Questi era Talarico, il brigante redento, che attratto dalla bellezza

della fanciulla, e forse dal dovere che ha ogni uomo che non sia un

prete, di servir la causa del suo paese, s'era convertito alla parte

della giustizia e dell'onor nazionale.

Talarico amava Lina come il leone la sua femmina, colla differenza, che

conscio dell'affetto di lei per Nullo, piegava il capo alla fatalità

della sua posizione, e conformavasi come il naufrago, che non potendo

dominar le onde, da esse si lascia travolgere nei gorghi, dopo la lotta

terribile della disperazione.

Lina non l'amava, essendo il vergine suo cuore tutto rivolto

all'incomparabile amante di cui tanto andava superba; comunque, la

fiera, maschia ed ingenua devozione di quel rozzo ma superbo principe

della montagna la solleticava, e nell'anima sua bellicosa, ma

gentilissima, essa non poteva albergare un senso che non fosse di

propensione e d'interesse per quel servo sempre pronto al minimo di lei

desiderio.

Guai a chi avesse tolto un capello alla dea del suo culto! Il ferro del

figlio d'Aspromonte avrebbe solcato il petto dell'insolente come una

lama di fuoco.

Egli, dacchè reso alla schiera dei forti campioni della libertà

italiana, avea trovato nell'anima sua redenta tanta generosità ed

abnegazione, da non esser nemmeno geloso del suo capo, sicchè,

innamoratissimo, senz'altra speranza che quella di una meritata simpatia

dal suo idolo, l'amore di Talarico era diventato di natura celeste, come

quello che ispira tanta ammirazione nella vita squisitamente gentile del

gran cantore di Laura, e che sì maestrevolmente narra il Foscolo:

«Amore in Grecia nudo, e nudo in Roma

«D'un velo candidissimo adornando,

«Depose in grembo a Venere celeste».

L'anima ardente dell'antico principe dell'Apennino, di più, era salda

come l'acciaio, e la coorte dei liberi potea fare assegnamento su di

lui, come sulle proprie daghe.

--«Comandante, disse Talarico a Nullo, che già lo aveva scelto come

guida nelle montagne; Comandante, davanti a noi abbiamo Tivoli, distante

poche miglia, se vogliamo giungervi di notte--ciocchè mi sembra

conveniente--io vi condurrò nella città, per vie a pochi note, e

giungeremo nel centro della stessa, sorprendendo qualunque forza

papalina vi possa essere, e potremo quindi armarci di alcuni fucili».

«Bravo!» fu la risposta di Nullo a Talarico; ed immediatamente il

colonnello ordinò di obliquare a sinistra ed imboscarsi nella selva

sacra del Teverone, per aspettarvi la notte. Fra i militi della brigata,

pochi eran quelli che avean pensato a provvedersi per la campagna, ma

per fortuna in settembre, poche son le provincie d'Italia, ove non si

trovino abbondantemente delle frutta, e con queste, per uomini giovani e

disposti a tutto, poco o niente sentivasi la carestia.

Erano le 7 pom. quando la brigata cominciò a muoversi dal bosco sacro

con Talarico alla testa; essa traversò il Teverone, e ne seguì

silenziosamente la sponda destra, sino ad oltrepassare la famosa

cascata, poi torcendo a destra verso il fiume--che in quel punto

sembrava d'argento, per la calma dell'aria, per il poco declivio,--la

testa della colonna inoltrossi sopra un ponte di legno, e sfilando al di

là della sponda sinistra, trovossi proprio a levante della città, cioè

verso i monti.

La città di Tivoli trovasi in posizione fortissima per chi l'assale da

ponente, verso Roma, ma da levante essa è completamente dominata dai

monti che le stanno a tergo. I Tivolesi non s'aspettavano tale visita; e

siccome in questi tempi di rivoluzione e di congiure clericali, non

mancava il timore; lumi, se ne vedeano alcuni a quell'ora, circa le 9

pom., ma la gente per le contrade era pochissima.

Al primo individuo che capitò nelle mani di Talarico, questi con poche

cerimonie mise la mano al colletto--impose silenzio--e sommessamente

chiese ove trovavasi la truppa. «Ahi!»--fu il primo grido dell'innocente

paesano--quando sentì le graffe del tigre nel collo--poi: «Signor

Piemontese!.....» quando s'avvide esservi molta forza, e secondo pare,

sapevasi esser non lontano l'esercito settentrionale--«Signor

Piemontese!, io sono amico vostro». Ed il poveretto era giustamente uno

di quelli che intendevano per Piemontesi i liberatori, e non

s'ingannava, toltone che i bravi figli del Piemonte, essi stessi

credenti nella liberazione dei fratelli, non sapevano esser guidati

dalla magagna Sabauda-Napoleonica.

«Amico, o non amico, tu hai da condurci ove si trovano i papalini--e

subito!» era la risposta del fiero calabrese. E non v'era tempo da

riflettere, ma ubbidire.

Due compagnie di zuavi _pontifichaux_ formavano la guarnigione di

Tivoli, e siccome a questa bordaglia piace l'Italia per i suoi vini, per

le sue belle donne, particolarmente, a quell'ora ebbri per la maggior

parte, erano anche quasi tutti presso le loro conquiste da trivio.

Una guardia qualunque trovavasi sul magnifico piazzale che a ponente

fronteggia la vecchia capitale del mondo, ed i nostri Romani, sorpresa

la guardia, ne legarono sino all'ultimo individuo, s'impadronirono di

tutte le armi, e disperdendosi poi in tutte le direzioni, armati delle

armi papaline, fecero una razzìa generale di quanti innamorati soldati

del papa trovarono.

I _pontifichaux_ gridarono, urlarono: «à la trahison!» secondo il

solito, e l'alba d'una bella mattinata settembrina li trovava legati

come tanti polli, due per due, alla mercede di gente ch'essi erano

assuefatti a disprezzare, perchè sempre discordi, e che ben potevano

sgozzarli senza tema d'infrangere le leggi della giustizia. Perchè, a

che questi vampiri del sanfedismo, che come i preti hanno la loro

divinità nel ventre, vengono a saziare i loro indecenti appetiti a danno

d'un popolo infelice che li trasse dalle foreste, ove marciavano a

quattro gambe come i gatti, e li pose sui piedi di dietro dicendo loro:

«Siate uomini!»?

I trecento passeggiarono padroni per le vie di Tivoli provvedendosi

d'armi e d'ogni cosa bisognevole per il loro viaggio, mentre che la

popolazione in odio al papato li acclamava con ogni segno di simpatica

benevolenza.

Nullo, a cui non fuggiva la falsa posizione in cui s'ingolfava quel buon

popolo, credente nell'apparizione dell'avanguardia del grande esercito

italiano--ciocchè altro non erano che i pochi esuli dalla città eterna,

così ammonì quella parte della popolazione che s'era affollata intorno

ai nostri militi:

«Fratelli! io vi ringrazio per la manifestazione vostra d'affetto che

ricorderò co' miei compagni tutta la vita. Devo però prevenirvi che noi

non apparteniamo all'esercito italiano, oggi diretto verso il

mezzogiorno, ma bensì a quella schiera dei Mille che, favorita dalla

giustizia della sacrosanta causa d'Italia, oggi milita vittoriosamente

contro i Borboni, alleati dei vostri tiranni;--quindi io vi consiglio

di terminar le vostre acclamazioni per non esporvi alla rabbia pretina,

oggi nel massimo del suo orgasmo».

Il resto della giornata si passò in preparativi di partenza, e verso le

6 pomeridiane incamminossi la brigata verso Subiaco. Una testa di

colonna di cavalleria, formata di dragoni romani, spuntava dalla via di

Roma in quell'ora, ma la cavalleria non si teme, massime nelle montagne

e da gente che non ha paura. Poi, i dragoni romani eran uomini disposti

a non bruttarsi di sangue italiano, anche malgrado gli ordini feroci dei

chercuti. Ciò sapevano i capi, e si contentavano quindi di seguire i

figli della libertà senza raggiungerli e venir con loro a conflitto.

I dragoni romani sapevano per tradizione aver il corpo a cui

appartenevano contribuito gloriosamente alla difesa di Roma contro i

soldati di Bonaparte nel 49--e perciò eran sempre d'animo propenso a far

causa comune coi liberi che consideravan fratelli.

CAPITOLO LIV.

SUBIACO.

. . . . . . . . . . Firenze!

Te beata, gridai: per le felici

Aure pregne di vita e pei lavacri

Che da' suoi gioghi a te versa Apennino.

(FOSCOLO).

È Subiaco, come Firenze, chiave dell'Apennino, ha le convalli popolate

di case e di oliveti, e collocata nella gola d'una di quelle profonde

vallate che mettono alle alte cime della Sibilla, quasi eternamente

coperte di neve, riceve anch'essa i benefici e limpidi lavacri

dell'Apennino.

Solo la pianta prete appesta quelle magnifiche contrade ed inaridisce

quanto di bello vi prodigò natura. Là, come dovunque ove alligna il

veleno, l'uomo vi è ignorante ed abbrutito e curvo, malgrado l'essere di

robusta costituzione.

Uno degli oltraggi più dolorosi--a cui si va esposti nell'apostolato

umanitario--è quello certamente che viene dal popolo, per cui l'uomo

onesto è sempre disposto ad affrontare ogni specie di disagi e sovente

la morte.

Nel 1835, quando infieriva il cholera a Marsiglia, un giovine italiano,

che generosamente si era arrolato in un'ambulanza per la cura dei

cholerosi e che ogni notte doveva con un compagno--dividendosi per metà

il servizio--assistere gl'infelici colpiti dal morbo, quel giovine,

passando a caso per una via di Saint-Jean, fu preso per un avvelenatore

dalla plebe, che vedeva avvelenatori dovunque. Un berretto rosso,

ch'egli portava senza distintivi e senza significato, era stato forse

causa dell'equivoco. Era l'italiano svelto e robusto: ciò gli valse da

principio, ma cosa avrebbe potuto fare alla fine contro un torrente

d'uomini, di donne e fanciulli che si precipitavan su di lui? La

situazione diventava disperata, e già gli piombavan colpi da tutte le

parti, contro cui schermivasi come poteva, ma che avrebbero finito per

sterminarlo. Poco dopo si sarebbe vociferato per Marsiglia che il bravo

popolo di Saint-Jean aveva salvata la città da un avvelenatore.

Una donna scapigliata, e per fortuna robustissima, presentossi sulla

scena. Essa aveva osservato tutto dalla finestra. Avventossi come una

furia nel più folto della moltitudine, e con una voce stentorea

esclamava: «Quello è mio figlio!... mio figlio! mio figlio!» ed alle

parole accompagnando le busse, giunse fino al giovine, che strinse nelle

sue braccia e coprì col nerboruto suo corpo.

Essa era stata veramente la balia del giovine--lo amava come figlio--ed

ebbe la fortuna di salvarlo.

Che dolore sarà stato quello di Pisacane, uno degli eroici difensori di

Roma nel 49--quando sbarcato dopo un'impresa gloriosa sulla terra che

gli diè la vita, tra i proprii concittadini, ch'egli scendeva a redimere

dal servaggio con un pugno di prodi! Che dolore, dico, di vederseli

aizzati contro per sbranarlo! per distruggerlo!

La stessa sorte successe a Blennio nel 1867 a Subiaco.--Blennio! uno dei

più valorosi nostri ufficiali, la di cui missione era di coadiuvare da

quella parte alla liberazione di Roma.

Blennio fu fatto a pezzi dalla popolazione suscitata dai preti!... E voi

ridete, coccodrilli! chercuti! ammirando l'opera vostra di distruzione.

E ben lo sapete, in Italia voi non contate che per la corruzione,

l'ignoranza, la distruzione e la discordia da voi fatta perenne tra i

figli di questa famiglia infelice!

E perciò noi dobbiamo cessare nell'apostolato umanitario? No, non

cesseremo!--e se fia vero il miglioramento umano--come lo promettono i

progressi della scienza e della ragione--noi daremo l'ultimo crollo e

precipiteremo nella polve il putrido catafalco della menzogna!

CAPITOLO LV.

LA SIMPATIA.

Non amore,

Ma certo parente

Dell'amore sei tu, simpatia.

(_Autore qualunque_).

Chi è quel tale dal volto sereno e dalla fisonomia attraente? Non lo

conosco!.... Ma i miei cani non abbaiano scorgendolo, ed i miei

bimbi--così ombrosi alla vista d'uno straniero--non solo non lo fuggono,

ma lo lasciano avvicinare, ridenti, come se da molto lo conoscessero, e

ne accettano graziosamente le carezze; si siede e si gettano tra le sue

ginocchia, come se di consuetudine! Io stesso, non so perchè, sono da

lui attratto, e fissandolo cesso d'esser burbero, perdo la naturale mia

malinconia, e ne risento piacere: quasi, se non temessi d'esserne

ripulso, lo abbraccerei!

Che volete: è simpatia! Non so se l'occhio del perverso possa suscitarla

coll'arte di fingere! In quel caso io sarei preso nella rete

dell'inganno, poichè su di me è possente l'effetto simpatico del volto

di un uomo onesto.

«Dirai a Castelli ch'io l'amo» dicevo bambino ad un mio amico che

recavasi presso il summentovato, che avevo veduto una volta sola e che

mi aveva suscitato simpatia.

Un'altra volta per il figlio di un cocchiere, che i miei parenti non

volevano vedermi frequentare, io quasi divenni pazzo.

Ebbene! tra le nostre tre donne, che a Tivoli per l'abbondanza di

cavalli s'eran lasciate persuadere di cavalcare, regnava molta simpatia,

massime tra la contessa Virginia e Marzia. La contessa trovava forse la

Lina troppo bella? Nel cuor delle belle--con tutto il culto che ho per

esse--so regnarvi, qualche volta, dei germi di gelosia, così sottili,

così delicati, che nelle anime nostre più rozze sono, credo,

impercettibili.

Ma Lina era simpatica alla patrizia Romana! e non so se gelosia e

simpatia ponno albergare sotto la stessa scorza. E poi, Marzia, benchè

di bellezza diversa, era pure bellissima!

O sarà, che la bella fisonomia della fanciulla Romana, annuvolata

spesso, non so da qual senso di dolorosa reminiscenza, confacevasi più

al bruno, stupendamente bello e malinconico volto della Contessa.

La bionda figlia delle Alpi aggiungeva ai suoi vezzi, veramente, certa

giovialità che cercavasi invano nell'aspetto della compagna.

Comunque, Virginia portava alcuna preferenza di simpatia verso colei

ch'essa aveva mortalmente perseguitato come una nemica. Forse era il

pentimento allora, che spingevala a tale preferenza?

Il fatto sta: l'odio che si dovea desumere dagli antecedenti già narrati

delle due Romane, avea cessato, e poche parole di giustificazione della

Virginia l'avean di ciò persuasa. È cosa stranissima! Marzia l'aveva

assicurata che invano erasi provata d'odiarla, e che nella giornata

fatale della _conversione_, essa sarebbe stata più sventurata assai,

senza la di lei compagnia. Un raggio di felicità raddolciva il volto

malinconico della contessa, a quella confessione ingenua ed angelica

della giovane donna, ch'essa avea mortalmente offesa.

Virginia, più attempata delle sue compagne, aveva naturalmente il

diritto di correggerle qualche volta, ciocchè faceva con molta grazia e

con squisita gentilezza.

«Adagio!» essa esclamava qualche volta alla focosa figlia di Bergamo,

che si compiaceva sovente di far caracollare il suo destriero[57]

«adagio! la mia Lina, qui il terreno è molto duro, ed io sarei infelice,

se vi succedesse alcuna disgrazia».

E siccome esse cavalcavano generalmente accanto al comandante della

brigata, Nullo aggiungeva le proprie ammonizioni a quelle della

contessa per moderare gl'impeti dell'adorata sua compagna.

Marzia, più docile di Lina, dava pochi motivi a rimostranze. Comunque,

come al corsiero generoso, l'aria pura e libera della campagna l'avea

ravvivata, l'aveva resa a se stessa, le aveva ridato quel brio che

l'animava a Calatafimi, contro i soldati del Borbone.

Ma che serve!--l'anima sua era contristata da affanni da essa sola

conosciuti, e che si dipingevano mestamente sul bellissimo volto quando

era padroneggiata da codeste tediose reminiscenze.

Essa sorrideva alle dolci parole di Virginia e dei suoi amici, ma quel

sorriso sfiorava appena le labbra coralline, per far subito posto a

mesto, abituale atteggiamento, massime quando il suo sguardo cadeva

sullo sventurato genitore, che macchinalmente, e quasi istupidito dai

tormenti sofferti, accompagnava silenzioso la comitiva.

Un giorno, sulla strada da Tivoli a Subiaco, mentre la brigata aveva

fatto un alto, Lina, avendo scoperto, vicino al sito un bell'albero di

fichi, disse a Marzia: «Io monterò su quest'albero a mangiare dei fichi,

e te ne getterò la tua parte». Marzia, che non voleva esser da meno in

agilità della compagna, rispose: «ma monterò anch'io, e ne mangeremo

assieme sull'albero»--«Che sì! che no!» nacque un po' di diverbio tra le

due amiche. Lina, sollecitamente però, lasciò la compagna ed

arrampicossi sul fico. Usando troppa precipitazione, nel salire, mise un

piede in fallo, si ruppe il ramo a cui si teneva colla mano destra, lo

stesso successe alla sinistra, e la nostra bellissima fanciulla se ne

venne al suolo, distesa in tutta la lunghezza del corpo, senza ferirsi

però, ma svergognata d'aver mostrato ai presenti la sua poca capacità

ginnastica.

Per combinazione--o con intento--due degli ufficiali del papa,

prigionieri--galanti come lo sono generalmente quella classe di gente,

che altro non hanno al mondo da fare, che mangiar bene, bever meglio, e

passare il resto in seduzioni, anche fosse delle undici mila vergini, la

di cui castità sarebbero obbligati di difendere a spada tratta--gli

ufficiali del Papa, dico, Merode e Pantantrac, a cui era venuta l'acqua

alla bocca, contemplando le bellissime giovani italiane, avean

approfittato d'un momento di noncuranza della guardia loro--composta di

bravi giovani romani--e s'erano avvicinati alle due donzelle, con aria

graziosa e seducente.

I due stranieri giungevano precisamente al momento in cui Lina aveva

comprato tanto terreno quanto era lunga, e circostanza miracolosamente

favorevole fu questa per loro, di cui vollero naturalmente approfittare,

slanciandosi al rilievo di quel caro corpicino.

Il fortunato dei due fu Pantantrac, che giunse primo ad afferrare, con

ambe le mani, il cinto snello della vezzosa. Egli certamente adempiva a

quell'atto di galante cortesia, con grazia--dote incontestabile della

Nazione francese--ed un gentile ringraziamento della bella guerriera

avrebbe, senza dubbio, messo fine all'incidente. Così però non

l'intendeva Talarico, nella fiera, rozza, indomita sua natura.

Assorbito non so da qual distrazione od affare, egli non trovavasi, come

d'abitudine, vicino a Lina, al momento della caduta, e vi giunse dopo

che la sua dea era in piedi, ma non ancor libera dalla stretta

dell'ufficiale papalino.

«Ahi!»--fu il grido doloroso di Pantantrac, quando il brigante gli

piantò le unghie nella nuca--«Ahi!»... e non più micidiale sarebbe stata

la graffa del tigre. Talarico staccò con tale malagrazia l'ufficiale

prigioniero che lo mandò gambe all'aria a molti passi di distanza.

Alcuni minuti vi vollero all'ufficiale straniero per riaversi dalla

sorpresa e dalla caduta. Ritornato in sè, alla fine, egli cominciò a

scatenarsi, con un repertorio d'improperii da far arrossire anche i

soldati del Papa.

«_Sacré nom_ di qua--e _sacré nom_ di là, e _brigands

d'Italiens_!»--senza curarsi della Nazione a cui apparteneva l'uditorio,

e che avrebbe potuto risentirsi, se la presenza di Nullo non lo avesse

impedito.

«Eh se non m'aveste preso per di dietro!»--e qui un'altra infilzata di

_sacré nom_, e di allusioni anche alla circostanza del convento, in cui

era stato disarmato da Muzio.

Straniero e prigioniero, a Nullo rincresceva si maltrattasse

quell'individuo. E chi ha conosciuto la bell'anima del guerriero di

Bergamo, ricorderà quanto modesto era ed umano.

Ma Pantantrac non la voleva finire, sia per certa naturale boria, sia

per voler fare da gradasso in presenza delle dame, ed avrebbe fatto

perder la pazienza a Giobbe.

Invano i suoi compagni di prigionia (giacchè si avvicinarono anche tre

ufficiali fatti prigionieri a Tivoli) lo pregavano di far silenzio;

invano l'impazienza cominciava a dipingersi su tutti i volti, senza

eccettuare quello del Capo. Finalmente Talarico, che quantunque non

molto versato nelle lingue straniere, ne sapeva abbastanza per capire

che la maggior parte delle ingiurie eran dirette a lui, che aveva la

principal colpa di tale scena, avanzossi verso Nullo rispettosamente, e

disse:

«Quel signore si lamenta d'esser stato da me assalito a tradimento e per

di dietro; e confesso il mio torto, egli ha ragione. Volete permettermi

di combatterlo petto a petto, col mio pugnale soltanto, e lui armato di

sciabola o spada, come meglio gli aggrada?»

La proposta piacque poco a Nullo, su di cui la fedeltà ed il coraggio

del bandito già avevano suscitato molta simpatia, e naturalmente contava

su di lui, per la sua pratica, nell'arduo viaggio che si doveva

proseguire per i monti.

Ma Pantantrac continuando ad insultare e sfidare tutto il mondo, e

Talarico persistendo a volerlo combattere singolarmente, Nullo finì per

accondiscendere al loro desiderio, e di lasciarli battere.

Qui, in onor dell'ufficiale legittimista, devo confessare ch'egli non

voleva accettare la prevalenza della spada o sciabola sul pugnale, ma,

sia che il Calabrese poco sapesse di scherma nelle armi suddette, o che

avesse veramente un'illimitata fiducia nel suo ferro, egli non volle

accettare altr'arma--almeno se così concedeva il suo avversario.

Un pezzo di terreno piano fu scelto per arena; Muzio rimise la sciabola

a Pantantrac, a cui l'aveva tolta nel perittero del convento; questi la

salutò e la baciò come una vecchia amica--molto più preziosa, se, come

le spade degli antichi cavalieri, essa avesse servito alla redenzione

degli oppressi.

Muzio e P... da una parte, come testimoni di Talarico; Merode ed il

Maggior Ventre dei zuavi _pontifichaux_ dall'altra, testimoni di

Pantantrac, misurarono il terreno, e gli avversari vi presero posizione

alla distanza di cinque metri.

Il marchese quasi certo della vittoria, aspettò un momento il

competitore coll'arma in guardia per infilzarlo, ma vedendo che quello

non avanzava, si mosse lui stesso, cercandolo colla punta del ferro.

Talarico non s'era mosso; il suo aspetto sembrava impassibile, ma chi lo

fissava negli occhi li vedeva roteare nell'orbita, e farsi sanguigni

come quelli della pantera quando si dispone ad assalire un nemico.

Appena però il suo avversario cominciò a marciare contro di lui, il

feroce bandito, facendosi scudo del braccio sinistro, gli fu addosso,

lasciò sfiorarsi l'antibraccio dal fendente della sciabola, mise la mano

sinistra sull'elsa del marchese, e lo colpì, come con clava, sulla

cervice.

«Ahi!»--fu l'unica esclamazione del colpito, e tutti gli astanti videro

piegar sulle ginocchia l'ufficiale del Papa, e stramazzare.

Chicchessia avrebbe creduto la lama del pugnale di Talarico penetrata

sino all'elsa nel corpo di Pantantrac, ma non fu così. Il brigante,

svelto e destro com'era e coraggioso, nel colpire il suo nemico,

rovesciò il ferro, dimodochè il solo suo pugno piombò sul cranio del

marchese, e bastò per rovesciarlo svenuto.

«Meglio così» disse Nullo, quando lo accertarono che non v'era ferita

mortale. E Muzio, che era disposto a chieder soddisfazione a Pantatrac,

che lo aveva pure accusato di tradimento, in conseguenza del depresso di

lui stato, ne fece a meno, ed ordinò di prepararsi per la marcia.

Prima dell'alba i trecento giungevano a Subiaco, ove sorprendevano le

autorità pontificie ed alcuni gendarmi, non essendovi guarnigione di

truppa. Ebbero quindi quanto poteva dare il paese, senza necessità di

violenze.

In guerra, nelle marcie di notte, con un obbiettivo qualunque, vi è

sempre qualche vantaggio: principalissimo, la sorpresa. Nelle ritirate

la possibilità di scegliere le linee più convenienti, e suddividere la

forza in tante colonne divergenti, come piace. D'estate, gli uomini ed i

cavalli faticano molto meno di notte e marciano meglio. Una marcia ben

ordinata di notte, e tanto segreta quanto possibile, confonde anche le

spie, e quindi incerte le informazioni del nemico.

NOTE:

[57] Le fanciulle avevan accettato un cavallo per far compagnia alla

Contessa.

CAPITOLO LVI.

COMBATTIMENTO DI SORA.

Non la siepe che l'orto v'impruna

È il confin dell'Italia, o ringhiosi!

Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi

Son le turbe che vengon di là.

(BERCHET).

I Mille · 第 16 / 24 段