sulla costa calabra, ben guernite di cannoni e d'uomini, protette da
varii corpi di truppe sparsi nelle campagne circostanti.
Una quantità di piccole barche, raccolte nei diversi porti della
Sicilia, erano state dirette a Punta di Faro, per effettuare il
passaggio.--Vi furono alcuni tentativi infruttuosi.--In uno però,
condotto dai valorosi Missori, Nullo, Musolino, Mario ed altri prodi
compagni, si assaltò uno dei forti principali della costa suddetta, e
senza il timore d'una guida che s'impaurì alle prime fucilate, i nostri
s'impadronivano del forte, e con questo si sarebbe agevolato grandemente
il passaggio dell'esercito.
La fortuna però doveva continuare a proteggere la giusta impresa, ed al
ritorno del _Washington_ dagli Aranci, il Dittatore s'avviò verso
Taormina, ove il generale Sirtori aveva diretto due piroscafi per il
Mezzogiorno della Sicilia--il _Torino_ ed il _Franklin_.--Imbarcossi col
generale Bixio la di lui Divisione e felicemente giunsero a Melito sulla
costa meridionale della Calabria.
NOTE:
[35] Nome che presero i Mille accresciuti di numero.
CAPITOLO XXXIII.
ROMA.
De' vivi inferno!
Un gran miracol fia
Se Cristo teco alfine non s'adira.
(PETRARCA).
Era il primo di settembre del 60, e verso le dieci antimeridiane una
immensa folla brulicava dalla superba Basilica di S. Pietro, il maggiore
dei templi del mondo.
Sino al ponte Elio, oggi di S. Angelo, e dallo stesso in tutta
l'estensione della Lungara--quella moltitudine per la maggior parte
devota, non lo era al punto di sfidare i raggi solari, cocenti in quella
stagione, ed in quell'ora, in cui la brezza marina non ha rinfrescato
ancora l'atmosfera corrotta della capitale dell'Orbe Cattolico; tutti
tendevano verso l'ombra delle case, ciò che a tutti non riesciva, per la
qual cosa verso la parte del Tevere v'era proprio da soffocare, tanta
era la calca.
Ma che importa di soffocazioni, di calori, di febbri? Oggi i chercuti
danno una solennissima festa ed il popolo degenerato che cresce sulle
ruine del più grande dei popoli, non abbisogna di dignità, di decoro, di
libertà, ma di feste, e colle feste ed una scodella di brodo si
contentano i discendenti dei Manli e dei Scipioni.
Un giorno questo popolo si affollò dietro al carro trionfatore
trascinato dai re della terra, quindi negli anfiteatri a contemplar le
sanguinose giostre dei gladiatori, e gli urli de' suoi schiavi morenti,
lacerate le loro carni dal leone o dalla pantera. Poi discese ancora più
nell'imo delle sue cloache, barattò per pane e giuochi la sua libertà e
dignità. Infine non contento ancora della sua abbiezione, e delle
brutture imperiali, egli curvossi, si genuflesse, s'accovacciò ai piedi
della più lurida, più umiliante e più sfrenata delle tirannidi--quella
del prete--dell'impostore--del corruttore per eccellenza della razza
umana.--E lì sen giace ancora, pronto al primo squillo di campana, a
correre, prostrarsi e baciar la pantofola d'un idolo di fango.
I preti scorgevansi nel vasto peristilio del tempio; ne uscivan di tanto
in tanto per respirare più liberamente, per mostrare al volgo ed alle
bigotte i loro abiti sacerdotali di gala; e tergevansi con bianchi lini
la fronte, sudante per le _fatiche_--poveri preti!--e sorridevano alle
innamorate ammiratrici--e scotevano graziosamente i candidi piviali, e
le inanellate chiome.
Crittogama dell'uman genere!--Barattieri dei popoli!--A voi, che
importano le sventure delle genti!--Predicatori d'immoralità, vantatori
di un paradiso celeste con cui beffate il popolo, mentre ne avete
costituito uno terrestre a spese ed a scorno suo, e mentre
quell'inferno, di cui voi ridete, lo avete accatastato coi vostri roghi
e le scelleraggini vostre, a pro degli infelici che hanno il torto di
non bastonarvi.
Sì, preti!--era quella una solennissima festa, con cui le bugiarde
vostre campane, le bugiarde vostre sinfonie, ed i bugiardi vostri
apparati di stupendissimo lusso, cercavano di chiamare a voi le
moltitudini ingannate e colpevoli di non volersi servire di quella
religione colla quale natura adornò anche i più cretini.--Vi vuol poi,
per Dio, molta scienza per capire che un prete è un impostore?
Quella festa, con cui si assordava il mondo, era la conversione del
vecchio Elia e della sua Marzia, che dalla giudaica religione,
generatrice del cristianesimo, dicevansi dover passare alla religione
del Papa.
Due anime salvate!--Eh preti!--Gran festa!--Lo Spirito Santo richiesto
dall'infallibile, ha toccato il cuore delle due smarrite pecore!--Ed
esse, al cospetto del mondo devono abiurare la fede dei loro padri, ed
aggregarsi alla vostra.--Eh preti! voi sapete che io so, non aver voi
altra fede che nel ventre, e nella libidine!--Aggregarsi alla vostra
fede, eh!--Credere alla verginità della madre di Cristo, come voi
credete a quella delle vostre Perpetue! E mangiar l'Ostia con dentro
l'Infinito! Ah birbanti! voi non le credete queste fandonie colle quali
infinocchiate le vecchie peccatrici, e gettate le nazioni
nell'abbrutimento, nel servaggio, e nella sventura.
Voi non le credete, io lo so; ma nello stesso tempo voi potete scusarvi:
chè in questo secolo di ladri, anche voi, avete trovato il modo di viver
grassamente alle spalle delle carogne!
«Non fate ciò che io fo, ma fate quel che io dico». Ma bravi li miei
preti! ecco una vera scuola di logica, di morale. A che diavolo serve
l'esempio!
«Mortificatevi, digiunate, astenetevi» dite voi, per la maggior gloria
di Dio! (bestemmie di cotesta impudente canaglia).
«Al prete, bocconi squisiti e vezzose donzelle». E non sono essi
Ministri di Dio?--perchè dunque debbono essi privarsi delle dovizie del
mondo, come voi altri cretini!
«Sì, la conversione di due Ebrei alla religione di Cristo» rispondeva un
Romano ad un giovane d'aspetto marziale, e che dalla bionda
capigliatura, sembrava appartenere alle provincie settentrionali della
penisola.
«Sì, la conversione di due Ebrei» continuava il figlio di Roma--«e
questi pretacci dondolano il nostro povero popolo con tali menzogne, e
lo fan scordare del suo abbrutimento e del suo servaggio».
L'interlocutore guardando fisso il Romano, sembrò investigare
nell'abbronzato suo volto, la veracità del suo sdegno, e mormorava tra
sè: «sarà questo un insofferente del giogo pretino, od un delatore?».
Il suo dubbio durò però poco, e l'apparizione d'una bellissima coppia,
divisa per un momento dalla folla, e che accostossi ai due suddetti,
facendosi largo, valse a dileguarlo.
I nuovi arrivati erano P... e la sorella Lina, la di cui presenza in
Roma sembrerà straordinaria, mentre i loro compagni militavano
all'estremità dell'Italia Meridionale.
«Addio, Muzio» incominciò il Bergamasco dirigendosi al Romano, ed ambi
si strinsero famigliarmente la destra.
«Addio, mio caro» rispose l'altro--«Io mi vergogno di trovarmi qui
inoperoso, mentre i nostri prodi amici, dopo di aver fatto miracoli di
valore in Sicilia, stanno oggi marciando vittoriosamente su Partenope.
Con tutta la buona volontà del mondo noi fummo ingannati dai
temporeggiatori, dai Generali di combinazioni che ci hanno canzonati,
intimandoci di fermarci in Roma per colpire il nemico alle spalle, e
così abbiam dovuto marcire nell'ozio, e sprecare qui tanta bella e
briosa gioventù, anelante di volare a fianco dei militanti
fratelli.--Già l'ho sempre detto; la democrazia italiana come tutte le
altre dovrebbe persuadersi che vi vuole un capo solo, massime nei casi
d'urgenza.--Molti capitani portano generalmente la nave negli scogli.
Prima d'ogni schiarimento, permettimi di presentarti il nostro Nullo, e
mia sorella Lina».
Uno scambio di affettuose scosse di mano legarono in un momento e per la
vita il bravo figlio di Roma coll'eroe della Polonia, e la bellissima
fanciulla delle Alpi.
A Lina, Muzio non baciò la mano per verecondia, non potè a meno però, di
rimanere stupito a tanta bellezza, ed un po' confuso.
«Fu veramente sventura, per chi dei nostri non partecipò alla gloriosa
spedizione dei Mille» riprese P... «E tu, Muzio, col tuo drappello di
coraggiosi romani, avresti aggiunto nuovi allori ai tanti raccolti sui
campi Lombardi. Però, non disperarti, se hai mancato di pugnare contro i
soldati del Borbone a Calatafimi e a Palermo, qui, tu sarai immensamente
utile all'impresa disperata ma santa che ci siam prefissa».
«Oh! contate su di me e de' miei compagni per qualunque arrischiata
impresa» disse Muzio «Noi saremo superbi di combattere sotto ai vostri
ordini».
«Duolmi tanto» egli continuò «dovervi lasciare in questo momento e
confondermi nella folla; i segugi della polizia papale sono sulle mie
tracce, ed io ne scorgo diversi che mi perseguitano. Ove occorra, a
qualunque ora cercate di me ai mendichi del Foro Romano».
Terminate quelle parole, Muzio scivolò tra la moltitudine con una
celerità sorprendente, a considerare con quanta calca egli doveva
lottare.
I nostri tre amici, quanto l'amico interessati a non essere scoperti e
sorpresi, imitarono la di lui prudente ritirata e si mossero in
direzioni diverse com'erano previamente convenuti.
Frattanto continuavano i grandissimi preparativi per la solennissima
conversione dei due Ebrei, Elia, e Marzia; padre e figlia. E la bottega
di Roma, per non crollare sotto il putridume de' suoi vizii e delle sue
corruzioni, abbisogna di queste imposture: ora una Vergine di legno, che
apre gli occhi; un'altra, che piange lagrime di sangue; una terza, che
porta, tempestato di brillanti, sul petto il santo prepuzio di suo
figlio; ed un'altra finalmente non meno indecente, con appesa al collo
la propria matrice! E la canaglia crede, paga contenta d'esser
bastonata.
I preti se ne ridono e scialacquano, ed i reggitori del mondo, fingendo
di creder gli uni e di far gl'interessi degli altri, rubano a tutti e
fan giustizia del tapino, che prende un pane sul banco del prestinaio,
per sfamare la prole morente, e lo appiccano!
CAPITOLO XXXIV.
REGGIO.
Felice te! che il regno ampio dei venti
Ippolito a' tuoi verd'anni corresti,
E se il pilota ti drizzò l'antenna,
Oltre all'Isole Eolee, d'antichi fatti
Certo udisti suonar delle Carridi
I liti.
(FOSCOLO).
Da Melito, ove la divisione Bixio, dopo d'aver tranquillamente ed
ordinatamente eseguito lo sbarco, sopportò un forte cannoneggiamento
della flotta nemica che ebbe per risultato l'incendio del magnifico
piroscafo, il _Torino_, da Melito, dico, si marciò per la spiaggia
occidentale delle Calabrie verso Reggio.
Nulla di molto importante successe in quella marcia, oltre alla riunione
dei prodi compagni, che con Missori avean assaltato il forte Orientale
del Faro, e non potendosene impadronire, come abbiam veduto per mancanza
di una guida, erano stati obbligati di prender l'Aspromonte, ove avevan
lottato con varia fortuna, contro i numerosi nemici che li
perseguivano.
Con Missori giunsero pure dei bravi Calabresi che ci giovarono assai
nell'espugnazione di Reggio, essendo praticissimi del paese.
Si assaltò di notte e per sorpresa quella città, e verso il meriggio del
giorno seguente, essa ed i suoi forti furono in nostro possesso. Al
passaggio della Divisione Bixio successe quello della Divisione Cosenz
verso Scilla e colla congiunzione delle due si ottenne la capitolazione
d'un corpo considerevole di Borbonici a Villa S. Giovanni con perdite
insignificanti da parte nostra. E padrone della sponda Calabra,
l'esercito meridionale, potè passar lo stretto senza ostacoli.
Torniamo un passo indietro verso le nostre eroine, che lasciammo in
preda a Talarico sulla spiaggia della Cittadella di Messina.--Appena il
capo dei masnadieri ebbe partecipato al Governatore l'esito riuscito
della sua impresa, questi si presentò alla contessa, che dal giubilo di
tener nelle unghie la rivale, abbandonò all'uomo, che essa disprezzava,
la bella mano la quale fu coperta di baci, che quasi servirono di
stimolo a qualche audacia più licenziosa; ma l'altiera romana, tornata
in sè da un momento d'oblio, ritrasse la mano, sollevò la bella fronte,
e retrocedendo d'un passo, balenò il generale innamorato con tale
sguardo da fargli subito abbassar gli occhi, e ritornare nell'umile
posizione sua al cospetto di lei.
«Bravo Generale!» gli disse essa con accento di sarcasmo, ma sorridente
nel viso. «Bravo! ora mi permetto di riabilitarvi nella mia stima e vi
chiedo perdono per aver dubitato dell'alta vostra capacità un momento».
Padrona della sua preda, essa sentì subito il bisogno d'allontanarsi
dall'esoso soggiorno d'una fortezza e di recarsi a Roma ove
l'aspettavano il trionfo della sua vittoria, e la soddisfazione di veder
una rivale odiata, trascinata nel fango delle cloache pretine.
Tale è la cecità in cui le passioni avvolgono l'essere umano: il che
però non manca giammai di lasciar traccia di rimorso per tutta la vita.
«Ma la compagna» pensò essa, e qui bisogna far giustizia a questa donna
colpevole, e straordinaria «la compagna è innocente, non entra nella mia
vendetta, e senza dubbio devo restituirla a quella libertà, che essa non
ha meritato di perdere.» Però, ripensando, essa credè bene di non
rinviarla sulla sponda sicula, ma di farla sbarcare a Reggio nella notte
seguente, per più distoglierla dal filo della trama sciagurata.
Presa tale determinazione, la contessa ingiunse al governatore di far
subito eseguire i preparativi per la partenza di lei, e di far sbarcare
Lina a Reggio nella notte seguente. E tale incarico fu nuovamente dato a
Talarico.
Un capo di briganti, per capo di briganti che sia, per cuore di leone
ch'egli abbia, quando capitano nelle sue mani creature vezzose come la
Lina, che per il nostro Talarico avea di più il pregio d'una magnifica
capigliatura bionda, non comune tra le trecciate d'ebano delle
calabresi, diventa generalmente mansueto come un agnello.
E tale diventò precisamente il feroce nostro figlio d'Aspromonte
trovandosi una seconda volta arbitro della bellissima Alpigiana; e
quindi cercò questa volta per suo proprio conto d'inoltrarsi nelle buone
grazie della fanciulla.
Come era bella, serena, la notte d'agosto in cui la nostra Lina
incamminavasi verso Reggio, nella poppa della Sirena, scivolando
sull'onda di quello stretto di Scilla e Cariddi, che gli antichi tanto
avean temuto, colla velocità della quaglia, quando questa senza bussola
o sestante, abbandonando le arene infuocate dell'Africa, traversa il
Mediterraneo cercando clima più fresco!
Somigliava il mare a uno specchio, tanta era la calma, ed i rematori con
una voga uniforme solcavano il seno d'Anfitrite, illuminato dal moto dei
remi e dalla striscia lasciata dalla sottilissima chiglia del
palischermo.
«Che bella notte, e che felice traversata avremo noi, signorina» disse
il protervo abitatore della montagna, raddolcendo sino a contraffarla,
la rozza e maschia sua voce «Che bella notte!» ripeteva accentuando più
il tono; e l'altra, zitta, stizzita e burbera, quantunque di notte non
fosse facile discernerla, era decisa di non rispondere.
Un periodo di silenzio seguì l'interrogazione od allusione di Talarico,
ed il brigante, che non era poi uno stupido, capì che si doveva toccar
altra corda per udir la desiata favella e far cessare il silenzio della
bella sua preda.
Ed ecco come vi riescì:
«I Mille» egli disse «entrarono in Reggio la notte scorsa e pare che
niente possa resistere a questi rossi demonii.»
«I Mille in Reggio!» esclamò Lina obliando aver essa risoluto di non
rispondere al suo predone.
«Sì! in Reggio! ed essi entreranno in Napoli un giorno o l'altro,
giacchè i vigliacchi e panciuti generali di Francesco altro non sanno
che far la guerra ai quattrini della nazione ed altro Dio non adorano
che il ventre.»
Lina rimase un po' stupita da questa foggia di discorso, ed essa avrebbe
diffidato del comandante della _Sirena_ se questi non si fosse spiegato
con un accento d'ira e di disprezzo che dava garanzia della veracità
delle sue parole.
Un momento di silenzio seguì l'ultimo discorso di Talarico, e vedendo
che la fanciulla non rispondeva, egli ricominciò con più fervore di
prima.
«Italiano lo sono anch'io, per la Madonna! e tengo primo fra gli onori
quello del mio paese.--Poi, è da molto tempo che in cuor mio» e si pose
la mano al cuore «io sono con codesti prodi propugnatori del patrio
decoro.--Da molto tempo pure io disprezzo questi mercenari servi, vili
strumenti di chi li paga, che coi preti hanno ridotti i nostri popoli ad
essere il ludibrio dello straniero. Ogni nazione è padrona in casa
propria, e perchè in Italia cotesti padroni--Austriaci da una parte,
Francesi dall'altra, che pare se l'abbiano comprata?--Le frutta
deliziose delle nostre terre e la bellezza delle nostre donne allettano
quei signori. Ebbene, noi darem loro del ferro nel cuore in cambio.--Voi
la vedete, signora, quella massa oscura che comparisce a tramontana da
noi: ebbene quella è una nave da guerra d'alto bordo del Bonaparte[36]
venuta nello stretto per dar leggi a tutti.»
Gli occhi del Principe della Montagna sfavillavano nell'oscurità della
notte come quelli del tigre che si è accorto dell'insidie del
cacciatore, ed egli movea quel suo elastico corpo come se, insofferente
di trovarsi rinchiuso in quella scorza di navicella, volesse
precipitarsi nel mare.
E quanti ve ne sono di questi forti figli della patria nostra che
potendo essere validissimi in una guerra contro lo straniero sono invece
pericolosissimi a noi perchè suscitati all'odio del libero reggimento da
quella bella roba che si dicono ministri di Dio!
Coll'infuocato discorso di Talarico, sparirono le diffidenze di Lina, ed
all'acuto suo spirito, balenarono subito vari sentimenti; quello
dell'acquisto alla parte nostra del valido appoggio di tal uomo
straordinario, quello di penetrare negli arcani di un evento di cui
essa era stata vittima, e più di tutto, il potere aver contezza
dell'amata sua Marzia.
La naturale curiosità donnesca la stimolava poi immensamente, già
placata com'era dalla notizia che i suoi Mille eran padroni di Reggio e
che presto sarebbe essa redenta all'amore de' suoi cari.
«E voi che vi millantate Italiano ed apprezzatore delle gesta dei Mille,
in cui tutto dev'essere generoso e decoroso per la patria italiana,
perchè v'incaricate di molestar la pace di due fanciulle che non vi
offesero e che appartengono a quella nobile schiera?»
«Io lo ammenderò questo mio fallo» rispose il brigante, e dopo un
momento di meditazione:
«Sì, lo ammenderò! ed uno ben maggiore di questo io devo ammendare![37]»
Queste ultime parole furono articolate con voce sommessa, ma con un
accento quasi di disperazione.
Poi energicamente soggiunse:
«Me le perdonate le ingiurie da me ricevute ed i danni, nobile donzella?
Vedete, io abbisogno del vostro perdono come dell'aria che respiro. E se
mi perdonate, questa miserabil vita che mi è divenuta insopportabile, ve
la consacrerò tutta intiera! Non come un amante, io ben so che il vostro
cuore ha scelto, ma come uno schiavo.--Io mi contenterò di baciar le
zolle da voi calpestate, di seguirvi nelle pugne da voi combattute.--E
certo voi mi vedrete dar l'ultimo respiro sorridendo, s'io sarò così
fortunato di poter dare per voi questa sciagurata esistenza! Ma non mi
negate di seguirvi, e sopratutto non mi negate di farmi ammettere
sconosciuto nelle fila di quei generosi vostri fratelli d'armi, gloria
ed onore d'Italia!»
Dopo un momento di truce posa, egli ripigliò:
«Sconosciuto, sì, sconosciuto, m'intendete, poichè come Talarico, nè i
vostri amici potrebbero accogliermi, nè il mondo compatirebbe un nome
infame in quella eroica schiera. Ma io la laverò quell'infamia nel
sangue dei nemici della libertà italiana! Laverò quei vent'anni d'una
vita di delitti e di vergogne in cui mi aggiogarono i malvagi
sostenitori dell'altare e del trono, ossia della menzogna e della
tirannide!»
«Ove trovasi Marzia?» chiese Lina non più decisa al silenzio, ma
disposta ancora al risentimento dagli anteriori procedimenti di
Talarico.
«Marzia è in Roma a quest'ora» fu la risposta del Calabrese. «Il più
agile dei piroscafi borbonici l'imbarcò la notte scorsa per tal
destino.»
Intanto la _Sirena_ solcava l'onda cristallina dello stretto, ed un
flebile raggio della luna spuntante dalla frondosa cervice
dell'Aspromonte, illuminava l'orientale meraviglia di quelle sponde
incantate.--Reggio, che sortendo dall'onde e frammischiando l'aroma
delle sue foreste d'aranci a quello della sorella Messene, involve il
navigante in un'ebbrezza di gaudio e d'ammirazione della natura tanto
benevole e prodiga a quelle bellissime contrade, sì travagliate in
compenso da pessimi governi!
«Non temete voi d'incontrare gente dell'esercito meridionale in Reggio?»
disse Lina a Talarico.
Un momento di silenzio e di meditazione seguì le parole della fanciulla.
«Io più nulla temo su questa terra!» rispose l'altero crollando il
maestoso e terribile capo. «Nulla! nulla! E voi dunque non mi accettate
come servo e come schiavo?»
Vi era tanta eloquenza nelle rozze e superbe parole del brigante! Egli
le avea pronunziate con tale accento di disperazione, che la bella
figlia di Bergamo ne fu commossa, e quasi senza avvedersene abbandonò la
mano a Talarico che la bagnò di baci e d'un torrente di lagrime di
gratitudine.
«Grazie, grazie» furono i soli accenti che singhiozzando potè articolare
quel protervo bandito, una volta terrore delle Calabre contrade ed oggi
divenuto più mansueto di un agnello.--Tale è la potenza della donna sul
sesso nostro per indurito e depravato che sia.
E quell'uomo, quel brigante che in causa di un'educazione pervertita era
stato prima d'ora capace d'ogni atroce delitto, trovavasi in oggi
trasformato in altro, capace d'innalzarsi all'eroismo sotto il
magnetismo di semplice donzella.
Vi era dunque, come in tutti gli altri esseri della stessa famiglia, una
parte buona in Talarico che, coltivata da un uomo che non fosse un
prete, poteva dare un cittadino onesto od un milite capace di onorare
l'Italia.
Ritornato in sè, e quasi vergognato dal suo pianto, aggiunse:
«Comunque, io voglio seguire la buona o la cattiva fortuna dei
coraggiosi che tanto innalzarono la riputazione guerriera del nostro,
pria, disprezzato popolo.»
I compagni di Talarico, a lui devotissimi, si aggregarono pure alle
liberali milizie, e l'Italia acquistò cinque campioni, che ne valevan
ben dieci per valore e massime per la loro pratica del continente
meridionale della penisola.
NOTE:
[36] E veramente v'era in quell'epoca un vascello francese nello stretto
all'oggetto d'impedire il passaggio.
[37] Egli alludeva all'assassinio premeditato e non riuscito a Palermo
contro il Dittatore.
CAPITOLO XXXV.
LA CONVERSIONE.
Non v'accorgete voi che noi siam vermi,
Nati a formar l'angelica farfalla
Che vola al suo Fattore senza schermi.
(DANTE).
La conversione! La conversione di due ebrei che dalla stupida fede
d'Israele passano alla non meno del cattolicesimo. Che trionfo per la
Santa Stalla![38]
Potete rallegrarvi, cattolici, massime quelli che i preti hanno venduto
allo straniero, settantasette volte; ed oggi, non avendo compratori tra
i potenti cattolici, si raccomandano a Lutero, e mancando Lutero, a
Maometto, per tener loro bordone alle insaziabili libidini di potere e
di lussurie.
Una conversione solennissima, sì! per la maggior gloria di Dio
(sacrileghi!). Ed i quiriti ed i discendenti di Scipione, vestiti a
festa, preparansi ad assistere degnamente a cotesto trionfo! Che
differenza tra gli antichi che trascinavano i monarchi ai loro carri
trionfatori e questi moderni Romani affittatori di stanze e mercanti di
corone, di scapulari, d'_Agnus-Dei_, pezzi della _vera croce_, di
prepuzii e di santissime _matrici_, tutta roba che puzza come l'abito
sudicio di cotesti buffoni, ciarlatani che la danno ad intendere alle
abbrutite popolazioni!