Alla richiesta loro, Virginia e Marzia, furono collocate nella stessa

stanza. Esse soffrivano molto per le gravi ferite, aggravate ancora da

una marcia disagiata. Comunque, tanto era l'affetto scambievole delle

due vezzose donne, che sembravano mitigare le loro sofferenze colla

vicinanza.

Pallidissime, colla nera capigliatura sciolta, i grandi loro occhi

nerissimi, torbidi dai lunghi patimenti, contemplavansi reciprocamente,

senza articolar parola. Marzia poteva veder la compagna senza muoversi,

perchè ferita nell'omero sinistro, essa appoggiavasi, per soffrir meno,

sul destro. Non così Virginia che, per vedere la sua Marzia, doveva

faticare cogli occhi soverchiamente inclinandoli, poichè ferita nel bel

mezzo del petto, era obbligata di stare supina, coll'ingiunzione

d'immobilità assoluta, posizione necessaria nelle ferite gravi, e

raccomandata dai chirurghi: terribile però, per chi deve soggiacervi

molti mesi. Essa la vedeva meglio, quando sollevata alquanto colla testa

per bere.--E beavasi, poverina, nella contemplazione di lei che le stava

di fronte.

In una circostanza, in cui medicavasi la ferita di Marzia, e si dovevano

scoprirle le spalle, un ahi! dolentissimo sgorgò dalle fauci della

contessa, la quale svenne, e per un pezzo si credette passata all'altra

vita. Marzia ne fu disperata, e molto lottarono Lina e le signore che

gentilmente l'assistevano, poichè a tutta forza essa voleva scendere da

letto per soccorrere Virginia.

All'oblivione si è condannati, quando si è vecchi! e noi per un pezzo

andammo avanti, dimenticando Elia, il padre di Marzia, il torturato del

Santo Ufficio!

Dacchè egli aveva raggiunto i trecento alla partenza da Roma, la sua

esistenza era stata macchinale al punto d'esser tenuto in generale per

demente. La sola vista della graziosa sua figlia, e le amorose cure e

carezze di lei, sembravano galvanizzarlo, lo richiamavano in sè, e da

essa sola egli accettava alcuno scarso alimento. Così l'infelice vittima

della più orribile delle istituzioni umane, continuò il suo viaggio,

dividendo i disagi dei compagni ed i perigli, per cui nessun timore egli

sentiva, divenuto impassibile ad una vita di dolori e di miserie.

Che importava al vecchio discendente d'Abramo d'essere colpito da una

palla! egli sapeva che bisognava finirla o in un modo o nell'altro, e

quando più penibili d'una palla nel cuore, si effettuano modi nella

transizione di questo nostro soggiorno sulla terra, per un'altra vita

che nessuno conosce, ma che pure è nuova materia sotto forme forse di

ceneri o di vermi. Solo un legame lo tratteneva in questo mondo--legame

indissolubile, prezioso, dilettevole--l'affetto per Marzia! Per quella

bellissima creatura amata da tutti, e da lui idolatrata. Benchè,

sventuratamente, nelle tribolazioni e negli ultimi aneliti

dell'esistenza, giungasi a tale scetticismo, in cui impallidisce,

affievolisce anche il più fervido dei sensi--l'amore!--davanti

all'inesorabile legge del destino, tuttavia tale indebolimento della

materia e dell'intelligenza non aveva potuto distruggere il senso

sublime, che solo teneva in vita il povero vecchio.

Si capisce facilmente quale poteva essere la situazione d'Elia

nell'ospedale improvvisato; servire la sua Marzia, sarebbe stata

l'intima aspirazione del suo cuore. Ma che poteva egli fare colle sue

membra slogate? Appena poteva, sorretto da un infermiere, muoversi da

una sedia all'altra; e così passava le sue ore, contemplando la giovane

ferita, essere unico, che, per poco ancora, lo vincolava in questa valle

di malanni.

L'esclamazione della contessa, però, così solenne, così straziante,

sembrò galvanizzare quel corpo inerte. Egli rizzossi, e dal volto di

Virginia, il suo sguardo portavasi sulle spalle nude della sua Marzia:

fissossi in un punto della spalla destra della fanciulla, ove, sopra la

cute d'una carnagione d'alabastro, scoprivasi un neo nero nero, proprio

del colore della capigliatura.

«È lei! è lei!» esclamò il vecchio, volgendo lo sguardo da Marzia a

Virginia; «è lei!» Egli solo aveva interpretato giustamente il grido

doloroso della donna svenuta,--e cadeva nell'abituale torpore,

rialzandosi però a tratti, come se avesse voluto iniziare una

confessione importante alla stessa,--ed una lacrima finalmente bagnava

quella guancia inaridita da tanto tempo dagli anni e dai patimenti.

Molto stette la contessa Virginia a ritornare in sensi; vi volle tutta

la perizia del chirurgo, chiamato per trarla dallo svenimento, e tutte

le cure gentili di Lina e delle compagne.

«Signora,» disse il medico alla più anziana delle donne che assistevano

le inferme; e con un segno additò a lei di seguirlo.--Giunti a poca

distanza, egli parlò sommessamente: «Bisogna evitare a quell'infelice

signora, qualunque motivo d'emozione.--Essa non è curabile; comunque,

per ragioni d'umanità, convien far men penosi che sia possibile gli

ultimi momenti di lei». Una lagrima, fu la risposta della generosa

abitatrice di Tora. E dobbiamo confessare che, malgrado l'essere cotesta

contrada anche infesta dalla mala pianta del chercume, i nostri feriti

furono molto ben trattati in generale, e massime le belle ed

interessanti figlie di Roma. E speriamo con ragione, che la razza

italica riprenderà il suo ascendente nel mondo, quando giungerà a

sradicarla--fino all'ultimo filo, s'intende--perchè, se no, si

riprodurrà sempre come la gramigna.

Le prescrizioni mediche, siano esse da attuarsi in casa particolare, o

negli spedali, sono, generalmente, non eseguite puntualmente: e qui non

fu veramente colpa delle signore infermiere, se tali prescrizioni

vennero pure infrante. Il vecchio Elia, che da parecchi momenti era

divenuto un energumeno da non poter più stare nella pelle, approfittò

d'un istante in cui le donne sollevavano la testa della contessa, per

darle da bere, e presentò agli occhi di lei una collana d'oro, con in

fondo una croce bellissima, dello stesso metallo, tempestata di diamanti

ricchissimi, che abbagliavano la vista col loro splendore. All'atto, il

vecchio aggiunse i seguenti nomi: «Virginia e Silvia!»--«Silvia!»

esclamò la contessa--ed i suoi occhi vitrei fissaronsi sul prezioso

gioiello, come se stato fosse un talismano,--e la bella testa

rovesciossi sul cuscino, qual fiore che al soffio ardente del vento del

deserto, si piega sullo stelo, per non più raddrizzarsi.

Eppure l'ora finale della bella tradita non era ancora suonata. Essa si

scosse in un momento dopo, come tocca da corrente elettrica, aprì gli

occhi, e li rivolse su Marzia con tale avida espressione d'amore, che

solo una madre può capirla ed apprezzarla!

«Mia figlia!» esclamò essa--e la spossatezza, l'emozione, non le

permisero altra parola. Essa ricadde!

Che pensieri tetri! che riflessioni non dovevano solcare l'anima di

questa donna sventurata!--«Dunque non era morta, come dicevami

quell'infame, il frutto innocente delle sue diaboliche depravazioni!»

diceva con se stessa: non era dunque morta questa figlia delle mie

viscere, tanto amata senza conoscerla--e tanto bella, e tanto buona,

tanto graziosa,--ch'io perseguitai come se fosse stata una belva!--Oh!

se nella derelitta mia esistenza l'avessi avuta per compagna!» Essa

prese la mano di Muzio, che mesto stava al suo capezzale contemplandola,

la portò alla bocca, e la bagnò di lagrime. Il pianto sembrò alquanto

raddolcire il suo cordoglio, e con uno sforzo di cui prima non si

sentiva capace, essa alzò un tantino la testa per meglio contemplare la

figlia dell'amor suo.

Lascio pensare qual era l'anima della povera Marzia a tale per lei

commoventissima scena, di cui essa certamente era una delle principali

attrici. Essa, abbrancossi al collo della sua Lina, per quanto lo

comportava la ferita, e pianse dirottamente, senza poter articolare una

sola parola.

La contessa Virginia era dunque sua madre: essa non era più

un'orfana;--e ben glie lo diceva il cuore, quando, non ostante la

persecuzione subíta, non aveva potuto a meno di nutrir affetto per essa.

Ed in tutto il decorso del disagiato viaggio, quanto erasi aumentato

l'amore reciproco, da non poter più esistere divise--ed ora!...

probabilmente un avello riunirà gli avanzi di due preziose creature,

nate alle delizie della vita, e condannate dalla lussuria pretina ad una

morte prematura, umiliata e dolorosa.

L'aveva, finalmente, trovata la sua madre, povera orfana! E

probabilmente come l'aveva sognata qualche volta: sì cara, sì bella, sì

amante! Il suo cuore ben le diceva prima d'ora, che quell'interessante

donna era più d'un'amica! La ritrovava sì, ma senza la consolazione di

poter prodigare su quella bocca, che l'aveva beata bambina, cento baci

di filiale amore! La ritrovava, ma, forse,... essa ritrovava un

cadavere!

«Dio! conservatemi la madre mia!» Tale fervida preghiera essa innalzava

in silenzio verso l'Infinito, mentre sentivasi bagnata dalle proprie e

dalle lagrime della sua compagna, intenerita dalla situazione dell'amata

sua Marzia.

Dopo un copioso sfogo di pianto delle due amiche, Marzia alzò la destra,

che non era ferita, segnò verso Virginia e gridò con un ingenuo,

infantile, affettuoso senso d'orgoglio: «Là vedi mia madre!»

Lina era stupefatta: non sapeva che decidere: ma indovinò qualche cosa.

Avvicinò celeremente il vecchio, e, scuotendolo per il braccio con

violenza, gli disse: «narratemi!»

Intanto Muzio e P... non abbandonavano il capezzale delle loro amate; e

Nullo, quando ebbe finito le cure d'obbligo verso la brigata, veniva

anch'egli a dividere la custodia e le angoscie dei suoi cari.

La contessa deteriorava sempre, ed alcuni segni di delirio cominciavano

a manifestarsi. Una sete cocente la tormentava, e già essa più non

articolava altro che «acqua!» Le sollevavano la testa per bere, e

qualche volta sollevata, lasciavasi ricadere sul cuscino, chiudendo gli

occhi con violenta e convulsa rapidità, come volendo sottrarsi alla

fissazione d'uno spettro che solo essa scorgeva.

--Sarà delirio, pensavano gli astanti--e compiangevano la bella

sofferente.--Non era delirio! e veramente il fantasma del suo tentatore

era cagione dello stato convulso, in cui si trovava. Essa, nè volendo,

nè potendo esprimersi, lo credeva spettro di lui. E chi aveva conosciuto

l'avvenente Monsignor seduttore, certo avrebbe avuto grande difficoltà a

riconoscerlo nello stato presente.--Corvo, come già narrammo, colpito

nel naso, tra i due occhi, da due ferite, era diventato deforme, dalla

gonfiezza e lividezza di quella parte del volto.

Per una di quelle combinazioni che succedono negli accomodamenti di

notte, massime in una notte di confusione, come quella in cui i feriti

erano giunti a Tora, e forse, anche per l'attrazione che avevano per lui

le due donne, erasi trovato posto in un camerino, allato alla maggiore

stanza delle ferite, e casualmente, con una porticina di comunicazione

di rimpetto al letto di Virginia.

Che il morale dell'individuo sia modificato dalla buona o cattiva

fortuna, dall'abbondanza o scarsità dei cibi, e dalla loro qualità, più

o meno buona, è cosa provata.

Il soldato inglese, per esempio, ch'io credo uno dei migliori del mondo,

ha la fortuna d'appartenere ad una nazione ricca, potentissima, e le di

cui tradizioni guerriere non sono certamente seconde a nessuna: quindi

benissimo pagato, equipaggiato, nutrito, e con un morale da affrontare

il diavolo.

Se i Monsignori di Roma, invece di copiose prebende, che godono

nell'ozio, e che gonfiano le loro potenze sensuali, fossero obbligati a

piegar la schiena sotto il piccone o la marra, molto più sobri

certamente essi sarebbero, e più temperanti.

Obbligati alla vita reale, guadagnando il pane col sudore della fronte,

essi non si occuperebbero di imposture, di corruzioni, e l'umanità,

invece di esser divisa tra gaudenti fannulloni, e sofferenti

lavoratori, vedrebbe i suoi figli marciare fraternamente al

progresso.--Il prete è un uomo come gli altri, lo capisco anch'io, ed in

lui non è l'uomo che osteggio, ma il carattere bugiardo e nocivo.

Oggi, poi, la colpa del malore-prete ricade intieramente sulle

monarchie, che potrebbero sanarne la società, e non lo fanno, perchè

sono perverse, perchè vogliono servirsi dell'agente prete per corrompere

i popoli, ch'essi desiderano mantenere nell'ignoranza e nel servaggio.

La trasformazione del gesuita, che noi vedemmo principiata da varii

giorni, erasi ingigantita, e le due donne infelici, di cui egli era

stato il corruttore ed il carnefice, erano divenute oggi indispensabili

alla sua esistenza, ed egli avrebbe dato mille volte la vita per farsi

perdonare la sua malvagia condotta, e reintegrarsi in quell'affetto che,

per loro sventura, egli aveva posseduto pur troppo.

Figuratevi qual era l'inferno che travagliava quell'uomo passionato! al

male, sì! ma passionato quanto può esserlo l'individuo che, tiranno

della propria natura, passa tutta la vita nel frenarla o prostituirla,

rovesciandone e calpestandone le leggi più sacre, colla più disonesta,

schifosa ipocrisia!

Quell'uomo! lì! vicino ad esse, ch'egli aveva oltraggiate, tuffate nel

vituperio, ed assassinate poi! Esse! creature sì squisite, sì gentili,

atte, sotto gli aspetti materiali e morali, a formare la felicità della

famiglia!..... se possibile fosse la felicità sulla terra!..... e se

possibile fosse la famiglia umana senza impostori!

Ora, che il suo cuore di prete era vicino a cambiarsi in quello d'un

uomo, cioè a farsi capace di sentire l'amore celeste, egli sentiva

ingigantirsi quell'amore, da padroneggiarlo intieramente. Ora, rialzato

dall'abbietta sua condizione di corruttore, alla sublimità dell'uomo che

ama con tutta la sua potenza, ora..... quelle impareggiabili creature,

morranno!.....--perchè tale era il suo presentimento--morranno! e

malediranno il fattore delle loro sventure, senza nemmeno l'ombra della

possibilità d'un perdono!

Così poco propenso come mi sento a compassionare qualunque di cotesti

nemici del genere umano, compatisco l'inenarrabile affanno di questo

sciagurato!

Lui vicino ad esse, deforme! non riconoscibile! e sì schifoso! sì

detestabile! Lo stato suo era quello d'un demente, e d'un demente

all'ultimo stadio della frenesia. Ciò spiega i varii tentativi da lui

fatti per introdursi nella stanza che racchiudeva ciò che per lui, oggi,

era tutto nel mondo--quel tutto in possesso di altri, e, presto, della

morte!--ed il furibondo rimorso che lo dominava e lo tratteneva

indietro.

Muzio, che, seduto al capezzale della donna amata, s'era accorto della

fissazione di lei verso la porticina, e dei tremiti convulsi, indovinò

finalmente, che qualcuno spiava da quella parte. Alzossi ed incamminossi

per vedere chi era. Non l'avesse mai fatto: la contessa, con un grido

straziante, chiamò: «Muzio!..... non andate da quella parte: un

fantasma!..... la morte!.....» e ricadde un'altra volta svenuta.

Molto stentossi per richiamare quell'avanzo di vita, che, gradualmente

si spegneva, e che si procurava di prolungare, con cordiali, per alcune

ore, e con un quasi continuo abbeverarlo, essendo le fauci aridissime.

Povera Marzia! qual era lo stato dell'anima tua gentile, in cotesti

dolorosi frangenti! Anche tu mortalmente ferita, non erano i fisici tuoi

dolori che più ti amareggiavano; ma bensì i patimenti della madre

tua.--Essa, dibattevasi negli ultimi aneliti della vita, ed avvicinavasi

a quello stadio d'insensibilità che preludia la morte. Il di lei delirio

appannavale la vista, al punto di non distinguere la falce sospesa su

l'essere suo--la condanna di morte sua; dipinta su tutte le fisionomie,

dal chirurgo che l'aveva abbandonata alle curatrici gentili, sino al

diventato stupido credente nella futura apparizione del Messia.--Ma tu,

povera Marzia! tutto discernevi: spasimi, dolori, convulsioni! E, tutto

discernendo, tutto sentendo, tu non potevi sollevare quell'amato capo,

quell'adorato volto che un bacio tuo avrebbe beato!

Una lagrima bagnava il bel volto della giovine guerriera! e certo, non

era timore di morte, quella lagrima. La morte, essa l'aveva affrontata,

con giubilo, venti volte sui campi di battaglia! accanto alla sua Lina,

ed al suo....., non ardiva nominarlo il bellicoso milite della libertà

italiana, che sedeva al suo capezzale, che aveva la guancia umida

com'essa, e che sembrava raccogliere tutti i sospiri di lei, e bearsene

come di etere sacro! E tutte le donne piangevano a tanto strazio di

patimenti delle due angeliche creature!

In quel mentre, un uomo col volto fasciato, ma a passi precipitati,

lanciossi nella stanza, inginocchiossi fra i due letti delle ferite, e

gridò disperatamente: «Perdono! Perdono!»

La contessa Virginia fu elettrizzata da quel grido, drizzossi sul busto

con una sveltezza straordinaria, e gettando il suo sguardo sul

miserabile prostrato, esclamò con voce straziante: «Marzia! Marzia! quel

scellerato è tuo padre!» Essa ricadde per non più rialzarsi; e Marzia,

presentendo la morte della genitrice, gettossi giù dal letto,

abbrancossi alla defunta, le prodigò mille baci, e rimase su di lei

svenuta!

CAPITOLO LX.

IL RACCONTO.

Cassandra!

E guidava i nipoti,

E l'amoroso apprendeva lamento

Ai giovinetti.

(FOSCOLO).

Lina aveva richiesto schiarimenti al vecchio Elia, sugli avvenimenti

incomprensibili, che si effettuavano in presenza di loro. Ma tanta fu la

precipitazione degli avvenimenti stessi, che non fu possibile al canuto

di appagare il desiderio della fanciulla.

Ridotto però il Monsignore nella sua stanza, trasportata Marzia nel

proprio letto, e rifasciata la ferita, minacciante emorragia, e portato

fuori il cadavere della Contessa, Elia potè soddisfare la giusta

curiosità di Lina, non allontanandosi però dal letto della sua cara

Marzia, rinvenuta dallo svenimento, ma spossatissima.

«Io passavo tranquillamente l'esistenza colla mia Rebecca, nel ghetto di

Roma, con una piccola bottega da merciaio. Non ero ricco, ma potevo,

col mio commercio ed una vita sobria, essere indipendente da

chicchessia.

«Il mio matrimonio colla donna eletta dal mio cuore era stato beato

dalla nascita d'una fanciulla, e benchè ambi fossimo robusti, e robusta

la bambina, noi avemmo la disgrazia di perderla all'età di sei mesi.

«In quel tempo frequentava la casa mia una donna romana, per nome

Silvia, d'un'onestà che io ebbi occasione di sperimentare molte volte.

Moglie d'un artista, essa pure passava vita agiata, senza essere molto

ricca. Voi sapete, come noi ebrei, paria dei cristiani,--più di noi

numerosi--apprezziamo sempre un protettore nella classe più forte. E

Silvia, oltre d'essere pratica costante della mia bottega, era veramente

la protettrice nostra. Alla morte della mia bambina (e qui una lagrima

solcò la guancia rugata ed arida del vecchio figlio d'Israele), Silvia

mi disse: «Una signora, amica mia, ebbe in questi giorni una fanciulla,

e per mancanza di latte, desidera avere una balia. Vorrebbe la Rebecca

incaricarsene, non per bisogno certamente, ma per essere l'amica mia,

una preziosa persona, e la bambina di meravigliosa beltà?»

«Rebecca, aveva cuore eccellente, ed addoloratissima della perdita

fatta, accettò la proposta.

«Il giorno seguente, una ricca carrozza fermossi davanti alla mia porta,

ed una signora velata ne discese, poi Silvia, con una creatura di pochi

giorni, splendidamente adorna. Al collo vi aveva questa collana, ch'io

le rimetto oggi (e la consegnava nella destra di Marzia). Di più: la

signora scoprì la spalla destra alla bambina, e mi mostrò il neo che

cagionò oggi la commovente sorpresa alla madre--sorpresa che svelò

all'anima mia istupidita dalle torture tutta una storia ben interessante

e molto terribile.

«Pria di congedarsi, la signora prodigò tanti baci, piangendo, alla

bambina, e fu in quel momento, che, scostato il velo, io vidi il più bel

sembiante di donna, ch'io avessi mai veduto: splendido volto i di cui

lineamenti mi rimasero impressi sempre, tanto più che mi erano ricordati

da Marzia, crescendo essa con una somiglianza sorprendente della madre.

«Io vi ho tenuto luogo di padre, Marzia mia! e, certo, come figlia vi ho

sempre amata, e sempre vi amò teneramente quella mia cara compagna, che

le atrocità dei preti precipitarono nella tomba immaturamente».

E qui il povero vecchio spargeva calde ed amarissime lagrime, bagnando

la destra dell'amatissima sua figlia adottiva: e lo sfogo del pianto

sollevò quel cuore travagliato da tanti dolori morali e materiali. Egli,

finalmente, ripigliò il suo racconto.

«La morte m'aveva la prima volta portata la desolazione nel mio

focolare: un nero serpe mi gettò nella sventura, una seconda.--Quel

rettile, invaghitosi della mia Marzia, insinuossi con ogni ipocrisia nel

mio negozio, e voi sapete se si può, in Roma, respingere la visita

d'uno di cotesti demoni, dal sacristano al monsignore. Egli presentossi

da principio col pretesto di comprare qualche cosa nella mia bottega,

poi finse di volerla fare da protettore, e finalmente, malgrado le mie

paterne ammonizioni, egli finì per sedurre la mia cara e rapirla!

«Dopo rapita all'amor mio da quell'infame--che la madre vostra chiamò

scellerato or ora, e ch'io riconobbi pure, malgrado l'orribile sua

metamorfosi--io seppi del vostro ritiro in un convento, e poi più nulla,

sino alla vostra comparsa in Roma, per quella ridicola ed abbominevole

conversione con cui i chercuti vollero ingannare il mondo, per sostenere

la crollante loro baracca.

«Per me, l'esistenza ha cessato d'arridermi; e se un filo mi vi tiene

ancora, siete voi quello, mia amatissima figlia».

I singhiozzi interruppero nuovamente il veglio, per cui cessò la sua

narrazione, e P..., vedendo la fanciulla fortemente commossa e spossata,

lo prese per un braccio e lo allontanò colla sedia un po' distante dal

letto.

Un silenzio tetro succedette alle scene violenti, già descritte, e al

racconto del canuto, Marzia aveva ritrovato il padre, per saper ch'egli

era uno scellerato! E la madre!..... per vederla morire! Povera Marzia!

v'eran ben motivi d'essere addolorata, e di peggiorare lo stato già ben

grave della sua ferita! Gli astanti, nelle loro meste meditazioni,

erano silenziosi, e sul loro volto stava dipinto il profondo rammarico

che loro cagionava l'interessante e bellissima infelice. Lina piangeva

dirottamente, e cercava di nasconder le sue lagrime, immergendo il volto

nel seno dell'amica.

P... stesso, assuefatto a vedere mucchi di cadaveri e di feriti, non

aveva potuto trattenere il pianto, a tanta sventura d'una fanciulla

ch'egli idolatrava.

CAPITOLO LXI.

LA MORENTE.

E se, dicea,

A te fur care le mie chiome, e il viso,

E le dolci vigilie, e non consente

Premio miglior la volontà dei fati,

La morta amica almen guarda dal cielo,

Onde d'Elettra tua resti la fama.

Così orando morìa.

(FOSCOLO).

I circostanti si facevano illusione sulla vita di Marzia, e tutti

contavano sulla giovinezza e sul coraggio di lei.--Meno la

giacente.--Essa, sentiva vicina la mano della morte, e non s'illudeva.

Lo sforzo fatto per abbracciare la genitrice morente aveva, senza

dubbio, precipitata la crisi, e la ferita, penetrante vicino alla

clavicola, manifestava nell'interno un'emorragia lenta, ma che pur

troppo, doveva finire, in termine più o men lungo di ore, per troncare

l'esistenza della valorosa eroina dei Mille.

Lina, ed il fratello P... non abbandonarono un solo istante il capezzale

della morente, e, tanto l'una, quanto l'altro avrebbero dato la vita,

per salvare quella dell'amata donzella.

I Mille · 第 19 / 24 段