infelice penisola, quando l'inferno vi vomitò il levita prete, maestro
potentissimo d'ogni corruzione, e massime d'ogni discordia, e che per
sventura tanto si è radicato, da diventarne lo svellimento, se non
impossibile, almeno difficilissimo, sia per la protezione dei potenti,
che se ne servono per santificare le loro scelleraggini, sia per
l'imbecillità dei popoli, allettati dal paradiso e spaventati
dall'inferno, frutti del loro idiotismo, sia infine per la manía del
dottrinarismo, che in questi nostri giorni ha vestito, sulla rossa
tunica del repubblicanismo purissimo ed esclusivo, la rancida sottana
del prete!
Sino a Subiaco i nostri amici ebbero discreta strada; ma da codesta
città a Sora, essi furono obbligati a percorrere dei sentieri quasi
impraticabili, e per disgrazia, anche deteriorati dalle piogge
settembrine. A misura che gli ostacoli naturali crescevano, essi ne
trovavano pure degli artificiali, che i preti facevano costruire dai
montanari, a cui dispoticamente comandavano. Piante rovesciate ed
attraversate sui sentieri; i sentieri tagliati da fossi profondi, ed in
certi luoghi gli stessi fossi ricoperti con rami sottili e verdi zolle,
su cui il viatore, mettendo il piede, profondava in un precipizio; e
ponti di legno tagliati o bruciati, con altri ponti in materiale,
distrutti.
Si aggiunga a tutto ciò i terribili torrenti delle montagne, ingrossati
dalle pioggie, e spumanti fra i massi dei loro letti, come i marosi in
una tempesta di mare, e che pur attraversare bisogna, per cercare dei
viveri, e proseguire la meta del viaggio.
I ministri del Dio di pace, poi, avevano ammaestrato i contadini a far
delle imboscate e fucilare i loro fratelli dietro da ripari, come se
fossero belve.
A Trevi, a Tilettino, a Civitella, a Rovetto e a Balserano, furono i
nostri ricevuti a fucilate da gente imboscata in posizioni quasi
inaccessibili. Il Capo che comandava i trecento, ed i compagni suoi,
erano gente, però, da non indietreggiare davanti alle insidie, alle
minaccie e alle imboscate dei chercuti.
Quando scorgevasi il primo fuoco d'un'imboscata, il nostro P..., figlio
di monti più alti degli Apennini, e che formava l'avanguardia colla sua
centuria, lanciavasi come un capriolo, gridando: «in carica!» ciocchè
eseguivano i militi, senza fare un tiro.
Si suppone certamente che i cafoni non aspettavano la tempesta dei
liberi, e se la davano a gambe fuggendo precipitosamente e raccontando
poi che sotto l'assisa della rossa camicia essi avevan scoperto la
simbolica figura del demonio;--codardia che solleticava i chercuti,
interessati a mantenere il popolo nell'ignoranza e nell'abbrutimento.
È certamente codesto il vero modo di rispondere alle imboscate:
caricarle al primo indizio, se ne esce sempre meglio--e caricarle senza
far fuoco, poichè commettendo l'imprudenza di tirare dallo scoperto,
contro gente coperta, è sempre fatale.
A Sora l'affare fu più serio, essendo la forza nemica maggiore, ed
essendosi questa fortificata a circa mezzo miglio dalla città in una
stretta formidabile.
Gli esploratori nostri, però, avendo avvertito il capo che molta forza
nemica nascondevasi dietro i ripari che si vedevano di fronte, Nullo
pensò saviamente d'inviare un terzo della forza a girare il nemico per
la sua sinistra--ciocchè fu eseguito, con grandissima difficoltà però,
da P... colla sua centuria.
La prima centuria, comandata da Muzio, capo di stato-maggiore, ed
all'ordine immediato del comandante, doveva attaccar di fronte, mentre
Orazio colla terza centuria stava di sostegno e pronto ad eseguire i
movimenti e gli ordini del capo.
Qui accennerò, per istruzione dei giovani militi, che la situazione
babilonica dell'Europa porterà ancora sui campi di battaglia, alla
necessità d'una forza disponibile per attaccare il nemico di fianco
mentre si attacca di fronte--disposizione sempre utile, quando
possibile, ma particolarmente in posizioni forti come quelle occupate
dai sanfedisti nella presente occasione.
Alle prime fucilate della sinistra nemica contro l'assalente, seconda
centuria, Nullo ordinò la carica, ed i suoi prodi, assuefatti ad
assalire a ferro freddo, furono in un momento sotto le barricate
nemiche, e poco soffrirono dalla grandine di palle che partivano da
quelle.
Soffrì di più la terza centuria che, caricando in coda, riceveva le
cariche sfioranti le teste di coloro che precedevano. Essa ebbe la
sensibile perdita di sei morti ed una dozzina di feriti, più o meno
gravemente, tra cui il valoroso capitano con una palla in fronte che
fratturò il cranio, ma non lo perforò, per fortuna, rimanendo il
proiettile conficcato a guisa di verruca tra la cute e la parte ossea.
Orazio cadde e lo si credette morto per un pezzo; solo dopo il
combattimento, raccolto dai suoi per seppellirlo, si riconobbe che
respirava ancora, e fu portato nella prima casa.
Benchè molto più numerosi i soldati dei preti, non sostennero a lungo la
mischia coi figli della libertà, ed incalzati a baionettate nelle reni,
essi fuggirono verso la città, che sgombrarono immediatamente all'arrivo
dei nostri.
Alla folla dei fuggenti sanfedisti seguì altra folla--spettacolo
veramente miserando--di fanciulli, donne e preti coperti di stole
portando il _Santissimo_--come lo chiamano gl'impostori--implorando ed
impetrando--lordi di sacrilegio--il concorso dell'Onnipossente
all'esterminio degli eretici, nemici del re e della santa religione (la
pancia di quei mostri).
Avevan però mancato all'appello le legioni di angioli che i preti
promettevano agl'imbecilli e che dovevano cacciare come nube al vento
gli eserciti maledetti. E qui ci facevan l'onore d'immedesimarci
coll'esercito condotto contro di noi da Farini.
Non giungendo le legioni d'angeli e fuggendo, a rompersi il collo,
quelle dei cafoni, i nostri rimasero padroni assoluti di Sora, ove prima
cura fu quella dei feriti e poi quella di seppellire i morti. In Sora
poterono i liberi rifocillarsi dovutamente e provvedersi di viveri e di
munizioni per continuare il faticoso viaggio, non essendo prudente di
soggiornare molto tempo in un paese ove da un momento all'altro essi
potevano essere assaliti da forze molto superiori.
Comunque, essi furono obbligati di rimanere due giorni essendovi dei
feriti gravemente, come il capitano Orazio, che a qualunque costo non
si volevano lasciar indietro perchè tutti sarebbero stati
inesorabilmente massacrati. Sembrerebbero esagerazioni, eppure sono
verità sacrosante; meglio cader nelle mani dei selvaggi antropofaghi del
nuovo mondo che in quelle dei preti o dei loro seguaci! Sventuratamente
ogni tardanza era fatale ai trecento e dava tempo al nemico d'ingrossare
sulla linea ch'essi dovevano percorrere.
Dacchè vi furono dei feriti nella colonna, Virginia si assunse la
custodia di essi, ora coadiuvata dalle belle sue compagne ed ora da
altre donne benefiche che non mancavano, malgrado la corruzione del
prete, e da chirurghi; imperocchè, essendo la casta dei volontari
composta per lo più di giovani agiati ed intelligenti, è sempre facile
di trovar tra loro dei medici-chirurghi e formare delle ambulanze.
CAPITOLO LVII.
ISERNIA.
. . . . . . . e all'orror di notturni
Silenzi, s'intendea lungo ne' campi
Di falangi un tumulto, e un suon di tube,
E un incalzar di cavalli accorrenti,
Scalpitanti sugl'elmi ai moribondi,
E pianto ed inni, e delle Parche il canto.
(FOSCOLO).
I campi celebri di Maratona co' loro tumulti notturni--che la fervida
poetica immaginazione de' pastori dell'Attica narrava anche in tempi
remoti alla stupenda battaglia dell'indipendenza greca--quei superbi
campi e quei fatti gloriosi ebbero la fortuna d'esser cantati da due dei
più potenti genii poetici che abbia prodotto il mondo: Byron e
Foscolo.--E perchè non troveranno i loro vati anche le forche caudine ed
i campi di battaglia dell'indipendenza sannita?
Milziade pugnava, è vero, contro un esercito immenso, ma composto
d'effeminati dementi e di schiavi condotti alla battaglia per forza. I
Sanniti, invece, avevano contro di loro le formidabili legioni che
finirono per passeggiare padrone sulla faccia conosciuta della
terra--le vinsero ed inflissero loro la più umiliante delle ignominie,
quella di farle passare curvate sotto le forche erette per oltraggiarle.
Se il Sannio fosse stato compatto come la potenza di Roma in quei tempi,
forse le ugne dell'aquila dei sette colli non avrebbero lasciato le loro
impronte sul mondo.--E dove sono le vestigia di quelle popolazioni
guerriere, di quei superbi vincitori dell'orbe, di quei robusti
discendenti dei Marzi? Essi si sedettero al desco dei dominatori, ne
divisero le prede e con essi furono inghiottiti dal vortice di
corruzione ove si tuffarono tutti i satelliti dell'universale tirannide!
Redenti dal risorgimento italico, perchè quelle belle razze d'uomini non
appariscono più al cospetto degli altri popoli conformi alla loro natura
agili, forti, intemerati, insofferenti di servaggio? Dimandatelo ai
preti per cui oggi si chiaman cafoni; ai preti ch'ebbero il talento di
farne popolazioni di sagrestani, curvi, gobbi, col collo torto a forza
di baciamani e di genuflessioni; ai preti che insegnarono loro l'odio
agli uomini liberi, alle libere istituzioni, alla scienza ed ai suoi
grandi cultori, all'indipendenza patria; ai preti infine che insegnarono
loro a disprezzar l'Italia e a tradirla!
Isernia, capitale dell'antico Sannio occidentale, potrebbesi intitolare,
come Palermo, la _conca d'oro_. Circondata dalle alte cime del
Matese--ove tesoreggiano sorgenti abbondantissime ed inesauribili da
una parte, fra cui dominano le cataratte del Volturno, dall'altra
completando la corona altre delle alte cime apenniniche, ne fanno
veramente un paese incantevole, ove il _touriste_, che fugge le aride ed
infocate contrade, può trovare quanto brama di verdure, aure fresche e
deliziose ed acque zampillanti e cristalline quanto quelle delle Alpi.
Paesi a cui natura fu prodiga d'ogni suo benefizio, e che perciò
attrassero il nero bipede che predica l'astinenza e si pasce di
lussuria. Sì! il prete come il _simoun_ isterilisce in quelle magnifiche
contrade ogni fonte di progresso e di prosperità. Là, ove potrebbero
sorgere dei Chicago e dei Manchester, sorgono invece delle città appena
note sulle carte geografiche, come Isernia e Campobasso, con popolazioni
robuste sì, ma annegate nella più crassa ignoranza.
In Isernia, come dicemmo, stabilì il suo quartier generale monsignor
Corvo, onnipotente per i pieni poteri che aveva dal governo borbonico e
dal papale, onnipotente per la maliziosa e maligna di lui sapienza,
facile ad imporsi su d'un clero ignorante e su popolazioni governate e
traviate dal clero.
Gli ordini di lui furono esattamente compartiti, e certamente il
generale d'un esercito non poteva essere più ciecamente ubbidito.
L'interesse della causa ch'egli serviva, e più l'odio mortale sempre
crescente concepito per i rapitori delle sue donne, lo tenevano in un
orgasmo indescrivibile. Guai per i nostri amici, se i dipendenti di
Corvo avessero avuto la metà del coraggio e dell'attività sua!
Comunque, sulla strada che doveano percorrere i trecento per giungere ad
Isernia, ogni specie di ostacoli furono innalzati e adoperati a
profusione. Taglio di piante e di strade, trincee, imboscate, mine,
distruzione di ponti e quante scelleraggini inventa la malissima umana
intelligenza, quando propensa o spinta all'esterminio della propria
specie; tutto fu messo in opera dai cafoni diretti da chercuti o non
chercuti reazionari.
Per fortuna Nullo ebbe sentore di tanti diabolici preparativi, ed invece
di prendere la strada diretta ad Isernia, fece obliquare la colonna a
sinistra, valicò i monti ad oriente e gettossi nella vallata del Sangro
che percorse sino ad Alfedena; varcò una seconda volta i monti, e per
Rionero incamminossi sullo stradale che conduce ad Isernia.
Da Rionero, avanti però, comincia una storia ben dolorosa per i nostri
prodi amici. Il loiolesco, poco fidandosi delle attitudini guerresche
de' suoi cafoni, avea chiesto un battaglione di cacciatori al re di
Napoli, e l'esercito borbonico dovendosi chiudere nelle fortezze di
Capua e di Gaeta, non fu difficile ottenerlo. Cotesti soldati, già
agguerriti in varii combattimenti, esperti tiratori ed armati
d'eccellenti carabine, cagionarono gran danno ai figli di Roma.
In tutti i zig-zag della strada che da Rionero va ad Isernia, v'erano
fossi, barricate e truppe nemiche imboscate. I prodi militi di Nullo
caricavano qualunque imboscata e la conquistavano a misura che si
scopriva, ma ogni volta, pei tiri accertati dei cacciatori borbonici,
essi lasciavano qualche vittima, ed il numero dei feriti cresceva, con
grande imbarazzo dei nostri, in un paese ove tutti fuggivano, e
portavano via gli animali ed ogni specie di veicoli. L'unico mezzo per
portare i feriti era dunque quello delle barelle, costrutte come si
poteva, e con grande spreco di gente per portarle--ciocchè menomava
orribilmente il numero dei combattenti.
Così si giunse sino alle porte d'Isernia, ove Nullo, credendo di trovare
seria resistenza, aveva prese tutte le precauzioni per l'attacco che ad
un capo come lui suggerivano la risoluzione e l'esperienza.
Quale fu lo stupore dei nostri quando gli esploratori vennero indietro
annunziando che la città era deserta di nemici e di popolazione! E
veramente tutta la brigata entrò senza verun ostacolo.
Se nei paesi ove si compiacciono di scialacquare gl'invasori--come
l'Italia, per esempio, ed oggi un po' anche la Francia--si facessero ai
nemici le accoglienze fatte da quei d'Isernia ai trecento, per ordine di
monsignor Corvo, io sono sicuro che succederebbe come successe in Spagna
ed in Russia agli eserciti del primo Bonaparte--lezione che ha fatto
inviolabili i territorii di quegli Stati ove la nazione era veramente
decisa di non piegare il collo.
Ma che succedeva nei felici e ricchi paesi d'Italia e Francia? Giungeva
il nemico--voi vedevate dal sindaco al sagrestano corrergli incontro con
musi ridenti--non dico volti, poichè quelle mutrie non appartengono a
razza umana--domandare di che abbisognava, ed a gara l'uno dell'altro,
rompersi il collo per soddisfare ai bisogni--sollecitudini il più
sovente pagate con bastonate o peggio.
Giungevano i connazionali--fossero essi _francs-tireurs_ o
volontari--stanchi, decimati dalle palle nemiche o dalla
fame.........--«Via! via presto che ci compromettete. I prussiani o i
turchi hanno portato via tutto: nulla più abbiamo»--e tante altre simili
cantilene.
Fortuna se si era in molti, allora qualche cosa da mangiare e da bere si
trovava; in pochi, anche le donne vi correvan sopra colle scope!
E qui lo spigolatore dell'_Unità Italiana_ mi ricorderà l'_antifona_ mia
favorita; e siccome, come ogni fedele, sono anch'io un po' di testa dura
e dò poca retta agli spigolatori del dottrinarismo, qui, dico, forse per
la centesima volta, devo ricordare agli Italiani che gli ho veduti
anch'io i preti col crocifisso alla mano, seguiti da una folla di popolo
plaudente, sventuratamente italiano, precedere la trionfale entrata
dello straniero nei paesi nostri.
Nelle strade d'Isernia non si vedeva un solo individuo; ed in alcune
case trovaronsi pochi vecchi infermi, che la popolazione non aveva avuto
tempo di trasportare. Fu cotesto provvedimento del gesuita, e ciò prova
quant'era l'astuzia e la capacità di questo nemico del genere umano.
Serva questo d'esempio ai nostri concittadini, sempre pronti ad
inchinarsi davanti allo straniero facendo così facilissime le invasioni.
Io spero che l'Italia non cadrà più in tali grossolani ed umilianti
errori; spero sopratutto che essa non avrà più mai invasioni straniere;
ma in caso di tanta sventura, per il pessimo stato delle sue
istituzioni, devono essere castigate coll'ultimo rigore e consacrate ad
infamia eterna quelle autorità che non comandano all'avvicinarsi del
nemico lo sgombro generale di tutto l'abitato ed il trasporto in luogo
sicuro, anche sui monti o nelle foreste, di ogni oggetto che gli possa
servire, massime il bestiame e gli alimenti per uomini ed animali,
abbruciando tutto quanto non si può trasportare.
Vorrei di più, che si castigasse rigorosamente chiunque ha potuto
sfuggire il nemico e non l'ha fatto, sotto l'imputazione di spia, e
chiunque ha provveduto, anche con un bicchier d'acqua, il soldato
straniero.
Poichè noi Italiani dobbiamo finalmente capirla, quegli invasori che i
preti accolgono col crocifisso alla mano per ingannare il povero popolo,
sono ladri, assassini spinti sotto falsi pretesti a derubarci del sudore
delle nostre fronti ed a prostituire i domestici focolari--si chiamino
essi francesi, austriaci, turchi od altro--e che dovere di
tutti--giacchè si tratta della causa di tutti--si è di distruggerli con
tutti i mezzi possibili. Operando in tal modo ed obbligando alle armi
chi vuole e chi non vuole, cioè due milioni di militi (10 per 100 come
in Svizzera), la nostra Italia è invincibile.
Il loiolita, con tutta la malizia che gli conosciamo, aveva saputo
adoperare tutti i mezzi e tutti gli stratagemmi di guerra in cui molti
dei generali borbonici avrebbero desiderato di eguagliarlo. Egli disse
tra sè: «Questi demonii di rompicolli, per argine che loro si opponga in
Isernia, finiranno per superarlo: e questi cafoni, anche dopo d'aver
distrutto la metà dei nemici, finiranno per darsela a gambe.--Quindi,
meglio far un deserto della città, ove nulla potrà più trovarsi, e
portare la guerra in una posizione vantaggiosa al di fuori, in cui, dopo
fuggiti i miei codardi, almeno i nemici non troveranno altro che feriti
e cadaveri».
Con tale ragionamento diabolico, e dopo d'aver ordinato quanti ostacoli
era possibile al progresso dei trecento, egli comandò la completa
evacuazione della città in nome del re e della religione.
L'evacuazione fu eseguita in modo da non lasciare nella città che
pochissimi vecchi infermi, non trasportabili. Le vicinanze delle
montagne e dei boschi presentavano dei nascondigli inaccessibili ai non
pratici; ed ogni specie di vettovaglie, bestiame, ecc., che avesse
potuto servire ai perduti, vi fu nascosto con cura particolare.
Tutti gli uomini validi, poi, diretti dal comandante del battaglione di
fanteria e da varii ufficiali del genio, venuti pure dall'esercito
borbonico, organizzaronsi indietro d'Isernia verso Taliverna, Venafro ed
i monti che costeggiano la strada a settentrione. Tale sistema di difesa
ed offesa era degno d'una causa migliore. E si intende che monsignor
Corvo volle mantenersi al comando supremo dell'esercito della fede. Ed
era veramente fede ciò che portava sui campi della morte tutta quella
massa d'infelici concittadini, poichè, se fossero stati guidati dalla
ragione, essi avrebbero capito che servivano chi li ingannava e li
vendeva, mentre pugnavano per l'esterminio dei valorosi campioni della
loro causa, cioè quella degli oppressi!
Nullo, da quell'esimio capo che era, concepì tutto il pericolo della
situazione; ma trovò nello stesso tempo nell'intimo dell'anima sua tutta
la energia che tale critica posizione richiedeva.--Molti davano per
motivo dell'abbandono d'Isernia lo spavento cagionato dai nostri alla
popolazione; ma egli non ingannossi, e, senza manifestare il suo
criterio, si attenne alla conseguenza che qualche stratagemma fosse
meditato dal nemico, oppure che si fosse trincerato in forti posizioni
sulla strada che si doveva percorrere; e così era veramente.
Il più terribile della situazione dei militi della libertà, era il gran
numero dei feriti--proporzionatamente all'esiguo numero degli avanzi dei
trecento--ed era cotesto il maggiore dei pensieri dell'illustre capo.
Abbandonarli quei prodi compagni feriti!--nemmeno per sogno, piuttosto
perire tutti che lasciare alla ferocia del prete e de' suoi fanatici
tante nobili vittime!--E così si fu obbligati di rimanere per alcuni
giorni in Isernia, ove nulla si trovava perchè portato via o distrutto;
ma almeno i sofferenti avevano un tetto da ricoverarsi dalle intemperie
ed alcuni giacigli ove riposare le membra stanche ed addolorate. Si
prepararono delle barelle in mancanza di veicoli; si sacrificarono
alcuni cavalli e si trovarono pochi polli nei dintorni per avere un po'
di brodo per gl'infermi. Difficilissimo, poi, fu trovare dei panni da
far fascie e filaccie per le ferite. Anche i sani trovarono
difficilmente da mangiare e fu quindi ben malinconico il soggiorno dei
nostri in Isernia.
Che importava fossero italiani, e della miglior specie! Essi erano
eretici! maledetti da Dio! e quindi condannati all'inferno! all'inferno,
capite!--in quella bagatella di fuoco eterno che i preti han trovato sì
comodo per arrostire coloro che non vogliono saperne della loro bottega
e che non vogliono pascere l'insaziabile loro ventre e le sante loro
lussurie!
Venne finalmente il giorno della partenza; e benchè molti nella colonna
credessero le maggiori difficoltà superate, non era questa l'opinione
del comandante. Egli non manifestava esteriormente i suoi timori, ma nel
fondo dell'anima sentiva un presentimento invincibile di sciagura.
Comunque, egli ordinò un sistema di marcia con tutte le precauzioni
richieste in circostanza di pericolo. P... colla sua centuria,
assottigliata dalle diverse pugne, continuò a fare l'avanguardia. La
centuria di Muzio, con cui trovavasi Nullo, occupava il centro;
seguivano i veicoli e le barelle dei feriti, e la retroguardia fu
affidata alla centuria d'Orazio, comandata dal tenente Ezio in
sostituzione del capitano ferito gravemente.
Alcuni veicoli, che prima si chiamavano dell'Intendenza, servivano pei
feriti, e se qualche briciolo d'alimento esisteva nella brigata, questo
era ben custodito nel sacco o nella saccoccia di alcuni militi.
Tra Taliverna e Venafro scorre il Volturno, ancora torrente e colle
sponde scoscese. Lo stradale traversa quasi perpendicolarmente il fiume
su cui esisteva un ponte che venne minato dai borbonici; e fu in questo
luogo ove il generale Corvo ammassò tutti i suoi mezzi di resistenza. E
veramente, per opporsi ai progressi dei liberi italiani, sito più
conveniente e più formidabile, era ben difficile trovare.
Lina, Virginia e Marzia marciavano nel centro in coda alla centuria di
Muzio, ove occupavansi anche della custodia dei feriti.--Esse avevano
partecipato alle antecedenti pugne, armate di carabina, e mettendo piede
a terra quando abbisognava. In Isernia però erano state obbligate di
cedere i loro cavalli per l'inesorabile bisogno di mangiare e di avere
del brodo.
A piedi o a cavallo, noi già conosciamo l'intrepidezza delle giovani
eroine, avanzi di venti combattimenti, e la romana Virginia, forse più
per disprezzo della vita, ma anche perchè dotata di natural coraggio,
seguiva valorosamente l'esempio delle compagne, quantunque meno adeguata
alle fatiche ed ai perigli della vita dei campi di battaglia.
Esse avevano affrontato il pericolo con ilarità sino a questo giorno,
dimenticando le due romane anche la consueta malinconia. Ma oggi (credo
28 ottobre 1860) certo presentimento, che si guardavano di manifestarsi
reciprocamente, annuvolava i loro volti raffaelleschi.
In un momento d'alto, Lina che non poteva stare nella pelle, scostossi
un poco a destra, salendo su di una piccola eminenza. Essa gettò lo
sguardo, acuto e penetrante come quello dell'aquila, verso le maestose
cime del Matese; ne contemplava la scoscesa catena adorna di piante
secolari di quercie e di castagni, formando boschi foltissimi in alcuni
punti; e mentre divagava la vista nell'imponente spettacolo, essa ad un
tratto, rivolta alle compagne, esclamò:
«Vedete! vedete!» segnando ad un punto non lontano al di là del
Volturno.
«Ma noi nulla scorgiamo» rispose Marzia incamminandosi al punto ove
trovavasi l'amica.
«Non vedete quanta gente si aggira dietro a quelle piante?» ed indicava
il punto coll'indice.