«Lina» disse Marzia, «la porterai in memoria mia, questa collana, dono

di mia madre!» ed una lagrima solcò la guancia della sofferente, che per

un pezzo, non potè articolare altra parola. «La porterai dovunque, non è

vero? e sempre, anche sui campi di battaglia, ove ti toccherà ancora di

pugnare per questa Italia infelice, ed ove, certo, ti ricorderai della

tua compagna di Calatafimi,--di colei che tanto andava superba di averti

più che sorella! Sì, sui campi di battaglia, ove certamente, io starò

vicino a te, coll'anima, ma ove, il clangore delle trombe guerriere non

spingerà più nella mischia queste membra ridonate alla polve!»

Lina, piangeva dirottamente, senza poter rispondere a lei che amava

tanto!

«E tu, mio fidanzato, mio sposo! me li concederai questi titoli per me

sì preziosi, e lo puoi: perchè la morte spazza fin le sozzure! Se no, ti

avrei confessato esser io contaminata, e di te indegna! Io.....

l'ancella d'un prete!..... Io la prostituta!.....»

E qui essa innalzossi sul letto, cogli occhi fuori dell'orbita, e con

un'energia come se fosse nella salute più florida, e con tale accento di

cordoglio e di disperazione da spaventare, esclamò:

«Sì! la prostituta di mio padre!..... »

Un rumore tremendo si udì nella stanza vicina, come d'una lotta accanita

tra gente, e grida, e colpi, e stramazzate per terra.

Muzio, indispettito che tanto baccano avesse luogo vicino ad una

morente, passò in quella stanza, e contemplò il miserando spettacolo del

gesuita, che si stracciava le vesti, e batteva il capo contro le pareti,

per cui, strappate le fasciature del viso, trovavasi tutto insanguinato.

Egli era diventato pazzo furibondo, e con fatica fu legato, per essere

condotto al manicomio.

Tutti piangevano, intorno al letto di Marzia, e dato sfogo all'odio

possente suscitato dai procedimenti dell'abbominevole chercuto, tutti

lamentavano la società italiana, cotanto ancora travagliata dalla

istituzione bugiarda del prete; e lamentavano tanto tesoro di bellezza,

di valore e d'intelligenza, contaminato e precipitato in un letamaio,

per la indecente lussuria di quella setta immonda.

Marzia sentiva vicinissima la morte, ma dotata di un supremo coraggio, e

di quell'eroismo filosofico capace di affrontarla come una conosciuta,

come una transizione naturale della materia, essa, in seguito

dell'orgasmo necessario ad una manifestazione vera e solenne verso gli

amati dal suo cuore, riprese alcuni momenti di calma, che le permisero

di articolare ancora le seguenti parole: «O Lina» essa diceva alla cara

compagna: «Lina! quante volte nei bivacchi della superba nostra

carriera, io sognava, od ardiva sognare alla vita beata, che avrei

vissuto presso di te e del fratello tuo, là, nelle belle vallate dei

nevati baluardi d'Italia. Ma era sogno, poichè, svegliata, io avevo la

coscienza di non meritarla tale felicità! d'essere indegna della

preziosa amicizia tua, e dell'amore d'un tanto prode! Un presentimento,

che si avvera oggi, però, mi faceva tranquilla ch'io non sarei giunta ad

infestare la santità della vostra dimora, e prostituire il letto

maritale di questo mio valoroso, a cui chiedo, coll'anima, perdono,

d'essermi lusingata della ventura di farmi sua.--Lina! stimolata dal tuo

coraggio, io t'ho seguita da vicino, e fedele, su venti campi di

battaglia; il tuo esempio, certo, mi solleticava, ma ora ti dirò ciò che

non sapevi.--Sappi, adunque, che non solo la causa santa del nostro

paese mi stimolava al pericolo, ma anche il desiderio di finire una vita

abborrita e contaminata. Se mi sono esposta, non v'è dunque merito, e

vado superba di morire della morte dei prodi! Non sdegnate, o miei

carissimi, di bearmi con un ultimo bacio d'affetto!»

Marzia accennò colle labbra un bacio verso Lina,--e avuto il

contraccambio da questa, imitata da P..., e dai cari presenti--non

articolò più parola, e passò tranquilla all'infinito!

L'esequie delle due carissime donne--madre e figlia--ebbero luogo senza

pompa. Ognuno degli avanzi dei trecento volle accompagnarle all'ultima

dimora--con Chiassi e tutta l'ufficialità sua. Un incidente inaspettato,

però, quasi tradusse in tragedia la pia cerimonia.

Mentre il convoglio passava sotto le finestre del manicomio, uno de'

suoi abitatori precipitossi da una delle più alte, nella strada, e per

fortuna cadde, senza offendere i passanti, fracassandosi il cranio

sopra il selciato.

Tanto potè il rimorso sul gesuita: ciocchè prova, che la perversa

istituzione, il di cui studio è quello di voler annientare l'uomo sotto

la duplicità della menzogna e della depravazione, rivestendolo della

cocolla e della sottana, è una maledizione per la umanità, che può da

essa esser traviata, ma che risorgerà infrangendone il putrido

catafalco.

CAPITOLO LXII.

BATTAGLIA DEL VOLTURNO.

2 OTTOBRE 1860.

Corrispondenza d'amorosi sensi,

Celeste dote è negli umani, e spesso

Per lui si vive cogli amati estinti,

E gli estinti con noi.

(FOSCOLO).

A voi, caduti alle falde del Tifate, o miei giovani e prodi compagni, io

consacro queste mie ultime righe, sulla ultima nostra battaglia, nella

brillante epopea del 60, che voi avete illustrato colla vostra bravura e

col vostro sangue. Voi, finalmente, dopo dieci vittorie, gli

sbaragliaste quegli avanzi dell'esercito borbonico, là sulle alture di

Caserta Vecchia.

E voi, a cui l'Italia deve tanta parte del compimento delle sue

aspirazioni di tanti secoli; voi che già tante volte avete insegnato

allo straniero a rispettarla, ed a cui insegnerete ancora, come qui oggi

si accolgano gli invasori insolenti, potete voi sperare che Italia, sì

propensa a rammemorare delle miserie, si ricordi, che le vostre ossa

biancheggiano insepolte sulle falde dei monti e nelle pianure della

Campania?

Il 1º ottobre, verso le cinque della sera, si telegrafava a Napoli:

«Vittoria su tutta la linea» ed a quell'ora l'esercito borbonico

ritiravasi precipitosamente dentro Capua, e parte gettavasi a traversare

il Volturno.

Tutti i nostri dell'esercito meridionale avevano fatto il loro dovere,

con quel valore che distingueva i capi ed i militi a cui avevo l'onore

di comandare. Bixio alla destra,--Medici, Avezzana e Simonetta al

centro,--Mielbitz, Türr ed Eber alla sinistra,--e Sacchi tra il centro e

la destra; Sirtori, capo di stato maggiore, aveva inviato la riserva a

tempo. E se si aveva combattuto con valore ed accanimento, lo accertava

il gran numero di cadaveri, che copriva le pianure Capuane, e le falde

del Tifate, nonchè il gran numero di feriti.

In seguito alla carica delle riserve--narrata antecedentemente--le

comunicazioni di S. Maria e S. Angelo erano state sgombrate dal nemico,

ed io potei salire il monte per capacitarmi dell'esito finale della

battaglia.

Già dissi prima, essere il monte S. Angelo dominatore delle due sponde

del Volturno, e dell'intero piano di Capua, vantaggio immenso che noi

avemmo in quella giornata sui nemici, e che non cesserò di raccomandare

ai miei giovani concittadini che sono destinati alla milizia.

Quando si può, tenersi vicino al campo di battaglia, ed in alto per

poterlo vedere. I generali borbonici invece, situati nella pianura, poco

o nulla potevano scoprire.

Certo della vittoria, discesi dal monte nel villaggio, e mi ricordai

allora--già di notte--di non aver preso alimento nella giornata.

Qualcuno, mi disse essere i carabinieri genovesi dal parroco. Ciò mi

sollevò il cuore, certo di non morire di fame in tale casa, ed in

compagnia di quei miei prodi fratelli d'armi. E non m'ingannai: basta

dire che, non solo squisiti manicaretti mi presentarono, quei miei

incomparabili, ma persino il caffè.

Siccome, però, la felicità è un fantasma sulla terra, e che pare

stanziare solo nell'immaginazione umana, subito dopo il caffè, invece di

potermi sdraiare un'ora, e riposare le mie stanche membra, un messo mi

rimise un dispaccio da Caserta, in cui mi si diceva: «Caserta,

seriamente minacciata da un considerevole corpo nemico, scendendo per

Caserta Vecchia».

Addio riposo. E non v'era tempo da perdere. Ordinai al maggiore Mosto,

di far preparare i suoi carabinieri genovesi; si diedero alcune altre

disposizioni, e con alcune centinaia d'uomini mi avviai, verso la metà

della notte, alla volta di Caserta.

Giunto presso Caserta all'alba, inviai il colonnello Missori, con alcune

delle sue guide a cavallo, ad esplorare il nemico: ciocchè egli eseguì

da quel prode cavaliere che si conosce; ed io mi recai in città, per

intendermi col generale Sirtori, sul da farsi. Essendo in conferenza col

capo di stato maggiore, avemmo avviso: discendere i borbonici dai monti,

e già impegnati coi nostri avamposti.

Sirtori, alla testa di poche truppe, marciò risolutamente sul nemico, di

fronte, e lo respinse coll'ordinaria sua bravura.

Io raccolsi quanto mi fu possibile di gente nostra restante[60] e

marciai sul fianco destro del nemico per girarlo, ciocchè riuscì

perfettamente.

Il corpo borbonico, che stavamo attaccando, era di circa cinque mila

uomini, e lo stesso che aveva schiacciato l'eroico battaglione di

Bronzetti, composto di poche centinaia d'uomini, a Castel-Morone, ove

quel nuovo Leonida aveva preferito morire con tutti i suoi, piuttosto

che arrendersi.

Composto per la maggior parte di famosi cacciatori napoletani, già

assuefatti a combatterci a Calatafimi, a Palermo ed a Melazzo, quel

corpo attaccò furiosamente Caserta, lasciando sul vertice della collina

una numerosa riserva, che avemmo pur la sorte di sbaragliare e

perseguire sino a Caserta Vecchia.

Con noi, in quel giorno, avemmo la fortuna di avere commilitoni due

compagnie dell'esercito regolare italiano, e l'esercito nostro può

giustamente andar superbo del loro contegno nella battaglia. Duolmi di

non ricordare il nome del comandante e dei corpi a cui appartenevano

quei prodi militi. Una delle due compagnie era di bersaglieri. L'esito

del combattimento fu dei più felici, e ben pochi nemici poterono

salvarsi: ciocchè cagionò anche pochi morti e feriti dalle due parti.

Già nella notte avevo telegrafato al generale Bixio di portarsi colla

sua divisione verso Caserta Vecchia: e quel valoroso capo mostrava

all'alba la maggior parte de' suoi battaglioni sulle alture, alla

sinistra del nemico.

Il generale Sacchi, che occupava le posizioni verso il Volturno, tra

Monte S. Angelo e Caserta, collo stesso ordine e colla stessa solerzia,

comparì pure alle spalle del nemico, pronto a caricarlo. Dimodochè i

borbonici trovaronsi rinchiusi in un cerchio di ferro, e furono quasi

tutti obbligati ad arrendersi.

Nel 2 ottobre 1860, ebbe compimento la gloriosa spedizione dei Mille.

L'esercito regolare italiano, che secondo Farini[61] «aveva la missione

di combatterci--per impedire alle armi della giustizia di giungere

almeno sino a Roma» ci trovò amici; e comunque sia, io sono fiero di non

essermi lordato del sangue di quei miei concittadini, anch'essi,

finalmente destinati, per la maggior parte, ad abbassare l'insolenza

dello straniero, che le nostre discordie avevano assuefatto a

disprezzarci.

NOTE:

[60] Ricordo fra le frazioni di corpi, che marciarono con me, i bravi

calabresi di Stocco. Quel prode generale era stato ferito a Calatafimi,

e non ricordo se si trovasse in quel giorno a Caserta.

[61] Dispaccio di Farini a Bonaparte.

CAPITOLO LXIII.

COZZO, LIA ED I NOSTRI FERITI.

E l'uomo, e le sue tombe, e l'estreme sembianze

E le reliquie della terra e del ciel

Travolge il tempo.

(FOSCOLO).

De questi affari no ve ne mescé,

Lasciè fa i frati, che l'e o seu mestè.

(_Genova_).

Dopo il 2 ottobre, il compito dell'esercito meridionale era finito, e

non potendo far meglio, convenne _lasciar fare a chi tocca_. Io

approfittai quindi della mia inutilità negli affari di guerra, per fare

una visita ai miei fratelli d'armi feriti.

Ne ho già veduti dei cadaveri e dei feriti--in questa mia tempestosa

vita--su varii campi di battaglia, e per fare un po' come gli altri, ho

cercato d'indurire il cuore alla vista delle stragi, delle mutilazioni,

dei macelli umani!

Comunque, se indurito dall'abitudine, ho potuto contemplare con

indifferenza i morti, anche numerosi, i sofferenti però m'hanno sempre

commosso, e, se ho potuto, ho cercato di alleggerirne i patimenti.

Tu, Italia! hai molti preti, molte malve, molti epuloni, che non

lavorano, e mangiano per cinquanta alle spalle dei poveri; tu hai molti

ladri, piccoli e grandissimi, e cotesti costituiscono il tuo

abbassamento e le tue miserie! Ma....... hai molti prodi! E se i primi

sono tenaci nelle loro bugiarde dottrine, nei loro furti e nelle tue

miserie, i tuoi veri figli progrediscono in idoneità per servirti, e non

soffrire di vederti oltraggiare da chicchessia.

Calpesta sotto i piedi le paure di chi ti governa; cotesta è gente a

pancia grossa e molto interessata, com'è naturale, a salvarla dalle

prepotenze straniere o dalla fame interna.

Nell'avvenire, però, non sarai insultata: ne rispondono le generazioni

che sorgono--bambine, nell'ultima metà di questo secolo, ma che non ne

aspetteranno la fine per essere giganti.

Io li ho veduti feriti, mutilati o morenti tutti quei superbi campioni

dell'onore e della libertà Italiana: Gradenigo, Rossetti, Risso, Masina,

Boldrini, Manara, Montaldi, Montanari, Ciceruacchio, Giovagnolli, Manin,

Taddei, Ferraris, Rossi, Cozzo, Denobili, Specchi, Debenedetti,

Cottabene, Bronzetti, Elia, Bandi, Mameli, Maiocchi, Cucchi, Sgarellino,

Bovi, Vigo, Franchi, Lombardi, Dandolo ed i martiri fratelli Cairoli,

Debenedetti e Bronzetti, che riassumono uno dei più splendidi

martirologi che mai abbia annoverato la storia. Accanto ai Bandiera, a

Pisacane ed a Imbriani, io collocherei altre migliaia di martiri, se vi

arrivassero la mia memoria ed il mio ingegno. Lascio quindi ad altri,

più di me capaci, la cara e patriottica commemorazione.

Io gli ho veduti morenti! e narro di loro cogli occhi umidi ed il cuore

commosso. Sì! morenti quei miei cari giovinetti! leoni sul campo di

battaglia, ora giacenti sul letto del dolore! Molti non giungevano ai

tre lustri! Le loro belle capigliature--bionde, nere, castagne--poichè

esse ponno additare alle varie latitudini di questa bella nostra

penisola--le loro belle chiome erano scapigliate, ed a molti intrise di

sangue!

Io piango scrivendo!.....

I loro occhi infantili--in cui han cessato di bearsi le genitrici

sventurate--i loro occhi, rivolti a me, animaronsi, come se volessero

rassicurarmi, consolarmi nel mio cordoglio e dirmi: «Non è nulla! il

dover nostro l'abbiamo fatto, e moriamo contenti, giacchè la vittoria

sorrise alle armi dei valorosi!»

A molti, il loro ultimo pensiero era rivolto a questa terra, che per

loro, per il nobile sacrificio della loro vita, non sarà più ancella di

prepotenti--e morivano esclamando: «Viva l'Italia!»--E l'Italia li ha

scordati: poveri giovani!.....

Le loro madri cercheranno invano ove caddero, ove morirono, ed ove

furono sepolti, forse, dalla commiserazione di qualche bifolco!

E l'Italia lascia in piedi il monumento eretto dai suoi barattieri,

corruttori e carnefici al mercenario straniero! Oh s'io potessi

ricordarmi di tutti i vostri nomi, miei cari, belli, giovani compagni!

Io, con questa mano già indurita dagli anni, inerte, li consacrerei in

queste povere pagine alla gratitudine di generazioni men ciarliere, ma

che sapranno dovutamente apprezzare il sublime olocausto dell'esistenza

vostra preziosa.

Sì, l'Italia rammenterà il vostro eroismo, quando, passati questi

schifosi tempi di miserie, di depredazioni e di garanzie alla

menzogna--che ridicolissimamente occupano tutti gli istanti di queste

cime regolatrici del mondo--essa potrà vivere dignitosamente e

liberamente senza offendere, ma senza temer nessuno.

In uno stanzino dell'ospedale di Caserta, lo trovai finalmente, quel

caro e simpatico Cozzo--quel prototipo della brillante gioventù

palermitana--oggi vispa, audace, valorosa come lo fu alcuni secoli fa,

quando esterminava sino all'ultimo i boriosi antenati dei moderni

_Chauvins_.--Cozzo, che vedevo raramente in tempi ordinari, ma che

m'appariva sempre nei giorni di battaglie, ove maggiore era il pericolo,

e vi assicuro che quell'aspetto suo, d'una risoluzione ferrea e calma

nello stesso tempo, mi era di buon augurio.

Anche Cozzo baciai coll'affetto di padre, ed a lui diressi alcune poche

parole di conforto, senza speranza nella mia coscienza..... Su

quell'angelico volto, la morte aveva già scolpito l'impronta della

terribile sua falce! Egli mi sorrise, con un sorriso..... ch'io porterò

impresso nel mio cuore tutta la vita! Era sorriso d'affetto.--Cozzo

sapeva ch'io l'amava tanto!--e lo trovò, quel caro sorriso, nelle

mortali sue angoscie.

Lia era al capezzale di Cozzo.--Lia, la contadina della _conca

d'oro_[62], la bella fanciulla dall'occhio nero e fulgidissimo come

quello dell'aquila. Essa procurava di sorridere al suo caro, quando gli

occhi loro s'incontravano; ma poi, da lui non vista, struggevasi in

dirottissimo pianto.

Cozzo aveva il petto rotto da una palla borbonica, e lesa

incurabilmente, una parte vitale.

Egli affrontò la mitraglia nemica, alla testa della colonna che decise

della vittoria nel 1º ottobre. Rimase sul campo esangue, colla sua Lia

accanto, sinchè, terminata la pugna, essa lo fece trasportare nella

stanza in cui lo baciai moribondo.

La sua effigie posa sul mio capezzale, in mezzo a quelle dei Bronzetti e

sotto quelle dei Cairoli e degli altri martiri i di cui ritratti ho

potuto raccogliere.--Felice me! che, nell'avventurosa mia carriera, ho

potuto servire il mio paese con tali compagni!

NOTE:

[62] Valle di Palermo.

CAPITOLO LXIV.

IL SOGNO.

Pareami in sogno al sacro monte in cima

Venir per l'aure a vol, sovr'ali snelle

Tra il coro delle vergini sorelle

Per cui l'uom tanto il viver suo sublima.

(ALFIERI).

Tornai sul luogo della mia nascita e gridai: «Gli amici della mia

gioventù, ove sono?» E l'eco mestamente rispose: «Ove sono?» ...

Nella fortunata campagna del 60, quando i pezzenti della Democrazia

Italiana passeggiavano nei parchi regi, tra i fagiani ed i daini, e

tergevano i loro rozzi calzari sui reali tappeti--in una stanza del

sontuoso palazzo di Caserta, io sognai di Roma.

Roma! il più commovente, il più prezioso, il più stimolante sogno della

mia vita--sempre! perchè sempre innamorato della grandiosa sua storia,

ma massime dall'età di diciotto anni, in cui ebbi la fortuna di potere

tra le macerie delle immense sue rovine, ispirarmi al gran concetto

dell'emancipazione della mia patria e della famiglia umana:--Roma!

ch'io visitai imberbe, per mia ventura, e ch'io salutai per la prima

volta con affetto d'amante:--Roma! alle cui ispirazioni certamente, io

devo il poco operato nella tempestosa mia vita; Roma, infine, il cuore

dell'Italia, l'ideale dell'Italia! e che per essere la più preziosa

delle sue gemme, fu sì accanitamente conculcata, percossa, oltraggiata

da tutte le tirannidi, da tutte le imposture, che, per meglio

corromperla, trasformarla, contaminarla, vi posero il loro seggio di

serpe! E fecero del più grande dei popoli il più infimo! Roma! per cui

questo corpo, oggi cadente, fu forato tre volte. E quando sul Gianicolo

fui ferito in un fianco, alla sua difesa, io esultai con me stesso al

pensiero di morire su d'un colle sì glorioso e per la santa causa della

repubblica.

Era un bel giorno (così il sogno); dall'alto del Campidoglio io

assisteva al sorgere del figlio maggiore dell'Infinito[63] che spuntava

dalle cime dell'Apennino.

Italia aveva conquistato il suo capo nel nido di vipere che avvelenavano

Roma da tanti secoli; era caduto il fulmine, e vi aveva incenerito

persino gli acciai degli strumenti di tortura e di roghi. Vi era un

governo di tutti e per tutti, non so se lo chiamassero Repubblicano, ma

so che il tempio di Temi--della vera--funzionava egualmente per tutti.

Comunque, non era un governo bordello, come quello d'una repubblica

vicina nostra. Ognuno, indisturbato, andava per i fatti suoi; soltanto,

siccome il putridume e la depravazione di costumi erano menomati sì, ma

non scomparsi, essendo recente ancora la caduta dei tiranni, abbisognava

una mano forte e volontà ferma per ripulire a dovere la società, ed un

savio ed energico uomo era stato eletto dalla maggioranza del popolo con

votazione diretta, per aver il fastidio di reggere la cosa pubblica

temporariamente.

Egli non aveva leggi scritte: un mazzo di zolfanelli--senza petrolio,

come vedremo presto--aveva fatto ragione d'ogni parto di certi famosi

legislatori che hanno fatto del mondo una Babele.

La giustizia era da lui amministrata sulla piazza pubblica, e con tempi

piovosi, nel maggiore dei templi del mondo, non più consacrato

all'idolatria ed alla menzogna, ma ai capilavori dell'arte, ed agli

uomini grandi e valorosi, che avevano illustrato l'Italia e sparso il

loro sangue per essa.

Egli aveva un solo segretario, e li vidi io stesso ambedue mangiare un

pezzo di pane e formaggio, per non lasciar la cattedra, in cui si

conformavano di stare anche l'intiero giorno, se occorreva.--Tutto il

loro lusso era un bicchiere di vino buono all'ora del pasto, ed acqua

nel corrente della giornata.

Una centuria di militi cittadini serviva per fare ubbidire le

deliberazioni del savio, giacchè non c'era più in Italia di gente

armata, se non che circa due milioni di cittadini che supplivano a

qualunque specie di servizio, e le di cui occupazioni diurne erano le

officine e l'agricoltura, quando la patria non abbisognava di loro.

Tutta la sequela dei legislatori era stata inviata ad occuparsi di cose

utili, e gli sgherri ed i preti, grandi e piccoli, a bonificare le

paludi Pontine.

Accanto alle ceneri del nido di vipere e dei rottami ardenti vi si

vedeva un altro incendio di cartaccie, a cui i bimbi avevano appiccato

il fuoco, e con delle lunghe canne, gli stessi attendevano a spingere

nel fuoco i fogli renitenti. Vi si scorgevano le parole: Leggi

fondamentali dello Stato: 1º articolo: La religione cattolica apost....

e qui le irrompenti fiamme ne facevano giustizia. In un altro foglio

semi-spento, che i ragazzi con più ardore scaraventavano sul fuoco,

leggevasi: Imposta sul macinato; in altri: Imposta sul sale;

prerogative, privilegi, dotazioni, ordini della Corona d'It....., non so

più di che santi; e quei diavoli di fanciulli spingevano tutto ciò nel

fuoco con tanto ardore ed accanimento, quanto i reverendi del

Sant'Ufficio, in tempi andati, le sventurate vittime dell'Inquisizione.

Dal Capitolino io avevo assistito ad uno dei più solenni spettacoli

della natura: il levar del sole, all'aspetto venerando d'un vero

reggitore di popolo, sedente sull'antica sedia Curale, nel centro del

Foro Romano e dispensando la vera giustizia, non quella del privilegio e

del carnefice, come la intendono i moderni Soloni.

Tal quadro era forse impresso nella mia giovine immaginazione, dacchè

quarantacinque lustri avanti, io per la prima volta passeggiavo

rispettoso ed attonito in quel Foro, ove dettavansi dai nostri antenati

i destini del mondo, e vicino, lontano, nella buona o cattiva fortuna,

giammai si cancellarono nel mio spirito le impressioni raccolte in

quella visita avventurosa.

Dal Capitolino scesi verso il Tevere, passai il ponte che difese Orazio

Coclite, e che i preti chiamarono di San Bartolomeo, e m'incamminai

verso il Gianicolo in cerca dei tumuli dei nostri Achilli italiani che,

contro gli sgherri del Bonaparte sostennero l'onore italiano vilipeso e

calpestato da loro.--Tumuli! E chi doveva innalzare tumuli ai superbi

difensori dell'orbe? Chi? I preti? i preti, secolari traditori d'Italia,

innalzarono tumuli, mausolei ai soldati stranieri che avevano sgozzato

italiani, ma che avevano salvato la _religione_ (la pancia agli

scarafaggi).

Chi lo aveva da innalzare un sarcofago ai valorosi caduti del 30 aprile,

del 3 giugno, dei monti Parioli, di Mentana?--Chi?--I nuovi venuti[64],

i ministri del governo italiano?--gli uomini delle garanzie papali?--Ma

essi hanno paura di Roma, si sgomentano al solo suo nome, e poi hanno

ragione; i pigmei non arrivano a posarsi sulle sedie dei giganti, non si

sentono degni di atteggiarsi tra i monumenti della grandezza umana, ove

posarono in tutta la loro maestà sublime i padroni del mondo!--Sì, hanno

ragione cotesti piccinissimi ermafroditi seguaci d'ogni potere che loro

garantisca il ventre, caporioni della setta dei consorti che si ponno

paragonare al maiale del Casti:

I Mille · 第 20 / 24 段