fede, e montando sopra una sedia, volto alla folla, fece intendere le
seguenti parole: «Che Dio vi benedica, figliuoli! e che vi conduca per
la mano allo sterminio de' suoi nemici! bruciate, svenate, uccidete!
annientate sino i neonati di quegli eretici perversi, che mettono la
mano sacrilega su tutto ciò che vi è di più santo, che vogliono
strappare ad uno ad uno i capelli santi del venerando Dio in terra che
siede in Vaticano; che commettono le loro orgie nella chiesa della
beatissima Maria, e che condiscono l'insalata coll'olio santissimo! a
loro maledizione! maledizione! Amen». E tutti in coro risposero: «Amen!
amen! amen!»--Ecco il prete! Eccolo col suo ascendente sulle moltitudini
ignoranti su cui le parole: Gloria di Dio! gloria del paradiso! che non
comprendono e che non sanno esser votissime di senso, fanno un effetto
magico!--Poi: bruciate, svenate, uccidete per la maggior gloria di Dio,
e sarete ricompensati colla felicità eterna? Che morale! che scuola! E
stupiremo di veder commettere ogni nefandezza, ai briganti, che altro
non sono se non docili alunni dell'impostura!
Volto a Tifone, il gesuita disse finalmente:
«Amico mio, con uomini di tal fatta si può tentar qualunque impresa.
Incaricatevi con questi vostri bravi della pro-dittatura, e
particolarmente del capo; io vado subito ad avvisare i nostri che
corrispondano degnamente alla grande opera».
Così dicendo, accomiatossi l'astuto, incamminandosi nell'interno ed
uscendo per porta segreta.--Tifone, dopo d'aver accompagnato Corvo collo
sguardo, dirigendosi a' suoi disse:
«Ora a noi, compagni, non si dica che siam millantatori, ma uomini
d'azione, e peran sotto le nostre daghe, come perì quel perverso di
Gambardella, quanti scomunicati si trovano in Napoli e nel regno».
Egli poi diè ordini ai capi di riunire le loro sezioni, ed impartì
ordini precisi da far invidia ad un generale d'armata.
Eran circa le 10 pomeridiane, quando il sotterraneo della bella Giovanna
presentava l'aspetto d'un campo militare, pronto a muoversi per dar
battaglia al nemico.--Era uno spettacolo imponente: quelle centinaia di
figli del popolo pronti ad assaltare e sterminare, se possibile, i loro
fratelli non solo, ma coloro che per il popolo davano volenterosi la
vita, coloro che venuti da lontano, avean superato le insidie della
tirannide, e mille disagi e pericoli sui campi di battaglia. Che
importa! i preti han detto loro che i Mille erano eretici, nemici del
re, della religione e scomunicati dal Santo Padre, e quindi la gloria
del paradiso era assicurata a chi li sgozzava, li bruciava, li
sterminava.
Eran tutte fisonomie abbronzate, robuste, quei popolani, lavoratori
d'ogni professione, uomini che educati convenientemente e stimolati
dall'amor di patria, della nostra patria, non di quella vana e bugiarda
dei negromanti, avrebbero potuto servir eroicamente l'Italia contro lo
straniero insolente e sottrarla dal fango e dall'abbrutimento ove la
tengono i preti ed i reggitori.
Oggi eran camorra la più sudicia, la più indecente delle società umane,
pronta a tuffarsi nel sangue e nei più orribili delitti, colla coscienza
d'esser perdonati non solo, ma ricompensati colla felicità eterna!
«Pronti!» risposero tutti all'interpellanza del capo; e già la massa
degli armati di daga movevasi verso l'interno della catacomba. Un rumore
però che si fece all'entrata d'uno dei corridoi, fermò la marcia ed
eccitò da quella parte l'attenzione della comitiva.--Ed eccone la
ragione.
Bajaicò, che già conosciamo come amante della bella Giovanna, era un
bravo giovane e valorosissimo--non apparteneva però alla società di
temperanza, o se vi apparteneva n'era sovente un trasgressore;--ed in
quella sera essendosi fermato più del solito presso al banco della sua
Giovanna, vi aveva alzato il gomito oltremodo.
Padrone del cuore della padrona, il nostro Bajaicò si credè nel diritto
di passeggiare il locale tutto, e ad onta delle ammonizioni e preghiere
della Giovanna che cercava con varii pretesti di allontanarlo dal
proposito d'internarsi, il focoso discendente di Balilla avventurossi
nell'andito del corridoio di destra, ove fu fermato dalla sentinella.
Peggio, allora, giacchè se aveva poca voglia di andare avanti, senza
opposizione, ora glie ne nacque moltissima, impedito materialmente e
bruscamente dalla sentinella nel suo disegno.
L'atto primo di Bajaicò, trattenuto con poco garbo da un individuo
qualunque, senza distintivi, fu di mandarlo gambe all'aria con un pugno,
ciocchè egli eseguì con facilità essendo svelto, nerboruto ed
audace;--ma in un momento egli venne attorniato da molti e condotto in
presenza di Tifone.--Il suo processo fu presto finito e la sua sorte
decisa.--Un'occhiata del capo bastò per condannarlo, legato colle mani
addietro, e condurlo nell'interno per esservi immediatamente
sacrificato.
In questo il giudizio di Tifone somigliava a quello d'un vecchio romano
che, consultato sul da farsi con molti prigionieri nemici che
ingombravano il campo, mentre questo stava per essere attaccato,
rispose: «Ammazzateli!»
È cotesto anche uno dei tanti spedienti che i monarchi ed i loro
satelliti adoperano in quel bel loro passatempo di stragi che si chiama
guerra. Tali furono i procedimenti degli Hainau, dei Villata, dei
Bazaine che, senza trovarsi spinti dall'eccidio, da terribile necessità
d'una posizione arrischiata, massacrarono i Bresciani, i volontari a
Fantina, ed il signor Bazaine, il nostro generale Ghilardi, prode
difensore di Roma, al Messico mentre era ferito. Ed Ugo Bassi dai preti
austriaci! E Ciceruacchio con due figli e sei compagni da un principe di
casa d'Austria! E le migliaia di vittime d'un popolo generoso, immolate
alla paura di quel saltimbanco politico, mascherato da repubblicano, che
il giornalismo salariato chiama salvatore della Francia!--E perchè
trovan strano allora che pochi briganti si sbarazzino d'un individuo
che, lasciato libero, avrebbe certamente svelato il loro
ricovero?--Orribile misura di quella giostra fatale che si chiama
guerra--orribilissima quando eseguita in dettaglio, ma che quando, per
esempio, si tratta d'un'ecatombe di milioni, allora diventa gloriosa,
fruttando alla prosperità, all'onor nazionale, e sopratutto all'onor
delle aquile o delle bandiere!
Era bell'e spacciato il nostro Bajaicò, ed i Mille perdevano uno dei
migliori militi; ma la provvidenza--non so se fosse la stessa
provvidenza invocata da Guglielmo di Prussia quando col compagno
Bonaparte mandavano al macello Tedeschi e Francesi--oppure la
provvidenza del papa-re quando facea decapitare i liberali e cercava di
vendere l'Italia anche al diavolo se la pagava meglio degli altri--la
provvidenza nol volle.
Comunque, solo la provvidenza potea salvare il nostro bellicoso ligure
dalle unghie della camorra, e tale provvidenza si presentò sotto le
forme dell'avvenente Giovanna.--Giovanna poco o nulla immischiavasi
nelle faccende interne del suo stabilimento; non ostante essa non
ignorava tutti gli orribili misteri di quell'antro, e bisogna confessare
ad onor suo e dei fratelli che l'informavano d'ogni cosa, ch'essi tutti
avean ribrezzo delle atrocità che si commettevano sì vicino a loro, e
che cercavano in ogni modo di allontanarsi da quel nido di demoni.
Non era però così facile. Essi avean bensì acquistato qualche cosa col
loro negozio, ma quel qualche cosa sovente abbisognava alla tirannica e
scellerata associazione, dimodochè la maggior parte delle loro economie
trovavasi sempre in potere dei camorristi, che rendevano così ben
difficile l'allontanamento di Giovanna e dei fratelli. Tali procedimenti
da parte della camorra entravan forse nella di lei politica per non
lasciar liberi e sciolti da ogni impegno con loro individui che potevano
nuocerla.
Sinora era dunque stato affare d'interesse per Giovanna di mantenersi
inoffensiva a cotesta società di masnadieri, ma oggi trattavasi
d'affare del cuore, ben altro affare, e qui tutto il brio della donna
concentrossi in quell'anima meridionale. E «pera il mondo» essa disse
«ma si salvi il mio Bajaicò!»
Inutile essa ben sapeva la propria intercessione, presso i selvaggi
frequentatori del sotterraneo, e sapeva pure che poco tempo passerebbe
tra l'arresto ed il sacrificio. Quindi, battendo dei piedi sulla
banchina che le serviva di marciapiede, Giovanna lanciossi come una
furia fuori della porta sulla via coll'intenzione di gridare al soccorso
alla folla dei transitanti.--La fortuna favorì la pia oltre le sue
speranze. Il Prodittatore di Napoli avea avuto sentore delle trame
borbonico-clericali, giacchè in quei giorni i reazionari, quasi sicuri
della vittoria promessa dal re e dal cielo, millantavano in pubblico le
loro gesta future con molta boria, e pattuglie dei nostri comandate da
ufficiali di fiducia percorrevano i punti della capitale ove maggiore si
manifestava il pericolo. La nostra Giovanna ebbe dunque la sorte di
trovare subito una pattuglia dei Mille che passava per la contrada,
comandata dal prode Vigo Pelizzari, uno dei più distinti ufficiali della
prima spedizione e conosciuto dalla Giovanna.
«Per amor di Dio! comandante, venite presto per salvar uno dei nostri!»
Vi era tanta eloquenza in quelle brevi parole e nell'occhio corvino
della bella figlia di Partenope, che Vigo gettò la mano sull'elsa,
sfoderò la sciabola e precipitossi sulle tracce dell'interessante
donna, seguíto dai suoi militi di Marsala, svelti come caprioli.
Entrare, percorrere la prima stanza e gettarsi pei corridoi, fu un
attimo. E n'era tempo;--e al chiarore d'una lampada che illuminava un
angolo del sotterraneo, scorgevansi tre uomini nerboruti che colle daghe
nella destra, e sollevate sul loro capo, stavan per lasciarle cadere sul
collo d'un inginocchiato, colle mani legate dietro il dorso ed
assicurato con corde ad una colonna di legno che sembrava collocata
apposta per tale ufficio e che veramente dai camorristi era chiamata
colonna d'Abramo.--Un frate avea l'aria d'assistere il condannato, e la
vita di Bajaicò fu veramente dovuta a cotesto servo di Dio, che per la
prima volta in sua vita commise una buona azione, senza volerlo però.
Comunque, le solite raccomandazioni cattoliche ai moribondi questa volta
salvarono la vita d'un prode. Rotando la formidabile scimitarra, Vigo si
aprì un varco verso la scena di morte, e come un'onda incalzante
seguivanlo i fieri militi di Melazzo e di Reggio, rovesciando a destra e
a sinistra i soldati del sanfedismo, a furia di baionettate e colpi di
calci di fucili.--Tardi però sarebbe giunto il soccorso senza la
risoluzione impavida del nostro superbo ligure.
Egli s'era creduto spacciato, quando s'accorse che nessuno degli astanti
poteva essergli amico, ma siccome l'ultima dea, la Speranza, lusinga
sino all'ultimo sospiro, Bajaicò avea allungata la preghiera
prescrittagli dal frate, non so se il _pater noster_, quanto avea
potuto, e ne borbottava le ultime parole, quando il rumore della
imminente tempesta ferì il suo orecchio, e Dio sa se piacevolmente.
Presentendo soccorso dagli amici, valoroso sempre, egli fece uno sforzo
supremo, che valse parte ad infrangere e parte a sciogliere i legami con
cui lo avevano avvinto. Inerme come era, abbrancossi ai suoi carnefici,
che armati cercavano di trafiggerlo in ogni senso.--Il suo sangue
correva a ruscelli senza scemare il coraggio della difesa.--Egli
pugnava, lottava disperatamente; si sa però, qual poteva essere il
risultato del conflitto tra un solo inerme e tanti armati.--Il più
robusto dei carnefici avea alzata la daga sulla testa dell'eroico ed
infelice Bajaicò--se il ferro cadeva, era finita, ma un manrovescio di
sciabola del prode ufficiale di Calatafimi recise il braccio del
camorrista e salvò la vita al compagno.
Il parapiglia che successe in quel sotterraneo lo lascio immaginare al
lettore. Colpi di daga da una parte e baionettate dall'altra fulminavano
in quel poco decente recinto, ma presto la bravura dei figli della
libertà ebbe posto in fuga i masnadieri.
L'inconveniente però era nell'andito per cui dovevano uscire i
perseguiti, che si trovava angusto ed affollato da' più codardi che
avean procurato di preceder i compagni, cosicchè molti furono i morti
dei camorristi, molti i feriti e i prigionieri da porsi in mano della
giustizia.
Giovanna, nella sua vita non avea mai sognato di possedere tanto
coraggio quanto ne dimostrò in quella sera. Essa dopo d'aver avvisato
Vigo del pericolo del suo Bajaicò, non lo lasciò più d'un passo, ed il
martire di Mentana[52] sotto la di lei guida, potè giungere sul luogo
del supplizio colla celerità indispensabile.--Bajaicò, ferito come era e
grondante sangue, fece strage dei camorristi, e l'amante gentile andava
superba di aver salvata la vita all'uomo del suo cuore.
Il rovescio toccato alla camorra e quindi ai borboni clericali
nell'osteria della bella Giovanna, sventò la grande congiura della parte
a noi avversa in Napoli e salvò forse la causa d'Italia, già compromessa
in alcuni piccoli insuccessi da parte nostra, e dalla sorda guerra e
sleale che non cessavano di farci gli aspiranti ai favori della
monarchia sabauda.
Invano erasi adoperato monsignor Corvo in tutti i conventi e chiese per
mantenere il fuoco sacro, come diceva lui, e per tentare nuove
prove.--Invano!...
La gloria del paradiso predicata alle carogne da preti e frati
solleticava poco i grassi prebendari. Trovandosi essi al pericolo della
pancia, accresciuto dal fatto della bella Giovanna, si rannicchiavano i
polputi, e molti pubblicamente millantavano liberalismo, anche
repubblicanismo e socialismo, se si voleva.
«Ma io non m'immischio di politica» dicevano i meno birbanti «così ci
ammonisce Madre Chiesa.--Poi, date a Cesare ciò che è di Cesare, ed i
sacerdoti del Signore, lo sapete, devono predicare fratellanza tra gli
uomini, non attizzarli, stimolarli alla distruzione».
Alcuni di questi neri semi di Dio accusarono di camorrismo certi uomini
onesti con cui avean gare personali.
«La sorte vuol proprio favorire questi rompicolli indemoniati» diceva
tra sè Corvo mentre incamminavasi fuori di Napoli ad altre imprese,
nulla più sperando sulla camorra sconquassata e sui grassi apostoli
della cuccagna.
NOTE:
[52] Il maggiore Vigo Pelizzari, uno dei più brillanti ufficiali dei
Mille, morto a Mentana nel 1867, giovane ancora, pugnando i mercenari di
Bonaparte.
CAPITOLO XLVII.
CAIAZZO.
La guerra, vergogna dell'umanità, è fatta necessaria dalle
monarchie e dai preti che sarebbero perduti, se gli uomini avessero
il buon senso d'intendersi. Trovandosi però nella necessità di
farla, ci vuol molto discernimento.
(_Autore conosciuto_).
Obbligato di lasciare l'esercito sul Volturno e di recarmi a Palermo per
placare quel bravo e bollente popolo nell'esaltazione in cui l'avean
spinto gli annessionisti, io aveva raccomandato al generale Sirtori,
degno capo dello Stato maggiore dell'esercito meridionale, di lanciar
delle bande nostre sulle comunicazioni del nemico.
Ciò fu fatto, ma pure chi ne avea l'incarico immediato stimò opportuno
di fare qualche cosa di più serio, e col prestigio delle precedenti
vittorie, non dubitò qualunque impresa esser eseguibile dai nostri prodi
militi.
Fu decisa l'occupazione di Caiazzo, villaggio all'oriente di Capua,
sulla sponda destra del Volturno. Tale posizione piuttosto difendibile
naturalmente e meglio con alcune opere, e la gente sufficiente per
difenderla, distava dal grosso dell'esercito borbonico, accampato a
levante di Capua, di poche miglia. Quell'esercito contava circa quaranta
mila uomini, ed ingrossava ogni giorno. Per occupar Caiazzo si fece una
dimostrazione sulla sponda sinistra del Volturno, ove si perdettero
alcuni buoni militi nostri, massime per la superiorità delle carabine
nemiche e per esser detta sponda dominata dalla destra ed i nostri allo
scoperto.
Il 19 settembre ebbe luogo l'operazione: si occupò Caiazzo, ed io giunsi
lo stesso giorno per assistere al deplorevole spettacolo del sacrifizio
dei nostri poveri volontari, che avendo marciato, secondo il costume
loro intrepidamente sul nemico, sino sull'orlo del fiume, furon poi
obbligati, non trovandovi riparo contro la grandine di palle nemiche, di
retrocedere fuggendo, fulminati alle spalle. Il giorno seguente, credo,
il nemico inviò un forte nerbo di forze ad attaccare i nostri in
Caiazzo, che in pochi, furono obbligati di evacuare, e ritirarsi
precipitosamente verso la sinistra del Volturno, dopo d'essersi
valorosamente battuti, ed aver perduto non pochi militi, morti, feriti,
ed affogati nel fiume. L'operazione di Caiazzo fu più che un'imprudenza,
una mancanza di tatto militare, da parte di chi la comandava.--E serva
quell'esempio ai nostri giovani militi, tuttora obbligati a studiare
quella manía di macellar gli uomini, che si chiama arte della guerra.
L'ordine mio, nel lasciar l'esercito, era di gettar delle bande sulle
linee di comunicazione del nemico, non di prender posizione fissa a
poche miglia dall'esercito borbonico, con un fiume come il Volturno fra
mezzo agli occupatori poco numerosi di Caiazzo, ed i loro sostegni sulla
sponda opposta.
Il valorosissimo colonnello Simonetta, che comandava sulla sponda
sinistra del fiume, e che sostenne come potè la ritirata dei nostri
vinti di Caiazzo, piangeva di disperazione al miserando spettacolo,
giacchè i volontari non pratici dei passi del Volturno, e perseguiti da
vicino dal nemico, furon obbligati di gettarsi nel fiume, senza scelta,
e caddero in un sito rapido e vorticoso.
Intanto l'impresa infelice di Caiazzo imbaldanzì il nemico, demoralizzò
la parte nostra, ci obbligò dall'offensiva passare alla difensiva, e fu
per i borbonici un fortunato preludio della gran battaglia meditata, che
sarebbe stata differita senza dubbio, e che per ciò ebbe luogo pochi
giorni dopo, il 1º e 2 ottobre.
CAPITOLO XLVIII.
BATTAGLIA DEL VOLTURNO.
Quel che giurâr ottennero
Han combattuto, han vinto
Sotto il tallon del forte
Giace lo sgherro estinto.
(BERCHET).
L'alba del 1º ottobre illuminava là nei piani della vecchia capitale
della Campania, una truce mischia! Una battaglia fratricida!--È vero:
dalla parte dei Borbonici, eran molti mercenari, bavaresi, svizzeri, e
molti di que' stranieri che da secoli sono assuefatti a considerare
questa nostra Italia, come una villeggiatura od un lupanare. E cotesta
ciurmaglia, sotto la guida e la benedizione del prete, ha sempre di
preferenza sgozzato gl'Italiani, dal prete educati a piegare il
ginocchio a tutti i malviventi della terra. Ma pur troppo la maggior
parte dei combattenti alle falde del Tifate[53] erano figli di questa
terra infelice, spinti a macellarsi reciprocamente: gli uni condotti da
un giovane re, figlio del delitto; gli altri propugnavano la causa
santa del loro paese.
Da Annibale, vincitore delle superbe legioni di Roma, ai giorni nostri,
le campagne Capuane non avevan certo veduto più fiero conflitto, ed il
bifolco passando l'aratro in quelle ubertosissime zolle, urterà per
molti secoli ancora nei teschi dalla rabbia umana seminati.
Tornato da Palermo, presi stanza a Caserta, e visitando ogni giorno
Monte Sant'Angelo, da dove scorgevasi bene il campo dei nemici, a
levante della città di Capua, e nei dintorni, dai loro movimenti sulla
sponda destra del Volturno, che non potevan sfuggire al mio osservatorio
del monte suddetto, e dalle loro disposizioni, io congetturai, essere i
borbonici in preparativi d'una battaglia aggressiva.--Da parte nostra si
fecero alcune opere di difesa a Maddaloni, a S. Angelo, e massime a S.
Maria, alla sinistra nostra, e la più esposta per trovarsi in pianura, e
senza ostacoli naturali.
La nostra linea di battaglia era difettosa; essa era troppo estesa da
Maddaloni a S. Maria.--Il centro nemico che dovevasi considerare la sua
massa più forte, era in Capua, da dove poteva sboccare a qualunque ora
della notte, e sorprendere a circa tre miglia di distanza la nostra
sinistra.
Sant'Angelo, centro della nostra linea, è posizione forte per natura, ma
nella quale sarebbe stato necessario poter eseguire molte opere di
difesa; molta gente vi voleva per difenderne tutti gli accessi, e poi è
dominata essa stessa dall'altissimo Tifate che la padroneggia, quando è
quest'ultimo in mano del nemico, e che la isola dalle sue comunicazioni
e sostegni indietro.
Maddaloni, posizione importantissima, e che dovevasi tenere con tutta la
divisione Bixio, poichè passando il nemico nell'alto Volturno, e
prendendo la via di Maddaloni per Napoli, sarebbe stato in poche ore
nella capitale, lasciando l'esercito meridionale a destra sul Volturno
Capuano.
Le riserve tenevansi in Caserta e non eran numerose certamente, dovendo
occupare una linea più estesa.
Eravamo per di più obbligati di tenere alcuni corpi di concatenazione al
fronte, per non permettere al nemico, più pratico assai di noi del
paese, in cui avea un numero grande di fedeli, d'inoltrarsi tra le
nostre ali.
Santa Maria, la più difettosa delle nostre posizioni, era stata occupata
in ossequio di requisiti della popolazione, che avendo alcune velleità
liberali alla ritirata del Borbone, ora tremava alla sola idea di
rivedere i suoi antichi padroni.
Occupata S. Maria, bisognava occupare i siti a destra e sinistra che ne
avrebbero facilitato l'ingresso, se in mano del nemico; dimodochè,
ripeto, la nostra linea era difettosa, e consiglio ai miei giovani
commilitoni, di non imitare la mia condiscendenza, quando si tratta
d'una battaglia che può decidere delle sorti della nazione.
Il difetto delle nostre posizioni e della linea nostra non mi lasciavan
tranquillo, siccome i sintomi d'un'imminente battaglia a cui preparavasi
l'esercito nemico più numeroso, più disciplinato e meglio fornito d'ogni
cosa, del nostro.
Circa alle 3 antimeridiane del 1º ottobre, io saliva in via ferrata a
Caserta, seguito da parte del mio quartier generale, e giungeva a S.
Maria, prima dell'alba; montavo in carrozza per recarmi a S. Angelo, ed
in quel momento, udivasi la fucilata verso la nostra sinistra.--Il
generale Mielbitz, che comandava le forze ivi riunite, venne a me, e mi
disse: «siamo attaccati verso S. Tammaro, e vado a vedere ciò che v'è di
nuovo». Io ordinai al cocchiere di marciare con tutta velocità.--Il
rumore delle fucilate ingrossava, e si estese, a poco a poco, su tutto
il fronte sino a S. Angelo. Al primo albore, io giungeva sulla strada
alla sinistra delle nostre forze del centro, già impegnate, e giungendo
fui accolto da una grandine di palle nemiche.--Il mio cocchiere fu
ucciso, e la carrozza crivellata; e con me, i miei aiutanti furono
obbligati a discendere, e sguainar la sciabola.--Ma mi trovavo in mezzo
ai Genovesi di Mosto, ed ai Lombardi di Simonetta.--Non fu quindi
necessario di difenderci noi stessi; quei prodi militi, vedendoci in
pericolo, caricarono i borbonici con tanto impeto, che li respinsero un
buon pezzo distanti, e ci facilitarono la via verso S. Angelo.
L'addentrarsi del nemico nella nostra linea ed alle spalle, movimento
d'altronde ben eseguito, e con molta sagacia, e di notte, provava essere
egli ben pratico del paese.--Tra le strade che dal Tifate e dal monte S.
Angelo, mettono verso Capua, ve ne sono alcune incassate nel terreno,
che posa su tufo vulcanico, alla profondità di più metri.
Tali strade furono probabilmente praticate a' tempi antichi, come
comunicazioni tattiche di un campo di battaglia; e le acque piovane,
scendendo velocemente dai monti circostanti, hanno senza dubbio influito
a scavarne maggiormente il fondo.
Il fatto sta che in qualunque di quelle strade incavate, ponno
transitarvi al coperto forze considerevoli, anche con artiglieria e
cavalleria.
I generali borbonici, nel loro meditatissimo piano di battaglia, aveano
accortamente approfittato di tali accidentalità del terreno, e
v'inviarono di notte alcuni battaglioni con ordine di attaccarci alle
spalle, mentre la battaglia s'impegnava al fronte.
Uscito dalla mischia, in cui casualmente m'ero trovato per un momento,
m'incamminai coi miei aiutanti verso S. Angelo, credendo essere il
nemico solo alla sinistra nostra, ma m'ingannavo, ed una furiosa
fucilata alla nostra destra, partita dalle falde dei monti, al nostro
indirizzo, mi persuase esservi nemici anche da quella parte. Era la
situazione imbrogliata. I miei aiutanti ed io, a piedi, poichè i nostri
cavalli eran rimasti con ordine di mandarli dopo di noi a S. Angelo;
dunque, difficile mandar ordini;--tutti i corpi impegnati contro forze
superiori del nemico; e nessuna riserva alla mano.