Le compagne rimasero attonite. Esse avevano veduto allora ciò che non

potevano prima discernere; cioè, una folla immensa che, sebbene volesse

nascondersi, non mancava di mostrare la sua massa imponente. Quella

folla componeva l'ala sinistra dei borbonici, destinata a caricare la

diritta dei nostri, di fianco, quando fossero impegnati al fronte contro

i quattrocento cacciatori dell'esercito regolare.

Alcune deboli scaramucce impegnaronsi tra gli esploratori di P... e gli

avamposti nemici. La resistenza di questi però doveva essere apparente,

e quando incalzati, avean l'ordine di ritirarsi sino a lasciare

impegnare nel ponte il grosso dei liberali.

L'eroico martire della Polonia in quell'istante pensò ai suoi feriti; ed

un tetro, malinconico, terribile pensiero, amareggiò l'anima sua

gentile. Oh! i feriti abbandonati in potere d'un nemico inesorabile! che

non dà quartiere! che giungerà con quel sorriso sardonico in cui l'uomo

somiglia alla belva assetata di sangue! i feriti che vedranno il

sarcasmo dell'omicida e che non potranno nemmeno coprirsi gli occhi

colle mani per nascondersi all'orribile vista dell'esterminio de'

compagni e del proprio! A tale idea non regge il cuore--se non sia

quello d'un prete!

Io gli ho provati tali sensi; e su queste spalle si sono posate le

membra grondanti di sangue de' miei fratelli d'armi. E ne vo superbo!

Ma quanti di loro non mi sono trovato obbligato di abbandonare sui campi

di battaglia! E certo, se invidio la robusta sveltezza della gioventù,

lo è anche perchè, decrepito, non posso più sollevare un fratello

caduto!

Egli non pensava, il generoso figlio delle Alpi, che tra breve, caduto

trafitto da piombo cosacco, ei bramerebbe la mano d'un amico per

sorreggergli la testa morente.

Rivolto a Lina--che, minacciando la tempesta, s'era avvicinata all'amato

del suo cuore--egli le disse:

«Torna dalle tue compagne e raccomanda i nostri poveri feriti;

sopratutto che non li lascino indietro».

La vezzosa, un po' stizzita d'essere rimandata indietro, compì

esattamente la missione, ma fu presto di ritorno accanto al capo. E

questi:

«Ordina a tuo fratello di passare il ponte, di prendere a destra e

proteggere il nostro fianco, mentre noi procederemo avanti».

«Avanti!» esclamava il bellicoso concittadino di Nullo, cui il pericolo

aumentava l'ardire. «Avanti!» ed ordinava di suonare la carica

all'ordinanza sua, che a Tivoli s'era fornita d'una tromba dei zuavi

_pontifichaux_, e nel gridare «avanti!» il nostro P..., colla sciabola

alla mano, lanciossi sui cacciatori che sembravano voler difendere il

ponte, ma che fuggirono all'avvicinarsi del nembo. Egli era sempre

accompagnato nelle pericolose imprese d'avanguardia dal coraggioso

Talarico che gli serviva da guida e da compagno.

Nullo seguì subito il movimento dell'avanguardia colla centuria del

centro. Egli marciava in colonna per sezioni a distanza intiera

all'oggetto di fare una maggior comparsa di forze che non esistevano

realmente. Ma quando il centro della sua colonna passava il ponte a

passo celere, il nemico, per via d'un filo, fe' saltare la mina, e per

fortuna l'esplosione ebbe luogo tra una sezione e l'altra.

Comunque, vi furono varii morti, feriti precipitati nel fiume e, peggio

ancora, il convoglio dei feriti e la retroguardia divisi dai loro

compagni. Il demonio del fanatismo e della guerra aveva veramente

inspirato il gesuita in quel giorno fatale, e tutto camminava secondo le

previsioni sue diaboliche. Egli aveva ridotto i trecento a terribile

frangente; e con tutta la fiducia che cotesti valorosi avevano nel loro

capo, non mancarono alcune parole ingiuriose tra loro: «Perchè non

s'erano fatte indagini più accurate prima di avventurarsi sul ponte; e

se non vi aveva pensato il duce, perchè non il capo di stato-maggiore?»

Non appena la mina ebbe scoppiato, una valanga di forsennati precipitò

dai monti sulla destra dei nostri. Urlavano come belve, mentre

fulminavano stando dietro le piante una grandine di fucilate. Fortuna

per i liberi che i cafoni non erano destri a sparare il fucile. Non

così i cacciatori borbonici.--Il loro battaglione, imboscato dietro

varii scaglioni di trincee e di fossi, aprì un fuoco infernale di

fronte, e questi soldati, addestrati ai tiri ed armati d'eccellenti

carabine, in poco tempo fecero un monte di cadaveri e di feriti ad

occidente del ponte del Volturno.

P... che aveva passato il ponte con circa cinquanta uomini della sua

centuria, era stato obbligato di ripiegarsi sulla centuria del centro;

ed in poche parole, con Nullo. Essi convennero di difendersi sul

posto--alquanto coperto dalla depressione del terreno, dalle sponde del

fiume e dai rottami del ponte--sinchè Ezio ed i feriti avessero potuto

varcare il Volturno--ciocchè costò molte vite e gran perdita di tempo.

La situazione del resto dei trecento diveniva ognor più disperata; ed il

nemico ingrossava sempre più; non ostante, sin quasi verso sera ogni

carica del nemico era stata respinta, ed i nostri padroni del campo di

battaglia.

Nullo, P..., Muzio, Ezio e le nostre eroine sembravano leoni feriti.

Menomati gl'individui, erano cresciuti i moschetti, i cadaveri fornivano

di munizioni coloro che potevano sparare; ed ognuno aveva scelto un'arma

buona, se non per vincere, almeno per vender cara la vita. Si era, fra

questi superbi campioni del diritto, nella voluttà della morte! Chi

cadeva gridava: «viva l'Italia!» Ed i nemici, verso sera, non ardivan

più di giungere su quel mucchio d'eroi la maggior parte feriti.

Orazio, malgrado la debolezza a cui l'aveva ridotto la ferita della

fronte, aveva impugnato un fucile, e fu rovesciato da una palla al cuore

mentre puntava.--Finì la vita gloriosa senza un lamento. Ezio cadeva

accanto a Orazio, e verso il tramonto, dei nostri conoscenti solo Lina

era rimasta illesa. Talarico nel più forte della mischia la copriva col

suo corpo e, sdegnando il fucile, quando i più arditi dei nemici nelle

loro cariche s'avanzavano a pugnare corpo a corpo, egli aveva trovato

una scure, e guai al cafone od al cacciatore su cui cadeva la terribile

lama! Anch'egli cadde finalmente!... contento d'averla difesa e beato da

uno sguardo di lei nell'ultimo respiro della vita.

Corvo, colla libidine della passione e della distruzione nell'anima,

malediva la notte, e malediva anche la bugiarda storia della Sacra

Scrittura che contava la favola di Josuè. Scettico e libero pensatore

nel fondo della coscienza, egli per un solo filo teneva ancora alla

formidabile società di cui era stato sino allora il più saldo sostegno.

Comunque, egli eccitava a tutta possa i borbonici all'assalto. Correva

dalle fila dei cafoni ai cacciatori esortandoli in nome del re, ch'ei

disprezzava, della religione, ch'egli irrideva, ed in nome del diavolo!

Prometteva onori, paradisi, ricompense, e qualche volta ricorreva anche

a dei rimproveri, a degli improperii e a delle bestemmie.

Egli capiva che colla notte sarebbersi raffreddati i suoi poco

agguerriti villici, e voleva tentare ad ogni costo il finale esterminio

del pugno di valorosi che gli stavano di fronte, che finalmente egli non

poteva nascondere a se stesso una profonda ammirazione per essi ed un

orgoglio d'avere concittadini tali!... A che fatale e tremenda

condizione conducono le vocazioni ed i giuramenti dei preti!...

«Caricate» egli gridava «caricate quei pochi scomunicati che restano!

Macellateli! voi avrete fatto opera gradita al Dio degli eserciti che

combatte con voi; non le vedete le legioni d'angioli, colle loro spade

di fuoco, che incendiano, abbagliano, distruggono i maledetti nemici del

re e della santa religione?»

Sapeva di mentire! ma era prete ancora!

I cafoni, che colla paura in corpo degl'intrepidi e valorosissimi

avversarii, vedevano tutto doppio, non scorgevano angioli certamente, ma

nella loro immaginazione esaltata non mancavano d'essere eccitati dalle

parole ardenti dell'energumeno! Avanzavano con grida furiose contro i

liberali; ma questi, impavidi, li lasciavano avvicinare per caricarli e

respingerli in confusione.

La notte favorevole ai ladri ed agli amanti, lo è anche qualche volta ai

coraggiosi che sanno aspettarla intrepidi quando, sopraffatti da numero

grande di assalitori, sarebbe pericolosissimo il ritirarsi davanti a

loro di giorno; chè la ritirata volgerebbesi certamente in sconfitta,

senza contare il gran numero di perdite che ne risulterebbe. E tale fu

il caso di codesto eroico avanzo della gioventù romana.

In un momento di tregua, concesso per motivo dell'imminenti tenebre

della notte, Nullo, riunito a Muzio ed a P... leggermente feriti, disse

loro: «Noi dobbiamo operare una marcia degna dei Mille e dell'Italia.

Gli ottanta uomini circa che ci restano illesi, noi dobbiamo ordinarli

in quattro sezioni ed in colonna serrata, assaltare il nemico di fronte

e proseguire per lo stradale, con marcia tanto celere quanto sarà

possibile, sino a raggiungere Tora ove, senza dubbio, noi troveremo il

nostro prode Chiassi con un battaglione dei nostri.--I feriti!»--e qui

un mortale sudore inondò il volto del guerriero ed un freddo brivido gli

corse per tutto il corpo.--«I feriti, coloro che possono marciare,

seguiranno la colonna, ognuno dei nostri cavalli porterà due dei feriti

nelle gambe; i mortalmente feriti!...» Qui Nullo non potè proseguire le

istruzioni.

Meglio distruggerli sarebbe stato! essi sarebbero morti lo stesso, ma

senza insulti, senza raffinatezza di tormenti, senza essere torturati

dalle iene fanatiche assetate del loro sangue.

Bello è l'uomo che si sacra alla morte per una causa santa! E fattone il

proponimento, egli la affronta con rassegnazione, colla tranquilla

ilarità d'uno sposo![58]

Che Dio (l'Infinito) benedica gl'italiani che nell'anima generosa

nutriranno il sacro proposito di non lasciare mai più la loro bella

patria ludibrio di soldato straniero!

Nullo aveva alla sua destra Lina che portava in anca Marzia gravemente

ferita in una spalla.--Egli portava Virginia ferita nel petto; Muzio e

P... avevano ciascuno un ferito. P..., che non volle abbandonare il

posto d'onore dell'avanguardia, aveva con sè il suo tromba con il

braccio destro rotto da una palla ed impugnando l'istrumento colla

sinistra. Al momento di principiare la marcia, un'ultima disperata

carica dei borbonici obbligò la piccola colonna dei liberi a fermarsi.

Ma trovati in ordinanza ed eseguendo l'ordine di non scaricar le armi

che a bruciapelo, le due fila di fuori--i nobili figli della libertà

italiana--cacciarono i soldati del prete come polve, e ciò permise loro

d'imprendere subito dopo la marcia meno molestati.

Un incidente, favorevole ai nostri, successe pure nell'ultima carica del

nemico. Il gesuita, disperato, furibondo di vedere fuggire le prede,

tanto fece da persuadere i capi del suo esercito di tentare un'ultima

carica. Ma i suoi soldati, già stanchi ed impauriti dall'intrepidezza

dei nostri, abbiam veduto come se la svignarono a gambe, e s'udirono

varii dei fuggenti, tanto acciecati dal terrore, che passando vicino ad

una pianta e prendendola per un nemico, gridavano: «Signor liberale: mi

arrendo, mi arrendo!»

Non fu la sola fuga degli avviliti cafoni, la fortuna del valoroso

avanzo dei trecento; ma Corvo stesso, che, come capo supremo, trovavasi

a cavallo, e che, rabbioso di non poter spingere i suoi all'assalto,

s'era avanzato primo, e venuto alle mani con P..., più forte e più

svelto di lui, fu rovesciato da cavallo da una sciabolata attraverso il

muso, e consegnato prigioniero nel centro della colonna.

Fu valevole cattura quella del Loiolita; ed alcuni dei villici, che, più

vicini a lui, l'avevano veduto cadere, lo diedero per morto; e colla

perdita del capo ebbero pretesto di ritirata tutti quei paesani, che

preferivano certamente una cena in seno alle loro famiglie--alle

avventure guerresche, nelle quali erano stati trascinati dai preti, ed

alla gloria del paradiso.

Non così i cacciatori dell'esercito borbonico: trincierati dietro alle

barricate, essi sostennero tenacemente l'urto della colonna dei liberi;

e solo dopo una mischia accanita, essi volsero le spalle e si

arrampicarono sulle falde dei monti, di dove danneggiarono ancora per un

pezzo i nostri, e ne turbarono la marcia.

NOTE:

[58] Nell'ultima guerra nord-americana un milite a cui dovevano amputare

una coscia, chiese un violino e si mise a suonare mentre

l'amputavano.--Il maggiore Brida al combattimento di Melazzo, ferito al

collo, cadeva gridando: «Viva l'Italia!»

CAPITOLO LVIII.

TORA.

A noi

Morte apparecchi riposato albergo,

Ove una volta la fortuna cessi

Dalle vendette, e l'amistà raccolga,

Non di tesori eredità, ma caldi

Sensi, e di liberal carme l'esempio.

(FOSCOLO).

Tora era veramente occupata dal colonnello Chiassi, lombardo, uno dei

migliori generati dal risorgimento italiano.--Chiassi, di cui l'Italia

andrà superba anche nelle generazioni future le più remote.

Chiassi era uno di quei pochi, che accoppiavano al merito di gran

cittadino e d'esimio guerriero, la modestia d'una vergine; e devo

confessarlo, l'Italia, fra le nazioni ch'io conosco, è certo una delle

meno povere in questo genere di tipi che onorano l'umana famiglia. Sì!

patria mia, consòlati nelle tue sventure.--Ogni nazione ha i suoi uomini

illustri, i suoi prodi, e forse popolazioni delle tue più robuste,--e ne

ripeterei la causa se volessi imbrattare di nero anche questo foglio.

Sì, consòlati! e rialza la maestosa tua fronte con orgoglio!

Nullo, Chiassi, Mameli, Cozzo, i Cairoli, Pisacane, Fabrizi, Ferraris,

Calvi, Masina, Cottabene, Montanelli, Elia[59], e tanti altri figli

tuoi, che diedero la gloriosa vita per il tuo riscatto, a nessun popolo

della terra è dato di generarli migliori!

Dai suoi esploratori, Chiassi, senza sapere chi fossero, seppe esservi

gente nostra che si batteva verso Venafro, ed uscì immediatamente per

proteggerla.--Ma avvisato tardi, ei giunse al principio della notte, a

distanza di poter udire le ultime scariche. Non partecipò al conflitto,

ma prendendo la retroguardia delle reliquie dei trecento, coll'imponenza

della sua apparizione, trattenne il battaglione di cacciatori borbonici

dall'inseguire i nostri e molestarli.

La riunione dei fratelli Romani, e dell'esercito meridionale, in cui

militavano giovani d'ogni parte della penisola, fu proprio commovente!

Si fecero avanzare quanti veicoli fu possibile rinvenire in Tora e nelle

vicinanze, e vi si adagiarono nel miglior modo i feriti.

Chiassi, dopo d'avere inviato le sue disposizioni in paese, continuò a

fare la retroguardia alla decimata e stanca colonna degli amici. La

marcia perciò non fu più molestata, verso mezzanotte tutta la forza fu

accomodata dentro al paese, e poco dopo accomodati tutti i feriti nelle

case particolari, per mancanza di adeguati ospedali.

Pochi giorni prima, parte dell'esercito meridionale aveva passato il

Volturno al di sopra di Capua, e l'esercito italiano del settentrione,

avanzando a grandi giornate, i borbonici si ritirarono verso Gaeta,

ultimo baluardo di Francesco II.

NOTE:

[59] Lombardo caduto a Condino: valoroso e modesto come Chiassi.

CAPITOLO LIX.

AMPLESSO DELLA MORTE.

Sol chi non lascia eredità d'affetti

Poca gioia ha dell'urna, e se pur mira,

Dopo l'esequie, errar vede il suo spirito

Tra il compianto de' templi Acherontei,

A ricovrarsi sotto le grandi ali

Del perdono di Dio. E la sua polve

Lascia alle ortiche di deserta gleba,

Ove nè donna innamorata plori,

Nè passeggier solingo oda il sospiro

Che dal tumulo a noi manda natura.

(FOSCOLO).

Il gesuita, che forse, obbedendo allo spirito malvagio della setta a cui

apparteneva, e che sembrava avere per meta di snaturare la natura umana,

pervertirla, prostituirla, ingolfarla in ogni specie di culto del male e

d'inimicizia del bene, il gesuita, dico, aveva cercato la sola

soddisfazione della lussuria nella bellezza.

Egli, forse pria d'ora, per uno scetticismo brutale ed indecente, aveva

disprezzato le vezzose creature contaminate da lui, quando di loro

padrone; oggi che le vedeva fuggite alle sue libidini di prete, ed in

potere altrui, sentì in sè stesso l'uomo, e sentì quanta somma di

tesoro avea perduto. Ogni sentimento allora di dovere di setta, di

disprezzo, d'odio, sparì davanti al nobile senso dell'amore che avevano

meritato le sventurate sue vittime.

E fu amore selvaggio, il suo, amore, per cui egli avrebbe dato fuoco,

non solo alla mina del ponte, ma alla mina dell'orbe s'egli ne avesse

avuta la miccia alla mano! Amore! che, come abbiamo veduto, lo fece

precipitare sotto la lama omicida del guerriero alpigiano, e da capo

supremo d'un esercito, ridotto a vile prigioniero ferito d'una masnada

ch'egli detestava più della morte!

Condotto nel centro della colonna in marcia su Tora, e trascuratamente

vigilato dai militi stanchi, egli tentò la fuga, facilitato

dall'oscurità della notte, e pervenne ad uscire dalla colonna,

arrampicandosi a destra verso le falde dei monti.

Ma fatalità, o giustizia! Una palla dei cacciatori borbonici, forse

l'ultima degli ultimi tiri sparati sul fianco destro dei nostri, lo

colpì sul naso, fra i due occhi, quasi all'istesso punto, ove aveva

ricevuto la prima ferita; ambe ferite dolorose, ma non mortali per

disgrazia sua, che quasi lo acciecarono completamente. Egli cadde, ma

rialzossi subito, e cogli occhi appannati dal sangue e dalle tenebre,

cercando scampo colla fuga, precipitossi nuovamente nelle fila de' suoi

nemici, ove, riconosciuto, lo legarono colle mani di dietro, e lo

ricondussero con più vigilanza di prima.

Il villaggio di Tora è dominato da un castello, residenza degli antichi

signori del medio-evo; oggi palazzo municipale--ed è certamente il più

importante edifizio del paese. Chiassi ed il suo stato maggiore

l'occupavano prima dell'arrivo di Nullo; ma giunto costui con gran

numero di feriti, negli spaziosi appartamenti del castello, vi si

collocarono molti letti, e vi si poterono accomodare quasi tutti.

Un aneddoto curioso successe il primo giorno dell'arrivo di Chiassi in

Tora. I preti, disperati di veder occupato il loro paese dagli eretici,

inventarono la storia, che nel palazzo, di notte, _vi si sentiva_, cioè

si udivano dei rumori soprannaturali, e si raccontava di più, che un

sacrestano ch'ebbe l'ardire di volervi passare una notte, disparve, e

non se ne seppero più notizie, probabilmente portato via dagli spiriti

degli antichi signori del castello, che non tolleravano stranieri.

«Oh bella!» disse Chiassi al curioso annunzio «questa è prova che merita

d'essere tentata, e la voglio tentare da solo».

Egli fece quindi preparare una stanza per lui solo, e da cena, la stessa

sera, e pregò i suoi ufficiali di alloggiarsi per quella notte

nell'osteria del paese.

Cenò il nostro Chiassi con quella pacatezza e con quel sangue freddo che

tutti gli abbiamo conosciuto, anche nei maggiori pericoli; fumò il

sigaro e sdraiossi dopo sul letto per lui preparato. Non spogliossi

totalmente, non per timore, ma per abitudine contratta in quei tempi

grossi d'avvenimenti.

Toltisi però gli stivali dai piedi, ed assicuratosi al capezzale un

_revolwer_ e la sciabola, coricossi, e non tardò a prendere il sonno,

stanco d'una giornata laboriosa.

Era circa la mezzanotte--ora che credo generalmente preferita dagli

spiriti per eseguire le loro notturne peregrinazioni:--il colonnello

russava, e credo in modo da essere inteso anche dagli spiriti che hanno

l'udito fino.

Ad uno spirito armato di pugnale ed avvicinandosi a piedi scalzi ed

adagio al dormente, futuro eroe di Bezzecca, non sarebbe forse stato

difficile di troncargli la vita, e tale metodo sarebbe stato forse più

gradito ai preti di quello adoperato per spaventare l'intemerato milite

di tutte le battaglie italiane. Pare però, che i colpi arditi non

fossero usati dagli spiriti del castello di Tora.

Il colonnello Chiassi, l'udito del quale era tanto fino quanto quello

degli spiriti, udì in quell'ora un gran diavoleto di ululati, di rumori

di catene--come quando i marinai a bordo delle navi si dispongono a dare

fondo alle àncore--e tanti altri schiamazzi da assordare anche un

campanaro.

Egli in silenzio, aspettò alcuna apparizione--giacchè lo schiamazzío si

stava avvicinando.--E realmente, dopo poco, comparì un fantasma

spaventevole, d'un'altezza spropositata, gettando fuoco dagli occhi,

dalla bocca e dalle narici, ed accompagnato da una folla d'altri

spiriti, non così alti, ma anch'essi gettando fuoco da tutti gli

orifizii.

Tutt'altri che il nostro Chiassi avrebbe cominciato per regalare agli

spiriti la mezza dozzina di palle del suo _revolwer_. Egli però non

tenne l'apparizione da tanto: e scalzo com'era, quindi più svelto,

sguainò la durlindana, e precipitossi sul comandante degli spiriti.

Alla prima sciabolata--per di dietro, s'intende, poichè il formidabile

capo non aveva aspettato di fronte il milite dell'Italia--alla prima

sciabolata--dico--a gambe se la diede lo spirito, preceduto da tutta la

brigata di spiriti che sembravano ancor più svelti di lui.

Chiassi non volle lasciar l'impresa a metà; e siccome la sua

sciabola, cadendo sulla cervice del fantasma, lo aveva quasi

spogliato--infrantumandoli--d'una massa d'oggetti da mascherata, questi

trascicavano al rimorchio dello spirito capo, e ne impedivano la celere

fuga. Dimodochè l'agile nostro guerriero potè aggrapparlo per il

colletto, e trascinarselo dietro verso la sua stanza.

«Misericordia!» gridava lo spirito quando si sentì nelle unghie d'una

mano d'acciaio--«misericordia!» e Chiassi: «furfante! vieni che voglio

appiccarti al principale balcone del palazzo per divertire domani i tuoi

poveri ed ingannati concittadini».

«Dio mi perdoni! per il ventre di vostra madre che è l'effigie di Maria

Santissima!» E per di qui--e per di là, raccomandandosi a quanti santi

vi sono sul catalogo dei cherchuti! Ma, il nostro prode, che sapeva ciò

che sono i santi della bottega--da Domenico di Guzman al Loiola ed al

benemerito Arbues--storceva alquanto il colletto, acciò lo spirito

cominciasse ad assaggiare un tantino il gusto del capestro a cui era

destinato.

Dobbiamo osservare, che Chiassi, nel perseguire i fantasmi teneva come

loro la parete dei corridoi e delle stanze, lasciando a destra od a

sinistra i mezzi.

Egli aveva letto--non so in che libri--che questa storia di fantasmi nei

castelli finiva sempre colla vittima precipitata nei trabocchetti. E ben

gli valse tale studio, poichè in un momento di distrazione,

avventurandosi nel mezzo d'un corridoio, il capo degli spiriti gridò al

colonnello; «In qua! per l'anima di Dio!»--«Assassino»--esclamò Chiassi,

profittando però dell'avviso. E realmente il malandrino confessò esservi

due trabocchetti nello spazio che avevano percorso insieme.

Chi ha la pazienza di leggermi conosce forse ciò che sia un

trabocchetto. Figuratevi un pezzo di tavolato di legno non inchiodato

sul pavimento, e sorretto da un asse sul mezzo su cui gira liberamente.

Le sue dimensioni sono circa due metri di lunghezza ed altrettanto di

larghezza, dimodochè schiudendosi, l'individuo che vi si precipita, non

può sostenersi in nessun senso.

Il fondo di tali trabocchetti è generalmente ad una profondità da

rompersi il collo cadendo. I preti ed i signori feudali--tutta gente

famosa per tale sorta di divertimenti--avevano perfezionato l'opera,

sino a guarnirne il fondo con delle punte d'acciaio o di ferro, su cui

le sventurate vittime rimanevano inchiodate.

Dopo gli avvenimenti mentovati, e riconosciuto essere il capo degli

spiriti quel biricchino di sacrestano, sparito secondo la storia dei

preti, e che non fu appiccato perchè i liberi sono una classe di gente

che non somiglia agli autocrati ed alle loro spie, i satelliti sitibondi

di sangue; dopo aver constatato anche essere gli spiriti minori

altrettanti birbanti di cafoni che accompagnavano il sacrestano per la

mercede di poche lire, dopo tutto ciò, dico, il colonnello Chiassi abitò

il castello col suo stato maggiore, sino all'arrivo dei fratelli feriti,

a cui tutti gli appartamenti furono ceduti.

I Mille · 第 18 / 24 段