire la
parola iniziatrice; e forse, uscendo senza indugio, mentre durava il
fremito universale e Napoli non s'era peranco rassegnata alla schiavitù,
sarebbe stata più feconda di conseguenze che non fu dopo quattro mesi.
Convinto di questo e libero oggimai di seguire apertamente la fede mia,
indirizzai il 5 novembre la seguente lettera a' miei amici romani[46].
«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Tendo l'orecchio a udire se mai
venisse dalla città vostra un'eco di parola maschia, libera, degna di
Roma, un suono di popolo ridesto all'antica grandezza; e non odo che le
solite evirate vocine d'Arcadi parlamentari che ricantano alla culla
d'una nazione le nenie mortuarie delle spiranti monarchie
costituzionali. Scorro avidamente coll'occhio le colonne del vostro
_Contemporaneo_, sperando ogni giorno trovarvi un di quei decreti che
ingigantiscono chi li legge; e dopo il famoso autografo nel quale il
papa raccomanda, in cattivo italiano, non il ministero, ma i proprî
palazzi, non vi trovo, a consolazione del mondo cattolico, se non che
_Roma è tranquilla_. Tranquilla sta bene; anche il Signore riposava
tranquillo il settimo giorno, ma dopo d'avere creato un mondo.
«E voi potete, volendo, creare un mondo civile. Voi avete in pugno le
sorti d'Italia e le sorti d'Italia son quelle del mondo. Voi non
conoscete, o immemori, la potenza ch'esercita l'accozzamento di quattro
lettere che forma il nome della vostra città; voi non sapete che ciò che
altrove è parola, da Roma è un _fatto_, un decreto imperatorio: _urbi et
orbi_. Perdio! Che i vostri monumenti, i vostri ricordi storici non
mandino una sola ispirazione all'anima degli uomini che reggono le cose
vostre! Io, nella mia religione romana, m'andava confortando dello
spettacolo di meschinità e d'impotenza che pur troppo ci danno finora le
nostre città col pensiero che toccava a Roma, che il _Verbo_ non poteva
uscire se non dalla Città Eterna: ma comincio a temere d'essermi illuso.
Roma così com'è, colle sedute ch'io leggo è una ironia, una cosa,
perdonatemi, tra il ridicolo e il lacrimevole.
«Io non credo che la provvidenza abbia mai detto così chiaramente ad una
nazione: _tu non avrai altro Dio che Dio, nè altro interprete della sua
legge che il popolo_. E non credo che sia al mondo una gente più
ostinata della nostra a non vedere nè intendere. La provvidenza ha fatto
dei nostri principi una razza d'inetti e di traditori, e noi vogliamo
andare innanzi a rigenerarci con essi. La provvidenza, quasi a
insegnarci guerra di popolo, ha fatto sconfiggere un re in una impresa
già quasi vinta, e noi non vogliamo far guerra se non con quel re. La
provvidenza ha fatto del Borbone di Napoli un commento vivo dei ricordi
di Samuele agli Israeliti che chiedevano un re, e la Sicilia, liberata
di quello, bussa alle porte delle sale regie in cerca d'un altro. La
provvidenza vi fa d'un papa un fuggiasco spontaneo: vi toglie, come una
madre al bambino, ogni inciampo di sulla via; e voi, ingrati, rimanete
in forse e come se non aveste mente, nè cuore, nè storia, nè esperienza
che basti, nè avvenire, nè l'Italia in fermento d'intorno a voi, nè
l'Europa in fermento d'intorno all'Italia, nè la Francia repubblicana
allato, nè la Svizzera repubblicana di fronte, nè venti altre cagioni di
decisione, andate ingegnandovi a governarvi coll'autografo dei palazzi.
Carlo XII, prigioniero dei Russi, mandava un suo stivale a governare lo
Stato; ma son parecchi anni e Carlo XII non era fuggito e la metropoli
svedese non era Roma.
«Io vivo, voi lo sapete, irrequieto per l'unità d'Italia messa a
pericolo dai guastamestieri, non per la repubblica immancabile,
inevitabile, non solamente in Italia, ma in pressochè tutta Europa. E
aspetto come ho detto, scritto e stampato, devoto e sommesso che la
volontà dell'Italia si manifesti solennemente. Ma parmi di potervi dire
senz'essere agitatore: quando la forma repubblicana, senz'opera vostra,
senza violenza, senza usurpazione di minorità, v'è messa davanti,
pigliatela; non fate vedere all'Italia e all'Europa che voi,
repubblicani nati, la rifiutate senza perchè. Voi non avete più governo;
non potere, malgrado l'autografo, che sia legittimo. Pio IX è fuggito:
la fuga è un'abdicazione: principe elettivo, egli non lascia dietro sè
dinastia. Voi siete dunque, di fatto, repubblica, perchè non esiste per
voi, dal popolo in fuori, sorgente d'autorità. Uomini logici ed energici
ringrazierebbero il cielo del consiglio ispirato a Pio IX e direbbero
laconicamente: _il papa ha abbandonato il suo posto: noi facciamo
appello dal papa a Dio convocando un Concilio. Il principe ha disertato,
tradito: noi facciamo appello dal principe al popolo. Roma è, per
volontà di provvidenza, repubblica. La Costituente italiana, quando
queste mura l'accoglieranno, confermerà, muterà o amplierà questo
fatto_. E scelto dal popolo un governo, s'accoglierebbe in Roma, poichè
i popoli d'Italia non son liberi tutti sinora, il nucleo iniziatore e
precursore della Costituente italiana futura; e questo nucleo d'uomini
noti, mandati dalla Toscana, dalla Sicilia, da Venezia, dall'emigrazione
lombarda, dai circoli, dalle associazioni, presterebbe appoggio efficace
al governo; e quel governo, con pochi atti nazionali davvero,
diventerebbe governo morale di tutta Italia in brev'ora. Dio che ajuta i
volenti e ama Roma farebbe il resto.
«Perchè non abbiate fatto questo nelle prime ventiquattr'ore, perchè non
lo facciate ora, m'è arcano. So che così non potete stare; e che tra il
seguir questa via e il mandar deputati supplichevoli a Pio IX e dirgli:
_tornate onnipotente, cancelliamo ogni traccia della giornata del 16_,
non è via di mezzo. Taluni mi scrivono che li trattiene il timore
d'essere invasi. Invasi? E nol sarete voi a ogni modo? Non vedete che la
questione sta fra il concedere la iniziativa e la scelta del tempo e del
come al nemico o l'assumerla voi, averne tutti i vantaggi e sconvolgere
i disegni dell'invasore? Non vedete che in una ipotesi cadrete derisi
perchè nessuno moverà in ajuto d'un ministero tiepido e senza nome;
nell'altra inizierete quello a che tutti in Italia tendono, quello a che
sarete trascinati inevitabilmente un dì o l'altro, ma coi traditori nel
campo?
«Nè sarete soli a combattere...»
* * * * *
Giunsi in Livorno l'8 febbrajo 1849, quando appunto giungeva al
governatore Pigli l'annunzio della fuga del duca. E fui pregato
d'annunziarla io stesso al popolo, che s'era raccolto per festeggiarmi,
dacchè temevano non si trascorresse a violenze contro i fautori noti del
fuggiasco principe. Era timore mal fondato. Il popolo livornese è popolo
d'alti spiriti, tenerissimo di libertà e presto sempre a virilmente
conquistarla o difenderla: facile appunto per questo a guidarsi sulle
vie del bene, purchè additate da chi abbia fiducia in esso e ispiri ad
esso fiducia. Annunziai il fatto come buona nuova e dicendo quanto
importasse ai cittadini di provare a tutti che potevano vivere più che
mai concordi e amorevoli senza principe. Nè vidi mai città più lieta e
ordinata. A taluni che parlarono d'atterrare una statua del duca, bastò
suggerire che la velassero. Livorno è città repubblicana e onorerà tra
le prime l'Italia futura.
Il 9 febbrajo, la repubblica era proclamata in Roma.
Era l'iniziativa ch'io cercava; e m'adoprai quanto seppi in Firenze
perchè la Toscana affratellasse le proprie sorti a quelle di Roma.
L'esempio avrebbe fruttato in Sicilia e altrove. Minacciata
dall'Austria, insidiata dal Piemonte, il cui ministro Gioberti tendeva a
restaurare i principi per ogni dove[47], la Toscana non poteva, isolata,
salvarsi. Ricovrandosi sotto l'ali di Roma, essa poneva i proprî fati
sotto la tutela del diritto italiano e accrescendone le forze, apriva la
via alla possibilità d'un nuovo moto della nazione: cadendo, essa
lasciava almeno una splendida testimonianza a pro dell'unità
repubblicana, giovevole all'educazione politica del paese. E gli istinti
del popolo, afferravano, come sempre, il concetto. In una pubblica
adunanza tenuta il 18 febbrajo sotto le logge degli Uffizî e alla quale
si affollavano da diecimila persone, feci votare l'adozione della forma
repubblicana, l'unione a Roma e la formazione d'un Comitato di difesa,
composto di Guerrazzi, Montanelli e Zannetti. Gli uomini che reggevano
ricusarono. Io partii alla volta di Roma, dove m'avevano eletto
deputato.
Roma era il sogno de' miei giovani anni, l'idea madre nel concetto della
mente, la religione dell'anima; e v'entrai, la sera, a piedi, sui primi
del marzo, trepido e quasi adorando. Per me, Roma era--ed è tuttavia
malgrado le vergogne dell'oggi--il Tempio dell'umanità; da Roma escirà
quando che sia la trasformazione religiosa che darà, per la terza volta,
unità morale all'Europa. Io avea viaggiato alla volta della sacra città
coll'anima triste sino alla morte per la disfatta di Lombardia, per le
nuove delusioni incontrate in Toscana, pel dissolvimento di tutta la
parte repubblicana in Italia. E nondimeno trasalii, varcando Porta del
Popolo, d'una scossa quasi elettrica, d'un getto di nuova vita. Io non
vedrò più Roma, ma la ricorderò, morendo, tra un pensiero a Dio e uno
alla persona più cara, e parmi che le mie ossa, ovunque il caso farà che
giacciano, trasaliranno, com'io allora, il giorno in cui una bandiera di
repubblica s'inalzerà, pegno dell'unità della patria italiana, sul
Campidoglio e sul Vaticano.
Le cagioni che mi determinarono a trasvolare sul 1848 militano identiche
perch'io mi taccia sulla storia dei quattro mesi che corsero dal mio
giungere in Roma fino alla caduta della repubblica. Non potrei dir
tutto. E mi limiterò ad accennare per sommi tocchi la parte mia e il
concetto che governò gli atti miei. Nella pagina gloriosa che Roma
scrisse in quel breve periodo, l'individuo dovrebbe sfumare. Pur sono
anch'io repubblicano e la mia vita, comunque poca cosa, è parte della
tradizione repubblicana. Nè vedo perchè, presso all'escirne, io debba
lasciarla, per molti errori che gli avversi a noi v'accumularono
intorno, fraintesa.
* * * * *
Fu scritto che noi, vincitori un istante, proclamammo la repubblica
romana, non l'italiana. L'accusa è stolta. Una insurrezione, dichiarando
illegale quanto esiste d'intorno a sè, può scrivere sulla propria
bandiera ogni più audace formola, purchè suggerita dalla coscienza del
Vero: un'Assemblea escita legalmente e pacificamente dal voto d'una
frazione menoma del paese, nol può. Il mandato avuto è supremo per essa.
Proclamare da Roma--di fronte al Piemonte costituzionale e armato--di
fronte alle condizioni generali--la repubblica per tutta l'Italia,
sarebbe, del resto, stato più ch'altro, ridicolo. La repubblica non
poteva conquistare l'Italia a sè se non emancipandola dallo straniero,
facendola. E per farla, bisognava creare una forza.
Pochi giorni bastarono a convincermi che non solamente quella forza non
esisteva, ma che nessuno pensava a ordinarla. Gli istinti buoni
abbondavano: mancava un concetto. Da circa 16,000 uomini formavano
l'esercito dello Stato; ma erano senza coesione, senza uniformità di
disciplina, d'assisa e di soldo; lo stato maggiore era nullo; il
materiale di guerra pochissimo. Le forze disponibili erano disseminate
in gran parte lungo la frontiera napoletana, unico punto da dove quei
che reggevano temevano offese e che quel metodo radicalmente errato di
cordone militare, debole per ogni dove, non avrebbe potuto difendere.
Io non temeva offese da Napoli: un tentativo da quel lato, creando in
noi un diritto di reazione, era, più che da temersi, da desiderarsi. Nè
allora io presentiva pericoli dalla Francia; ma li presentiva
inevitabili, presto o tardi, dall'Austria. E dov'anche l'Austria non
avesse assalito, dovevamo prepararci ad assalirla noi. Ridestare
l'Italia contro l'eterno nemico; iniziare una nuova crociata e dire col
fatto al paese: _la repubblica farà ciò che la monarchia non seppe o non
volle_; era quello il mio disegno. Preparare la _resistenza_ a un
pericolo, che poteva essere imminente e preparare a un tempo l'_azione_
futura se quel pericolo non si verificasse, era ciò ch'io adombrava,
dicendo in quei giorni all'Assemblea: _bisogna lavorare come se avessimo
il nemico alle porte e a un tempo come se si lavorasse per l'eternità_.
Il 16 marzo, proposi all'Assemblea l'elezione d'una Commissione di
guerra composta di cinque individui, che dovesse studiare i modi
migliori d'ordinamento per l'esercito e provvedere all'altra necessità
di difesa e d'offesa. Il 18 la Commissione era eletta. Carlo Pisacane ne
era anima e vita. E con lui io m'intendeva compiutamente.
Al sistema inefficace dei distaccamenti sparsi su tutti i punti della
lunga frontiera meridionale, sostituimmo, pensando alla difesa, il
concentramento delle forze su due punti, Bologna e Terni; e a questo
concentramento anteriore fu dovuta in parte la possibilità della
prolungata difesa di Roma.
Alla cifra di 16,000 uomini sostituimmo, pensando all'offesa, quella di
45,000, cifra facile a raggiungersi colla coscrizione nello Stato e
cogli elementi che potevamo agevolmente raccogliere dall'altre parti
d'Italia.
Il Piemonte intanto, in parte per timore di vedere l'iniziativa
nazionale trapassare dalla monarchia alla bandiera repubblicana, in
parte per altre cagioni, intimava nuovamente la guerra all'Austria. La
repubblica romana non era stata riconosciuta dal Piemonte. E nondimeno,
bastò la lettura del bando che annunziava imminente le ostilità perchè,
affogata nell'entusiasmo ogni considerazione, la Repubblica decretasse
spontanea, senza alcun patto, l'invio di 10,000 uomini, capo il tenente
colonnello Mezzacapo: spontanea, dico, perchè Lorenzo Valerio non
giunse, con missione semi-officiale d'intendersi in Roma se non dopo il
decreto. Il 21 marzo, i soldati di Roma partivano. Se non che quattro
giorni bastarono a quella misera guerra regia, iniziata il 20, e
conchiusa, colla colpa e colla vergogna di Novara, il 24. La monarchia
vedeva poco dopo Roma assalita dallo straniero, senza neanche una parola
di protesta a suo pro.
Il 29 marzo fui scelto Triumviro. Aurelio Saffi e Armellini mi furono
colleghi.
Il 17 aprile confermammo con decreto le proposte anteriori sulla cifra e
sull'ordinamento dell'esercito. Avevamo già sui primi di quel mese
tentato ogni modo per avere in Roma la Divisione lombarda, forte di 6 a
7000 uomini: ma il governo sardo, ajutato dal general Fanti, deluse,
ingannando, il disegno[48].
Il 25 aprile i Francesi erano in Civitavecchia. Non avevamo avuto un
mese di tempo per ordinare le forze, assestar la finanza, rimediare al
difetto d'artiglierie, provvederci d'armi.
* * * * *
Con quei che scrissero essere stato errore il resistere non è da
discutersi. Ma alle molte evidenti cagioni che ci comandavano di
combattere, un'altra se ne aggiungeva per me intimamente connessa col
fine di tutta la mia vita, la fondazione dell'unità nazionale. In Roma
era il centro naturale di quell'unità; e verso quel centro bisognava
attirare gli sguardi e la riverenza degli Italiani. Or gli Italiani
avevano quasi perduto la religione di Roma: cominciavano a dirla tomba,
e parea. Sede d'una forma di credenza omai spenta e sorretta
dall'ipocrisia e dalla persecuzione, abitata da una borghesia vivente in
parte sulle pompe del culto e sulle corruttele dell'alto clero e da un
popolo virile e nobilmente altero, ma forzatamente ignorante e
apparentemente devoto al papa, Roma era guardata con avversione dagli
uni, con indifferenza sprezzante dagli altri. Da pochi fatti individuali
infuori, nulla rivelava in essa quel fermento di libertà che agitava
ogni tanto le Romagne e le Marche. Bisognava redimerla e ricollocarla in
alto perchè gli Italiani si riavvezzassero a guardare in essa siccome in
tempio della patria comune: bisognava che tutti intendessero la potenza
d'immortalità fremente sotto le rovine di due epoche mondiali. E io
sentiva quella potenza, quel palpito della immensa eterna vita di Roma
al di là della superficie artificiale che, a guisa di lenzuolo di morte,
preti e cortigiani avevano steso sulla grande dormiente. Io avea fede in
essa. Ricordo che quando si trattava di decidere se dovessimo difenderci
o no, i capi della guardia nazionale, convocati e interrogati da me,
dichiararono, deplorando, pressochè tutti che la guardia non avrebbe in
alcun caso ajutato la difesa. A me pareva d'intendere il popolo più
assai di loro: e ordinai che i battaglioni sfilassero il mattino
seguente davanti al palazzo dell'Assemblea e si ponesse da un oratore la
proposta ai militi. Il grido universale di guerra che s'inalzò dalle
loro file sommerse irrevocabilmente ogni trepida dubbiezza di capi.
La difesa fu dunque decisa dall'Assemblea e dal popolo di Roma per
generoso sentire e riverenza all'onore d'Italia, da me per conseguenza
logica d'un disegno immedesimato da lungo con me. Strategicamente, la
guerra avrebbe dovuto condursi fuori di Roma, sul fianco della linea
d'operazione nemica. Ma la vittoria era, se non ci venivano ajuti
d'altrove, dentro e fuori impossibile. Condannati a perire, dovevamo,
pensando al futuro, proferire il nostro _morituri te salutant_
all'Italia da Roma.
Pur nondimeno e anche antivedendo inevitabile la sconfitta, noi non
potevamo, senza tradire il mandato, trascurare l'unica via di salute
possibile; ed era un mutamento nelle cose di Francia. L'invasione era
concetto di Luigi Napoleone che, meditando tirannide, volea da un lato
avvezzare la soldatesca a combattere la repubblica altrove, dall'altro
prepararsi il suffragio del clero cattolico e di quella parte di popolo
francese che in provincia segnatamente ne segue le ispirazioni.
L'Assemblea di Francia, incerta e divisa com'era, dissentiva da ogni
proposito deliberatamente avverso a noi: aveva approvato l'intervento,
ingannata sulle nostre condizioni e sul fine segreto della spedizione. I
complici di Luigi Napoleone affermavano imminente la invasione
austro-napoletana a pro della dominazione assoluta papale e dichiaravano
la popolazione dello Stato nemica al sistema repubblicano e soltanto
compressa dal terrore esercitato da pochi audaci: Roma quindi impotente
a resistere e preda in brevi giorni dell'Austria se non
s'inframmettevano l'armi di Francia. Provare alla Francia l'assenza in
Roma di ogni terrore, l'unanime volere delle nostre popolazioni, la
possibilità per noi di resistere a un intervento austriaco o napoletano;
costringere Luigi Napoleone a smascherare il suo vero disegno;
combattere, separando nella serie dei nostri atti, la nazione dal
Presidente di Francia: vincere tanto da testimoniare della nostra
determinazione, ma senza abusare della vittoria, senza irritare
l'orgoglio e le subite passioni francesi; somministrare per tal modo una
opportunità ai membri della Montagna, ai nostri amici nell'Assemblea,
d'iniziare la resistenza a Luigi Napoleone: era questo il debito nostro
e non lo tradimmo. Quindi gli ordini mandati a Civitavecchia e traditi
dall'altrui arrendevolezza alle menzognere promesse del generale
Oudinot, di resistere a ogni patto, non fosse che per ore, pur tanto da
provare il desiderio unanime di resistere, l'energia delle nostre
dichiarazioni agli inviati del campo francese, i preparativi solleciti e
la battaglia--e a un tempo la richiesta ai municipî, accolta da tutti,
perchè esprimessero nuovamente adesione al governo repubblicano--il
rinvio dei prigionieri francesi fatti nella giornata del 30
aprile--l'ordine spedito in quel giorno a Garibaldi di desistere
dall'inseguire i Francesi in rotta--e generalmente l'attitudine assunta
e mantenuta da noi durante l'assedio e ch'io compendiava dicendo che
Roma era non in condizione di _guerra_ con la Francia, ma di pura
_difesa_. Quell'ordine a Garibaldi mi fu apposto come errore, da chi non
guardò che al fatto isolato. Ma che importava, di fronte al concetto
accennato, qualche centinajo più di Francesi morti o prigioni?
E quel concetto--gli uomini dagli appunti non dovrebbero
dimenticarlo--se Luigi Napoleone non violava ogni tradizione di lealtà
affidando all'inviato Lesseps poteri illimitati pacifici e annullandoli
a un tempo con istruzioni segrete trasmesse al generale Oudinot,
riesciva. Il 7 maggio, commossa dall'opera nostra e dal nostro
linguaggio, l'Assemblea di Francia invitava solennemente il potere
esecutivo ad adottare senza indugio i provvedimenti necessarî a far sì
che la spedizione di Roma non fosse più oltre sviata dal vero suo fine;
e mandava incaricato di statuire gli accordi con noi il Lesseps. Sul
finire di maggio, si firmava tra noi e il plenipotenziario di Francia un
patto che dichiarava:--_L'appoggio della Francia è assicurato alle
popolazioni dello Stato romano: esse riguardano l'esercito francese come
un esercito amico che viene a correre alla difesa del loro
territorio.--D'accordo col governo romano e senza menomamente
intromettersi nell'amministrazione del paese, l'esercito francese
prenderà gli alloggiamenti_ ESTERIORI _convenienti, tanto per la difesa
del paese come per la salubrità, alle sue truppe_. Così la guerra era
convertita in alleanza: l'esercito francese diventava nostra riserva
contro ogni altro invasore straniero: Roma, com'io aveva detto, rimaneva
sacra e inviolabile ad amici e nemici: la diplomazia repubblicana
otteneva una vittoria splendida come quella dell'armi repubblicane in
aprile: noi eravamo liberi di correre ad affrontare gli Austriaci e li
avremmo disfatti.
Ognun sa come Oudinot rifiutasse d'assentire al trattato e disdicesse a
un tratto la tregua. Egli aveva da Luigi Napoleone istruzioni segrete
direttamente contrarie a quelle da lui date a Lesseps.
Il 13 giugno, i nostri amici nell'Assemblea francese tentarono,
capitanati da Ledru Rollin, sommovere Parigi contro l'infamia commessa:
ma non riuscirono. Il loro tentativo era un appello all'insurrezione
senza i preparativi necessarî a iniziarla.
Taluno m'appose d'aver continuato la difesa anche dopo le infauste nuove
del 13 giugno. Avrei creduto tradire il mandato, l'onore del paese, la
bandiera repubblicana e me stesso, s'io avessi fatto altrimenti.
Dovevamo noi lacerare la pagina gloriosa che Roma scriveva, dichiarando
all'Europa che se avevamo accettato la guerra, non l'avevamo fatto per
compire, a ogni prezzo, un dovere, ma perchè speravamo in una
insurrezione francese?
Noi dovevamo resistere fino all'estremo. Quando si trattava
nell'Assemblea di decidere tra l'accogliere i Francesi che movevano su
Roma o combatterli, io m'astenni, per non esercitare influenza sopra una
decisione che doveva essere espressione collettiva e spontanea,
dall'assistere alla seduta: il Triumvirato non v'era rappresentato che
da Saffi e Armellini, titubanti ambidue. Ma raccolto da un popolo e da
un popolo repubblicano, in nome del Dritto, il guanto nemico, il duello
non dovrebbe cessare che coll'esaurimento assoluto o colla vittoria. Le
monarchie possono capitolare; le repubbliche muojono: le prime
rappresentano interessi dinastici; possono quindi ajutarsi di
concessioni e occorrendo di codardie per salvarli: le seconde
rappresentano una fede e devono testimoniarne fino al martirio. Per
questo noi avevamo fatto anzi tratto gremir Roma di barricate: alla
guerra delle mura doveva sottentrare la guerra delle strade; e in Roma
sarebbe stata tremenda. Quella guerra fu resa impossibile dai Francesi i
quali s'appagavano visibilmente di padroneggiare la città dalle alture
occupate e ridurla, strema com'era di vettovaglie, ad arrendersi. Ma
l'idea di prolungare la lotta finchè ci rimanesse un uomo e un fucile
era siffattamente elementare nell'animo mio che, disperata ogni difesa
in Roma, proposi un altro partito: escire dalla città: escirne col
piccolo esercito e coi popolani armati che volessero seguirci: escirne
noi Triumviri accompagnati dai ministeri e se non da tutta, da una
numerosa delegazione dell'Assemblea, tanto da dare alla mosse
dell'esercito autorità legale e prestigio sulle popolazioni.
Allontanarci rapidamente da Roma, approvvigionarci sull'Aretino,
gettarci poi tra Bologna e Ancona, sulla linea di operazione austriaca,
e cercare con una vittoria di risollevar le Romagne; era quello il
disegno mio. I Francesi avrebbero così occupato Roma senza vincere la
repubblica e sotto una perenne minaccia; nè avrebbero potuto seguirci
sul nuovo terreno se non combattendo a pro dell'Austria e smascherando
l'infamia dell'invasione davanti alla loro patria e all'Europa. E fu il
disegno tentato da Garibaldi, ma con poche migliaja raccozzate da corpi
diversi, senza artiglieria, senza appoggio d'autorità governativa e in
condizioni che vietavano ogni possibilità di successo.
Il 30 giugno, padroni i Francesi dei bastioni e di tutte le alture,
convocai i capi militari a consiglio. Garibaldi rispose non potere
allontanarsi un solo istante dalle difese e ci recammo quindi ov'egli
era. Là dichiarai che l'ora suprema per Roma essendo giunta e urgendo
decidere qual partito dovesse scegliersi, il governo desiderava, prima
di comunicare coll'Assemblea, raccogliere i consigli dei capi dell'armi.
Dissi com'erano innanzi a noi tre partiti: capitolare--resistere finchè
la città fosse rovina--escire da Roma, trasportando altrove la guerra:
il primo essere indegno della repubblica: il secondo inutile dacchè
l'attitudine dei Francesi annunziava che non scenderebbero a battaglia
di barricate e di popolo, ma aspetterebbero, tormentandoci dall'alto
colle bombe e le artiglierie, che ci vincesse la carestia: il terzo
essere quello ch'io, come individuo, proponeva. Furono diversi i pareri.
Avezzana, i capi romani e altri votarono, a maggioranza di due, perchè
rimanessimo, ostinati a difenderci, in Roma: Roselli, Pisacane,
Garibaldi con altri parecchi accettarono la mia proposta: non uno--e lo
ricordo a onore del piccolo esercito repubblicano--pose il nome nella
colonna in capo alla quale io aveva scritto: _capitolazione_. Disciolsi
il Consiglio e m'affrettai all'Assemblea.
Ad essa, raccolta a comitato segreto senza intervento di popolo, dissi
ciò ch'io aveva detto al Consiglio di guerra: e proposi il partito che
solo mi pareva degno di Roma e di noi. L'Assemblea non volle accettarlo.
Non narrerò i particolari, a me tristissimi, della seduta. Ma trovai
avversi al partito i migliori amici ch'io m'avessi tra i membri. Taluni
mi rimproverarono poco dopo, e a ragione, di non avere anzi tratto
preparato gli animi alla decisione; se non che la singolare, tranquilla
e veramente romana energia mostrata fino a quel momento dall'Assemblea
m'aveva illuso a credere che la proposta sarebbe stata accolta con
plauso.
Prevalse il partito proposto da Enrico Cernuschi, e fu decretato che
Roma cessasse dalle difese.
Io aveva lasciato l'Assemblea prima che il voto sancisse quella
proposta. Il decreto fu trasmesso al Triumvirato coll'invito a noi di
comunicarlo al generale francese e trattar con lui pei provvedimenti
necessarî a tutelar l'ordine e le persone nella città conquistata.
Ricusai di farlo: scrissi all'Assemblea ch'io era stato eletto Triumviro
per difendere, non per sotterrar la repubblica, e accompagnai quelle
parole colla mia dimissione. I miei due colleghi s'unirono a me.
Il 3 luglio, io deposi nelle mani dei segretari dell'Assemblea la
seguente protesta:
«Cittadini.
«Voi avete, coi vostri decreti del 30 giugno e del 2 luglio, confermato
involontariamente, voi incaricati dal popolo di tutelarla e di
difenderla sino agli estremi, il sagrificio della repubblica; ed io
sento, con un immenso dolore sull'anima, la necessità di dichiararvelo,
perchè non rimanga taccia a me stesso davanti alla mia coscienza e per
documento ai contemporanei che non tutti disperavano, quando voi
decretaste della salute della patria e della potenza della nostra
bandiera.
«Voi avevate da Dio e dal Popolo il doppio mandato di resistere, finchè
avreste forze, alla prepotenza straniera e di santificare il principio
incarnato visibilmente nell'Assemblea, provando al mondo che non è patto
possibile tra il giusto e l'ingiusto, fra il diritto eterno e la forza
brutale, e che le monarchie, fondate sull'egoismo delle cupidigie,
possono e devono cedere o capitolare, ma le repubbliche, fondate sul
dovere e sulle credenze, non cedono, non capitolano: muojono
protestando.
«Voi avevate ancora forza nei generosi della milizia che pugnavano
mentre voi stendevate il decreto fatale; nel popolo che fremeva
battaglia; nelle barricate cittadine; nell'influenza esercitata dal
vostro consesso sulle provincie. Nè popolo nè milizia vi domandavano di
cedere: la città era tuttavia irta di barricate ordinate da voi come
solenne promessa che Roma si sarebbe, esauriti i modi della milizia,
popolarmente difesa. E nondimeno voi decretaste _impossibile_ la difesa
e la rendeste tale pronunciando l'esosa parola. Voi dichiaraste che
l'_Assemblea stava al suo posto_. Ma il posto dell'Assemblea era
l'ultimo angolo di terreno italiano dove potesse tenersi eretta, anche
un giorno di più, la bandiera della repubblica; e voi, confinando
l'esecuzione del mandato per entro le mura del Campidoglio, uccidevate
sotto la morta lettera lo spirito del decreto.
«Voi sapevate, per insegnamento di storia e di logica, che nessuna
Assemblea può durar libera un momento solo colle bajonette nemiche alle
porte; e che la repubblica cadrebbe il giorno in cui un soldato francese
porrebbe piede dentro le mura di Roma. Voi dunque, decretando che
l'Assemblea repubblicana starebbe in Roma, decretavate a un tempo e
inevitabilmente la morte della repubblica e dell'Assemblea. E decretando
che l'esercito repubblicano escirebbe di Roma senza voi, senza il
governo, senza la rappresentanza legale della repubblica, decretavate,
senza avvedervene, la prima manifestazione di dissenso tra quei ch'erano
stati fortissimi nell'unione e, Dio nol voglia, lo scioglimento d'un
nucleo sul quale riposavano tutte le più care speranze d'Italia.
«Voi dovevate decretare l'impossibilità del contatto, fuorchè di guerra,
fra gli uomini chiamati a rappresentar la repubblica e gli uomini venuti
a distruggerla--ricordarvi che Roma era, non una città, ma l'Italia, il
simbolo del pensiero italiano, e grande appunto perchè, mentre tutti
cadevano disperando, aveva detto: _io non dispero, ma sorgo_--ricordarvi
che Roma non era in Roma, ma dappertutto dove anime romane, santificate
dal pensiero italiano, erano raccolte a combattere e soffrire per
l'onore d'Italia--ricordarvi che terra italiana si stendeva d'intorno a
voi e trasportare governo, Assemblea, ogni elemento rappresentante il
pensiero e i buoni armati del popolo in seno all'esercito, portando di
terreno in terreno, finchè tutti vi fossero chiusi, il palladio della
fede e della missione di Roma. A confortarvi della speranza che il fatto
frutterebbe, sorgevano ricordi antichi e il ricordo moderno
dell'Ungheria. Ma dov'anche nessun esempio vi confortasse, voi, fatti
apostoli della terza vita d'Italia, dovevate essere primi a dare
spettacolo di nuova indomita costanza all'Europa. Queste cose vi furono
dette: non le accettaste; e io, rappresentante del popolo, protesto
solennemente in faccia a voi, al popolo, a Dio contro il rifiuto e le
sue conseguenze immediate.
«Roma è destinata dalla provvidenza a compiere grandi cose per la salute
dell'Italia e del mondo. La difesa di Roma ha iniziato queste grandi
cose e scritto la prima linea d'un immenso poema che si compirà checchè
avvenga. La storia terrà registro della iniziativa e della parte che voi
tutti, generosi d'intenzioni, v'aveste. Ma dirà pure--e gemo, per
affetto violato a un tratto, scrivendo--che nei supremi momenti nei
quali voi dovevate ingigantirvi maggiori dei fati, falliste alla vostra
missione e tradiste, non volendo, il concetto italiano di Roma.
«Possa l'avvenire trovarci uniti a riscattar questa colpa!»
_3 luglio 1849._
* * * * *
Entrati i Francesi e rientrata con essi la coorte di preti nemici che
s'era accentrata cospiratrice in Gaeta, io rimasi una settimana
pubblicamente in Roma. Le ciarle delle gazzette francesi e cattoliche
sul terrore esercitato da me in Roma durante l'assedio m'invogliavano di
provare a tutti la falsità dell'accusa, offrendomi vittima facile a ogni
offeso che volesse vendicarsi e ottenerne guiderdone dalla setta
dominatrice. Poi, non mi dava il cuore di staccarmi da Roma. Vidi, col
senso di chi assiste alle esequie della persona più cara, i membri
dell'Assemblea, del governo, dei ministeri, avviarsi tutti all'esilio;
invasi gli ospedali dove giacevano, più dolenti del fato della città che
non del proprio, i nostri feriti; le fresche sepolture dei nostri prodi
calpestate, profanate dal piede del conquistatore straniero. Io errava
al cader del sole, con Scipione Pistrucci e Gustavo Modena, ambi ora
morti, per le vie di Roma quando appunto i Francesi movendo lentamente,
colle bajonette in testa; fra un popolo cupo, irritato, intimavano lo
sgombro delle contrade, fremente di sdegno e ribollente di pensieri di
lotta. Parvemi che gli occupatori si fossero collocati in modo sì
incauto da prestare opportunità a una serie di sorprese e m'affrettai a
chiedere al generale Roselli e a' suoi dello stato maggiore se, dove un
_leva leva_ di popolo capitanato da me, che non aveva vincolo di patti
con anima viva, avesse luogo, ajuterebbero, ed assentirono: ma era
tardi: i capi-popolo erano in fuga e ogni tentativo fallì. Suggerii al
Roselli di chiedere al generale Oudinot, sotto colore d'evitare
collisioni probabili, la distribuzione del piccolo esercito romano in
accantonamenti fuori della città: là, i nostri militi si sarebbero
riavuti dall'esaurimento della lunga lotta: avremmo potuto
riequipaggiarli: io mi sarei tenuto celato e prossimo ad essi; poi,
forse, avremmo potuto cogliere un momento propizio per gittarci a
sorpresa sul nemico di Roma. Ma quel disegno, sulle prime accettato,
tornò pure inutile: la partenza in armi di Garibaldi insospettì
l'Oudinot: fu intimato che l'artiglieria romana rimanesse in città: i
nostri militi, convinti che il nemico era capace d'ogni iniquo
procedere, s'insospettirono alla volta loro che si volesse collocarli
senza mezzi di difesa tra i Francesi e gli Austriaci e farne macello; il
piccolo esercito si smembrò e poco dopo fu sciolto. Pazzi e rovinosi
consigli; ma in quei giorni tutte le potenze dell'anima mia non vivevano
che d'una idea: ribellione a ogni patto contro la forza brutale che, in
nome d'una repubblica, annientava, non provocata, un'altra repubblica.
Perchè preti e Francesi non si giovassero allora dell'occasione ch'io
offriva per avermi morto o prigione, m'è tuttavia arcano. Ricordo come
la povera Margherita Fuller e la cara venerata amica mia Giulia Modena
mi supplicassero di ritrarmi e serbarmi, com'esse dicevano, a tempi
migliori. Ma s'io avessi potuto antivedere i nuovi disinganni e le
ingratitudini e il fallirmi d'antichi amici che m'aspettavano e non
avessi pensato che al mio individuo, avrei detto loro: _lasciatemi, se
mi amate, morire con Roma_.
Comunque, partii. Partii senza passaporto e mi recai in Civitavecchia.
Di là mandai a chiederne uno all'ambasciata americana, e l'ebbi, ma non
contrassegnato, come si richiedea per l'escita, dalle autorità francesi,
inutile quindi. Stava in Civitavecchia un vaporuccio, il _Corriere
Côrso_, presto a salpare. Il capitano, parmi un De-Cristofori; côrso
egli pure, m'era ignoto: m'avventurai nondimeno a chiedergli se volesse,
a suo rischio, accogliermi senza carte, ed ebbi inaspettato assenso da
lui. M'imbarcai. Il vapore moveva verso Marsiglia, toccando Livorno,
allora tenuta dagli Austriaci. Trovai sul bordo, ingrato spettacolo, una
deputazione di Romani tra gli avversi a noi che s'avviava a quest'ultimo
porto per risalparne e recarsi a implorare Pio IX in Gaeta. Non li
guardai. Ma essi mi conoscevano e il capitano temeva ch'essi, scendendo
in Livorno, denunziassero la mia presenza agli Austriaci. Nol fecero e
giunsi in Marsiglia. Non importa ai lettori sapere com'io, sprovveduto
di passaporto, v'entrassi e come mi venisse fatto di recarmi, attraverso
le terre del nemico, in Ginevra. Ma ho notato queste cose di me, perchè
gli storici e i gazzettieri di parte _moderata_, menzogneri per calcolo,
ciarlarono allora e riciarlerebbero, occorrendo, oggi, dei miei _tre_
passaporti, degli appoggi inglesi ch'io m'era procacciati anzi tratto e
della prudenza colla quale io provvedeva alla mia salvezza.
* * * * *
Pur, nè calunnia sistematica di _moderati_ nè altro può cancellare
l'unico fatto che importi; ed è la difesa. La pagina gloriosa,
iniziatrice, profetica, che Roma scrisse in quei due mesi di guerra
rimarrà documento ai rinsaviti dagli errori dell'oggi di ciò che possono
un _principio_ e un nucleo d'uomini fermi in incarnarlo logicamente,
intrepidamente nei fatti. Roma era città di vastissima cinta, non
munita, pressochè aperta sulla sinistra del Tevere, ad ogni assalto
nemico. Difettavamo d'artiglierie; eravamo sprovveduti di mortai: non
preparati a guerra: mancanti, per fatto del vecchio governo, del nervo
d'ogni resistenza, danaro; mancanti a segno che la notte della nostra
elezione, raccolti noi Triumviri ad esaminare qual fosse la condizione
finanziaria e guerresca della repubblica, ponemmo a voti se non
dovessimo rassegnare la mattina dopo l'ufficio. La popolazione era, per
lunghi secoli di schiavitù corruttrice, ignara, intorpidita, incerta,
sospettosa d'ogni cosa e d'ogni uomo; e noi eravamo nuovi, ignoti i più,
senza prestigio di nascita, di ricchezza, di tradizioni. Individui
ch'erano stati a governo e rappresentavano l'elemento _moderato_
costituzionale diffondevano, duce Mamiani, presagi sinistri sugli
effetti della forma adottata e non s'arretravano dal cospirare col
nemico straniero. Gaeta era fucina di raggiri, di turbamenti e congiure:
di ribellione aperta sull'Ascolano. Fummo assaliti subitamente, prima
d'ogni sospetto! assaliti da chi era potente in Italia per antichi
affetti, tenuto per invincibile in guerra e ajutato dal prestigio d'una
bandiera repubblicana come la nostra: poi dal re di Napoli, dagli
Austriaci e dalla Spagna. E nondimeno fugammo, colle nostre nuove
milizie, le truppe del re di Napoli, combattemmo l'Austria, resistemmo
per due mesi all'armi francesi. Nella giornata del 30 aprile i nostri
giovani volontari videro in rotta i vecchi soldati d'Oudinot; in quelle
del 3 e del 30 giugno pugnarono in modo da meritare l'ammirazione del
nemico. Il popolo, rifatto grande da un _principio_, partecipava alla
difesa, affrontava con calma romana le privazioni, scherzava sotto le
bombe. Popolo, Assemblea, Triumvirato ed esercito furono una cosa sola,
s'afforzarono a vicenda d'illimitata fiducia. Governammo senza prigioni,
senza processi: io potei mandare a dire a Mamiani, quando fui avvertito
de' suoi colloqui notturni con Lesseps, che seguisse pure, non temesse
del governo, badasse soltanto a sottrarre la conoscenza del fatto al
popolo: sprezzammo le piccole cospirazioni e vedemmo il cavaliere
Campana, convinto dopo lungo studio dell'impotenza d'ogni tentativo di
fronte all'accordo dell'immensa maggioranza con noi, venire egli stesso
spontaneo a denunziare i suoi complici. Queste cose furono dovute
all'istituzione repubblicana, ai forti istinti del popolo ridesti
dall'esistenza d'un governo suo, alla formola _Dio e il popolo_ che
diede subitamente a ciascuno coscienza del proprio dovere e del proprio
diritto, alla nostra fiducia nelle moltitudini, alla fiducia delle
moltitudini in noi. La monarchia non aveva saputo, con 45,000 soldati e
col Piemonte a riserva, trovare in Milano altra via di salute che il
tradimento. E mentr'io scrivo, la monarchia, con mezzo milione d'armati
tra soldati regolari, volontari e guardie nazionali mobilizzabili--con
un vasto materiale di guerra--con mezzi finanziari considerevoli--con
ventidue milioni d'Italiani invocanti Venezia--esita ad assalire, sul
terreno italiano, le forze austriache.
_Viva la repubblica! Il sentimento repubblicano poteva solo ispirare
tanto valore agli Italiani._ Sono parole contenute nella relazione
scritta a nove ore di sera del combattimento del 3 giugno da Luciano
Manara.
Non so quanto i Romani ricordino oggi il 1849. Ma se le madri romane
hanno, come dovevano, insegnato ai figli la riverenza ai martiri
repubblicani, in quell'anno, della loro città--se additarono loro
sovente il luogo ove cadde ferito a morte il giovine poeta del popolo,
Goffredo Mameli--il luogo ove Masina, già indebolito da un colpo e con
diciannove seguaci, avventò il cavallo contro una posizione difesa da
300 francesi e moriva--il luogo ove perivano senza ritrarsi, combattendo
venti contro cento, Daverio e Ramorino--Villa Corsini--Villa
Valentini--il Vascello--Villa Panfili--le pietre dei dintorni di Roma
santificate quasi ciascuna dal sangue d'un caduto col sorriso sul volto,
col grido repubblicano sul labbro--Roma non sarà, sorgendo, profanata--o
nol sarà lungamente--dalla monarchia (1864).
* * * * *
La condotta di parte nostra, determinata dall'iniziativa altrui e da
fatti che si svolsero indipendenti dalla nostra fede, risulterà chiara a
chi vorrà esaminarla spassionatamente: noi ci limitammo a trarre il
migliore partito possibile dagli eventi, perchè il paese se ne giovasse
a tener sospesa sul capo agli uomini, che a noi sottentravano, la spada
di Damocle della Rivoluzione; perch'essi inoltrassero a forza sulla via,
non foss'altro dell'Unità Nazionale. Ma, in quel periodo di tempo
tentammo una iniziativa, della quale giova parlare perchè generò, a mio
credere, conseguenze importanti.
La Lombardia era, per colpe monarchiche, nuovamente dominio
dell'Austria; ma aveva, con fatti, provato d'essere capace d'emanciparsi
per virtù di popolo. Venezia era caduta, ma dopo lunghe eroiche prove e
come chi vince. Roma era dei Francesi e del Papa, ma l'esito morale
della battaglia era nostro: redenta davanti all'Italia, la sacra Città
era per la terza volta centro e perno delle aspirazioni della Nazione.
S'anche le anime nostre fossero state capaci di sconforto, non ne
avevamo cagione.
Ci raccogliemmo, dopo la caduta di Roma, in Losanna, Aurelio Saffi,
Carlo Pisacane, Mattia Montecchi ed io. Altri profughi ci raggiunsero,
collocandosi nei paesetti fra Losanna e Ginevra. Imprendemmo senza
indugio--settembre 1849--la pubblicazione dell'_Italia del Popolo_,
collezione di scritti mensile, il cui programma era, com'io diceva,
_nella parola escita il 9 febbrajo da Roma, madre comune e centro
d'Unità a tutte le popolazioni d'Italia e nella missione che all'Italia
assegnano la tradizione e la coscienza popolare_. Gli scritti ch'io
v'inserii sono, da pochi in fuori, contenuti nel Vol. VII delle Opere.
Ma i lavori che v'inserirono Aurelio Saffi, Carlo Pisacane, Filippo De
Boni e altri, meriterebbero d'essere raccolti in un volume e
gioverebbero perchè combattono vecchi errori, rinnovati in oggi e
fatali. Ne pubblicammo sedici fascicoli sino al febbrajo 1851. Ma nel
maggio 1850 l'Assemblea di Francia era chiamata a discutere una legge
restrittiva del suffragio, che violava apertamente l'articolo 3.º della
Costituzione e spianava la via alle mire usurpatrici di Luigi Napoleone.
Pensai giunta l'occasione d'un moto decisivo in Parigi e,
avventurandomi, mi vi recai. E questa mia assenza nocque naturalmente
all'_Italia del Popolo_, ch'io dirigeva; e comunque dall'Inghilterra
ov'io, dopo il soggiorno d'un mese incirca in Parigi, mi condussi,
cercassi continuarle vita, non vi fu modo. Il Buonamici, editore, datosi
al tristo, fuggì abbandonando moglie e negozio, in Australia. Il piccolo
nucleo si sciolse. Saffi, Montecchi, Agostini mi raggiunsero in Londra.
In Parigi ebbi a confermarmi nelle idee, nudrite ed espresse fino dal
1835, che la Francia era per molti anni perduta e che l'iniziativa del
moto Europeo era da trovarsi altrove. Vidi Lamennais, Flotte, Giulio
Favre e quanti mi parevano all'uopo, fino al principe Napoleone
Bonaparte, antico cospiratore con me finchè gli Orléans reggevano. Non
v'era speranza. Gli animi erano travolti da gare di parte, da stolte
paure, da rancori personali, e smarrivano il segno. M'affannai
inutilmente a dimostrare a quanti vennero a segreto convegno con me, che
il vero unico pericoloso nemico della Repubblica era il Presidente, e
che importava anzi tutto togliergli forza di compier disegni, evidenti
fin d'allora per me. La _borghesia_, impaurita dei pazzi sistemi che
assalivano la proprietà, tremava d'un socialismo inverificabile e
minaccioso soltanto a parole. I repubblicani avventati, o come li
dicevano _rossi_, non vedevano pericoli alla repubblica fuorchè dai
_bianchi_, dai monarchici dell'Assemblea, capaci di sviare e profanare
l'Istituzione, incapaci, per difetto d'unità di consigli e d'audacia,
d'abolirla. Tutti sprezzavano, errore dei più fatali, il nemico e mi
dicevano, quand'io vaticinava il _colpo di Stato_, che se mai tentasse,
il Presidente sarebbe quetamente condotto a Charenton, ospizio degli
impazziti. Lasciai Parigi col presentimento della catastrofe.
Ma l'Italia? Era essa condannata a seguire, quasi satellite, i fati di
Francia? Non poteva un popolo di ventisei milioni, ridesto a coscienza
di libera vita dalle giornate di Milano e dalle eroiche difese di
Venezia e Roma, raccogliere l'_iniziativa_ tradita altrove? Padrone del
proprio suolo e del proprio avvenire nel 1848, quel popolo non era
caduto se non perchè aveva ceduto la direzione delle proprie forze e del
moto a mani d'inetti e di tristi, a principi e cortigiani. Bisognava
insegnargli che non esistono capi per diritto di nascita o di ricchezza:
che soli capi legittimi d'una rivoluzione sono gli uomini che hanno più
combattuto per essa: che un popolo non deve mai rinunziare al proprio
diritto d'iniziativa, nè confidar ciecamente, nè allontanarsi
dall'arena, nè dire a sè stesso: _altri farà in vece mia_. E per questo,
il miglior partito era quello di condurre il popolo _primo_ sul campo,
tanto ch'esso imparasse in un tratto il proprio debito e la propria
forza, e gli altri imparassero a rispettarlo e temerlo.
Questi pensieri mi diressero nel nuovo stadio d'agitazione che da Londra
iniziai.
In Roma, io aveva lasciato, prima d'allontanarmene, le norme necessarie
all'impianto d'una Associazione Nazionale segreta, che si ordinava
rapidamente. In Londra fondai un Comitato Europeo e un Comitato
Nazionale Italiano.
* * * * *
L'impianto e gli Atti del Comitato Nazionale trovarono favorevole
accoglimento in Italia. Gli animi si riconfortarono a speranza e lavoro.
Adesioni e promesse vennero pressochè unanimi dagli uomini che, nei
fatti di Venezia e di Roma, avevano conquistato nome e influenza.
Comunque, per diverse cagioni, il risultato pratico dell'Imprestito
dovesse, in ultima analisi, come dirò, riuscire meschino, le nostre
cedole erano su quei primi tempi ricercatissime. L'ordinamento segreto
si estendeva rapidamente. Nella Lombardia, in Toscana, in Roma, la
stampa clandestina s'iniziava operosa, ardita, irreperibile. Un Comitato
Siciliano si costituiva fin dalla prima metà del 1851 nell'Isola, e un
altro Comitato d'esuli Siciliani in Parigi stava anello intermedio fra
quello e noi. Tra il 1850 e il 1851 si fondavano in Piemonte e nella
Liguria le prime Associazioni Operaie, paghe del modesto fine del _mutuo
soccorso_, ma pronte a cogliere ogni opportunità di dichiarare la loro
devozione alla Patria. In Genova, dove, giovandosi della semi-libertà
concessa dallo Statuto, il popolo s'accalcava a pubbliche
manifestazioni, anche l'elemento militare s'affratellava: un sergente di
bersaglieri prorompeva, in un banchetto d'oltre a duecento individui, in
quel grido che dovrebbe suonare per tutto l'esercito nazionale: _anche
la truppa è popolo_, e Francesco Quetand, della Brigata Savoja, parlando
per tutti i suoi commilitoni, osava proferire il mio nome e quello di
Garibaldi, e conchiudeva: _le nostre armi non si tingeranno mai del
vostro sangue ch'è nostro sangue, perchè noi non abbiamo che una
madre_[49]. E in Roma, l'Associazione alla quale accennai s'era, in un
anno, fatta potente di tanto, che dichiarava a mezzo il 1851 compito il
lavoro preparatorio e scioglieva, entrando in un secondo periodo, il suo
Comitato, per istituire una _Direzione Centrale_, incaricata di studiare
i modi e le opportunità dell'azione. A quella Direzione, affidata a un
uomo singolare per intelletto, per fede, per cuore e per illimitato
spirito di sagrificio, era mia mente d'accentrare a poco a poco tutti
gli elementi nostri in Italia.
E da tutto quel lavoro sorgeva spontanea una parola: _Repubblica_. La
stampa clandestina milanese saettava continuamente i tentativi dei
monarchici lombardi ricoverati in Piemonte. Il Comitato Siciliano
scriveva in fronte ai suoi Atti la formula: _Dio e il Popolo_.
Repubblicano si chiariva il Comitato dei Siciliani in Parigi.
Repubblicana era la stampa segreta toscana. Di Roma non occorre ch'io
dica. Ma in Genova, quando l'11 giugno 1850, in un pubblico convito,
l'avv. Brofferio avventurava parole, che a torto o ragione furono
interpretate come favorevoli alla federazione e alla monarchia, un grido
unanime gli rispose: _Viva Roma, capitale della Repubblica Italiana!_
Noi non avevamo provocato l'espressione di quella tendenza; ma dovevamo
raccoglierla e movere un passo innanzi. Non potevamo pretendere di
guidare con bandiera neutra un lavoro generale, che inalberava la
bandiera repubblicana.
Come membro del Comitato Europeo, apposi, nell'agosto del 1851, il mio
nome a un suo Atto, che s'indirizzava agli Italiani e additava loro come
sola via di salute l'istituzione repubblicana. Per quel fatto, Giuseppe
Sirtori c'intimò, con parole dissennatamente irritate, di protestare,
come Comitato Nazionale, contro quell'Atto o d'accettare la di lui
dimissione. Accettammo la dimissione, dichiarando «che il Manifesto del
Comitato Europeo non racchiudeva contradizione alcuna col nostro e che
il consiglio dato agli Italiani d'attenersi, pel moto futuro, al simbolo
repubblicano, era conseguenza logica del principio di Sovranità
Nazionale da noi sancito.»
* * * * *
Di mezzo a quel fervore d'apostolato, io guardavo sempre all'Italia e
alla possibilità di ridestarla all'azione. E l'opportunità non tardò a
rivelarsi.
S'era formata, spontanea, ignota a noi tutti, nel 1852, in Milano, una
Fratellanza segreta di popolani, repubblicana di fede e con animo
deliberato di preparare l'insurrezione e compirla. Non s'era rivolta per
ajuti e consigli ad abbienti o letterati; non aveva cercato contatto con
noi: aveva prima voluto esser forte. Uomini di popolo erano suoi capi:
influente fra tutti, un tintore, Assi di nome, assiduo di cure
nell'ordinamento e largo in quell'opera d'un po' di fortuna che gli era
venuta dal lavoro: lo chiamavano il _Ciceruacchio_ di Milano. La
Fratellanza v'era divisa in nuclei contrassegnati dalle lettere
dell'alfabeto: abbracciava ogni ramo di lavoro, e con quel senso pratico
ch'è facoltà prominente degli operai, s'era giovato del facile accesso
ai luoghi più vigilati, per raccogliere quante nozioni di fatto
potevano, in un momento dato, agevolare una impresa. E nel silenzio,
senza che l'esistenza ne fosse sospettata, non dirò dal nemico, ma dagli
uomini appartenenti nell'altre classi al simbolo nazionale, aveva
raggiunta la cifra di parecchie migliaja d'affratellati.
Allora soltanto l'Associazione, sentendosi forte e vogliosa di fare,
cercò contatto con me. Offriva azione immediata, e chiedeva istruzioni,
direzione, ajuti in armi e danaro.
Come sintomo, il fatto che mi si rivelava era di una importanza vitale,
e additava innegabile l'incarnazione del lungo nostro apostolato nel
popolo.
Come avviamento all'azione, era incerto: pendeva dalla somma di mezzi,
richiesta a porre in moto quell'elemento e, più ch'altro, dalla risposta
a una questione difficile: _sarebbe l'energia del popolo nell'azione
eguale alla costanza spiegata nel preparare?_ Scelsi un uomo militare
non noto, prudente, avveduto, d'abitudini atte a cattivarsi la fiducia
dei popolani e a studiarli; e lo mandai verificatore in Milano.
Una serie di relazioni che mi venne da lui, confermò tutte le
affermazioni degli artigiani milanesi sulle forze e sulla disciplina
della Fratellanza. Accolto siccome capo e in contatto continuo coll'Assi
e con quanti stavano alla direzione dei nuclei, ei mi giurava che
potevano e volevano. Quanto mi adoprai a raccogliere per altre vie
raffermava le relazioni dell'inviato.
Non mi dilungherò a spiegare com'io accettassi l'ipotesi dell'azione: ne
parlo in uno scritto da trovarsi poco oltre; e del resto, chi ha letto i
miei volumi, sa ch'io credeva--e dacchè la nostra Rivoluzione Nazionale
non è compita, credo--unica via all'educazione politica del paese
l'Azione. L'Italia era per ogni dove solcata di lavori nostri; e dopo i
fatti del 1848 io mi sentiva convinto che una sconfitta all'Austria in
Milano avrebbe dato moto all'insurrezione lombarda dapprima, poco dopo a
quella di tutta Italia. E nondimeno, la decisione del movere non fu mia.
Inferociti pei supplizî di Mantova[50], gli influenti fra i congiurati,
raccolti una notte in numero di sessanta a convegno, decretarono sul
finire dell'anno che si moverebbero e m'inviarono dichiarazione solenne
che, s'anche il Comitato Nazionale ricusasse assenso ed ajuto,
farebbero, anzichè soggiacere a uno a uno alle persecuzioni
dell'Austria, in ogni modo e da sè. Vivono tuttavia gli uomini che
potrebbero, ov'io non dicessi il vero, smentirmi.
Accennerò soltanto rapidamente--chi mai potrebbe in questi giorni[51]
diffondersi in particolari su cose passate?--come si preparasse e perchè
fallisse l'impresa.
Mancavano all'Associazione le armi; mancava il denaro. Di denaro diedi
quanto occorreva sul non molto raccolto dall'Imprestito Nazionale. Ma il
contrabbando delle armi era difficilissimo e, scoperto, com'era
probabile, avrebbe rivelato il disegno. Riescii ad introdurre in Milano
un certo numero di projettili di nuova invenzione che non giovarono,
dacchè le barricate, alla difesa delle quali erano destinati, non furono
fatte; ma, quanto ai fucili, risposi che le insurrezioni erano
avviamento alla guerra, non guerra; che l'armi dovevano e nelle città
potevano sempre conquistarsi sul nemico; che a conquistarle bastavano
animo deliberato davvero e coltella. Quei buoni popolani intesero, e
dissotterrate, non so di dove, da circa cento pistole, arrugginite le
più e inservibili, si diedero pel resto lietamente a raccogliere pugnali
e temprare e immanicare grossi chiodi da barca, dove i pugnali
mancavano.
Non v'è cosa alcuna che, nell'insorgere d'una città, non possa compiersi
per sorpresa; soltanto è necessario, perchè le sorprese riescano, che
siano tenute gelosamente segrete ai più, tra quelli stessi che devono
compirle e siano eseguite a puntino e a scocco d'oriuolo. Fu
architettato un numero di sorprese che dovevano dar Milano, senza grave
lotta, in mano agli insorti. Le caserme, i _corpi di guardia_, il
fortino, il Castello dovevano alla stessa ora, anzi allo stesso minuto,
assalirsi a un tratto, invadersi, quando sprovveduti quasi di difensori,
da squadre, apprestate a pochi passi, d'uomini armati d'arme corta e
ignari essi medesimi, dai capi infuori, dell'operazione da compiersi,
fino al momento in cui sarebbero stati raccolti al convegno. Da quella
generale sorpresa dovevano escire a un tempo la disfatta della
soldatesca e l'armarsi dei popolani. I luoghi occupati dal nemico erano
stati minutamente studiati, nell'interno e negli approcci, dal capo
militare preposto all'ordinamento e, sotto la di lui direzione, dai capi
chiamati a guidare all'azione le squadre. S'era scelto per
l'insurrezione il 6 febbrajo 1853, giorno detto del _giovedì grasso_, in
cui i sollazzi carnevaleschi chiamano in piazza, senza ch'altri
sospetti, tutto quanto il popolo di Milano. Alle due pomeridiane
incirca, i soldati ricevevano la loro paga e si disperdevano per la
città e nelle taverne a bere, giuocare e ballare. Contro i piccoli
nuclei rimasti a guardia dei luoghi diversi, il subito assalto avrebbe
avuto luogo alle cinque. Le truppe consegnate a quartiere o altri simili
indizî avrebber rivelato il nemico essere avvertito e sulle difese; e il
moto sarebbe stato quetamente, senza grave sconcerto, senza agitazione
visibile, protratto a tempo più opportuno.
I tre punti che più importavano erano il Palazzo ove risiedeva il
Comando Generale, il locale della così detta Grande Guardia, e il
Castello.
Nel primo, custodito da soli venticinque uomini, si raccoglievano a
pranzo, appunto alle cinque pomeridiane, Governatore, Generali,
uffiziali componenti lo Stato Maggiore e altri; la sorpresa,
comparativamente facile, di quel palazzo, bastava quindi a interromper
ogni unità d'ordini e cacciar l'anarchia nella difesa. Cento e più
risoluti popolani dovevano impadronirsene; ed erano stati affidati a un
tale, ch'era noto sotto il nome di Fanfulla, era stato nel 1848
ufficiale nei lancieri di Garibaldi, ed era tenuto prode da tutta
Milano. Il secondo, dov'erano centoventi uomini con tre ufficiali e due
obici carichi a mitraglia, collocati davanti al portone, presentava più
gravi difficoltà; ma il punto aveva per l'insurrezione importanza
strategica, e s'era scelto a punto di concentramento per gl'insorti
d'una larga sezione della città: il popolano--non ricordo il nome e men
duole, ma trafficava carbone e teneva bottega--eletto a impadronirsene
co' suoi, doveva, riuscendo, afforzarvisi, chiudendo ogni ingresso e
lasciando aperta a metà quello soltanto dove erano gli obici destinati a
proteggerlo. Il Castello era punto naturale di concentramento al nemico,
minaccia temuta più del dovere dalla città e racchiudeva, oltre quei del
presidio, 12,000 fucili: la sorpresa era dunque cosa vitale per noi e
s'era accertata in modo da non ammettere, se ignaro il Governo, un'ombra
di dubbio: diciotto uomini, scelti fra i più arrischiati e comandati dal
Capo di tutto quanto l'ordinamento, dovevano avventarsi improvvisi col
pugnale alla mano sui diciotto soldati messi a custodia della prima
corte; e, a un segnale dato, due squadre di popolani, sommanti a
trecento incirca, comandate una dall'Assi, l'altra da un falegname capo
di bottega, il cui nome m'è ignoto, dovevano irrompere a corsa da tutti
i luoghi dove, in vicinanza del Castello, i capi li avrebbero, poco
prima della fazione, appostati. I pochi soldati rimasti, dispersi nei
cameroni, inermi e côlti alla sprovveduta, non avrebbero di certo potuto
resistere a quella piena. I fucili di deposito nei magazzeni erano
nostri, in un batter d'occhio; i due armajuoli, che di tempo in tempo li
ripulivano e riattavano, erano nostri, avevano le chiavi dei magazzini e
dovevano in quel giorno, sotto un pretesto qualunque, tenerli aperti
perchè l'operazione non incontrasse il menomo indugio; e attennero la
promessa. Il Capo stesso, sprezzatore d'ogni rischio, s'introdusse,
un'ora prima della prestabilita all'insorgere, nella piazza interna del
Castello e li vide al lavoro. Riescito il colpo, un colpo di cannone e
la bandiera tricolore inalzata dovevano essere segnale agli insorti
d'accorrere ad armarsi.
Mentre si sarebbero compite quelle sorprese, duecento giovani dovevano
correre a due a tre le strade della città e cogliere soldati e ufficiali
che, avvertiti dal romore levato, avrebbero, uscendo dalle taverne, dai
caffè, dalle abitazioni, tentato raggiungere isolati i varii punti di
concentramento. Era un Vespro; e gli scribacchiatori moderati ci
accusarono d'avere preparato armi non generose. Ma chi, da Dante a noi,
non aveva registrato fra le glorie italiane il Vespro di Sicilia? Chi,
fra gli ipocriti ai quali alludo, non avrebbe acclamato al tentativo dei
popolani lombardi, se coronato dalla vittoria? A emancipare la patria
dalla tirannide dello straniero ogni arme--se lunga o breve non monta--è
santa; e se l'arbitrio sospettoso d'uomini, che a proteggere
l'usurpazione di terre non loro si giovano dell'arme infame del patibolo
non lascia ai cittadini altro ferro che quello delle loro croci,
benedetto sia chi, a salvare la libertà dei corpi e dell'anime, svelle e
aguzza ad offesa quel ferro!
A tutto s'era pensato, a tutto s'era, come meglio potevasi, provveduto.
Ottanta terrazzani erano presti, forniti di picconi, pali di ferro e
pale a inalzar barricate, ove si prolungasse, per incidenti non
preveduti, la lotta. L'impresario dell'illuminazione a gas era nostro e
s'era con lui d'intesa perchè l'illuminazione, occorrendo, non avesse
luogo. S'erano tentati, e in parte con esito buono, gli Ungaresi che
facevano parte del presidio: un ex-ufficiale inviato da Kossuth, allora
in pieno accordo con me, avea secondato il lavoro e conquistato a noi un
ufficiale di cavalleria; e molti bassi ufficiali, degli acquartierati in
San Francesco, avevano dato solenne promessa d'unirsi ai nostri
nell'azione, non sì tosto avessero ottenuto un primo successo. Klapka
s'era recato, sui primi del febbrajo, da Ginevra a Lugano per entrare e
assumere il comando de' suoi compatrioti il secondo giorno.
Costretti dall'assoluta necessità del segreto sulla natura del disegno
che doveva tentarsi e certi di non poter evitare, in un vasto lavoro,
inchieste e inquisizioni pericolose, ci eravamo, coll'altre città
lombarde, limitati a far presentire, in un tempo non remoto, eventi
supremi e a raccomandare si preparassero a profittarne. Soltanto coi
giovani universitarî della vicina Pavia eravamo andati più oltre e si
era stretto accordo perchè, a segnali di fiamma che si sarebbero
inalzati dalla punta del Duomo, movessero rapidi alla volta di Milano;
e, a intento siffatto, io aveva apprestato fucili sul Po, affidando la
direzione d'ogni cosa riguardante quel punto all'Acerbi, prode e devoto
esule mantovano. Per l'altre città tenevamo pronti corrieri a cavallo,
che avrebbero recato l'annunzio del fatto e chiamato i più prossimi ad
affrettarsi in ajuto a noi, tanto da avere, per la fine del 7, un forte
nerbo d'armati, capace di resistere a ogni tentativo d'Austriaci, che
volessero dalle vicinanze operare contro Milano. Noncurante del mortale
pericolo, Aurelio Saffi, uomo d'indole nobilissima per intelletto e per
cuore e rimasto, dal 1849 in poi, _amico mio e non della ventura_, s'era
recato, fra gli Austriaci, in Bologna, per animare a preparativi quella
valente città e le Romagne.
Perchè fallì il tentativo? Perchè da tanti apprestamenti non escì se non
una breve sommossa?
Non mancò il popolo dei congiurati; mancarono al popolo i capi. Il
segreto, cosa mirabile davvero se si pensi ai tanti che ne erano più o
meno partecipi, era stato gelosamente serbato. Il Governo ignorava ogni
cosa: avvertito da taluni di pericoli che sovrastavano, ma avvezzi a
cercarli nelle classi agiate e a sprezzare il popolo come incapace
d'iniziativa, aveva spiato attentamente le prime e, non vedendovi
indizio d'ostili disegni, s'era rassicurato. Il 6 febbrajo, distribuite
le paghe, i soldati s'erano, come al solito, dispersi per la città,
lasciando presso che vuoti ed indifesi i luoghi contro i quali dovevano
operarsi le sorprese. Ma il Fanfulla partì subitamente, nè s'arrestò se
non a Stradella: l'Assi sparì; più altri capi lo imitarono: le squadre,
non convocate e lasciate senza nuovi capi da chi non sapeva la
diserzione dei primi, non si recarono ai luoghi di convegno: altre che
si tenevano preste, non udendo d'assalto alcuno al Castello, assalto al
quale--e fu nostro errore--s'erano subordinate parecchie sorprese,
idearono tradimento o cangiamento di disegno e si sciolsero. Un solo
fatto importante, l'occupazione della Grande Guardia, trovò capo e
popolani esecutori fedeli, e riescì; se non che, immemori delle
istruzioni che statuivano quel punto a punto di concentramento, gli
occupatori, lieti di trovarsi armati e ansiosi d'azione, abbandonarono,
dopo breve tempo, il luogo per correre le vie. Ed essi e i giovani
armati di solo pugnale, scelti a operare indipendenti contro il nemico,
bastarono a versare sugli austriaci un terrore, che non cessò se non
sulla sera. Contro tutte le forze, spiegate allora dal Comando generale,
quel pugno di popolani, abbandonati da tutti, tentò difendersi
asseragliandosi, presso Porta Romana, nelle case e facendo fuoco dalle
finestre; ma, e sopratutto, per difetto di munizioni, fu costretto, dopo
un'ora di combattimento, a disperdersi. Perirono nel conflitto da cento
cinquanta soldati nemici e due ufficiali superiori assaliti nel caffè
della Scala[52].
Perchè, audaci e costanti nei lunghi pericoli dei preparativi, quei
capi-popolo s'arretrassero, giunta l'ora, davanti all'azione, mi pesa il
dirlo, ma può tornare utile insegnamento in imprese future. Essi, i più
almeno, retrocessero davanti all'isolamento in cui furono lasciati dalla
classe media. Avevano lavorato soli, senza sconfortarsi dell'inerte
indifferenza d'uomini, che i ricordi del 1848 e l'intelletto educato
additavano ad essi capi naturali del moto, sperando che, compito il
lavoro, dimostrata innegabilmente la propria tenacità di proposito e
conquistata potenza di numero e d'ordinamento, li avrebbero compagni
alla prova. Ma quando, sull'avvicinarsi dell'ora suprema, mentre
pensavano che il sacrificio di sangue, al quale, per la salute e per
l'onore del paese, s'apprestavano lietamente, li avrebbe fatti cari e
fratelli a quelli uomini, si videro freddamente accolti, guardati con
sospetto e rimproverati di commettere a un tentativo imprudente le sorti
della città--quando s'udirono a dire: _combattete dacchè lo volete: dopo
la prima giornata saremo con voi_--vacillarono e non osarono assumersi,
essi poveri popolani, l'immensa responsabilità d'una iniziativa, non
divisa da alcuno di quei, ch'essi s'erano avvezzi a chiamare i _loro
migliori_. Non un abito--_non una marsina_--ripetevano dolorosamente gli
insorti che cercavano ispirazione sul come si potesse più utilmente
morir per l'Italia.
Non una _marsina_, infatti, si vide tra i combattenti del 6 febbrajo a
incuorarli, a dirigerli. I portoni, le finestre delle case si chiusero.
Milano prese aspetto di città deserta. Unico, o quasi, delle classi
medie che si mostrasse in quelle ore fu un Bianchi Piolti, eccellente
giovane, allora in contatto con me, oggi, se non erro, deputato, pur
sempre onesto e liberale nelle tendenze.
Fin da quando il lavoro dei popolani accennò a tradursi in azione, io
presentii quel pericolo; e parevami inoltre che, dov'anche le forze
dell'Associazione fossero state sufficienti a vincere la prova in
Milano, avremmo pur dovuto desiderare che in una lotta da iniziarsi a
pro di tutti, tutti fossero rappresentati. M'era dunque rivolto a quelli
fra i giovani intellettualmente educati, che nel 1848 erano stati uniti
con me intorno alla bandiera sollevata dall'_Italia del Popolo_:
prominenti fra questi, l'Allievi e Emilio Visconti Venosta. Ma li trovai
mutati, scettici, riluttanti a ogni pensiero d'azione. Cominciarono per
dichiarare impossibile l'esistenza d'una vasta associazione di popolani;
poi, quand'ebbero prove irrecusabili, si ricacciarono sulla
impossibilità del segreto, e confutato il timore della rivelazione di
quella parte del disegno che riguardava la scelta dell'ora, la paga ai
soldati e gli indizî che escirebbero dalle loro mosse, cominciarono ad
argomentare sulla poca disposizione delle provincie lombarde a seguire:
temevano i pericoli del moto, la possibilità della disfatta e, credo,
egualmente le conseguenze d'una vittoria preparata esclusivamente dal
popolo. L'anima loro, impicciolita tra la vanità pedantesca della
mezza-scienza, il materialismo delle scuole francesi, che allora
seguivano, e il meschino freddo sussiego di letterati borghesi,
s'arretrava sospettosa davanti a quel ridestarsi di popolo, che avrebbe
dovuto inorgoglirli di gioja italiana.
Così titubavano paurosi, svogliati, inerti sino alla fine: non diedero
un uomo, nè una moneta, nè un'arme: avevano non so quanti fucili e li
rifiutarono, dicendo che se ne gioverebbero per la _seconda_ giornata.
Il Venosta accettò d'entrare, come loro delegato, in una direzione
formata di Bianchi Piolti, d'un Fronti, del capo militare e di lui; ma
non intervenne se non due volte ai convegni, ascoltando, nè mai
proponendo cosa che potesse tornar utile al moto; poi si dileguò.
Finalmente, richiesti, spronati, rimproverati, dichiararono che
consulterebbero, prima di decidersi a cooperare, una competente autorità
militare.
L'autorità militare competente fu per essi Giacomo Medici, allora
volontario garibaldino, oggi generale nell'esercito regio, il quale da
Genova, ov'ei soggiornava, era fuori d'ogni lavoro e ignaro delle forze
nostre, del disegno e d'ogni cosa. Gli spedirono l'ingegnere Cadolini,
oggi deputato. Medici rispose: _impedite il moto con ogni mezzo: se non
riuscite a impedirlo, cercate afforzarlo_. E i richiedenti fecero,
sconfortando, sviando taluni fra i capi, annunziando a tutti il loro
dissenso, quanto era in essi per impedire. Fu questa principale cagione
di disfatta al disegno. Era, in seno alla borghesia, il cominciamento
d'una scuola analoga, comunque inferiore d'ingegno, a quella dei
_dottrinarî_ francesi ai tempi di Luigi Filippo, e della quale l'Italia
vede oggi in quei che la reggono lo scandalo e i frutti.
E nondimeno ho certezza, che nel prepararsi generale degli animi, nello
sviluppo storico del risorgimento italiano, quel tentativo giovò.
Lasciando dello stolto e feroce spirito di repressione, che la paura
spirò allora più che mai nei consigli dell'Austria, delle contribuzioni
arbitrarie sui beni degli inoffensivi patrizî lombardi e degli esuli, e
dell'irritazione che ne nacque in essi, il popolo, il vero popolo,
salutò come sua l'impresa tentata, inorgoglì dell'ardito concetto, e
cominciò a credere nella propria forza e nella parte che sarebbe un
giorno chiamata a compiere. I segni d'una trasformazione morale nelle
classi operaje apparvero poco dopo più frequenti e visibili nelle
associazioni, fondate pubblicamente in Piemonte e nella Liguria, tra gli
uomini del lavoro, nella parte presa altrove dai popolani nei tentativi
che seguirono, e, a me segnatamente, negli indirizzi, nelle proposte,
nelle dichiarazioni d'affetto, che da essi mi vennero quando appunto il
volgo letterato e gli ingannati da esso mi rovesciavano quasi
universalmente sul capo una tempesta d'accuse, di rimproveri e di
villane calunnie[53]. Da Genova, da Parma, dalle città romagnuole i
popolani mi dicevano: _voi avete creduto in noi, stimati da tutti
incapaci di fare: vi rendiamo grazie, e vi proveremo quando che sia che
non v'illudete sul conto nostro_. Il 6 febbrajo strinse fra gli operai
d'Italia e me quel patto d'amore e di comunione educatrice, che fruttò e
frutterà, e che conforta di serenità e di speranze italiane i miei
ultimi anni, abbeverati d'amara e profonda mestizia, per le delusioni e
per l'abbandono di molti fra quei che m'eran più cari.
A quel tempestoso periodo appartiene lo scritto che segue. Io l'aveva,
fin dal 22 febbrajo, promesso con queste poche linee indirizzate
all'_Eco delle Provincie_:
* * * * *
_Al Direttore dell_'ECO DELLE PROVINCIE.
Il fatto recente di Milano che, comunque strozzato ne' suoi principî da
incidenti sottratti a ogni calcolo umano, e rimasto isolato per virtù di
prudenza, che non guarda a biasimo o lode, ma all'intento da
conquistarsi, avrebbe pur dovuto sollevare d'orgoglio italiano ogni
anima buona e rivelare ai più incerti le vere tendenze del nostro
popolo, frainteso, traviato da pregiudizî funesti e da codarde paure, ha
suscitato un biasimo pressochè universale.
Sento tutta quanta la responsabilità che trascina con sè l'ultimo
proclama del Comitato Nazionale, scritto da me e firmato da uno solo de'
miei colleghi--e non la rifiuto.
Scriverò con tutta quella sollecitudine che consentono le condizioni in
ch'io verso, le cagioni per le quali io l'assumo, volenteroso ed altero.
Scenderò, poichè amici tiepidi e irreconciliabili nemici lo esigono, a
parlare di me.
Chiedo--non agli uomini che hanno per tutta dottrina il _vae
victis_!--non ai gazzettieri che vendono per trecento franchi mensili
la coscienza e la penna a un'aristocrazia prima morta che nata--non ai
consci o inconsci colpevoli che diseredano l'Italia d'una potenza
d'iniziativa, fatto oggimai evidente dai martirî eroici e dalle eroiche
audacie degli ultimi quattro anni--ma agli Italiani che amano davvero la
loro patria e sentono altamente de' suoi fati e fremono e combattono per
compirli, pochi giorni d'indugio nei loro giudizî.
Ho l'anima amara, ma di dolore, non di rimorso. La fede che scaldava,
ventiquattr'anni addietro, di un sorriso d'entusiasmo la mia giovinezza,
splende or più che mai, stella eterna dell'anima, davanti a' miei occhi.
Non la rinneghino i giovani. Non la rinnegherà un popolo che, fatto
superiore ai mezzi intelletti d'una classe che dovrebbe guidare e
dissolve, assale nell'inerzia comune, colla sola arme che l'Austria non
può rapire al cittadino, cannoni e Castello in Milano.
_22 febbrajo._ _Vostro_
GIUSEPPE MAZZINI.
* * * * *