E tale era la contessa N..., una delle più cospicue gesuitesse che la

società contasse in quell'epoca. Favorita, prediletta di monsignor

Corvo, ed una delle sue prime vittime. Figlia d'un'illustre famiglia di

Roma, e di rara bellezza, essa era caduta nelle reti del Gesuita, ancor

giovane, ed una volta nelle ugne di quel tentatore, il di cui talento

per la seduzione non era secondo a quello del primo serpente della

favola, essa divenne uno dei personaggi più importanti della setta.

«Voi manderete, generale, per quella ragazza, non è vero? Guardate

ch'essa è immensamente desiderata dal S. Padre, per solennizzare la più

splendida delle vittorie cattoliche, la conversione di due anime ebree,

cioè dannate e ritornate al santo grembo di Dio, che è la sua Chiesa».

«Madonna» rispose il generale Comandante la cittadella di Messina, «Voi

non dubitate certamente dell'immenso mio desiderio a compiacervi, ma voi

mi proponete un'impresa ardua. La Marzia è molto amata e stimata sul

campo dei rompicolli; se il minimo barlume trasparisse dell'impresa

nostra per impadronirsene, non solo sarebbero sterminati coloro che

tentassero di rapirla, ma forse succederebbe la sorte stessa a quanti

parteggiano per noi in Messina.»

«Già lo sapevo, ripigliò l'altera contessa, che poco o nulla s'ha da

sperare dai generali di Francesco II, quando essi si lasciarono carpire

la Sicilia intiera da pochi filibustieri nudi e male armati». E la bella

malvagia donna, così dicendo, ritirò la sua sedia dalla vicinanza del

generale, e si mise a squadrarlo alzando il bellissimo capo, e

dondolandolo,--che avrebbe potuto servir di modello a Michelangelo,

quando concepiva l'idea di far una statua dell'Italia d'uno dei più alti

picchi degli Apennini[30]. Essa lo fissava nello stesso tempo con due

occhi, ove non so se imperasse più la seduzione della superba figlia

d'Eva o il disprezzo che generalmente hanno le donne per i codardi.

«Pace! pace!» urlava l'amante[31], «Pace, madonna, io mi lancierò a

qualunque pericolo per compiacervi, dovess'io stesso capitanare

l'impresa e lasciarvi la vita».

E con un generale borbonico di meno, diceva tra sè la proterva, la terra

continuerà la sua rotazione, ed il Figlio maggiore, per noi,

dell'Infinito apparirà a levante per coricarsi a ponente, dopo d'essersi

nauseato ad illuminare questo gregge di schiavi che si dicono

discendenti dal più grande dei popoli del mondo, e che non si vergognano

d'esser il ludibrio de' loro servi da tanti secoli.

Vittima, come abbiam detto, era stata la contessa del più astuto dei

gesuiti, e col suo spirito e la sua bellezza, era divenuta il Beniamino,

e quasi il pezzo maggiore della terribile setta.--Tuttavia era Italiana,

calpestava col disprezzo questa generazione d'eunuchi degli _harem_

dello straniero, ma il suo cuore romano palpitava a qualunque bel fatto

degli Italiani, e confessava a se stessa con compiacenza l'ammirazione

per i militi di Calatafimi, e ne andava superba.

Un sentimento prepotente nella donna però la dominava, e questo era una

sterminata gelosia per Marzia, più giovane di essa e non men bella--che

sapeva poi, esser stata, e forse esser ancora la prediletta di Corvo.

Vedendo il generale prostrato a' suoi piedi, la sua bocca accennò un

sogghigno di sprezzo, ma ritornando al carattere gesuitico da lei

assunto, e ricordando l'odiata rivale, la contessa concesse la mano al

mercenario, ed anzi, lo aiutò a rialzarsi, unico favore che egli mai

avesse ricevuto dalla superba romana.

«Io non sperava meno da voi»--ripigliò l'astuta--«e S. Maestà il Re ne

saprà di certo tener conto dietro le raccomandazioni supreme di S.

Santità».

«--Con tutto il rispetto che io devo agli eminenti personaggi da voi

nominati, è a voi, Madonna, che io voglio piacere ed ubbidire in

quest'impresa».--

E queste parole furono pronunciate con accento energico e risoluto,

poichè anche un mercenario è suscettibile di sentimenti di bravura in

presenza della bellezza.

«--Comunque, voi servirete degnamente la causa della legittimità,

dell'ordine e della religione».--(Solite menzogne non delle sole

gesuitesse).

Con inchini striscianti, ma divorandola cogli occhi, il generale

accompagnò la Signora nell'appartamento a lei preparato, e tornò nel suo

a meditare sull'esecuzione dell'impresa tremenda.

NOTE:

[28] Lo stretto di Messina.

[29] Nome indigeno dell'Etna.

[30] Una delle Garfagnani.

[31] Non per la prima volta egli vedeva quella seducente creatura, di

cui la seduzione era tutto lo studio della vita.

CAPITOLO XXVIII.

TALARICO.

Jamais vaisseau parti des rives du Scamandre

Aux champs Thessaliens osèrent-ils descendre,

Et jamais sans Larisse un lâche ravisseur

Osa-t-il m'enlever ou ma femme ou ma soeur.

(_Achille a Troia_).

I briganti in tutte le epoche, hanno avuto delle eminenti rappresentanze

come le eminenze.--Nella forza, per esempio: Milone di Crotona, che

ammazzava un toro con un pugno e se lo mangiava;--nella scienza,

Archimede, che chiedeva un punto d'appoggio per sollevar la terra, che

inventava gli specchi ustorî con cui bruciava la flotta romana; Galileo,

che trovava la legge della caduta dei corpi, base della grande scoperta

di Newton e che scopriva nell'infinito miriade di mondi fin allora

ignoti; e Kepler che tracciava nello spazio le orbite percorse dai

pianeti.

I briganti, ripeto, ebbero le loro eminenze tremende per certo, ma non

meno di quei settantadue eminenti massi di brutture che attorniano il

Papa, nocivi al mondo.

Noi abbiamo Gasparone, che sconta oggi ancora (1870) nelle prigioni di

Civita Castellana il tradimento del Papa.--I Francesi contano Cartouche;

e gl'Inglesi Robin Hood.--Gli ultimi ed i più atroci li avemmo in questi

ultimi tempi, come i Crocco, i La Gala, i Fuoco.

Nei tempi di cui scriviamo (1860) l'individualità brigantesca più famosa

era Talarico il Calabrese, temuto in tutta l'Italia meridionale, e che

percorreva da padrone, ora solo ed ora accompagnato da bande.--Noi già

lo conoscemmo in Palermo incaricato d'assassinare il Capo dei Mille, ed

ora lo ritroviamo nella cittadella di Messina, ricevendo istruzione per

un colpo di mano.

Il brigantaggio, figlio dell'ignoranza e della miseria, fu fomentato dai

preti, dai Borboni e dal capo di tutta questa ciurma, il

Buonaparte.--Caduti gli ultimi, e regolati i primi, non vi sarà più

brigantaggio in Italia.

Annegato nel sangue che fece versare a torrenti il Buonaparte, nel nulla

il Borbone, e Roma resa all'Italia, non vi sarà altro motivo di

brigantaggio, se non che le depredazioni del Governo Italiano, che

avranno fine siccome ogni altra malvagità.

Devo ripetere qui pure: che educati all'onestà, all'amore del loro

paese, codesti robusti contadini, dei quali i preti fanno dei briganti,

i di cui delitti inorridiscono il mondo, potrebbero riuscire dei militi

stupendi, essendo essi dotati di forza, agilità e coraggio insuperabili.

Serva d'esempio il seguente fatto di Talarico.

In una casipola di montagna nelle Calabrie, le truppe borboniche erano

pervenute ad assediarlo con una forza imponente e rinchiuderlo in un

cerchio di ferro.--Talarico, avvisato dall'amante sua abitatrice di

quella casa, del suo pericolo, per prima disposizione si accese il

sigaro, poi passando ad una finestra opposta alla porta di casa, sparò

sei colpi di revolver, ed immediatamente fasciando colla veste il

braccio sinistro, e mettendo la daga alla destra, volse indietro,

slanciossi fuori della porta caricando col ferro chiunque si presentava,

si aprì strada, e uscì a salvamento senza una sola ferita.

Tale era l'uomo a cui il generale C. dava incarico di catturare Marzia.

CAPITOLO XXIX.

IL PESCE SPADA.

Pour un esclave est-il quelque danger?

(_Muta di Portici_).

Garrulo, svelto, coraggioso è il pescatore siciliano.

E chi può raggiungerlo nella millanteria? Carattere speciale di quanti

isolani nostri ho conosciuto e che credo appartenga a tutti i popoli

meridionali dell'Europa, come l'Andaluso, il Guascone, ecc.

«Io sono quello» è il preambolo ordinario con cui si presentano questi

nostri superbi figli del Vespro.

«Io sono quello» e continuano poi la storia del loro operato.--Tale

millanteria, non tollerabile in ogni caso, certamente porta gli uomini

alle più arrischiate imprese, alle più splendide scoperte ed

all'insofferenza di oltraggi, come lo provarono ai Francesi nella loro

impareggiabile rivoluzione; come lo provano ogni volta che si trovano

stanchi di governi iniqui.

Pensando poi al modo anormale e spesso scellerato con cui furon

governate queste meridionali popolazioni, io sono perplesso

nell'investigarne la causa.--Dirò di più: mi ha stupito la facilità con

cui esse passarono da una dominazione all'altra in tutte le circostanze,

a cominciare dai Cartaginesi sino ai giorni nostri.--Popoli forti ed

intelligenti, come cotesti, hanno forse mancato di quella costanza

settentrionale che distingue massime gl'Inglesi.

Dobbiamo sperare con fondamento che nell'agglomerazione di tutte le

provincie italiane in un sol corpo politico, esse godranno almeno di una

condizione più stabile e potranno scuotere, coll'aiuto morale reciproco,

il corruttore dominio del cattolicismo che ci trattiene agli ultimi

gradini della civiltà umana.

Eccolo! qua, là, avanti, a destra, a sinistra, urla il pescatore

messinese collocato in una specie di gabbia, all'estremità di

lunghissima pertica, posta in situazione obliqua sul davanti della prora

di palischermo leggiero e svelto come il pesce spada perseguito.--E dal

suo gesticolare si capirebbe perfettamente dal pratico padrone della

barca senza bisogno di assordanti grida.

Quando il pesce spada però è scoperto dal robusto cacciatore che lo

segue già coi movimenti della micidiale sua lancia, sempre diretti verso

l'innocente vittima, allora il gabbiere cessa dalle grida, ma sarebbe

inutile esigere da lui che cessasse dal gesticolare.--Egli non urla,

non fiata, trattiene il respiro, ma se voi lo fissate vi accorgete non

esser fermo un muscolo del suo corpo.--Non fa rumore, poichè davanti a

lui, nella morte del povero pesce, sta la vita della famigliuola che lo

attende per un tozzo di pane. Non fa rumore, ma un galvanismo irrequieto

scorgesi in tutta la persona, dai piedi nudi ed anneriti al crine irto,

e sconvolto, e mobile come rappresentano l'anguicrinita testa di Medusa.

Cessa i tuoi palpiti, le tue impazienze, la tua sete di sangue d'un

nemico che non ha altro torto oltre quello di aver le sue carni gradite

al palato dell'animale uomo--altro delitto fuor di quello di appartenere

a razza men volpina, men maliziosa, giacchè egli, di te più forte, guai

se si attentasse di difendersi.--

La tua barca, la tua vita e quella de' tuoi compagni andrebbero in un

fascio. Ma consolati, non aver rimorsi, egli senza malizia assapora la

carne di pesci minori, e se vittoriosamente combatte colla balena, non è

per proteggerli, ma per gelosia di mestiere. Tali son le odierne

monarchie in guerre così continue od in pace armata per la grandezza

della propria nazione, la difesa nazionale, per una causa giusta, anzi

giustissima, santa! per la protezione infine di sudditi che si pappano

per la maggior gloria di Dio da cui emanano direttissimamente.--Lasciamo

dunque entrare il pesce spada nel novero delle vittime, giacchè egli

conta tra i predoni.--E ben lo coglie il lanciere messinese forandolo

da parte a parte e conducendolo cadavere a bordo dopo d'averlo lasciato

dissanguare.

La pesca del pesce spada, che si fa nello stretto di Messina, è tanto

più cospicua in quanto che essa ha quasi sempre luogo nelle vicinanze

delle sponde. La qui descritta si effettuava vicino al litorale siculo

tra il faro e la città di Messina, e su quella bellissima spiaggia

trovavasi riunita una folla di contemplatori della pesca.

«Oh! povero pesce, guarda quanto sangue ha versato dalla ferita»--e

veramente un lago di sangue arrossava i dintorni della barca, mentre il

pesce spada dibattevasi miseramente colla morte, inchiodato

all'inesorabile ferro che lo trapassava.

Quella voce di compassione, forse l'unica che uscisse dalla folla, era

articolata da bellissima fanciulla e diretta ad un'altra non men bella

di lei.--Era Marzia che in uno sfogo d'anima gentile, compativa la

situazione atroce del povero pesce spada, dirigendosi a Lina.

Frattanto i pescatori avevano raccolta nella barca la magnifica preda

(naturalmente magnifica per i predoni), e siccome si disponevano a

continuar la pesca essendo quello un giorno propizio per la stagione e

per il tempo favorevole, nacque alle nostre eroine il desiderio di veder

da vicino il pesce che appena appena aveano avuto il tempo di

adocchiare.

«Se avessimo un palischermo» disse Lina «io sarei curiosa di andar a

vedere il pesce spada, che mai non vidi.»

Era la proposta formaggio sui maccheroni per la compagna accesa dalla

stessa curiosità donnesca, ed un'affermazione subitanea fu la risposta.

«Un palischermo? ma non sarà difficile trovarlo» disse la vezzosa figlia

di Roma.--E veramente non fu difficile, giacchè vicino alla sponda

stessa una barchetta, con quattro robusti rematori ed un signore al

timone avvicinossi; e, come se avesse indovinato il desiderio delle

fanciulle, dopo un cortese saluto, il signore offrì gentilmente il

palischermo a disposizione delle signorine. Guardaronsi in volto le due,

ed un presentimento di mal augurio agghiacciò per un momento la

risoluzione di Marzia.

Lina, però, alquanto più spensierata e men diffidente, disse all'amica:

«Andiamo, miglior occasione e più pronta non potevamo trovare.»

Marzia ristette un momento.--Vedendo però l'arditezza della compagna,

che già movea verso la sponda, e vergognandosi di mostrar timore, seguì

pure verso il legnetto, ed ambe imbarcaronsi in un'impresa di cui si

pentiranno amaramente.

CAPITOLO XXX.

IL RATTO.

Intanto

All'onta ed al disprezzo è condannata

Lei, che fu la stella di mia vita,

Il dolce paradiso sulla terra!

(_Autore conosciuto_).

Eran le sei d'una bella serata d'agosto, non v'era soffio di vento, e la

superficie dello stretto era inargentata. Le città di Reggio e di

Messina come su d'uno specchio riflettevansi in quelle onde fatate,

quando le nostre eroine misero il piede sulla graziosa gondola che dovea

condurle sulla barca peschereccia ove giaceva il malcapitato cadavere

del pesce spada ancora caldo della vitalità scomparsa, e la barca colla

trionfale sua ciurma cantarellando vogava trasportata dalla marea verso

la cittadella di Messina.

«Ma che con questi quattro robusti rematori, la _Sirena_ che gareggia

coi venti, non raggiungerà quegli stupidi pescatori?»

Quella millanteria era vociferata da tale che se fosse stato ben

osservato dalle fanciulle pria d'imbarcarsi, esse non si sarebbero

certamente affidate a tale guida.

Il comandante della _Sirena_, posto al timone con Marzia alla destra e

Lina alla sinistra, era una di quelle figure che colpiscono ed impongono

l'ammirazione in tutti i loro movimenti fisici. Pettoruto e largo di

spalle, sulle quali posava una di quelle meridionali teste adornate

d'ebano tanto negli occhi che nella capigliatura.--Era di statura

mediana, ma svelto quanto il capriolo dei monti.

Non era marino Talarico, non cavaliere[32], ma su un cavallo o su un

palischermo egli dondolavasi graziosamente quanto un marino italiano, un

figlio _de las Pampas_, od un _Monarca_ della cuchilla del Rio

Grande[33]; infine era un tipo di razza gagliarda, non tutta spenta in

Italia, malgrado gli sforzi del prete e della tirannide per corromperla.

Dunque è Talarico, eh!--E voi le mie buone fanciulle l'avete fatta

grossa d'affidarvi a lui, o non avete saputo distinguere sulla maschia

figura del figlio d'Aspromonte l'occhio aquilino e micidiale del

bandito.--E Talarico non solo, ma tutto quanto voi avete veduto di

pesca, di pescatori e di _Sirena_ sotto le finestre della vostra

abitazione, tutto era stato premeditato ed ordito per involare la

Marzia.

Lina, altrettanto preziosa preda, non entrava nel ratto che come un

accessorio.

La barca peschereccia vogava sempre verso la cittadella, trasportata

dalla marea e dai remi, e la _Sirena_, benchè sveltissima, accorciava di

poco la distanza che la separava dal pesce spada. La curiosità delle

nostre belle cangiossi presto in timore, e gettato un colpo d'occhio

verso la sponda sicula da dove eran partite e che già oscuravasi colle

ombre della notte, esse richiesero al timoniere d'esser ricondotte verso

la loro dimora.--Tutt'altro che Talarico avrebbe potuto usare un po' di

diplomazia, cioè d'inganno--confortar le donne, ingiunger loro di star

quiete ed infine canzonarle ancora per un pezzo, ma tale non era il modo

del calabrese brigante; e quando s'avvide che gli occhi delle due eroine

lampeggiavano di sdegno, e che forse potevano, dopo d'aver riconosciuto

l'inganno, scagliarsi su di lui, le prevenne, ed abbandonando il timone,

pose una mano su d'ogni braccio delle donzelle, e le strinse come se

fosse graffa di leone, mentre i rematori, assoldati come il loro capo,

avanzaronsi a prestar man forte, nel caso che la potenza di Talarico non

avesse bastato.

NOTE:

[32] Qui per Cavaliere non intendo quella caterva di servi che coi

cavalli altro non hanno di comune che la greppia ove s'ingrassano a

spese dei popoli che disonorano.

[33] Monarca della collina: così si chiamano i famosi cavalieri della

provincia più meridionale del Brasile.

CAPITOLO XXXI.

LA DITTATURA ONESTA.

Non ciarle, ma fatti.

(_Autore conosciuto_).

Vi sono molti birbanti del mondo, massime tra i popoli ove domina la

corruzione del prete e della tirannide.--Ivi si perviene ai gradi, agli

onori, all'agiato vivere, a forza di bassezze, di umiliazioni e di

servilismo; quindi l'onestà non è merito, ma lo è l'adulazione e la

flessibilità della schiena e della coscienza.

Fra codesti birbanti, alcuni onesti, o sono impercettibili nella folla,

o sono tenuti in diffidenza per lo scetticismo che invade le moltitudini

sì sovente ingannate.--Eppure io conosco degli onesti che potrebbero

migliorare la condizione umana, se non vi fossero tanti pregiudizii e

tante dottrine.--Ma come si deve aver fede in cinquecento individui, la

maggior parte dottori[34] e la maggior parte venali, uomini che vengono

su dalla melma ove li condannarono la dappocaggine e sovente il vizio;

vengon su, dico, a forza di cabale e di favoritismo, e si siedono

sfacciatamente tra i legislatori d'una nazione, coll'unico interesse

individuale e disposti sempre a sancire ogni ingiustizia monarchica,

coonestando così gli atti infami di governi perversi che senza quella

ciurma di parassiti avrebbero responsabilità dei loro atti, mentre con

parlamenti servili essi sono dispotici, e compariscono o si millantano

onesti.

Questi cinquecento, fra cui vi è sempre qualche buono, disgraziatamente

si usano come governanti nelle monarchie non solo--governi imposti--ma

pure nei paesi ove la caduta delle monarchie, come in Ispagna e in

Francia, ha lasciato le nazioni padrone di loro stesse. La vecchia

abitudine dei comitati, delle commissioni e dei parlamenti getta negli

anzidetti casi di nazioni padrone di loro stesse una turba d'aspiranti

alla direzione della cosa pubblica, che sventuratamente riescono sempre

con una minoranza buona o mediocre, ma con maggioranza pessima, e quindi

annientato il po' di buono che vi si trova.

E perchè non scegliere un onesto solo per capitanare la nazione e con

voto diretto? Non è più facile trovarne uno che cinquecento?

Il maggiore dei popoli della terra, il Romano, chiamò quell'uno

Dittatore.--Chiamatelo voi come diavolo volete. Insignitelo del supremo

potere per due mesi, per due anni, se meglio vi pare. Non successori

nella stessa famiglia, non eserciti permanenti.--Dieci onesti cittadini

per littori, e l'esercito Nazione se la patria è minacciata.--Supponete

ch'egli sia solamente onesto, e questa è la qualità che voi dovete

cercare.--Non è amministratore, militare, finanziere, ma saprà trovare

della gente idonea per ogni provincia. E non avrete il bisantismo, con

quella turba di ciarlieri che assordano il mondo e mantengono l'Europa

in una vera Babilonia.

Con degli onesti ai governi potranno avverarsi tutte le questioni

politiche e sociali, e sopratutto si potrà provvedere subito alla

soppressione di quel macello umano che si chiama guerra.

Il macchiavellismo è oggi una parola esecrata; eppure Macchiavelli è uno

dei grandi di cui si onora l'Italia. Così avvenne alla dittatura. Perchè

vi furono dei Cesari, dei Buonaparti, pare non vi possano essere più

delle dittature oneste. Ed io sono certo che se la Francia e la Spagna,

padrone di loro stesse, avessero, dopo la caduta d'Isabella e di

Buonaparte, scelto un uomo solo con pieni poteri per governarle, esse

non sarebbero cadute nello stato deplorabile in cui oggi si trovano. Lo

rammenti la Democrazia europea; essa è sempre conculcata per non sapere

combattere il dispotismo colle proprie sue armi, cioè la concentrazione

del potere nelle mani d'un solo, sinchè (come in America ed in

Isvizzera) la situazione non divenga normale da non più aver bisogno di

poteri straordinari al governo concentrati nelle mani d'un solo.

NOTE:

[34] Non si creda che io sia sistematicamente nemico dei dottori (non

teologi, che credo impostori), anzi io conto molti dottori tra i miei

amici, ma essi han fatto prova sinora tanto cattiva nei governi e nei

parlamenti da far disperare di loro.

CAPITOLO XXXII.

AGLI ARANCI.

Non la siepe che l'orto v'impruna

È il confin dell'Italia, o ringhiosi,

Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi

Son le turbe che vengon di là.

(BERCHET).

Era verso la fine d'agosto, quando il Dittatore della Sicilia, radunate

le vittoriose sue legioni nel Faro, disponevasi a passare sul continente

italiano.

Il numero di forze dell'esercito meridionale[35] poteva ascendere ad una

decina di mila uomini, aumentando ogni giorno però per l'arrolamento di

meridionali e per i contingenti venuti dalle altre provincie d'Italia,

con buona mano di veterani di tante battaglie.

Cotesto accrescimento di forze dei liberi dispiaceva certamente alla

Corte Sarda, al Papato ed al padrone Buonaparte, e fra i mezzi impiegati

per impedirlo, non mancarono ogni specie d'ostacoli all'imbarco dei

volontari nel settentrione.

Era naturale temessero l'invadente bufera nel mezzodì i monarchici ed i

suoi satelliti. Chi ha la coda di paglia, teme il fuoco.--Ciò che non

era naturale, che non doveva essere, e che mi ripugna scrivendolo, si è

l'opposizione a noi fatta dal dottrinarismo, dagli uomini che oggi

ancora sono tenuti quali archimandriti della democrazia italiana.

Essi hanno del merito, non glie lo contesto, e se al merito

incontestabile avessero potuto aggiungere la capacità di far l'Italia da

soli senza la cooperazione d'altri--essi sarebbero senza dubbio i sommi

dei sommi.--Comunque, da loro fummo attraversati anche nella spedizione

del 60, apparentemente, non colla volontà di nuocere; ma in realtà

pregiudicavano.

L'organizzazione di un corpo di volontari in Toscana capitanato da

Nicotera nocque, e se quelli stessi volontari si fossero inviati in

Sicilia, sarebbe stato assai meglio.

La spedizione al Golfo degli Aranci, ordinata, credo da Bertani, e da

lui diretta coll'oggetto d'un'operazione diversiva nello stato

pontificio come la prima, fu anche nociva, perchè ritardò l'arrivo di un

corpo considerevole di volontari di cui avevamo gran bisogno, e mi

obbligò di abbandonare l'esercito sul Faro, imbarcarmi a bordo del

_Washington_, ed espormi al pericolo d'incontrare gl'incrociatori

borbonici, per andar a cercare a tramontana della Sardegna il suddetto

forte contingente di bellissimi militi che si volevano sottrarre ai miei

ordini (per una spedizione inutile, giacchè essi nulla avrebbero fatto

a fianco dell'esercito sardo invadente) e forse anche per non

contaminarli al contatto degli elementi _poco puri_ dei _Mille_.

Era dunque verso la fine d'agosto quando pronto l'Esercito Meridionale

sulla sponda sicula dello stretto di Messina, si disponeva a

traversarlo.

I Mille · 第 7 / 24 段