verso S. Angelo, m'imbatteva sulla via con dei militi nostri staccati,
che raggranellati a misura che comparivano, se ne formò un discreto
corpo, e s'inviò all'attacco dei borbonici, padroni delle alture alla
retroguardia nostra. Poi una compagnia poco numerosa di bravi Milanesi,
che marciava verso il campo della pugna, fu immediatamente mandata verso
il Tifate, per prendere a sua volta il nemico alle spalle.
Poco dopo giunse su quell'eminenza un distaccamento del generale Sacchi,
che trovavasi a levante di S. Angelo, e per quella parte ci trovammo
finalmente alquanto assicurati.
Dopo gli avvenimenti narrati, mi fu possibile salire sul monte S.
Angelo, per potervi distinguere lo stato del campo di battaglia, e
m'accorsi esser veramente un impegno serio.
Il nemico preparato da più giorni ad una battaglia decisiva, avea
riunito sotto Capua quanta forza egli possedeva in tutte le parti del
regno, al settentrione del Volturno.--Le due piazze forti di Gaeta e
Capua, non solo diedero un buon contingente di truppe, ma lo fornirono
di quanto materiale da guerra esso poteva abbisognare; dimodochè la
forza nemica, che uscì da Capua contro il nostro centro e la nostra
sinistra, era veramente formidabile.
Da una parte e dall'altra la battaglia fervea disperatamente; era un
flusso e riflusso di attacchi e di riscosse, una mischia generale su
tutta la linea.
Non potendo noi guarnire tutto lo spazio tra S. Maria e S. Angelo, s'era
lasciata una lacuna tra le due posizioni, di cui il nemico profittò
facendola occupare da fortissimo corpo bavarese.
Codesto corpo, ch'io dall'alto poteva esattamente distinguere, era
imponente. In colonna serrata per grandi divisioni, marciava verso la
nostra linea a passo ordinario. E chi diavolo potevo io inviare
all'incontro di quel formidabile corpo? Il prode Generale Medici avea il
suo da fare nel centro ove comandava, a sostenersi contro le forti
colonne che lo assalivano, e per fortuna egli contava tra i suoi
subordinati il Colonnello Simonetta, uno dei più brillanti ufficiali
dell'esercito meridionale. Di più, il veterano di cento battaglie,
l'eroe dei due mondi, il Generale Avezzana, era stato inviato con un
corpo di volontari in sostegno del nostro centro, e fu quindi di gran
giovamento in quella parte.
La nostra sinistra in S. Maria, comandata dal bravo generale Mielbitz,
respinse il nemico, ed egli riportò gloriosa ferita. Comunque, le
comunicazioni tra la sinistra ed il centro furono intercettate dai
borbonici, che in gran numero occuparono la strada maestra che conduce
da un punto all'altro.
Il più accanito dei combattimenti durava a S. Angelo. Là vi era una
vera marea di vincenti e di respinti.--Il nemico stimava l'importanza
della posizione, chiave del campo di battaglia, e fece degli sforzi
inauditi per impadronirsene. I soldati borbonici giunsero sui nostri
pezzi varie volte, e s'impadronirono di due, che non poterono però
conservare.
In tale accanita pugna io osservai il difetto «di far fuoco avanzando»
prediletto sistema dei nostri nemici, a cui fu fatale in tutti
gl'incontri dai volontari sostenuti; questi, all'incontro, coi soliti
catenacci e colle loro cariche a fondo, senza fare un tiro,
neutralizzarono la superiorità delle carabine nemiche, e vinsero sempre.
Mi si obbietterà: tale nostro sistema esser nocivo colle nuove armi di
precisione, ed io dico con convincimento, essere più necessario ancora,
col perfezionamento delle armi.--O non si deve caricare il nemico nelle
sue posizioni, o bisogna caricarlo celeremente sino alla mischia, colla
coscienza di sfondarlo, senza di che si perderà molta gente, il morale
dei restanti soldati sarà scosso, e si avrà il doloroso spettacolo di
vederli tornare fuggendo e disfatti.
La pugna durò un pezzo al piede del monte S. Angelo, obbiettivo
importantissimo, e varie volte i nostri valorosi capi dovettero
ricondurre al fuoco i nostri militi, sopraffatti da masse imponenti e
tenacemente decise.
Verso le ore 1 pom., non so per qual motivo, mancarono le munizioni, ed
una desolante voce degli usciti dal campo di battaglia, me ne fece
consapevole.
Se il nemico fosse stato informato di tale circostanza, stavamo freschi.
La situazione era delicata. Il nemico ingrossando sempre, oltre
l'attacco di fronte verso Capua, avea tentato di assalire il nostro
fianco destro passando il Volturno, e fummo obbligati di far testa
dovunque.
Verso le 2 pomeridiane, supponendo vicine le riserve che aveva chiesto
da Caserta al generale Sirtori, capo di stato maggiore, io avvisai il
generale Medici della mia intenzione di raggiungerle per rinforzare la
linea nostra. Non era però facile di eseguire il mio proposito, essendo
la strada di comunicazione occupata dal nemico.
Comunque, mi decisi di fare un lungo giro, evitare il nemico,
e felicemente giunsi in S. Maria dopo mezz'ora, e giunse
contemporaneamente il primo convoglio per via ferrata, delle aspettate
riserve.
A misura che arrivavano si facevan collocare in colonna d'attacco nella
strada che conduce da S. Maria a S. Angelo; disposte nell'ordine del
loro arrivo, per sezioni, il di cui fronte era eguale circa alla
larghezza della via.
Anche qui accennerò alla efficacia delle riserve nei fatti di guerra
d'ogni entità, ma massime nelle battaglie campali.
Le riserve, più numerose che possibile, e possibilmente tenute al
coperto dai proiettili nemici e dalla vista degli stessi, sono, quando
ben disposte ed adoperate in tempo, in mano d'un capo intelligente, quel
mezzo potente con cui egli decide della battaglia, sapendole lanciare a
proposito.
NOTE:
[53] Monte che domina le pianure Capuane.
CAPITOLO XLIX.
JESSIE WHITE-MARIO.
Amicizia, del ciel prezioso dono,
Io cederei per un amico un trono.
(YOUNG).
Io ho sempre creduto alla fortuna, e non dubito ch'essa non sia per la
sua parte, nei fatti compiuti tra la famiglia umana, e massime nei fatti
di guerra.
Qui seduto sul mio letto di dolore, e reso invalido dagli anni e dai
malanni, io penso alle epoche fortunate della mia vita, in cui
primeggiano certamente quelle ove mi trovai a contatto dei generosi
figli della Britannia.
Un giorno, spogliati da pirati greci nell'Arcipelago, senza viveri,
senza vestimenta, senza bussola, il mio capitano m'inviò verso un
brigantino che si trovava a grande distanza da noi. Giunsi a bordo di
quel legno, vi fui accolto gentilmente. Era il brigantino inglese
_Marianna_, capitano Taylor. Egli si era accorto del nostro stato di
sventura da uno straccio alzato al picco[54] per mancanza di bandiera,
ma era nell'impossibilità di avvicinarsi, per essere il mare bianco
dalla bonaccia.
In cattivo inglese io feci comprendere al bravo capitano lo stato
nostro, per cui egli mi colmò di cortesia, mi fece parte de' suoi
viveri, di cui tanto abbisognavamo e ci accompagnò sino al porto del
Millo.
A Montevideo in un giorno di pugna navale, trovandomi io con un piccolo
legno impegnato contro forze dieci volte superiori, e già sopraffatto da
esse, il palischermo d'una corvetta da guerra inglese giunse e si
frammise fra il mio legno ed i nemici; imponendo loro di cessare il
fuoco. Alla vista della formidabile bandiera d'Albione, i servitori di
Rosas restarono muti come per incanto, ed io salvo.
Ancor oggi io bacerei la mano di quel comandante, che certo, non fu
spinto da ordini dell'ammiragliato, ma dalla squisita generosità
dell'anima sua.--Egli vide un conflitto di sangue, e lanciossi in
sostegno del debole.
Che bell'impiego della forza, per coloro cui la sorte la mise in mano!
Avrei molte circostanze da narrare, in cui la benevolenza inglese prese
a favorirmi, e per cui io sono giustamente pieno di gratitudine.
Il 1º ottobre, essendo stato impegnato prima dell'alba, nell'ardua
battaglia, io mi trovavo completamente digiuno verso le 3 pom., quando,
occupato ad ordinare le colonne d'attacco delle riserve giuntemi da
Caserta, per lanciarle sul nemico tra S. Angelo e S. Maria, in quel
punto mi comparve un angelo tutelare; era la graziosa ed intrepida
figura della Jessie;--la sua apparizione mi colpì e richiamommi alla
memoria la generosa e cavalleresca nazione, a cui immeritamente sono
debitore di tanta simpatia.--Essa me ne figurava l'emblema, tanto più
che mi si presentava accompagnata da un giovane marino della flotta
inglese[55] in uniforme, portando un canestro pieno d'ogni ben di Dio.
Se non è questa fortuna, bramo mi si accenni a delle migliori! E fra me
dissi: questo è buon augurio.--Io avrei forse ceduto alla tentazione ed
alla fame ch'era molta, ma un obice esploso a poca distanza mi richiamò
al dovere, e ringraziai la gentile signora, pregandola di ritirarsi,
cosa che la coraggiosissima donna eseguì con reluttanza. Io era stato
contuso da un pezzo di quell'obice alla coscia sinistra.
NOTE:
[54] Posto ove si alza la bandiera.
[55] La squadra inglese ancorata sulla rada di Napoli, ebbe in quei
giorni varii disertori, che volevano ingrossare le nostre fila. Tale era
la simpatia di quella brava nazione per la libertà italiana.
CAPITOLO L.
CONTINUA LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO. BRONZETTI A CASTEL MORRONE.
A egregie cose il fort'animo accendono
L'urne de' forti, o Pindemonte!
E bella! e santa fanno al vïator
La terra che le ricetta.
(FOSCOLO).
Accanto alla illustre e martire famiglia dei Cairoli, e di tante altre
per cui veste lutto l'Italia militante, l'Italia dei generosi! posiamo
alla venerazione di tutti, quella dei Bronzetti.
Il maggiore, caduto contro gli austriaci a Seriate. Il secondo, non meno
eroicamente, a Castel Morrone.
Ho già detto essere la nostra linea di battaglia difettosissima, per
irregolarità del terreno, e per troppa estensione. Ebbene, per fortuna
nostra, fu pur difettoso il piano di battaglia dei generali borbonici.
Essi ci attaccarono con forze considerevoli su tutta la linea, in sei
punti diversi, a Maddaloni, a Castel Morrone, a S. Angelo, a S. Maria, a
S. Tammaro, ed in un punto intermediario di cui non ricordo il nome,
ove comandava il generale Sacchi.
Diedero così una battaglia parallela, cozzando col grosso del loro
esercito, contro il grosso del nostro, ed assalendo posizioni da noi
studiate e preparate.
Se avessero invece preferito una battaglia obliqua, cioè, minacciato
cinque dei punti summentovati, con avvisaglie di notte, e nella stessa
notte portare quarantamila uomini sulla nostra sinistra a S. Tammaro, o
sulla nostra destra a Maddaloni, io non dubito, essi potean giungere a
Napoli con poche perdite.
Non sarebbe stato perciò perduto l'esercito meridionale, ma un grande
scompiglio ce lo avrebbero cagionato. Con un'ala rotta, ed il nemico
padrone di Napoli, e delle nostre risorse, diventava l'affare un poco
serio.
Mentre la pugna ferveva nelle pianure Capuane, il maggiore Bronzetti,
alla testa di circa trecento uomini, sosteneva l'urto di quattromila
borbonici, e li respingeva a varie riprese dalle posizioni da lui
occupate. Invano il nemico intimò la resa a qualunque patto. Invano! Il
prode Lombardo avea deciso di morire co' suoi compagni, ma non
arrendersi. E tale era l'eroica risoluzione di tutti!--Avanzo di dieci
assalti, pochi restavano del suo piccolo battaglione, e la maggior parte
giacevano morti o morenti sul campo della strage. I pochi restanti però,
trincerati nell'alto del rovinato castello, non vollero saper di resa,
animati dall'esempio del valorosissimo capo.
«Arrendetevi, ragazzi!» gridavan gli ufficiali borbonici, edificati da
tanta intrepidezza, e certamente orgogliosi di tali concittadini:
«Arrendetevi, non vi sarà tolto un capello: già faceste abbastanza per
l'onore!»--«Che arrendersi!» gridavano quei superbi e gloriosi figli
d'Italia: «fatevi avanti! se avete animo!»
Essi terminarono sino all'ultima cartuccia, sostennero l'attacco finale
colla baionetta, e caddero tutti!..... Alcuni pochi feriti furono
trasportati a Capua.
E dove giaciono le ossa di tanti prodi e dell'illustre duce
Bronzetti?.....
Italia le ricordi!
CAPITOLO LI.
ANCORA LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO.
I fratelli hanno ucciso i fratelli!
Questa orrenda novella vi do!
(MANZONI).
Io desidero: nelle venture battaglie contro lo straniero, poichè delle
batoste ve ne saranno molte ancora, con codesta condizione sociale di
rubati e di ladri;--nelle venture battaglie contro lo straniero, ripeto,
bramo gl'italiani combattano come lo fecero in questa sanguinosissima,
gli uni contro gli altri.
Nel centro, cioè tra S. Maria e S. Angelo, ove si andava a decidere
della giornata, il terreno era piano e coperto di olivi, ciocchè
neutralizzò in parte la superiorità della carabina nemica;--ed alle
successive cariche di questa, i nostri appiattati dalle piante, la
respingevano a fucilate con vantaggio. Il colonnello Assanti, con parte
della divisione Cosenz, fu posto in riserva sullo stradale, e seguitò il
movimento, mentre le colonne d'attacco procedevano avanti.
«Voi la vedete la linea nemica, dietro quei ripari» diceva io al
comandante d'una compagnia milanese che si trovava di avanguardia,
«Ebbene, spiegate in catena la vostra gente, e caricate senza fare un
tiro sino a raggiungerli, quei ripari, la colonna vi seguirà
immediatamente».
La stessa ingiunzione io feci ad una compagnia calabrese, che stava alla
mano, e tutta quella brava gente caricò intrepidamente il nemico.
La colonna che marciava dietro e che prese la stessa direzione, era
comandata dal generale Eben, che marciava alla testa con un nucleo di
valorosi ungheresi.
Questi prodi marciarono verso il nemico coll'arma al braccio, come in
piazza d'armi, e ricorderò sempre con orgoglio d'aver comandato a simili
militi.
Il fiero ed imponente contegno delle nostre colonne, marciando avanti
senza sparare un tiro contro una grandine di granate e di fucilate,
scompigliò il nemico, e lo sloggiò dalle sue posizioni.
Contemporaneamente caricato a destra dai generali Medici e Avezzana,
cioè da tutte le forze di Monte S. Angelo, e da sinistra da parte dei
corpi dei generali Türr e Mielbitz, il nemico fu posto in fuga dovunque,
perseguendolo i nostri sino sotto Capua.
La giornata fu completa, e verso quell'ora, circa le 5 pom., ricevo un
dispaccio dal generale Bixio, annunciandomi il trionfo dell'ala destra,
da lui comandata.
Dopo un combattimento accanito di varie ore, Bixio erasi posto alla
testa d'una piccola colonna scelta, e colla solita sua bravura avea
caricato i borbonici, e cacciati sino alle sponde del Volturno.
Io telegrafai in quel momento a Napoli:
«Vittoria su tutta la linea!»
CAPITOLO LII.
IL GESUITA.
Quell'antipatica vostra figura
Desta, scusatemi, rabbia e paura.
(_Clara di Rosemberg_).
Quando io penso al potere dei preti, conservato malgrado ogni sorta di
scelleraggine, appena credibile e che l'umana natura dovrebbe essere
incapace anche d'ideare;--malgrado l'aver ridotto fino all'ultimo grado
la più grande delle nazioni, d'averle inflitto ogni specie d'umiliante
degradazione, averla venduta tante volte allo straniero e sopratutto
d'averla educata ai baciamani, alle genuflessioni, alla paura, alla
prostituzione e ad ogni specie d'oltraggioso abbrutimento, per cui una
delle più belle razze, è per loro rachitica, curva, inferiore moralmente
e materialmente a tutte quelle altre razze che le furono
alunne!--Pensando al potere dei preti, dico: in questo secolo che si
chiama civile, mi viene sovente il dubbio, che codesti cretini a cui
appartengo per le forme, altro non sieno che una delle tante famiglie
di scimmie da me vedute nel nuovo mondo.
Un prete è un impostore!--Chi può provare il contrario?--E vi vuol poi
tanta matematica per capirla?--Eppure la potenza di quell'essere
malefico continua. Le plebi ne sono affascinate ed il dispotismo si
serve di cotesto fascino per malmenare i popoli. E si grida da una
parte, e si fa i sordi dall'altra, ed intanto va avanti questo bordello,
chiamato costituzione di popolo libero, e questa povera Italia nostra
che potrebbe essere comparativamente felice, è scelleratamente più
martoriata delle altre nazioni.
Ciò prova a sufficienza non esser questa l'età dell'oro, e prova che il
male supera tuttora il bene nelle afflitte nostre contrade.--Chi sono i
sostenitori del pretume? I minchioni ed i birbanti. I governanti
presenti dell'Italia sono quindi o birbanti o minchioni,--piuttosto
arcibirbanti! E tutto questo gran popolo _libero ed indipendente_ a cui
s'impone tutta cotesta bordaglia, io mi vergogno di qualificarlo e di
appartenervi!
Sebbene vinto l'esercito borbonico al Volturno, il cherchume perciò non
cessava dalle sue reazionarie trame;--esso fu scosso, scompigliato,
atterrito dalla gloriosa vittoria della giustizia, ma rialzavasi presto,
e non frenava la sua libidine di congiure e di tradimenti contro la
terra che per sua sventura generava e nutriva cotesto mostro dalle mille
teste.
Corvo, il gesuita, il terribile agente della reazione
clericale-borbonica, sdegnato prima contro i correligionari della
camorra, e della bottega di Napoli, era poi sdegnatissimo contro i
generali di Francesco II che con un immenso e brillante esercito, s'eran
lasciati battere da un pugno di rompicolli.
Come abbiam veduto, egli avea lavorato in Napoli con un accanimento
straordinario per suscitare il partito ad un movimento d'insurrezione,
che avrebbe servito di potente diversione a favore dell'esercito di
Capua. Egli avea assistito a tutte le riunioni della camorra, avea
picchiato a tutte le porte dei conventi, dei prelati e dei parroci. Ma
vi vuol altro:--l'affare era arduo per i grassi ministri di Dio! Si
trattava della pelle--e benchè sicuri della gloria del paradiso (non
ridete), morendo per una causa santa,--essi, i candidi leviti che
appartengono ad un mondo superiore, amano un tantino le delizie di
questo. E perciò il nostro settario di S. Ignazio, maledicendo alla
codardia dei ben pasciuti coccodrilli, recossi al campo del re di
Napoli.
Corvo assisteva a tutta la battaglia del 1º ottobre; vero genio del
male, egli moltiplicavasi in tutti i punti più importanti, animando i
soldati alla zuffa;--e fu veduto col crocifisso alla mano nel più forte
della mischia, eccitando, col gesto e colla voce, e gridando con quanto
avea di polmone: «Avanti!» Ma là pure gli toccò ad indietreggiare, e si
contava d'un prete, che mentre tutta la truppa davasi alla fuga, esso
per l'ultimo, sempre col suo Cristo alla mano, disprezzando
gl'inseguitori, non v'era modo di farlo alzar le calcagna.
Che ostinazione nel male in quell'uomo sì avvenente, sì coraggioso e
d'un genio veramente superiore; io ne sono stranamente sconcertato, e
sovente pensando a tali esseri straordinari, io mi stupisco come non
crollino il fango da cui sono avvolti e dicano alle moltitudini che
abbisognano tanto di verità come di pane: «Noi siamo i sacerdoti del
vero!»
Che un cretino possa esser prete e possa creder a' preti, pazienza! Ma
che una delle più grandi celebrità moderne, come matematico e come
astronomo[56] possa rimaner gesuita, mi fa strabiliare.
I grandi d'ogni specie crederanno forse esser necessario che la canaglia
si ravvolga nella melma e vi rimanga per sempre?
Corvo, disperando del successo, prese la campagna, avviandosi verso
Isernia, uno dei centri del sanfedismo.
Le superbe popolazioni Sannite che abitano tutto quel pezzo scosceso
d'Apennino che limitano il Volturno ed il Sangro ad ostro, ed il Lazio a
settentrione, fiere ed indipendenti come i loro antenati, mantenute come
sono, nell'ignoranza dal prete, esse sono come le Calabre, la più ricca
messe della fellonia chercuta, e sono quelle che danno i più famigerati
briganti, di cui il clero dispone assolutamente.
Tra quelle orribili gole, ove capitolava e passava sotto le forche
Caudine l'esercito Romano, e fra codeste bellicose popolazioni
internavasi il gesuita, come se volesse nascondersi da tante vergogne, e
sicuro di trovar pascolo alle infernali sue disposizioni.
Il perverso avea più d'un incentivo nella sua impresa. Egli serviva la
causa a cui avea dedita la sua scellerata esistenza, ed abbiam veduto in
che modo, ma più di ciò egli era solleticato dalla speranza di potersi
vendicare dei rapitori delle sue donne;--per cui egli sentiva qualche
cosa dentro che non sapeva spiegarsi, ma qualche cosa che lo attraeva e
lo spingeva irrevocabilmente verso quelle sue vittime.
Nelle sue peregrinazioni reazionarie, l'astuto settario di Loiola non
avea mancato di occuparsi della marcia dei fuggenti da Roma e per mezzo
d'agenti sicuri egli avea seminato d'insidie e d'ostacoli il cammino dei
nostri cari.
L'Italia, nella cieca noncuranza in cui si dondola, non si capacita di
ciò che ponno i preti nelle campagne. Non esiste il benchè minimo
villaggio ove risiede un prete, che non sia un focolare di reazione, una
scuola d'ignoranza e di tradimenti alla patria.
Che lasci l'Italia i preti come sono oggi (1871) e che tenti di
sostenere una guerra contro lo straniero, ed essa vedrà ciò che le
succede con codesti assassini domestici. Nel periodo in cui scriviamo,
la congiura clericale lavorava nell'ombra, a Napoli, in Sicilia, ed in
tutti i paesi conquistati dalla rivoluzione, vicino ed a mezzogiorno
della Metropoli; ma al settentrione di questa, ove esisteva tuttora
l'autorità regia, e massime nelle vicinanze della frontiera romana,
ardeva fierissima propaganda contro di noi, e codesti forti, ma
ignoranti contadini, ovunque adunavansi per ostilizzarci.
Corvo posò il suo quartier generale ad Isernia, città importante del
Sannio, e di lì munito come era di pieni poteri da Roma e dal Borbone,
ramificò la sua rete reazionaria in tutti i dintorni.
NOTE:
[56] Il Padre Secchi.
CAPITOLO LIII.
I TRECENTO.
L'han giurato! li ho visti in Pontida
Convenuti dal monte e dal piano;
L'han giurato! si strinser la mano
Cittadini di venti città.
(BERCHET).
Noi lasciammo i protagonisti del nostro racconto, scampati dalle ugne
pontificie ed incamminandosi verso l'Apennino coll'intenzione di
seguitarne le vette, per discender poi nelle pianure Campane, a dividere
coi prodi fratelli dell'esercito meridionale le gloriose battaglie che
dovean decidere la caduta d'uno dei puntelli del dispotismo--e la
rigenerazione sulle sue rovine di tanta parte di popolo italiano.
Il comando della valorosa brigata dei trecento fu all'unanimità affidato
all'intrepido colonnello Nullo, e questi scelse a suo capo di stato
maggiore Muzio--e Muzio con quell'abnegazione che distingue il vero
merito--fu lui primo a proporre il bellicoso eroe della Polonia per
capo, e volonteroso per il primo a chieder gli ordini con una modestia
ed una subordinazione ammirabili.
Elia, il padre di Marzia, era stato raccolto in Roma, e faceva parte
della comitiva.--Povero vecchio!--Le membra slogate dalla tortura
dell'Inquisizione pretina, ed il volto scarnato, e livido dai
patimenti--faceva compassione il vederlo! L'amore immenso per la figlia
del suo cuore solo lo teneva in vita--ed inteneriva chiunque lo
contemplasse, infelice! quando rivolto alla sua cara, egli beavasi nel
di lei sguardo. Fu necessaria una cavalcatura per lui, e per la bella
contessa Virginia--anch'essa poco assuefatta a marciare a piedi--ciocchè
non fu difficile trovare nella ricca campagna di Roma.
Le nostre due giovani eroine sdegnarono di marciare a cavallo--e vollero
dividere i disagi dei semplici militi, chiedendo però a Nullo di
condurle presto in sito, ove poter acquistare un moschetto, arnese molto
più confacente d'un ombrellino a codeste amazzoni della schiera dei
Mille.
Noi sappiamo già esservi nella colonna trecento armati di sole daghe,
eccetto una ventina di carabine tolte alle guardie del Comandante
Pantantrac, ed agli sgherri. La richiesta delle fanciulle mise in
pensiero il Capo.--E veramente che avrebbero potuto fare i prodi da lui
guidati se si dovea combattere contro gente armata di fucili?
Un individuo che seguiva Lina, come la propria ombra, aveva inteso il
desiderio delle donne, ed osservava l'aria mesta e distratta del
Duce--con certo piglio significativo.