Ma come si fa! come non saranno ringhiosi gli abitatori di questa

infelice penisola, quando l'inferno vi vomitò il levita prete, maestro

potentissimo d'ogni corruzione, e massime d'ogni discordia, e che per

sventura tanto si è radicato, da diventarne lo svellimento, se non

impossibile, almeno difficilissimo, sia per la protezione dei potenti,

che se ne servono per santificare le loro scelleraggini, sia per

l'imbecillità dei popoli, allettati dal paradiso e spaventati

dall'inferno, frutti del loro idiotismo, sia infine per la manía del

dottrinarismo, che in questi nostri giorni ha vestito, sulla rossa

tunica del repubblicanismo purissimo ed esclusivo, la rancida sottana

del prete!

Sino a Subiaco i nostri amici ebbero discreta strada; ma da codesta

città a Sora, essi furono obbligati a percorrere dei sentieri quasi

impraticabili, e per disgrazia, anche deteriorati dalle piogge

settembrine. A misura che gli ostacoli naturali crescevano, essi ne

trovavano pure degli artificiali, che i preti facevano costruire dai

montanari, a cui dispoticamente comandavano. Piante rovesciate ed

attraversate sui sentieri; i sentieri tagliati da fossi profondi, ed in

certi luoghi gli stessi fossi ricoperti con rami sottili e verdi zolle,

su cui il viatore, mettendo il piede, profondava in un precipizio; e

ponti di legno tagliati o bruciati, con altri ponti in materiale,

distrutti.

Si aggiunga a tutto ciò i terribili torrenti delle montagne, ingrossati

dalle pioggie, e spumanti fra i massi dei loro letti, come i marosi in

una tempesta di mare, e che pur attraversare bisogna, per cercare dei

viveri, e proseguire la meta del viaggio.

I ministri del Dio di pace, poi, avevano ammaestrato i contadini a far

delle imboscate e fucilare i loro fratelli dietro da ripari, come se

fossero belve.

A Trevi, a Tilettino, a Civitella, a Rovetto e a Balserano, furono i

nostri ricevuti a fucilate da gente imboscata in posizioni quasi

inaccessibili. Il Capo che comandava i trecento, ed i compagni suoi,

erano gente, però, da non indietreggiare davanti alle insidie, alle

minaccie e alle imboscate dei chercuti.

Quando scorgevasi il primo fuoco d'un'imboscata, il nostro P..., figlio

di monti più alti degli Apennini, e che formava l'avanguardia colla sua

centuria, lanciavasi come un capriolo, gridando: «in carica!» ciocchè

eseguivano i militi, senza fare un tiro.

Si suppone certamente che i cafoni non aspettavano la tempesta dei

liberi, e se la davano a gambe fuggendo precipitosamente e raccontando

poi che sotto l'assisa della rossa camicia essi avevan scoperto la

simbolica figura del demonio;--codardia che solleticava i chercuti,

interessati a mantenere il popolo nell'ignoranza e nell'abbrutimento.

È certamente codesto il vero modo di rispondere alle imboscate:

caricarle al primo indizio, se ne esce sempre meglio--e caricarle senza

far fuoco, poichè commettendo l'imprudenza di tirare dallo scoperto,

contro gente coperta, è sempre fatale.

A Sora l'affare fu più serio, essendo la forza nemica maggiore, ed

essendosi questa fortificata a circa mezzo miglio dalla città in una

stretta formidabile.

Gli esploratori nostri, però, avendo avvertito il capo che molta forza

nemica nascondevasi dietro i ripari che si vedevano di fronte, Nullo

pensò saviamente d'inviare un terzo della forza a girare il nemico per

la sua sinistra--ciocchè fu eseguito, con grandissima difficoltà però,

da P... colla sua centuria.

La prima centuria, comandata da Muzio, capo di stato-maggiore, ed

all'ordine immediato del comandante, doveva attaccar di fronte, mentre

Orazio colla terza centuria stava di sostegno e pronto ad eseguire i

movimenti e gli ordini del capo.

Qui accennerò, per istruzione dei giovani militi, che la situazione

babilonica dell'Europa porterà ancora sui campi di battaglia, alla

necessità d'una forza disponibile per attaccare il nemico di fianco

mentre si attacca di fronte--disposizione sempre utile, quando

possibile, ma particolarmente in posizioni forti come quelle occupate

dai sanfedisti nella presente occasione.

Alle prime fucilate della sinistra nemica contro l'assalente, seconda

centuria, Nullo ordinò la carica, ed i suoi prodi, assuefatti ad

assalire a ferro freddo, furono in un momento sotto le barricate

nemiche, e poco soffrirono dalla grandine di palle che partivano da

quelle.

Soffrì di più la terza centuria che, caricando in coda, riceveva le

cariche sfioranti le teste di coloro che precedevano. Essa ebbe la

sensibile perdita di sei morti ed una dozzina di feriti, più o meno

gravemente, tra cui il valoroso capitano con una palla in fronte che

fratturò il cranio, ma non lo perforò, per fortuna, rimanendo il

proiettile conficcato a guisa di verruca tra la cute e la parte ossea.

Orazio cadde e lo si credette morto per un pezzo; solo dopo il

combattimento, raccolto dai suoi per seppellirlo, si riconobbe che

respirava ancora, e fu portato nella prima casa.

Benchè molto più numerosi i soldati dei preti, non sostennero a lungo la

mischia coi figli della libertà, ed incalzati a baionettate nelle reni,

essi fuggirono verso la città, che sgombrarono immediatamente all'arrivo

dei nostri.

Alla folla dei fuggenti sanfedisti seguì altra folla--spettacolo

veramente miserando--di fanciulli, donne e preti coperti di stole

portando il _Santissimo_--come lo chiamano gl'impostori--implorando ed

impetrando--lordi di sacrilegio--il concorso dell'Onnipossente

all'esterminio degli eretici, nemici del re e della santa religione (la

pancia di quei mostri).

Avevan però mancato all'appello le legioni di angioli che i preti

promettevano agl'imbecilli e che dovevano cacciare come nube al vento

gli eserciti maledetti. E qui ci facevan l'onore d'immedesimarci

coll'esercito condotto contro di noi da Farini.

Non giungendo le legioni d'angeli e fuggendo, a rompersi il collo,

quelle dei cafoni, i nostri rimasero padroni assoluti di Sora, ove prima

cura fu quella dei feriti e poi quella di seppellire i morti. In Sora

poterono i liberi rifocillarsi dovutamente e provvedersi di viveri e di

munizioni per continuare il faticoso viaggio, non essendo prudente di

soggiornare molto tempo in un paese ove da un momento all'altro essi

potevano essere assaliti da forze molto superiori.

Comunque, essi furono obbligati di rimanere due giorni essendovi dei

feriti gravemente, come il capitano Orazio, che a qualunque costo non

si volevano lasciar indietro perchè tutti sarebbero stati

inesorabilmente massacrati. Sembrerebbero esagerazioni, eppure sono

verità sacrosante; meglio cader nelle mani dei selvaggi antropofaghi del

nuovo mondo che in quelle dei preti o dei loro seguaci! Sventuratamente

ogni tardanza era fatale ai trecento e dava tempo al nemico d'ingrossare

sulla linea ch'essi dovevano percorrere.

Dacchè vi furono dei feriti nella colonna, Virginia si assunse la

custodia di essi, ora coadiuvata dalle belle sue compagne ed ora da

altre donne benefiche che non mancavano, malgrado la corruzione del

prete, e da chirurghi; imperocchè, essendo la casta dei volontari

composta per lo più di giovani agiati ed intelligenti, è sempre facile

di trovar tra loro dei medici-chirurghi e formare delle ambulanze.

CAPITOLO LVII.

ISERNIA.

. . . . . . . e all'orror di notturni

Silenzi, s'intendea lungo ne' campi

Di falangi un tumulto, e un suon di tube,

E un incalzar di cavalli accorrenti,

Scalpitanti sugl'elmi ai moribondi,

E pianto ed inni, e delle Parche il canto.

(FOSCOLO).

I campi celebri di Maratona co' loro tumulti notturni--che la fervida

poetica immaginazione de' pastori dell'Attica narrava anche in tempi

remoti alla stupenda battaglia dell'indipendenza greca--quei superbi

campi e quei fatti gloriosi ebbero la fortuna d'esser cantati da due dei

più potenti genii poetici che abbia prodotto il mondo: Byron e

Foscolo.--E perchè non troveranno i loro vati anche le forche caudine ed

i campi di battaglia dell'indipendenza sannita?

Milziade pugnava, è vero, contro un esercito immenso, ma composto

d'effeminati dementi e di schiavi condotti alla battaglia per forza. I

Sanniti, invece, avevano contro di loro le formidabili legioni che

finirono per passeggiare padrone sulla faccia conosciuta della

terra--le vinsero ed inflissero loro la più umiliante delle ignominie,

quella di farle passare curvate sotto le forche erette per oltraggiarle.

Se il Sannio fosse stato compatto come la potenza di Roma in quei tempi,

forse le ugne dell'aquila dei sette colli non avrebbero lasciato le loro

impronte sul mondo.--E dove sono le vestigia di quelle popolazioni

guerriere, di quei superbi vincitori dell'orbe, di quei robusti

discendenti dei Marzi? Essi si sedettero al desco dei dominatori, ne

divisero le prede e con essi furono inghiottiti dal vortice di

corruzione ove si tuffarono tutti i satelliti dell'universale tirannide!

Redenti dal risorgimento italico, perchè quelle belle razze d'uomini non

appariscono più al cospetto degli altri popoli conformi alla loro natura

agili, forti, intemerati, insofferenti di servaggio? Dimandatelo ai

preti per cui oggi si chiaman cafoni; ai preti ch'ebbero il talento di

farne popolazioni di sagrestani, curvi, gobbi, col collo torto a forza

di baciamani e di genuflessioni; ai preti che insegnarono loro l'odio

agli uomini liberi, alle libere istituzioni, alla scienza ed ai suoi

grandi cultori, all'indipendenza patria; ai preti infine che insegnarono

loro a disprezzar l'Italia e a tradirla!

Isernia, capitale dell'antico Sannio occidentale, potrebbesi intitolare,

come Palermo, la _conca d'oro_. Circondata dalle alte cime del

Matese--ove tesoreggiano sorgenti abbondantissime ed inesauribili da

una parte, fra cui dominano le cataratte del Volturno, dall'altra

completando la corona altre delle alte cime apenniniche, ne fanno

veramente un paese incantevole, ove il _touriste_, che fugge le aride ed

infocate contrade, può trovare quanto brama di verdure, aure fresche e

deliziose ed acque zampillanti e cristalline quanto quelle delle Alpi.

Paesi a cui natura fu prodiga d'ogni suo benefizio, e che perciò

attrassero il nero bipede che predica l'astinenza e si pasce di

lussuria. Sì! il prete come il _simoun_ isterilisce in quelle magnifiche

contrade ogni fonte di progresso e di prosperità. Là, ove potrebbero

sorgere dei Chicago e dei Manchester, sorgono invece delle città appena

note sulle carte geografiche, come Isernia e Campobasso, con popolazioni

robuste sì, ma annegate nella più crassa ignoranza.

In Isernia, come dicemmo, stabilì il suo quartier generale monsignor

Corvo, onnipotente per i pieni poteri che aveva dal governo borbonico e

dal papale, onnipotente per la maliziosa e maligna di lui sapienza,

facile ad imporsi su d'un clero ignorante e su popolazioni governate e

traviate dal clero.

Gli ordini di lui furono esattamente compartiti, e certamente il

generale d'un esercito non poteva essere più ciecamente ubbidito.

L'interesse della causa ch'egli serviva, e più l'odio mortale sempre

crescente concepito per i rapitori delle sue donne, lo tenevano in un

orgasmo indescrivibile. Guai per i nostri amici, se i dipendenti di

Corvo avessero avuto la metà del coraggio e dell'attività sua!

Comunque, sulla strada che doveano percorrere i trecento per giungere ad

Isernia, ogni specie di ostacoli furono innalzati e adoperati a

profusione. Taglio di piante e di strade, trincee, imboscate, mine,

distruzione di ponti e quante scelleraggini inventa la malissima umana

intelligenza, quando propensa o spinta all'esterminio della propria

specie; tutto fu messo in opera dai cafoni diretti da chercuti o non

chercuti reazionari.

Per fortuna Nullo ebbe sentore di tanti diabolici preparativi, ed invece

di prendere la strada diretta ad Isernia, fece obliquare la colonna a

sinistra, valicò i monti ad oriente e gettossi nella vallata del Sangro

che percorse sino ad Alfedena; varcò una seconda volta i monti, e per

Rionero incamminossi sullo stradale che conduce ad Isernia.

Da Rionero, avanti però, comincia una storia ben dolorosa per i nostri

prodi amici. Il loiolesco, poco fidandosi delle attitudini guerresche

de' suoi cafoni, avea chiesto un battaglione di cacciatori al re di

Napoli, e l'esercito borbonico dovendosi chiudere nelle fortezze di

Capua e di Gaeta, non fu difficile ottenerlo. Cotesti soldati, già

agguerriti in varii combattimenti, esperti tiratori ed armati

d'eccellenti carabine, cagionarono gran danno ai figli di Roma.

In tutti i zig-zag della strada che da Rionero va ad Isernia, v'erano

fossi, barricate e truppe nemiche imboscate. I prodi militi di Nullo

caricavano qualunque imboscata e la conquistavano a misura che si

scopriva, ma ogni volta, pei tiri accertati dei cacciatori borbonici,

essi lasciavano qualche vittima, ed il numero dei feriti cresceva, con

grande imbarazzo dei nostri, in un paese ove tutti fuggivano, e

portavano via gli animali ed ogni specie di veicoli. L'unico mezzo per

portare i feriti era dunque quello delle barelle, costrutte come si

poteva, e con grande spreco di gente per portarle--ciocchè menomava

orribilmente il numero dei combattenti.

Così si giunse sino alle porte d'Isernia, ove Nullo, credendo di trovare

seria resistenza, aveva prese tutte le precauzioni per l'attacco che ad

un capo come lui suggerivano la risoluzione e l'esperienza.

Quale fu lo stupore dei nostri quando gli esploratori vennero indietro

annunziando che la città era deserta di nemici e di popolazione! E

veramente tutta la brigata entrò senza verun ostacolo.

Se nei paesi ove si compiacciono di scialacquare gl'invasori--come

l'Italia, per esempio, ed oggi un po' anche la Francia--si facessero ai

nemici le accoglienze fatte da quei d'Isernia ai trecento, per ordine di

monsignor Corvo, io sono sicuro che succederebbe come successe in Spagna

ed in Russia agli eserciti del primo Bonaparte--lezione che ha fatto

inviolabili i territorii di quegli Stati ove la nazione era veramente

decisa di non piegare il collo.

Ma che succedeva nei felici e ricchi paesi d'Italia e Francia? Giungeva

il nemico--voi vedevate dal sindaco al sagrestano corrergli incontro con

musi ridenti--non dico volti, poichè quelle mutrie non appartengono a

razza umana--domandare di che abbisognava, ed a gara l'uno dell'altro,

rompersi il collo per soddisfare ai bisogni--sollecitudini il più

sovente pagate con bastonate o peggio.

Giungevano i connazionali--fossero essi _francs-tireurs_ o

volontari--stanchi, decimati dalle palle nemiche o dalla

fame.........--«Via! via presto che ci compromettete. I prussiani o i

turchi hanno portato via tutto: nulla più abbiamo»--e tante altre simili

cantilene.

Fortuna se si era in molti, allora qualche cosa da mangiare e da bere si

trovava; in pochi, anche le donne vi correvan sopra colle scope!

E qui lo spigolatore dell'_Unità Italiana_ mi ricorderà l'_antifona_ mia

favorita; e siccome, come ogni fedele, sono anch'io un po' di testa dura

e dò poca retta agli spigolatori del dottrinarismo, qui, dico, forse per

la centesima volta, devo ricordare agli Italiani che gli ho veduti

anch'io i preti col crocifisso alla mano, seguiti da una folla di popolo

plaudente, sventuratamente italiano, precedere la trionfale entrata

dello straniero nei paesi nostri.

Nelle strade d'Isernia non si vedeva un solo individuo; ed in alcune

case trovaronsi pochi vecchi infermi, che la popolazione non aveva avuto

tempo di trasportare. Fu cotesto provvedimento del gesuita, e ciò prova

quant'era l'astuzia e la capacità di questo nemico del genere umano.

Serva questo d'esempio ai nostri concittadini, sempre pronti ad

inchinarsi davanti allo straniero facendo così facilissime le invasioni.

Io spero che l'Italia non cadrà più in tali grossolani ed umilianti

errori; spero sopratutto che essa non avrà più mai invasioni straniere;

ma in caso di tanta sventura, per il pessimo stato delle sue

istituzioni, devono essere castigate coll'ultimo rigore e consacrate ad

infamia eterna quelle autorità che non comandano all'avvicinarsi del

nemico lo sgombro generale di tutto l'abitato ed il trasporto in luogo

sicuro, anche sui monti o nelle foreste, di ogni oggetto che gli possa

servire, massime il bestiame e gli alimenti per uomini ed animali,

abbruciando tutto quanto non si può trasportare.

Vorrei di più, che si castigasse rigorosamente chiunque ha potuto

sfuggire il nemico e non l'ha fatto, sotto l'imputazione di spia, e

chiunque ha provveduto, anche con un bicchier d'acqua, il soldato

straniero.

Poichè noi Italiani dobbiamo finalmente capirla, quegli invasori che i

preti accolgono col crocifisso alla mano per ingannare il povero popolo,

sono ladri, assassini spinti sotto falsi pretesti a derubarci del sudore

delle nostre fronti ed a prostituire i domestici focolari--si chiamino

essi francesi, austriaci, turchi od altro--e che dovere di

tutti--giacchè si tratta della causa di tutti--si è di distruggerli con

tutti i mezzi possibili. Operando in tal modo ed obbligando alle armi

chi vuole e chi non vuole, cioè due milioni di militi (10 per 100 come

in Svizzera), la nostra Italia è invincibile.

Il loiolita, con tutta la malizia che gli conosciamo, aveva saputo

adoperare tutti i mezzi e tutti gli stratagemmi di guerra in cui molti

dei generali borbonici avrebbero desiderato di eguagliarlo. Egli disse

tra sè: «Questi demonii di rompicolli, per argine che loro si opponga in

Isernia, finiranno per superarlo: e questi cafoni, anche dopo d'aver

distrutto la metà dei nemici, finiranno per darsela a gambe.--Quindi,

meglio far un deserto della città, ove nulla potrà più trovarsi, e

portare la guerra in una posizione vantaggiosa al di fuori, in cui, dopo

fuggiti i miei codardi, almeno i nemici non troveranno altro che feriti

e cadaveri».

Con tale ragionamento diabolico, e dopo d'aver ordinato quanti ostacoli

era possibile al progresso dei trecento, egli comandò la completa

evacuazione della città in nome del re e della religione.

L'evacuazione fu eseguita in modo da non lasciare nella città che

pochissimi vecchi infermi, non trasportabili. Le vicinanze delle

montagne e dei boschi presentavano dei nascondigli inaccessibili ai non

pratici; ed ogni specie di vettovaglie, bestiame, ecc., che avesse

potuto servire ai perduti, vi fu nascosto con cura particolare.

Tutti gli uomini validi, poi, diretti dal comandante del battaglione di

fanteria e da varii ufficiali del genio, venuti pure dall'esercito

borbonico, organizzaronsi indietro d'Isernia verso Taliverna, Venafro ed

i monti che costeggiano la strada a settentrione. Tale sistema di difesa

ed offesa era degno d'una causa migliore. E si intende che monsignor

Corvo volle mantenersi al comando supremo dell'esercito della fede. Ed

era veramente fede ciò che portava sui campi della morte tutta quella

massa d'infelici concittadini, poichè, se fossero stati guidati dalla

ragione, essi avrebbero capito che servivano chi li ingannava e li

vendeva, mentre pugnavano per l'esterminio dei valorosi campioni della

loro causa, cioè quella degli oppressi!

Nullo, da quell'esimio capo che era, concepì tutto il pericolo della

situazione; ma trovò nello stesso tempo nell'intimo dell'anima sua tutta

la energia che tale critica posizione richiedeva.--Molti davano per

motivo dell'abbandono d'Isernia lo spavento cagionato dai nostri alla

popolazione; ma egli non ingannossi, e, senza manifestare il suo

criterio, si attenne alla conseguenza che qualche stratagemma fosse

meditato dal nemico, oppure che si fosse trincerato in forti posizioni

sulla strada che si doveva percorrere; e così era veramente.

Il più terribile della situazione dei militi della libertà, era il gran

numero dei feriti--proporzionatamente all'esiguo numero degli avanzi dei

trecento--ed era cotesto il maggiore dei pensieri dell'illustre capo.

Abbandonarli quei prodi compagni feriti!--nemmeno per sogno, piuttosto

perire tutti che lasciare alla ferocia del prete e de' suoi fanatici

tante nobili vittime!--E così si fu obbligati di rimanere per alcuni

giorni in Isernia, ove nulla si trovava perchè portato via o distrutto;

ma almeno i sofferenti avevano un tetto da ricoverarsi dalle intemperie

ed alcuni giacigli ove riposare le membra stanche ed addolorate. Si

prepararono delle barelle in mancanza di veicoli; si sacrificarono

alcuni cavalli e si trovarono pochi polli nei dintorni per avere un po'

di brodo per gl'infermi. Difficilissimo, poi, fu trovare dei panni da

far fascie e filaccie per le ferite. Anche i sani trovarono

difficilmente da mangiare e fu quindi ben malinconico il soggiorno dei

nostri in Isernia.

Che importava fossero italiani, e della miglior specie! Essi erano

eretici! maledetti da Dio! e quindi condannati all'inferno! all'inferno,

capite!--in quella bagatella di fuoco eterno che i preti han trovato sì

comodo per arrostire coloro che non vogliono saperne della loro bottega

e che non vogliono pascere l'insaziabile loro ventre e le sante loro

lussurie!

Venne finalmente il giorno della partenza; e benchè molti nella colonna

credessero le maggiori difficoltà superate, non era questa l'opinione

del comandante. Egli non manifestava esteriormente i suoi timori, ma nel

fondo dell'anima sentiva un presentimento invincibile di sciagura.

Comunque, egli ordinò un sistema di marcia con tutte le precauzioni

richieste in circostanza di pericolo. P... colla sua centuria,

assottigliata dalle diverse pugne, continuò a fare l'avanguardia. La

centuria di Muzio, con cui trovavasi Nullo, occupava il centro;

seguivano i veicoli e le barelle dei feriti, e la retroguardia fu

affidata alla centuria d'Orazio, comandata dal tenente Ezio in

sostituzione del capitano ferito gravemente.

Alcuni veicoli, che prima si chiamavano dell'Intendenza, servivano pei

feriti, e se qualche briciolo d'alimento esisteva nella brigata, questo

era ben custodito nel sacco o nella saccoccia di alcuni militi.

Tra Taliverna e Venafro scorre il Volturno, ancora torrente e colle

sponde scoscese. Lo stradale traversa quasi perpendicolarmente il fiume

su cui esisteva un ponte che venne minato dai borbonici; e fu in questo

luogo ove il generale Corvo ammassò tutti i suoi mezzi di resistenza. E

veramente, per opporsi ai progressi dei liberi italiani, sito più

conveniente e più formidabile, era ben difficile trovare.

Lina, Virginia e Marzia marciavano nel centro in coda alla centuria di

Muzio, ove occupavansi anche della custodia dei feriti.--Esse avevano

partecipato alle antecedenti pugne, armate di carabina, e mettendo piede

a terra quando abbisognava. In Isernia però erano state obbligate di

cedere i loro cavalli per l'inesorabile bisogno di mangiare e di avere

del brodo.

A piedi o a cavallo, noi già conosciamo l'intrepidezza delle giovani

eroine, avanzi di venti combattimenti, e la romana Virginia, forse più

per disprezzo della vita, ma anche perchè dotata di natural coraggio,

seguiva valorosamente l'esempio delle compagne, quantunque meno adeguata

alle fatiche ed ai perigli della vita dei campi di battaglia.

Esse avevano affrontato il pericolo con ilarità sino a questo giorno,

dimenticando le due romane anche la consueta malinconia. Ma oggi (credo

28 ottobre 1860) certo presentimento, che si guardavano di manifestarsi

reciprocamente, annuvolava i loro volti raffaelleschi.

In un momento d'alto, Lina che non poteva stare nella pelle, scostossi

un poco a destra, salendo su di una piccola eminenza. Essa gettò lo

sguardo, acuto e penetrante come quello dell'aquila, verso le maestose

cime del Matese; ne contemplava la scoscesa catena adorna di piante

secolari di quercie e di castagni, formando boschi foltissimi in alcuni

punti; e mentre divagava la vista nell'imponente spettacolo, essa ad un

tratto, rivolta alle compagne, esclamò:

«Vedete! vedete!» segnando ad un punto non lontano al di là del

Volturno.

«Ma noi nulla scorgiamo» rispose Marzia incamminandosi al punto ove

trovavasi l'amica.

«Non vedete quanta gente si aggira dietro a quelle piante?» ed indicava

il punto coll'indice.

I Mille · 第 17 / 24 段